Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Don Carlos (II Parte)

Nell’episodio precedente…

DON CARLO
Si, t’amo, e Dio ci guidò,
Vivrò per te, per te morrò!

ELISABETTA
Se Dio ci guidò,
Se a me t’avvicinò,
I fè perchè ci vuol felici appieno.

Un giovane amore… spezzato sul nascere!

ELISABETTA
Tutto sparve…

DON CARLO
Sorte ingrata!

ELISABETTA
Al dolor son condannata!

DON CARLO ED ELISABETTA
Spariva il sogno d’or!
Svaniva dal mio cor!

Una grande amicizia…

DON CARLO E RODRIGO
Dio, che nell’alma infondere
Amor volesti e speme
Desio nel cure accendere
Tu dei di libertà.

Una donna gelosa…

EBOLI
(Fra sè)
Amor avria per me?…
Perchè lo cela a me?

Il dovere di una regina…

ELISABETTA
Perchè, perchè accusar il cor
d’indifferenza?
Capir dovreste questo nobil silenzio.
Il dover,
come un raggio al guardo mio brillò.
Guidata da quel raggio io moverò.
La speme pongo in Dio, nell’innocenza!

La terribile solitudine del potere…

FILIPPO
Del capo mio, che grava la corona,
L’angoscia apprendi e il duol!

E l’ombra minacciosa del destino…

FILIPPO
Ti guarda dal Grande Inquisitor!

Potere, amore, lealtà, amicizia, fiducia, gelosia, dovere…

Er. Sì, d’accordo è possibile che mi sia lasciata prendere un nonnulla la mano. Ve l’avevo detto che questa è la mia opera prediletta?

Ma riprendiamo là dove ci eravamo fermati, ovvero con il sipario che si apre sul…

Terzo Atto

giuseppe verdi, friedrich schiller, don carloSiamo tornati a Madrid, nei giardini della Regina a Palazzo Reale. In origine qui era il posto del balletto. Il Don Carlos, l’abbiamo detto, era nato per l’Opéra di Parigi, e tutto quel che si rappresentava all’Opéra comprendeva un balletto. Siccome in un modo o nell’altro bisognava cacciarlo nella trama, Verdi aveva immaginato che, durante una festa a corte, si danzasse la storia de La Peregrina, un’ enorme e celeberrima perla che Filippo II aveva l’abitudine di regalare alle sue mogli. A un certo punto, la Regina si annoiava e, scambiando maschera e domino con la Eboli, si ritirava di nascosto per andare a pregare. Er… sì.

Nelle rappresentazioni moderne il balletto non si vede pressoché mai, nemmeno nelle più filologiche delle versioni in cinque atti – il che non è gran motivo di disperazione, se lo chiedete a me. Se andate all’opera, vedrete l’atto iniziare con Don Carlo che vaga estatico per i giardini semibui, seguendo le vaghe indicazioni di un billet doux che ha ricevuto nel pomeriggio e, quando vede una figura di donna tra gli arbusti, le corre incontro apostrofandola nelle più tenere e inequivocabili maniere. giuseppe verdi, friedrich schiller, don carlo

Ed è qui che ci vien da dolerci che, insieme alle danze, si poti sempre anche lo scambio di maschere e mantelli che dicevamo… Perché va bene che l’amore è cieco e che a mezzanotte c’è buio, ma come fa il nostro eroe a non accorgersi che l’affettuosa mittente del biglietto, così preoccupata di metterlo in guardia al Rodrigo, neo-favorito del Re, non è la Regina ma la Eboli? A parte tutto, non nota nemmeno che all’improvviso si è messa a cantare da mezzo… Solo quando lei si leva il velo nota l’abbaglio e comincia a rimangiarsi tutti i teneri nonnulla che le ha sussurrato. Eboli non è stupida, e non tarda a fare due più due:

Quelle parole ardenti
Ad altra credeste rivolger illuso…
Qual balen! Qual mister!
Voi la Regina amate…! Voi…!

Si metterebbe male se, molto a proposito, non si precipitasse in scena Rodrigo, che dapprima cerca di far passare la tesi dell’infermità mentale (di Carlo), poi minaccia di sgozzare la furibonda Eboli sul campo, e poi ci ripensa e la lascia andare, perché ha un’altra e migliore idea. In un debole sussulto di buon senso, Carlo è tentato di diffidare delle buone idee di Rodrigo – che oltretutto è diventato il favorito del Re, ma il nostro Marchese è maestro nel ricatto morale: sgrana gli occhi, prende un’aria ferita e, con voce spezzata, vuol sapere se Carlo dubiti di lui… Figurarsi. Carlo, commosso e contrito, nega furiosamente e consegna a Rodrigo tutte le “carte importanti” che ha addosso. Il tema del giuramento d’amicizia risuona, e questa volta i suoi ottoni trionfanti hanno un che di vagamente minaccioso. Mentre i nostri due giovanotti si abbracciano ed escono in direzioni opposte, noi dubitiamo. Oh, se dubitiamo…

giuseppe verdi, friedrich schiller, don carloMa spostiamoci nella piazza di Nuestra Señora de Atocha. Sì, c’è il sole, ma non facciamoci ingannare dall’apparenza di festa: si festeggia l’incoronazione di Filippo, ma la si festeggia con un bell’auto da fè. Siete inorriditi? No, non intendo per gli eretici alla brace, ma per l’incoronazione – visto che nel 1568, anno in cui si suppone che l’opera sia ambientata, Filippo era già sul trono da dodici anni… E per una volta non è nemmeno colpa del pur storicamente vago Schiller: a Verdi pareva che a questa storia mancasse qualche grande scena di popolo, e allora aveva più o meno imposto l’incoronazione-cum-rogo. Che viene perfetta perché Carlo possa farsi notare, trascinando davanti al suo inflessibile padre una manciata di terrorizzati deputati delle Fiandre.

Ops…

giuseppe verdi, friedrich schiller, don carloFilippo, inutile dirlo, non è contento. Nonostante la crescente simpatia del popolo e della Regina, respinge con sdegno le suppliche dei Fiamminghi, e con qualcosa di simile al sarcasmo la richiesta di Carlo di essere nominato governatore del Brabante e della Fiandra. E onestamente, siamo seri: al suo posto avreste affidato a costui da governare anche soltanto un pollaio? Tanto più che Carletto procede a dimostrare la sua affidabilità sguainando la spada e servendosene per minacciare il Re… Comprensibilmente poco impressionato, Filippo ordina che si disarmi lo sciagurato – ma che succede? Le guardie esitano, i Grandi di Spagna esitano… Filippo va per fare da sé, e Carlo fa per alzare il ferro su suo padre, quando qualcuno si mette di mezzo. Indovinate chi?

O ciel! Tu, Rodrigo…!

trasecola sgomento Carlo. E noi sobbalziamo insieme al coro: Ei! Posa! Ebbene sì. Lo spargimento di sangue reale è evitato, Carlo è arrestato, Filippo è grato e padrone della situazione. Nel giro di due battute crea duca uno scombussolato Rodrigo e, fatti rimuovere Carlo e i suoi Fiamminghi, ordina di riprendere là dove ci si era interrotti: accensione delle pire, tetro coro del Sant’Uffizio ed eretici flambés – confortati da una Voce dal Cielo.

La fiamma s’alza dal rogo. Cala lo tela.

Atto Quarto

Eppure, sapete che vi dico? Non è detto che Filippo sia poi così monoliticamente giuseppe verdi, friedrich schiller, don carlosicuro come ci era parso in piazza. Magari il dubbio ci era già venuto sentendolo duettare con Rodrigo, ma adesso lo scopriamo a vagare solo e insonne per i corridoi del palazzoIn una delle più meravigliose arie per basso di tutta la storia dell’opera lirica, Filippo ci apre il suo cuore. Lamenta la terribile solitudine del potere, il dubbio che non può fare a meno di nutrire per tutti coloro che lo circondano, la tristezza per l’incapacità della sua giovane moglie di amarlo… E qui potremmo aprire una parentesina per notare che, storicamente, Filippo, non era affatto un vegliardo canuto quando sposò Elisabetta, e aveva appena più di quarant’anni nel 1568. Ma il “crin bianco” era una tradizione consolidata, e non solo in Schiller: anche Alfieri, l’abate di Saint-Réal e tutti quanti ci dipingono il povero Filippo in età geriatrica, e tant’è. giuseppe verdi, friedrich schiller, don carlo

Ma torniamo a noi: a interrompere i magnifici rimuginamenti di Filippo arriva il Grande Inquisitore, terribile cieco nonagenario. Inizia qui un duetto veramente titanico. Con parole che, nell’originale francese*, sono quanto di più fedele a Schiller si trovi nel libretto, e con musica cupa e potente oltre ogni dire, questi due formidabili vecchi duellano incarnando potere temporale e potere religioso. Filippo non sa bene che fare di Carlo, e l’Inquisitore lo esorta allegramente a sbarazzarsene in modo drastico. Se Dio ha sacrificato suo figlio per il bene dell’umanità, perché non dovrebbe farlo il Re di Spagna? E Filippo acconsente, persino un po’ sollevato – ma non è finita. L’Inquisitore vuole un’altra testa, oltre a quella di Carlo: quel mezzo eretico e sovvertitore di equilibri, il signore di Posa, deve morire. E qui sì che Filippo insorge: se ha potuto condannare a morte con sufficiente equanimità il figlio di sangue, le cose cambiano quando si tratta del figlio del suo cuore – sentimenti, gli fa notare l’Inquisitore, del tutto inadatti a un sovrano. Di fronte alla minaccia di una frattura tra corona e Inquisizione, Filippo cede molto, molto a malincuore.

Dunque il trono
piegar dovrà sempre all’altare!

conclude amaramente, mentre l’Inquisitore si ritira.

giuseppe verdi, friedrich schiller, don carloMa ecco che irrompe Elisabetta, furiosa perché qualcuno ha osato rubarle un portagioie, e vuole giustizia dal Re. Ma si dà il caso che il portagioie ce l’abbia proprio Filippo, che lo apre e ci trova dentro una miniatura di Carlo – quella del I atto. Elisabetta si offende a morte per l’atto e per i sospetti ingiustificati, Filippo le dà dell’adultera, lei sviene, lui chiama aiuto e – come se non ci fosse nessun altro in tutto il palazzo – accorrono Rodrigo** e la Eboli. Segue quartetto in cui: a) Elisabetta si riprende; b) la Eboli annuncia di sentirsi in colpa; Filippo si pente di avere sospettato; Rodrigo decide che è il momento di agire. E gli altri capiamo dove sono, ma perché la Eboli si sente in colpa?

Non appena i due uomini si ritirano, la bella monocola si affretta a confessarlo a Elisabetta e a noi tutti: è stata lei a rubare il portagioie. E perché? Gelosia: amava Carlo e Carlo l’ha sprezzata. Elisabetta sarebbe anche pronta a perdonare, ma c’è un altro piccolo dettaglio: la Eboli è stata per anni l’amante del Re… 

Ecco, questo non si può perdonare. Elisabetta bandisce prontamente la Eboli – esilio o chiostro a sua scelta. Pentitissima e disperata per avere rovinato la reputazione della Regina, la principessa esce di scena con un’aria fiammeggiante e un’incoerente decisione di salvare Carlo. Voglio dire: come fa a sapere che il Re lo ha condannato a morte? La maggior parte dei registi risolve la questione facendole trovare il decreto di condanna sul tavolo di Filippo, mentre lamenta la vanità e l’orgoglio che le hanno fatto rovinare tutti quanti. 

Ma noi, intanto, andiamo a trovare Carlo nella sua prigione – in genere qualche tetro sotterraneo semibuio, dove lo troviamo seduto per terra in preda alla depressione più nera. E così lo trova anche Rodrigo, venuto a congedarsi da lui. Come a congedarsi? Eh sì, perché, con atto di dubbia saggezza, ha usato le carte che Carlo gli aveva dato nel III Atto per far ricadere su di sé tutti i sospetti: adesso è lui il fiero agitator delle Fiandre – e anche il supposto amante della Regina.***  giuseppe verdi, friedrich schiller, don carlo

Questo non scagiona affatto Elisabetta? Pazienza. E comunque nel portagioie della Regina c’era il ritratto di Carlo? Fa nulla. Ed è stato Carlo a portare i Fiamminghi all’auto da fè? Dettagli.

A suo credito, anche Carlo è sconcertato come lo siamo noi, e vuole andare dal Re a chiarire tutto… ma Rodrigo lo ferma. Flanders need you, gli intima…

No, ti serba alla Fiandra,
ti serba alla grand’opra.
Tu la dovrai compire. Un nuovo secol d’or
rinascer tu farai; regnare tu dovevi
ed io morir per te.

E non ci si lascia nemmeno il tempo di dubitare che Carletto sia in grado di compire alcunché – men che meno far rinascere secoli d’oro. Un colpo d’archibugio risuona, e…

Cielo! La morte! per chi mai?

esclama Carlo, atterrito.

Ecco, questo è il bit che cito sempre a sostegno della mia teoria-per-gioco sull’insufficienza cranica dei personaggi tenorili. Voglio dire: siete in due, lì dentro, e tu stai benone… per chi diamine vuoi che fosse?

E infatti…

Per me…

mormora utilmente Rodrigo, un istante prima di cadere tra le braccia di Carlo. E pur con un’archibugiata tra le costole, riesce a passare parola per un appuntamento con Elisabetta e a congedarsi con un’ultima e commovente aria, in cui supplica Carlo di non dimenticarsi di lui e di quel che ha fatto – e poi muore, e il pubblico è libero di commuoversi.

Ma il povero Carlo non è nemmeno libero di piangere in pace, perché arriva Filippo, a restituirgli la spada e liberarlo – perché ha creduto alle manovre di Rodrigo. E Carlo cosa fa? Per primissima cosa spiattella tutto a Filippo: altro che tradimento, altro che cospirazione, è morto per salvare me! Il che vanifica del tutto la morte del povero Rodrigo – e ok, era già condannato, ma lui non lo poteva sapere. Cosa dicevamo dei tenori? 

giuseppe verdi, friedrich schiller, don carloMa non distraiamoci, che il momento è pieno di pathos. Angoscia di Filippo, che in Schiller è lacerato tra l’incredulo dolore per il tradimento dell’uomo che considerava un figlio e il rimorso per averlo lasciato morire,**** e invece in Verdi si limita al rimorso – e qui arriviamo a quello che, a mio timido avviso, è l’aggiustamento più criminale tra i molti che segnano la storia di quest’opera. A questo punto, in origine, c’era una meravigliosa scena in cui Filippo e Carlo si addoloravano all’unisono, e il coro faceva corona (piuttosto seccato, a dire il vero). È un pezzo di una bellezza straordinaria – e fu tagliato prima della prima, perché l’opera era troppo lunga e i Parigini rischiavano di arrivare a casa troppo tardi.

Vi par possibile? Il balletto era sacro e intoccabile, ma la trenodia si poteva benissimo potare… No, in realtà c’erano altre ragioni – tipo il fatto che il pezzo era un po’ al di sopra delle possibilità del primo Carlo, il tenore Morère. E poi pare che il primo Rodrigo, Jean-Baptiste Faure, non fosse per nulla contento di restarsene sdraiato in scena mentre gli altri cantavano… Fatto sta che la trenodia fu tolta – e Verdi la riciclò anni più tardi per il Lacrymosa del Requiem. Però nowadays capita di sentirla qua e là in qualche produzione della versione in cinque atti – e secondo me il finale d’atto ne guadagna moltissimo.

Perché sì, siamo in finale d’atto, ormai: c’è spazio per una fulminea rivolta popolare, prontamente sedata dall’arrivo del Grande Inquisitore***** – ma non prima che la Eboli approfitti del trambusto per far fuggire Carlo – e poi il sipario cala. Le cose si mettono male per i nostri eroi, vero? Ma hanno tutto il tempo di peggiorare nel corso del…

Quinto Atto

Questo è breve. Elisabetta è a San Yuste. Aspetta Carlo e intanto fa conversazione con la tomba di Carlo V. Arriva Carlo, che si ferma a salutare sulla via della Fiandra. La morte di Rodrigo l’ha maturato: adesso ama Elisabetta solo di un purissimo e ideale amore, ma il suo cuore e il suo destino sono nelle Fiandre da liberare – cosa che Elisabetta ammira enormemente. Ma mentre si abbracciano per l’ultima volta, ecco arrivare Filippo, con l’Inquisitore e il Sant’Uffizio al seguito. E adesso va’ a spiegare a tutta questa gente che non è come sembra. Le guardie circondano Carlo, ma… che succede? Di chi è la voce che si sente echeggiare?

L’INQUISITORE
É la voce di Carlo!

CORO
É Carlo Quinto!

FILIPPO
(Spaventato)
Mio padre!

ELISABETTA
O ciel!

Il frate corifeo del second’atto ricompare – ma sotto il saio porta una corona imperiale. Tutti indietreggiano sconvolti, e il fantasma, in paio metafisico con la Voce dal Cielo, trascina via Don Carlo mentre, lentamente, cala la tela. 

E sì, è un finale dissennato, ma a Verdi piaceva tanto.

Nonostante il pio corruccio dell’Imperatrice Eugenia alla prima, e nonostante le perplessità di quei critici che tacciarono il compositore di wagnerismo, il Don Carlos fu un successo. In anni successivi cominciarono le modifiche, i tagli, gli aggiustamenti, le traduzioni e le ricuciture, e ancora oggi l’opera va in scena in una quantità di forme diverse, in due lingue e in un numero variabile di atti, cupa e scintillante, gonfia e raffinatissima, illogica e strappacuore – forse il più affascinante capolavoro della maturità verdiana. 

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* La traduzione italiana, alas, è lardellata d’improbabilità come “L’infante è un gran ribelle, armossi contro il padre…” Sospirone.

** Abbiate pazienza, devo mettervi a parte di un minuto e meraviglioso particolare della regia parigina di Bondy: a questo punto, Filippo (José Van Dam) è inginocchiato sul pavimento accanto a Elisabetta (Karita Mattila) svenuta. La Eboli (Waltraud Mayer) soccorre la Regina, e Rodrigo (Thomas Hampson) offre la mano al Re per aiutarlo a rialzarsi. Filippo fa per accettare, ma poi si blocca, distoglie lo sguardo e si alza da solo – e noi capiamo che non riesce a stringere la mano dell’uomo che ha appena abbandonato all’Inquisizione. È una delle tante, acutissime minuzie di cui è ricco questo Don Carlos del Théâtre du Châtelet.

*** Secondo Bondy, molto schillerianamente, Carlo non crede più a Rodrigo – il che rende ancora più strappacuore tutta la scena.

**** Ma d’altra parte, in Schiller è Filippo a far archibugiare Rodrigo nelle segrete – cosa che l’Inquisitore poi gli rimprovererà come una mossa goffa e avventata. E non parliamo neppure del film muto del 1925, in cui Filippo spara di persona al povero Marchese…

***** Altra gemma bondiana a questo punto. Ne abbiamo già parlato qui.

 

Adotta Una Parola · considerazioni sparse · Lingue

La Tettonica Delle Lingue

la dante, adotta una parola, lingue viveVi ricordate di Adotta una Parola – l’iniziativa de La Dante? Ne avevamo parlato qui un paio di anni fa (pittkins, come passa il tempo…), e da allora ogni tanto ripasso da quelle parti e sbircio tra i lemmi e adotto qualche altro orfanello, più o meno a seconda di quel che sto scrivendo.

Per dire, nel corso dell’ultima visita ho adottato Sonettista, Marineria, e una manciatina di altre cose – e tra l’altro mi sono mangiata le unghie per essere stata preceduta su Anemofilo… 

Perché non so che farci, a me le parole desuete piacciono proprio tanto. Forse fin troppo. Perché a parte tutto, posso anche divertirmi a usare “sesquipedale” in conversazione, ma non posso fare a meno di pensare che, se è uscito dall’uso, un motivo ci sia…

Ne parlavo qualche giorno fa con F., che lamentava il diluvio di usi invalsi – cose che dieci, o anche solo cinque anni fa consideravamo sbagliatissime, e adesso ormai sono inestirpabili. Tipo, per citare un pet peeve personale, “Vicino casa.”

In questi casi, lo riconosco, la tentazione è quella di continuare a fare sesquipedali e teatralissimi sobbalzi ogni volta che qualcuno racconta di come non riesce a parcheggiare vicino casa, e produrmi in esclamazioni di “A! a! a! Vicino A casa! A casa!!”…  E non è come se non cedessi alla tentazione con qualche frequenza – ma sempre con qualche remora. Sempre con la sensazione di arroccarmi su posizioni che la battaglia ha già ampiamente superato.

E badate, non sto parlando di veri e propri orrori grammaticali, crimini sintattici e spaventi lessicali, ma di quei cambiamenti, quegli aggiustamenti, quegli scivolamenti che capitano, e capitano di continuo nella storia delle lingue.

Perché il fatto è che le lingue non stanno ferme. Mai. Cambiano, si evolvono, assorbono, si gonfiano, cambiano colore, si arricchiscono e impoveriscono, rapinano le altre lingue nei vicoli bui, semplificano la loro struttura, scivolano le una verso le altre, le une nelle altre, le une sopra le altre, si adattano, si mescolano, si ibridano e fanno un sacco di cose – che non sempre sembrano lodevoli a chi le vede succedere. E tuttavia succedono, ed è quello che rende vive le lingue vive.

E cercare di fermarle, o anche soltanto di trattenerne il flusso, ha sempre un che di artificiale – e nessuna lingua artificiale ha mai funzionato davvero. Non è così che funziona. E questo è, ammettiamolo, parte del fascino del gioco.

E quindi, Adotta una Parola è un bel gioco, e temo che continuerò ad usare sesquipedale, versipelle, corrusco e tutte quelle altre belle parole che mi piacciono tanto, e temo anche che continuerò a storcere il naso sugli usi invalsi, perché in fondo ho, almeno in parte, l’animo di una purista conservatrice con un certo gusto antiquario… Ma sarà sempre con una vaga sensazione di causa perduta – e ricordandomi che tutto quel che a noi adesso pare l’apice della più forbita correttezza, in qualche secolo passato avrà fatto inorridire qualche purista conservatore.

considerazioni sparse · Spigolando nella rete

Cyrano 2.0

lettera damore per lui

Siete abbacinati come lo sono io? È la query con cui qualcuno che non so – ma presumo, o almeno spero, una ragazzina – ha raggiunto SEdS via Google, in un momento che non so tra il primo di novembre e oggi. Proprio così come la vedete.

E guardate, accantoniamo pure il fatto che un apostrofo, roseo or otherwise, fra le parole d e amore ci sarebbe stato proprio bene. Ammetto che è un fatto maiuscolo da accantonare, ma concediamo il beneficio del dubbio, della fretta, delle tastiere temperamentali – e accantoniamolo.

Resta il fatto che qualcuno, volendo scrivere una lettera d’amore, ha pensato bene di cercarsene una già pronta su internet. La mia prima reazione è stata, confesso, d’incredula ilarità – finché non ho pensato che in fondo, nell’impulso di fondo, non c’è nulla di terribilmente diverso da quello che muove Christian a rivolgersi all’amico nasuto e facondo, o la Marilù di Giana Anguissola a levarsi la scarpa e battere con il tacco sul pavimento per convocare dal piano di sotto Rossella che ha la media dell’otto…

In fondo, non è come se Cyrano tenesse in gran conto i desiderata stilistici di Christian. Ilettere d'amore, cyrano de bergerac, giana anguissola, yahoo answersl tema è uno e si esprime in tre parole, e poi lo svolgimento è affar suo – tanto che, da un certo punto in poi, le lettere continuano all’insaputo del supposto mittente. Il che suggerisce inquietanti immagini di lettere che continuano ad arrivare, spedite da qualcosa a mezza via tra un e-Cyrano e Hal 9000… Ma non divaghiamo.

Magari questa piccola nativa digitale ha in qualche modo assorbito l’idea che le lettere d’amore siano l’apice del romanticismo.* magari non ha ben chiaro come articolare il discorso al di là di TVB, TVTB e TVTTTTTB, e un confuso e persino lodevole senso che per una volta le sigle non bastino l’ha spinta a cercare aiuto. E magari, di questi tempi digitalizzati, in assenza di amici nasuti e amiche con la media dell’otto, o forse temendo di essere presa in giro, la fanciulla ha pensato di cercare la lettera nello stesso posto in cui cerca le canzoni da scaricare, i desktop col vampiro e i temi già svolti… 

E però ci viene da dubitare: anche ammettendo che del narratore dei Promessi Sposi e delle espressioni algebriche non le importi un bottone (al di là dell’evitare un’insufficienza e metterci il minor tempo possibile), forse di quel che scrive al ragazzino del suo cuore potrebbe importarle un po’ di più… E mentre Christian sa che Cyrano è un poeta e Marilù ha dimestichezza con le medie di Rossella, come sa la nostra fanciulla che le lettere damore che trova in rete siano anche solo vagamente decenti?

Ma in fondo, forse, non le interessa poi troppo – né quello né il rischio di essere sgamata. Da un lato, dubito che il Rossano medio d’oggidì sia incline a scegliere, tenersi o lasciare una morosa sulla base della sua prosa eloquente e fiorita. Né, in tutta probabilità, il ragazzino rastrellerà la rete in cerca di lettere damore per lui…

Il che però introduce un’altra domanda. Supponendo che, dopo essere rimasta delusa qui, la nostra implume abbia proseguito le sue ricerche, davvero avrà trovato in rete lettere damore preconfezionate? Incuriosita, e anche per vedere come una ricerca del genere potesse condurre a SEdS, ho fatto una picola indagine, e ho scoperto che la risposta è: eccome! lettere d'amore, cyrano de bergerac, giana anguissola, yahoo answers

Già la search box di Google mi offre tutta una serie di affascinanti possibilità: non solo la fanciulla ha avuto da scegliere tra la lettera d’amore per lui, la lettera d’amore per lui triste e, se non basta, anche la lettera d’amore per lui** commovente, un’abbondanza di lettere d’amore bellissime o stupende, o addirittura la lettera d’amore più bella…

Ed è poi vero che, seguendo i link, si trovano per lo più collezioni di frasi più o meno celebri, più o meno à la Baci Perugina – facendo sorgere il dubbio che le nuove generazioni non abbiano ben chiara la distinzione tra lettera e citazione – oppure siti in cui un pubblico per lo più femminile mette in piazza lettere d’amore vere o immaginarie. Ma c’è anche il sempre sconcertante Yahoo Answers, dove si trovano threads come questo. Date un’occhiata e badate a come la richiedente specifichi che la lettera è per un terzo anniversario e dev’essere abbastanza lunga – manco fosse in pasticceria – e badate a come la più apprezzata delle risposte sia quella che contiene la lettera su richiesta, e come nessuna delle obiezioni sensate riceva un singolo voto – ad eccezione di una, che sensata è, però contiene quanto meno un paio di ogniuno.

Insomma, si direbbe che a questa generazione sembri sufficientemente normale cercare lettere d’amore già pronte come se fossero torte con la glassa – senza curarsi dell’altrui sintassi o grammatica,*** sprezzando il rischio di essere sgamati…

E credetemi, mi sento vecchia nel dirlo, e anche un pochino acida, ma non posso fare a meno di sospettare che non sia tanto questione di contenuto, quanto di packaging. Si scrive la lettera perché fa tanto romantico, e più suona come i dialoghi di Twilight, meglio è – perché il punto non è quel che si scrive. Il punto è averlo fatto, e poter dire: ho mandato al mio ragazzo una lettera damore, e appartenere al club di quelle che scrivono lettere damore, appendono lucchetti ai ponti e tengono Romeo e Giulietta sul comodino. 

___________________________________________

* Tiro a indovinare: ci si scambiano lettere d’amore in Twilight?

** Ma esistono, in abbondanza, anche per lei.

*** Nel mio cinismo dubito che si tratti di una faccenda à la Wilde, con Cecily che si commuove sulla (e di fatto falsifica la) cattiva grammatica delle lettere di Algy all’epoca della rottura del fidanzamento.

scribblemania

PBD

E quindi adesso sarebbe ora di passare al lavoro successivo. Di togliere qualche vecchio contaparole qui a sinistra e di aggiungerne uno nuovo. Di avviare una nuova bacheca su Pinterest…

Oh, d’accordo c’è il Progetto Misterioso – di cui magari vi parlerò più avanti, ma sarebbe davvero ora di cominciare qualcosa di nuovo.

E la tentazione è quella di revisionare una volta per tutte il mio play in tre atti in’Inglese, lucidarlo a cera, trovargli un dannato titolo una buona volta, e poi cominciare a mandarlo Là Fuori in cerca di fortuna…

Però esito e nicchio e titubo perché cominciare con una revisione mi sa di procrastinazione, e non sarebbe meglio mettersi al lavoro su qualcosa di nuovo?

Però non comincio qualcosa di nuovo perché ci sono i tre atti quasi pronti but-not-quite, che siedono in attesa nell’hard disk e si mangiano le unghie…

Ho tanto la sensazione che, se avessi una coda, me la starei mordendo.

 

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Don Carlo(s) – Parte I

giuseppe verdi, friedrich schiller, don carloQuest’opera esiste in quattro e in cinque atti, in Italiano e in Francese, con i balletti, senza balletti e in ogni possibile combinazione delle precedenti, è stata scritta, potata, riscritta, rivista, tradotta e ritradotta, accorciata, modificata – ed è, in tutta probabilità, la mia opera preferita.

E naturalmente il fatto che  sia la mia opera preferita (di sicuro il mio Verdi preferito) non ha nulla a che fare con la sua genesi, né con granché d’altro, ma spiega in parte perché il post in proposito sarà diviso su due settimane. L’altro motivo è che, per non farci mancare nulla, il libretto lo racconteremo nella versione in cinque atti, con un certo numero di annessi e connessi che non si sono (quasi) mai rappresentati o che non si rappresentano (quasi) più, con l’occasionale riferimento al dramma di Schiller da cui l’opera è tratta, e con qualche considerazione storica a parte. Capite bene che la faccenda potrebbe essere lunghetta.

Ma andiamo a incominciar, volete?

Atto I

Siamo in Francia, nella foresta di Fontainebleau, nel cuore dell’inverno. C’è un coro di boscaioli che si lamenta del freddo, delle tasse, della guerra…giuseppe verdi, friedrich schiller, don carlo

E poi c’è un altro coro di cacciatori che scorta la nostra primadonna, la principessa Elisabetta di Valois, figlia del re e, c’informano i boscaioli, tanto buona quanto bella. Elisabetta entra e distribuisce elemosine, e rincuora il popolo afflitto: la guerra con la Spagna sta per finire, e proprio ora il re sta discutendo con gli inviati di Madrid i termini di una pace che prevede nozze reali tra Elisabetta stessa e l’Infante di Spagna.

Entusiasmo generale, gratitudine, felicitazioni, auguri reciproci, e poi Elisabetta e il suo seguito passano oltre… ma chi sarà il giovanotto che è apparso appena in tempo per bearsi della vista di Elisabetta?

È, naturalmente, il tenore eponimo, che si ferma sulla scena deserta ad informarci dettagliatamente su come abbia lasciato la Spagna di straforo contro il volere del padre Re Filippo, e si sia precipitato qui in incognito per dare un’occhiatina preliminare alla sua nobile fidanzata e, avendola vista per tutto un minuto, se ne sia innamorato giuseppe verdi, friedrich schiller, don carloperdutissimamente.

E la seguirebbe volentieri – non fosse che si è attardato un po’ troppo per metterci a parte, e ha perso di vista e d’udito la caccia… Ma niente paura: anche Elisabetta, si direbbe, ha perso di vista e d’udito la caccia, e torna in scena accompagnata da un paggio, stanca e infreddolita, e piuttosto incerta su come tornare a casa. Figurarsi se Carlo non si offre di fare da scorta e da compagnia alla principessa mentre il paggio torna a palazzo a procurare un mezzo di trasporto. 

E così i nostri due rimangono soli – tenore e soprano. Non è l’ultima volta che capita in quest’opera, e tanto vale che lo sappiate: la combinazione non prelude mai a nulla di buono. Oh, all’inizio pare di sì. Elisabetta e il misterioso Spagnolo fanno conversazione, lui accende un focherello millantando esperienze militari*, spiega che la pace è sul punto di essere firmata. È solo naturale che Elisabetta gli chieda del suo futuro sposo, non credete? E guarda caso, il misterioso giovanotto non solo è appassionatamente certo che l’Infante sia già innamorato della sua promessa francese, ma ha anche una miniatura da farle vedere. Lei prende il medaglione, lo apre, e… chi ci trova?

Estasi, gaudio, amore reciproco, aerei nonnulla – fino al colpo di cannone che segna la conclusione dei negoziati: la pace è stretta, il matrimonio deciso. Si può essere più felici di così?

Entra il paggio di Elisabetta, guidando un corteo con le fiaccole di cui fa parte il Conte di Lerma, ambasciatore di Re Filippo, e tutti quanti salutano Elisabetta… regina di Spagna!

Ops…

Il matrimonio è concluso eccome, ma si direbbe che, all’ultimo momento, Enrico di Valois sia riuscito a strappare un prezzo migliore in cambio della pace: sua figlia regina anziché infanta.

Catastrofe indicibile. Mentre il coro inneggia, Elisabetta e Carlo si guardano annichiliti e inorriditi. Ma… piano, forse c’è ancora uno spiraglio… Lerma, a quel che pare, ha istruzioni di chiedere anche il consenso della sposa: vuole Elisabetta sposare Re Filippo?

Elisabetta esita solo per il tempo che serve alla compagine femminile del coro per ricordarle che solo lei può porre fine alla guerra che infiniti lutti addusse ai Francesi.

“Sì,”** mormora la povera ragazza con un fil di voce.

Tutti festeggiano la pace raggiunta e la nuova sovrana – tranne i due poveri innamorati – ma che si può fare contro il destino crudele? Il corteo scorta Elisabetta offstage in un tripudio di torce e inni, e Carlo, rimasto solo in scena, può soltanto gemere e dolersi sulla sparizione del suo bel sogno, mentra cala la tela.

Atto Secondo

Siamo in Spagna, adesso – e ci resteremo. Per la precisione, siamo nel chiostro del convento di San Giusto, dove un cupo coro di frati, guidato da un ancor più cupo frate/corifeo, canta cupissime considerazioni sulla mortalità e pochezza umane – particolarmente del defunto Carlo V, che proprio qui è venuto a ritirarsi tra l’abdicazione e la morte.

Ora, dovete sapere, nella versione in quattro atti l’opera comincia qui, con Carlo che ci riassume in un’aria-bignami tutto quel che dobbiamo sapere dell’atto di Fontainebleau. Ma noi di atti ne abbiamo cinque, per cui Carlo non ha bisogno di riassumerci nulla. Arriva a San Giusto nel vano intento di trovar pace e dimenticare Elisabetta presso la tomba del suo grande nonno… peccato che il frate/corifeo torni alla carica con le cupissime (pur se pertinenti) considerazioni, e nella sua voce Carlo creda di riconoscere quella del defunto imperatore… giuseppe verdi, friedrich schiller, don carlo

Orror! Terror! Sul capo gli si rizza il crine, e starebbe per abbandonarsi al panico se, molto a proposito, non entrasse in scena Rodrigo, Marchese di Posa, tornato dopo lunga assenza. E Rodrigo è il grande amico di Carlo, un baritono, un Cavaliere di Malta e una specie di illuminista travestito da Grande di Spagna. Pur essendo un idealista di tre cotte, il nostro giovanotto ha una testa più salda di quella di Carlo… o forse dopotutto no, considerando che vuole che Carlo salvi le Fiandre. Perché le Fiandre, vedete, soffrono da matti sotto il gioco spagnolo, e Carlo, che è dopo tutto l’erede al trono, dovrebbe fare della loro salvezza la missione della sua vita.

“Ma io sono innamorato,” pigola Carlo.

Rodrigo accantona la questione.

“Ma io sono innamorato infelicemente!”

Rodrigo comincia a spazientirsi.

“Ma io sono innamorato infelicemente di Elisabetta!”

Ecco, questo cambia un pochino le cose: non è bello essere innamorati della propria matrigna, specie quando il babbo è il Re di Spagna, e un Re di Spagna geloso e tirannico come Filippo… ma Rodrigo ha in mente una soluzione. Indovinate quale? Ma le Fiandre, perbacco! Dandosi anima e corpo alla causa delle Fiandre, non avrà più tempo per sospirare e languire – che oltretutto sono attività inadatte a un futuro re.

Carlo si lascia trascinare con commovente facilità, e i due giovanotti si scambiano il tipo di eroico giuramento d’amicizia che all’opera tende a non promettere troppo bene. E in effetti, Carlo pare subito pronto a crollare, non appena le trombe annunciano l’ingresso di Filippo ed Elisabetta*** – ma Rodrigo è un rapido pensatore e lo trascina via prima che possa dare spettacolo di se stesso.

giuseppe verdi, friedrich schiller, don carloMa spostiamoci un istante qui fuori, nel giardino del convento dove, in una delle pochissime scene soleggiate di quest’opera, le dame della regina si annoiano a morte in attesa dei sovrani. A vivacizzare l’atmosfera pensano il paggio francese di Elisabetta e l’ardente (pur se monocola) Principessa di Eboli, che cantano una ballata saracena di sultani infedeli e mogli astute…

Li interrompe l’arrivo della regina, sempre malinconica da non dirsi, e poi del Marchese di Posa – venuto ostensibilmente a portare a Elisabetta una lettera della madre dalla Francia, e di fatto a consegnarle un bigliettino di Carlo che chiede un incontro.

Ma come? Non si proponeva di fargli dimenticare Elisabetta per le Fiandre? Magari Carlo ha posto questo incontro come condizione, o magari non c’è una buona ragione: preparatevi all’idea che quel che Rodrigo fa non è sempre terribilmente sensato. Ad ogni modo, Elisabetta legge mentre Rodrigo distrae la curiosissima Eboli con un po’ di gossip parigino e poi, invitato a chiedere una grazia alla regina, il nobile messaggero accetta e non per sé: il povero Carlo è così infelice, vorrebbe partire per le Fiandre, ma il Re non vuol sentirne parlare… Non vorrebbe Elisabetta intercedere? Elisabetta è lacerata tra amore e dovere, mentre la Eboli si domanda se Carlo non sia così infelice perché è innamorato proprio di lei – che sarebbe ben felice di ricambiarlo.

Alla fine Elisabetta cede: il figlio è pronta a riveder. Tutti si ritirano – seppur con qualche perplessità nel lasciare sola la regina in violazione del protocollo di corte – ed entra Carlo.

E Carlo non ci sta ad essere chiamato figlio, né è poi così interessato a partire come Rodrigo aveva suggerito. A lui interessava solo di rivedere la sua ex fidanzata, a dichiararle il suo amore ancora una volta, a rimproverarla perché vuole essere leale con il re, a farsi dire che lei lo ama ancora, a svenire ai suoi piedi, a delirare un pochino, a saltare adosso a una commossa Elisabetta… giuseppe verdi, friedrich schiller, don carlo

È proprio solo per merito di lei se la faccenda non trascende. Messo con qualche rudezza di fronte alla realtà dei fatti, Carlo inorridisce e fugge – appena in tempo per non essere colto in fallo dal Re che arriva con i suoi. Ma a Elisabetta, colta da sola, non va altrettanto bene. Per lo sconcerto generale, un furibondo Filippo bandisce dalla Spagna la dama d’onore francese che non avrebbe dovuto staccarsi dal fianco della Regina, e poi congeda la corte – tranne Rodrigo, con cui è curioso di scambiare qualche parola. 

Come mai, si chiede, questo viaggiatore e soldato di buona famiglia ha lasciato il servizio in Fiandra per tornarsene in Spagna? Con candore potenzialmente suicida, Rodrigo risponde che lui è, per l’appunto, un soldato e non un macellaio, e quel che si sta facendo nelle Fiandre è bassa macelleria. Filippo non è abituato a sentirsi parlare così, e s’indignerebbe molto volentieri, ma c’è qualcosa, nella passione e nella fierezza con cui Rodrigo perora la causa dei Fiamminghi, qualcosa che gli tocca il cuore. Ah, come vorrebbe che fosse questo suo figlio, invece dello squadrellato inaffidabile e inefficace che gli è toccato in sorte… in un inconsueto impulso di fiducia e simpatia, nomina Rodrigo suo consigliere, e lo incarica di sorvegliare la Regina e l’Infante, sui cui nutre seri dubbi. E ad essere sinceri, il modo in cui Rodrigo a questo punto gongola tra sé sull’insperata chance, non ce lo rende simpaticissimo. Mentre, al contrario, quasi ci commuoviamo quando Filippo, a titolo di congedo, raccomanda al suo nuovo giovane amico di guardarsi dall’Inquisizione.

E cala la tela sull’atto secondo, e noi per ora ci fermiamo.

Che ne sarà dei nostri eroi? Riuscirà Carlo a ricongiungersi con l’amata Elisabetta o si farà spedire nelle Fiandre? E che farà Rodrigo, preso tra l’amicizia per Carlos, la causa delle Fiandre e la fiducia del vecchio Re solitario? E Filippo? Ha finalmente trovato un amico leale? E potrà fidarsi del suo instabile figlio e della malinconica moglie? E come reagirà la bella Eboli scoprendo che Carlo è innamorato – ma non di lei? E soprattutto, sarà poi vero che nessuno si aspetta l’Inquisizione spagnola?

Per scoprirlo, non perdete il prossimo appassionante episodio delle Librettitudini Verdiane: Don Carlo(s), Parte II.

 

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* Allora, questa è una di quelle cose su cui si può discutere finché si vuole, ma se lo chiedete a me, nulla mi convincerà mai che Carletto abbia mai fatto vita al campo. Aspettate di conoscerlo meglio. Ne riparliamo fra un paio d’atti, e mi saprete dire. Oh, ed è inutile cercare soccorso nell’originale schilleriano, perché tutto quest’atto è un’aggiunta dei librettisti francesi Mery&Du Locle.

** Narrasi che alla prima parigina del 1867 il soprano Marie Sass, in un momento di distrazione, rispondesse “No”, per la comprensibile furia di Verdi e, immagino, lo sconcerto del pubblico…

*** Sì: per dimenticare Elisabetta si era precipitato nel posto in cui sapeva che suo padre avrebbe condotto la sua sposa. Tenori.

cinema

La Signora Malvagia

Che poi potrebbe essere anche viziosa, o peccaminosa – o, meglio ancora, una combinazione delle tre cose… C’è questo vecchio film con Margaret Lockwood e James Mason, vedete: vecchio film inglese in costume, you know: difficilmente potrebbe essere più “il mio genere di così”. Voglio vederlo da un sacco di temo – e non ci riesco mai. Speravo di trovare un paio d’ore nel corso di questo finesettimana lungo ma, una volta di più, il bello di lavorare in proprio è che si lavora anche nei giorni di vacanza…

Mi sa tanto che per ora dovrò accontentarmi del trailer, che comunque è una meraviglia.

She was the wickedest woman ever seen on a screen! Romance… fraught with danger! Adventure… filled with passion!

Ah, ma quanto mi piacciono i vecchi trailer.E se voi avete più tempo libero di me, trovate il film intero su YouTube.

Buona domenica.

gente che scrive · Vitarelle e Rotelle

La Scrittura Secondo Steinbeck

john steinbeck, the cup of gold, la santa rossa, consigli di scritturaE magari ve l’ho già detto, e non mi aspetto che sia del tutto sano, ma per me John Steinbeck è principalmente l’uomo de La Coppa d’Oro – o La Santa Rossa, che dir si voglia – romanzo storico singolarissimo, forse anche più singolare per storico.

Sono certa che la maggior parte dei lettori lo apprezza di più per altri titoli, come Furore, Uomini e Topi, la Valle dell’Eden… Che volete che vi dica? Mi rendo perfettamente conto che The Cup of Gold è lavoro da apprendista, con un sacco di orli un po’ ruvidi – ma la storia di Morgan, raccontata attraverso le bugie sempre più intricate e al tempo stesso sempre più trasparenti del protagonista, non finisce mai di incantarmi – e un giorno magari l’adatterò per il teatro.

Ma non è di questo che volevo parlare, bensì dell’intervista che Steinbeck rilasciò a The Paris Review nel 1975, e da cui sono tratti questi sei… consigli in fatto di scrittura, che adesso vi traduco – con chiose.

I. Abbandona l’idea di finire. Dimenticati delle quattrocento pagine e scrivi solo una pagina al giorno. È d’aiuto, e quando poi finisci è sempre una  sorpresa. 

(Il che non significa divagare come se non ci fosse un domani e ignorare la struttura narrativa dell’insieme, ma rifiutare di lasciarsi intimidire dalle dimensioni della vasta faccenda in cui ci si è imbarcati – e procedere un passo per volta.)

II. Scrivi con scioltezza e più rapidamente che puoi, e metti tutta la storia sulla carta. Mai correggere o riscrivere finché non è tutto sulla carta. Riscrivere a lavoro in corso, di solito, è solo una scusa per non andare avanti. E poi interferisce con quel flusso e quel ritmo che vengono solo da una specie di immedesimazione inconscia con quello che si sta scrivendo.

(Editare mentre si scrive è una delle principali cause di mortalità – e lo sappiamo. Poi l’immedesimazione inconscia è qualcosa che si può trovare più o meno desiderabile, più o meno allarmante, ma di sicuro flusso e ritmo soffrono sanguinosamente ogni volta che ci si ferma a decidere se le ciliegie ricamate sulla tovaglia della domenica siano rosse, scarlatte, vermiglie o che altro…)

III. Dimenticati il pubblico generale. In primo luogo, l’idea di un pubblico senza nome e senza faccia è terrificante – e poi non esiste nemmeno. A differenza del teatro, il pubblico di un libro è il singolo lettore. Trovo che qualche volta sia d’aiuto scegliere una singola persona – qualcuno che si conosce o una persona immaginaria – e scrivere per quella.

(Anche voi avete avuto una piccola epifania in proposito? Ok, ultimamente scrivo per lo più teatro – per il terrificante pubblico senza faccia e senza nome – e comunque è possibile che la socializzazione della lettura abbia cambiato un nonnulla la natura individuale del rapporto con il lettore tra il 1975 e oggi, ma l’idea di scrivere per un lettore singolo, di raccontare a un lettore singolo, mi piace molto. Figurarsi poi il concetto del lettore immaginario… Magari ne riparleremo.)

IV. Se con una scena o una sezione proprio non ce la fai, e però ti pare proprio di volerla, giraci attorno e vai avanti. Quando avrai finito, ci ritornerai – e forse allora scoprirai che se ti dava dei problemi è perché non doveva esserci affatto. 

(Perché, ricordiamoci, la prima stesura è una prima stesura, e ci sono problemi la cui soluzione si trova solo a storia ultimata.)

V. Attento alle scene a cui ti affezioni troppo, magari più che a tutto il resto. Di solito salta fuori che sono fuori sesto.

(Dopo sembro cinica, ma la faccenda è che… (roll of drums) il coinvolgimento emotivo non è neccessariamente una buona cosa…)

VI. Quando usi dialoghi, ripetili ad alta voce mentre li scrivi. È l’unico modo per farli suonare verosimili.

(Vale – inestimabilmente – anche per il teatro. E in realtà forse non vale solo per i dialoghi, but still. Poi trovo che un buon metodo alternativo sia quello di immaginarli pronunciati da qualcuno di specifico, con voce, cadenza, ritmo, vezzi… Ci s’immagina una faccia per i personaggi, giusto? E allora perché non anche una voce?)

E direi che per uno che una dozzina d’anni prima aveva dichiarato di non nutrire una gran fede in consigli, ricette o dritte da passarsi tra scrittori, il buon John dava suggerimenti tra l’ottimo e il folgorante – e tutti molto pratici e praticabili.   

Furore Tremendo · scribblemania

Piccolo Bollettino Postale

E a volte poi ci si chiede…

Perché siamo sinceri: quando si cincischia futilmente per mezza mattinata, fissando lo schermo, aggiungendo tre parole ogni tanto e poi cancellandone cinque, e poi si va in posta – e si deve aspettare per mezz’ora abbondante, e in quella mezz’ora (forse messe in movimento dal furore epico dell’attesa) all’improvviso le idee si presentano in numerosa abbondanza e buona forma, e si tira fuori il taccuino*, e si combina in mezz’ora più di quanto si sia messo insieme negli ultimi due giorni…

Quando tutto questo accade, che cosa bisogna pensare?

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* Visto? Sempre, sempre, sempre portarsi un taccuino. E una penna.