Vitarelle e Rotelle

Compagnia Di Repertorio

Che sembra – ma non è – un altro post sul teatro. Almeno non del tutto. In realtà parliamo di scrittura in generale, e cominciamo con Gore Vidal. Gore Vidal diceva che…

“Ogni scrittore nasce con una compagnia di repertorio in mente. Shakespeare ne ha una ventina, Tennessee Williams più o meno cinque, e Samuel Becket uno – e un possibile clone di quell’uno. […] L’abilità nell’assegnare i ruoli è qualcosa che migliora con la maturità.”*

Immagine1Non so voi, ma personalmente la trovo un’idea meravigliosa – per le implicazioni teatrali (tutta la narrativa è teatro e lo scrittore diventa anche regista…) e per la faccenda in sé: non personaggi ricorrenti, badate, ma tipi di personaggi. Ruoli. Archetipi personali, se volete, che naturalmente dipendono dalle intenzioni, dai temi prediletti, dal gusto, dalla formazione, dalle paure, dai desideri e dalle ossessioni dell’autore – ma anche dal genere in cui scrive e dal contesto storico, letterario e culturale in cui legge, pensa, lavora.

Gente che ritorna.

La fanciulla preternaturalmente perfetta di Dickens, memoria della defunta cognata Mary Hograth, ripetut(issim)amente idealizzata nelle varie Nell, Rose, Emma, Florence, e con lei l’Orfanello/a, il Padre Inutile, il Giovane di Belle Speranze Intralciato dai Postumi di un’Infanzia Infelice, l’Amico Inaffidabile… Poi c’è l’ambizioso di umili origini, inarrestabile e amorale, di Marlowe, combinazione di autoritratto e wishful thinking. Il marinaio sradicato e inquieto di Conrad, sempre affiancato da una donna che cerca di ancorarlo a sé e da un amico-mentore-figura semipaterna.  Il byroniano bello, spregiudicato e tragico della giovane Charlotte Brontë, cui fanno da contrappunto da un lato il professore spigoloso e intelligente modellato sul suo amore impossibile, e dall’altro l’essenziale mascalzone che occupa sempre il centro nelle storie di suo fratello Branwell…

Col che non voglio dire che tutti costoro scrivano sempre la stessa storia o lo stesso personaggio – anzi. Guardate Tamerlano, Barabbas e Faustus: sono personaggi molto diversi tra loro, ma incarnano diversamente un certo tipo di preoccupazioni, una certa visione dell’umanità, un certo attrito con un ambito sociale e culturale. Una voce. E se cito Marlowe non è perché Marlowe sia una mia ossessione… Oh, d’accordo – anche per quello, ma il fatto è che Marlowe è perfetto per illustrare il tema, perché è meno condizionato di altri dalle convenzioni di genere, e perché i tre personaggi in questione furono interpretati per la prima volta dallo stesso attore – Edward Alleyn – in un elegante parallelismo tra metafora e realtà. 55105408

Il fatto che Shakespeare invece di questi “attori” ne abbia a decine, ce lo fa immaginare meno ossessionato da se stesso e dalla sua vita, più interessato di altri all’osservazione dell’umanità at large. Una compagnia talmente numerosa e variegata che l’autore sparisce e si confonde tra i suoi attori…

Così adesso ho deciso di mettermi a fare un piccolo inventario, e vedere chi ho nei camerini del mio teatro immaginario. Chi è che mando in scena e come. Magari ne parleremo. E intanto, ditemi, o Lettori: da chi è costituita la vostra compagnia di repertorio?

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* E a dire il vero mi è capitato d’incontrare anche un’altra versione, in cui gli “attori” di Shakespeare sono ben cinquanta, e ad averne uno solo è Hemingway… sospetto che sia inaccurata, ma la cito lo stesso, seppure in nota, perché mi piace la parte su Hemingway.

teatro

Sipario – Di Carta

PdC

No, d’accordo – è presto. Non è come se il Palcoscenico di Carta aprisse i battenti domani mattina, ma intanto ha una casa virtuale, un siterello tutto suo per le informazioni, i contatti e le notizie…

Il debutto vero e proprio sarà all’inizio del 2015, con l’intramontabile Romeo e Giulietta.

Ci stiamo lavorando su. L’idea è di una meravigliosa semplicità, una volta avviata, ma ci sono questioncelle organizzative, sovrapposizioni temporali, considerazioni di varia natura, complessi riti propiziatori… Come dicevo, ci stiamo lavorando su.

I miei associati a delinquere, naturalmente, sono gli amici dell’Accademia Campogalliani, senza i quali certe piccole follie sarebbero impraticabili…

E che devo dire? Non vedo l’ora di cominciare. Seguo con spirito da sorella minore il progetto originario, The Paper Stage – di cui noi siamo il capitolo italiano. Loro, a Canterbury, sono già alla terza lettura: dopo Romeo e Giulietta e l’Ebreo di Malta di Marlowe, il 15 di settembre si cimentano con la deliziosa Gallathea di John Lyly. Noi non seguiremo esattamente le loro orme – perché se volessimo attenerci strettamente al teatro elisabettiano, ci ritroveremmo limitatissimi dalla scarsità di traduzioni disponibili. E poi vorremmo esplorare un repertorio più ampio…

Credo che ognuno di noi stia privatamente compilando un cartellone dei sogni… Scommetto che non vi stupite poi troppo se vi dico che il mio, oltre a un bel po’ di Marlowe e una spruzzatina di altri elisabettiani, contempla il Don Carlos di Schiller, il Ruy Blas di Hugo, Shaw a volontà e altre eccentricità consimili.

E a dire il vero, chi lo sa? Chissà se il Palcoscenico di Carta avrà successo. Chissà se troveremo lettori, ascoltatori, simpatizzanti. Chissà che cosa leggeremo per davvero. Chissà se, su un piano più personale, leggerò anch’io. Di recitare ho smesso definitivamente, ma leggere è un cavallo di tutt’altro colore… chissà.

Nel frattempo, è singolarmente come aspettare una Santa Lucia differita. Ce n’è di che rendere desiderabile persino gennaio – l’orrido lunedì mattina cosmico.

E voi… se siete a Mantova e vi piace il teatro, fateci un pensierino. Non capita tutti i giorni di esplorare certo teatro – e magari farlo da dentro E dovunque siate, nel frattempo, date un’occhiata al sito, volete?

Shakeloviana

Shakeloviana: L’Informatore

SilbertITPer una volta parliamo di un libro tradotto in Italiano – e indovinate un po’? Non è un granché.

Due piani temporali – e fin qui tutto bene. Kit Marlowe nel 1593 e Kate Morgan ai giorni nostri – e già la scelta del nome dell’eroina non sembra prometere il massimo della sottigliezza. Voglio dire, nomen omen nel 21° secolo? Andiamo! Tanto più che Kate è laureata in storia e letteratura elisabettiana, ma si è messa a fare l’investigatore privato e l’agente della CIA… Eh già: letterata & spia, proprio come il suo semiomonimo quattro secoli prima.

Hmf.

Ma ancora non basta perché, guarda un po’ il destino, a Kate capita il caso di un misteriosissimo manoscritto riemerso dopo secoli, e di che si deve trattare, se non di qualcosa di elisabettiano cifrato da Thomas Phelipes, il crittografo e steganografo di Sir Francis Walsingham – nonché collega di Kit Marlowe?

E così le due storie si intrecciano viepiù, mentre entrambi i protagonisti cercano qualcosa e hanno perso qualcuno – e se la parte elisabettiana tutto sommato può anche funzionare, è un gran peccato che sia sacrificata, sacrificatissima al lato moderno, che è scritto molto peggio e che procede saltellon-saltelloni, farcito d’improbabilità, coincidenze, divagazioni e clichés verso un finale affrettato e pasticciato…

Tanto la quarta di copertina quanto la popolazione della metà moderna si affannano prima di subito ad informarci di quel che accade a Kit a Deptford – qualora lo ignorassimo – ma tanta insistenza sa un pochino di coda di paglia: scrivere un duplice thriller di cui per metà il lettore conosce già l’esito richiederebbe una spudorata abilità nel confondere le carte, seminando sorprese e dubbi lungo la strada… cosa che in questo libro, alas, non succede affatto. Chiaramente si vorrebbe che, sapendo di Deptford, ci sentissimo in ansia per il modo in cui la sorte di Kate sembra destinata a seguire il binario della sorte di Kit… Il guaio è che non funziona e, se funzionasse, Kate è un personaggio talmente piatto e convenzionale che avremmo difficoltà a sentirci in ansia per lei. Silbert

Ripeto, la parte elisabettiana è leggermente migliore. È quasi un peccato che la Silbert non si sia limitata a un romanzo storico sul servizio segreto di Sir Francis Walsingham prima e dei Cecil/di Essex poi… Solo che poi si getta un’occhiata alla bio dell’autrice in cerca di lumi sulle ragioni di questa malguidata commistione, e si scopre che Leslie Silbert è laureata (a Harvard) in storia e letteratura elisabettiana e fa l’investigatrice privata con un collega ex CIA… Se è tutto vero, spiega molte cose – e deve essere il motivo per cui a qualcuno è parso bello pubblicare il romanzo. Se non lo è, come tattica di marketing forse non è stata la più sottile delle scelte.

E ad ogni modo, se proprio volete un enigma legato a The Intelligencer/L’Informatore, ve ne propongo uno io: perché, perché, perché, con tutti i buoni e ottimi libri su Kit Marlowe che l’editoria anglosassone ha prodotto, in Italia deve essere arrivato proprio questo?

 

grilloleggente · Vitarelle e Rotelle

Di Portafogli Rubati E Amori Impossibili

paoloAllora, questo post è in primo luogo per L.- e lo inizierò raccontandovi che qualche mese fa – non il secolo scorso – a mia madre hanno scippato il portafogli in città. Il mattino successivo è stato ritrovato in un cestino dei rifiuti a due passi dal luogo del furto, vuoto di denari ma completo di documenti, fotografie e carta di credito. Fine della storia.

O almeno così credevo fino a ieri, quando F. mi ha raccontato la versione della faccenda che gira al villaggio: mia madre è stata scippata qui in paese, da persona conosciuta e notoriamente poco raccomandabile, e il portafogli è stato ritrovato al campo nomadi dai Carabinieri che hanno fatto una retata, e tra la refurtiva recuperata c’era anche il maltolto della madre della Clarina…

Bisogna ammettere che così è più pittoresca – ed è precisamente per questo che, di bocca in bocca, le tinte della faccenda si sono caricate. Ad ogni passaggio, qualcuno ha aggiunto qualcosa di suo, magari senza nemmeno rendersene conto, perché la storia, in qualche modo, non sembrava abbastanza… non so, narrabile?

È per questo che l’idea che Shakespeare sia stato soltanto il prestanome di qualcun altro attira molta più attenzione dell’ovvia, placida e piatta alternativa. Ed è per questo che in narrativa, all’opera, al cinema, a teatro e nei fotoromanzi gli amori sono sempre impossibili, per un motivo o per l’altro: altrimenti, che gusto c’è?

E non sempre è questione di Romeo e Giulietta. D’accordo, le famiglie nemiche sono un gran bel motivo per non doversi amare – e, di conseguenza, volerlo ancora di più, perché come Kit Marlowe fa dire al Duca di Guisa, non c’è niente che si voglia come quel che non si può avere… Ma di ostacoli più o meno insormontabili ce ne sono a bizzeffe. Per esempio un coniuge di mezzo, vedansi i casi Tristano e Isotta o Lancillotto e Ginevra, complicati oltretutto da questioni di lealtà nei confronti del marito di troppo. Il che, a mio timido avviso, dovrebbe valere anche per il povero Gianciotto e per il povero Renato del Ballo in Maschera, ma tutti hanno tanta simpatia per i fedifraghi Paolo e Francesca e Riccardo e Amelia… salim

Poi c’è la differenza sociale, più o meno pronunciata – e si va da Mr. Rochester e Jane Eyre, fino al caso estremo di Salim e Anarkali, in cui un principe imperiale smuove cielo e terra per sposare la sua bella popolana, e non ci riesce. Talvolta la differenza è solo apparente – come nella maggior parte delle favole, dove le pastorelle si rivelano principesse, e i soldatini figli di re. Oppure all’opera, dove Aida sarà anche momentaneamente schiava, ma è pur sempre principessa d’Etiopia – il che, a ben pensarci, in tutta probabilità la rende più nobile di Radames, ma di questo nessuno ha l’aria di preoccuparsi…

Occasionalmente ci si mettono di mezzo niente meno che la morte e/o gli dei, come per Orfeo ed Euridice, o Catherine e Heathcliff o, se proprio vogliamo, Ulisse e Penelope. A volte è un braccio di mare come per Ero e Leandro, o un leone, la mancanza di puntualità e una discreta dose di sfortuna – poveri (e scemi) Piramo e Tisbe…

E volendo si può considerare insormontabile anche il buon vecchio amore non corrisposto, come nella buona vecchia storia della Belle Dame Sans Merci, come il Roger Carbury di Throllope, o come Cyrano di Bergerac.

E quando di ostacoli davvero insormontabili non ce ne sono, qualcuno degli innamorati provvede a crearsene da solo. Come il giovane Werther, che avrebbe tutto il tempo di chiedere in sposa Lotte, e invece deve aspettare che sia fidanzata e poi sposata ad Albrecht per rendere tutti infelici. O Rossella O’Hara, che potrebbe proprio ricambiare Rhett Butler se non fosse troppo occupata a credersi innamorata di Ashley Wilkes e troppo orgogliosa e testarda. O come Mr. Darcy ed Elizabeth Bennet, intralciati da dosi massicce di orgoglio e pregiudizio (e cosa, sennò?) prima che da qualsiasi disparità sociale…

la-belleE d’altra parte, siamo onesti: se Lancillotto e Ginevra fossero leali a Re Artù, se Akbar Moghul facesse spallucce quando il figlio gli porta a casa la morosa senza sangue blu, se la lampada di Ero non si spegnesse, se Werther, Rossella, e Lizzie fossero ragionevoli, dove sarebbe il conflitto? Dove sarebbero gli ostacoli da superare o non superare? Dove sarebbero le storie? Perché una storia d’amore non contrastata, una felicità che non sia conquistata a caro prezzo o intravista e perduta, un portafogli scippato e ritrovato senza scosse vanno benissimo nella vita reale, thank you very much – ma in una storia, francamente, ce ne infischieremmo.

elizabethana · Storia&storie

Casa Andreasi – Di Nuovo

Nachleben.

Non mi sentirete spesso ammettere che una parola tedesca è bella, ma Nachleben, dite quel che volete, lo è. La vita dopo. Dopo la morte, si capisce – ma nel senso letterario della fama postuma di un artista. In questo caso di un poeta – anzi, di due.

Perché questa sera torno a Casa Andreasi per una chiacchierata sulla fama postuma di Kit&Will. E ammettiamolo, è una fama postuma intricata come un romanzo… Uno, e non due – perché, nemmeno a farlo apposta, le due fame postume s’intrecciano più di una volta, attraverso quattro secoli di storia letteraria, teatrale, filosofica, imperiale…

Senza considerare il diluvio di bizzarrie, falsificazioni, iniziative dissennate, colpi di teatro, riscritture, dubbi, risse nelle strade, speculazioni selvagge, souvenir di legno di gelso – e qualche sorpresa… Davvero non ci si annoia mai, con questi due. E quindi, se siete nei dintorni, vi aspetto questa sera a casa Andreasi…

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E considerando il meteo in questo periodo, vale la pena di avvisarvi che, in caso di maltempo, bagoleremo al coperto, nella bellissima sala conferenze della dimora.

Shakeloviana

Shakeloviana: Whiskey And Water

Cover of "Whiskey and Water: A Novel of t...E questa è un’altra di quelle serie in cui sono entrata da un volume successivo al primo – perché in quel volume c’era Marlowe. Che vogliamo farci?

Ad ogni modo, con la serie chiamata The Promethean Age Elizabeth Bear ha creato un mondo complicato e iridescente, in cui esseri fatati ed esseri umani convivono, per lo più in cauta sfiducia e occasionali sconfinamenti – e ogni tanto si fanno la guerra. A fare da sentinella dal lato umano è il Prometheus Club, una società segreta fondata in epoca elisabettiana, magi abbastanza potenti da essere riusciti, attraverso le generazioni, a bandire gli esseri fatati e a limtarne drasticamente l’influenza. Naturalmente non è come se gli esseri fatati fossero contenti, e ogni tanto provano a riprendersi quel che considerano loro… e in più ci sono l’Inferno e il Paradiso che interferiscono con fini non sempre comprensibilissimi.

All’inizio di Whiskey and Water sono passati sette anni dall’ultima sanguinosa recrudescenza – che ha avuto luogo a New York e nella fatata Annwn, e che è costata parecchie vite. A New York il malconcio Mattew Szczegielniak (no, davvero…), protettore magico della città nonostante l’invalidità fisica e magica, arriva per primo sulla scena di uno strano delitto – e si fa subito l’idea che Quegli Altri abbiano intenzione di riprovarci. Pur riluttante e disilluso gli toccherà ricominciare daccapo, se non altro per sondare l’intricatissima rete di contatti, rivalità e secondi fini che lega le due corti fatate, il Paradiso, l’Inferno e quel che resta del Prometheus Club che credeva di essersi lasciato alle spalle…

W&W è un fantasy complesso, letterario, affollatissimo, popolato di favolosi personaggi e assai ben scritto (soprattutto descrizioni vivide e dialoghi da leccarsi i baffi), che fonde, intreccia e riscrive folklore, letteratura e miti di mezzo mondo. Un po’ cerebrale a tratti – ma affascinante.

E Marlowe? Be’, secondo Elizabeth Bear Kit, uno dei membri del Prometheus Club originario, è finito all’Inferno – del che non siamo terribilmente stupiti – ed è stato per un certo numero di secoli l’amante del diavolo. Di più di un diavolo. E anche della Fata Morgana. E… sì, si è dato da fare – ma poi ha trovato il vero amore, e il vero amore ha fatto una pessima fine durante la battaglia di Times Square. Così Kit lascia l’Inferno con l’intenzione di vendicarsi sfidando a duello l’arcimaga prometeica Jane Andraste, che è l’ex mentore di Matthew e anche la madre dell’attuale regina delle fate…

Sì, è tutto un nonnulla complicato – ma molto soddisfacente, e il Kit di Elizabeth Bear è un piacere a leggersi: irrepressibile e malinconico, leale e vendicativo, spericolato e calcolatore… Quando il solitario Matthew, che quando non è occupato a salvare il mondo insegna letteratura elisabettiana, si ritrova ad allacciare un’inattesa e stretta amicizia con l’autore di Tamerlano, non possiamo non invidiarlo un pochino.

O quanto meno, io non posso – ma si sa che sono di parte.

Ad ogni modo, di traduzioni nemmeno l’ombra, ma la lettura è consigliata a patto che non abbiate un’invincibile avversione per il genere. E se siete lettori di fantasy… well, nonostante il drago, non aspettatevi lo Hobbit.

Ci sono anche altri due volumi di ambientazione più strettamente elisabettiana – presumo che li si possa considerare un duplice prequel (orribile parola!), e prima o poi li leggerò. Semmai, vi farò sapere.

 

 

angurie · Poesia

Fulgea Chiara E Queta

moon-is-tonightE fulgea sì, santo cielo – tanto chiara e tanto enorme che catturare stelle cadenti è stato un po’ complicato… così quest’anno, sdraiati a naso in su nella speranza di vedere qualche perseide più luminosa delle altre, è parso bello e naturale mettersi ad elencare lune di carta e d’inchiostro.

E la messe di stelle è stata limitata, ma si è costatato che di luna in letteratura ce n’è davvero tanta…

A cominciare dall’ovvio, la luna del Pastore Errante, e la bella luna di Saffo che fa impallidire le stelle – come pure quella del Magnifico Lorenzo, che dà il titolo al post.

E poi ho provato con un po’ di lune in prosa, come il truciolo d’oro di Conrad, il Voyage dans la Lune di Cyrano de Bergerac, il Verne di Dalla Terra alla Luna, e la Luna e Sei Soldi di WS Maugham, e la Luna e i Falò di Pavese, e Chiardiluna per fanciulli, e il Ciaula pirandelliano che scopre la luna, e gli elefanti di Kipling che danzano sotto la luna…

Ma è chiaro che a farla da padrona in proposito è la poesia. Astolfo sulla Luna, la Luna distante dal Mare di Emily Dickinson, e la graziosa luna di Leopardi, e le meravigliose immagini di Garcia Lorca, con la sua luna da cui si beve, o che deve scappare prima i gitani facciano collane e bracciali con il suo cuore bianco. E poi la luna che sempre sale e mai si ferma di Coleridge, e Shelley e Christina Rossetti che si chiedono separatamente se la luna sia pallida di stanchezza, e la luna triste e languida di Baudelaire, che piange sulla terra lacrime d’opale, e la rana d’oro del cielo di Esenin, e la luna rossa di Quasimodo, e quell’altra luna leopardiana che nella notte chiara e senza vento posa queta sovra i tetti e sovra gli orti, e la luna incapace di dubitare di Blake, e la gatta di Yeats che danza sotto la luna, e la luna monocroma e curva d’imperturbabile serenità (credo) di Thomas Hardy…Moon-moon-22762198-1024-768

E a questo punto era abbondantemente ora di cambiare mood – e quindi la luna scema di Beckett che dà sempre il posteriore, e la filastrocca con la mucca che salta sulla luna, e la testa mozza e squallida nel libretto della Turandot…

Il che è servito per una deviazione musicale – perché anche le canzoni non scherzano: la luna rossa, la verde luna, the blue moon,the pink moon, the silver moon, the black moon, the harvest moon,  e luna tu, e la tintarella di luna, e la luna nel pozzo, e la luna che spunta dal monte, e la luna francese del Gobbo di Notre Dame, e Moonlight Shadow, e guarda la luna come la cammina e la scavalca i monti come noialtri Alpin, e fly me to the moon, la luna che bussò, e non ti fidar di un bacio a mezzanot-te se c’è la luna… e au clair de la lune, mon ami Pierrot, prête-moi ta plume pour écrire un mot, e sicuramente un’infinità di altre.

moon-phases-08-131008E potevamo farci mancare un capitoletto elisabettiano in tutto ciò? La luna di Shakespeare tende ad essere segno d’incostanza, visto che Giulietta non vuole che ci si giuri su, e Cleopatra proclama che la sua decisione non ha nulla dell’incostanza della luna, e Teseo se la prende con la luna per il suo letto vuoto… Marlowe la usa per lo più come sinonimo di mese,  ma qua e là la descrive provvista di corna e di luce presa a prestito… e se volesse, Faustus con i suoi nuovi poteri potrebbe farla precipitare dal cielo. E poi ci sono le Notizie dal Mondo della Luna di Ben Jonson, e John Donne che chiama la sua innamorata “Più della luna”…

E infine, a mo’ di calzante congedo lunare, lasciate che vi metta qui per intero la Falce di Luna Calante di D’Annunzio:

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia a ‘l tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie
di fiori di flutti da ‘l bosco
esalano a ‘l mare: non canto, non grido,
non suono pe ‘l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme.
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia a ‘l tuo mite chiarore qua giù!

Shakeloviana

Shakeloviana: Titolo Sconosciuto

Sì, be’, questo è un lunedì shakeloviano un po’ diverso dal consueto – perché il libro di cui parliamo è un ricordo, e nemmeno precisissimo.

E a dire la verità, non è nemmeno come se lo avessi letto tutto…

Dunque, cominciamo dal principio. Ero alle medie – il che vuol dire che sono passati ventotto o ventinove anni. Ora d’Italiano, e  invece di ascoltare, leggevo su e giù per l’antologia. Forse erano interrogazioni altrui, perché alle medie ero una brava bambina e facevo quel che mi si diceva di fare e ascoltavo le lezioni… ma tant’è.

Curiosando per l’antologia, che era alta una spanna, mi ero imbattuta in una sezione di brani più lunghi, destinati ad essere letti durante le vacanze. Erano suddivisi per temi, e c’era una sezione dedicata ai ragazzini che praticavano le arti. C’era la storia di Priscilla,  giovanissima allieva della scuola di ballo della Scala, che faceva il topo in una produzione (immagino) dello Schiaccianoci, e c’era qualcuno, forse il coreografo, la cui pronuncia non milanese (diceva “topi” con la o chiusa) era motivo di stupore e ilarità tra le ballerinette…

E c’era Tom. Tom eraBoyPlayer un boy player elisabettiano, probabilmente al Globe. Era in adorazione di Will, il poeta della compagnia, ed entusiasta della sua prima parte importante. Non ricordo quale fosse la parte, né quale fosse la tragedia. Romeo e Giulietta? Può essere. Ma poteva essere anche Amleto… non so. Quel che ricordo è che Tom se ne tornava a teatro tutto trionfante, brandendo una copia pubblicata del testo, che aveva comprato per studiare la parte… solo per ricevere una solenne sgridata da Will. Avvilitissimo e scombussolato, Tom scopriva da un altro attore di avere comprato a caro prezzo una stampa non autorizzata, scritta in base alla memoria imperfetta di un attore mercenario, e piena di errori, omissioni e imprecisioni – il genere di cose che mandava Will fuori dai gangheri. “Studia per bene la tua parte e non preoccuparti,” consigliava l’attore comprensivo. “Vedrai che gli passa.”

Ecco tutto. Quasi trent’anni fa non sapevo nulla di Shakespeare, della Londra elisabettiana, dei bad quartos, dei ragazzini in parti femminili, dei pirati-stampatori, di Gabe Spenser che forse – forse forse aveva venduto Romeo e Giulietta a quel mascalzone di Danter. E di sicuro non sapevo che un giorno queste cose sarebbero diventate la mia passione. Però la lettura mi aveva colpita abbastanza per rimanermi impressa attraverso tre decenni.  Direi che, se il Macbeth al Teatro Romano di Verona, più o meno alla stessa epoca, è stato il mio primo Shakespeare, questa pagina d’antologia è stata il mio primo contatto con la Londra elisabettiana.

Quel che mi dispiace è di non ricordare né titolo, né autore, né se il brano appartenesse a un libro italiano o tradotto, né nulla di utile… Ad essere sinceri, dopo tutto questo tempo, non sono più nemmeno del tutto sicura che il protagonista si chiamasse Tom. Ripetute ricerche nella vecchia riserva di antologie di mia madre non sono servite a nulla, e neppure internet, per una volta, è del minimo aiuto.

Per cui, niente. Oggi non ho titoli per voi. Soltanto il vago ricordo di un libro per fanciulli che mi piacerebbe molto ritrovare. Qualcuno per caso ha idea?