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L’Eleganza Del Libro (Elettronico)

Tre anni fa, quando ho comprato il mio Kindle (pittikins, come passa il tempo!), sul sito di Amazon.com c’era una pagina in cui si diceva che Kindle poteva non profumare di carta, ma riproduceva esattamente la caratteristica più elegante del libro cartaceo: la capacità di scomparire. Nel momento in cui ci si immerge nella lettura, il supporto scompare, e ciò che conta è la storia che si sta leggendo. Sto citando a memoria, e probabilmente sono imprecisa, ma il sugo del discorso era quello.

Ricordo di avere pensato, a una prima lettura, che l’idea fosse ben trovata, ma ero ancora un pochino scettica sulla capacità di scomparire di un arnese che sembrava, a tutti gli effetti, un piccolo frigorifero.

Qualche tempo più tardi, dopo avere letto il mio primo libro su Kindle, ho dovuto ammettere che Amazon non millantava affatto. Nel giro di qualche capitolo, schiacciare un bottone per procedere era diventato naturale come voltare una pagina: Kindle scompariva con la stessa quieta efficienza di un libro di carta.

Più di recente, dopo avere fatto esperienza di odoratori di libri che mi considerano una specie d’iconoclasta perché leggo libri elettronici, mi è venuto il dubbio che con quel discorso Amazon stesse mettendo le mani avanti, facendo notare come, andando al sodo, il Kindle non fosse poi così diverso dal libro.

Adesso quella strategia di marketing sembra essere stata abbandonata, sacrificata alla battaglia con Apple, al touch screen a colori e all’incombere degli enhancements. La priorità di Kindle non è più quella di scomparire…

Peccato, mi vien da dire.

Ma, non so se ci abbiate badato, di recente qualcun altro ha ripreso l’idea della capacità di scomparire e l’ha sviluppata in forma più narrativa.

Avrete senz’altro visto la pubblicità di Kobo…

Rieccoci qui, visto? Non che cosa è Kobo, ma chi.

Perché Kobo non è un lettore. Kobo è i personaggi, le storie e i libri che ami. Che i libri siano da leggere dove e quando il lettore vuole è quasi un afterthought: la cosa importante è che Kobo scompare talmente bene da diventare il personaggio, la storia, il libro.

O meglio, un’abbondanza di personaggi, storie e libri da portarsi comodamente in tasca. Avrai, O Lettore, tutti i libri che vuoi, sempre con te – e non temere che l’arnese su cui li leggerai frapponga una distanza. Comincia a leggere, e ti dimenticherai che ci sia.

Si direbbe che le cose non siano cambiate poi troppo in tre anni, e che ci siano ancora due modi per commercializzare un e-reader: puntare sulla differenza tra lettura tradizionale e lettura elettronica, oppure sulla mancanza di differenze sostanziali. E si direbbe che Kobo, almeno per ora, si rivolga a quel pubblico che da un e-reader vuole, tutto sommato, la stessa cosa che vuole dal libro cartaceo: leggere.

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Crowdfunding In Italia

Abbiamo parlato di crowdfunding in varie occasioni – per esempio qui – e in particolare di Kickstarter, piattaforma americana per la raccolta di fondi per progetti creativi…

E ci siamo fatti domande sulla praticabilità di un sistema del genere in Italia, e abbiamo sospirato un po’ sul fatto che, comunque, non fosse possibile avviare un progetto su Kickstarter senza essere americani o Inglesi – o quanto meno avere base negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

Ebbene, oggi volevo mostrarvi che sospiravamo a vuoto: l’equivalente italiano esiste – e a quanto pare non da ieri.

Produzioni Dal Basso esiste dal 2005 e ha funzionato per qualche centinaio di progetti – ok, un paio di centinaia. Forse in sette anni non sono molti e, a giudicare dal fatto che al momento i progetti attivi sono trecento e rotti, la percentuale di successi non deve essere (o almeno non deve essere stata sempre) elevatissima.

Ma tant’è, questa è l’Italia, dove in linea di massima si sta a guardare se va avanti qualcun altro, e quindi immagino che il risultato sia da considerare interessante così com’è. 

Probabilmente è per questo che la durata della raccolta fondi è ben più lunga di quella prevista dall’omologo americano, cui mi pare che per il resto PDB somigli abbastanza. Leggermente diverso è il sistema dei rewards, ovvero premi, gratificazioni o comunque vogliamo chiamarli. Su PDB sono del tutto facoltativi e, da quel che ho potuto vedere, non utilizzatissimi.

Mi viene da chiedermi se sia del tutto saggio. Voglio dire, Finanziare un progetto per la gloria può essere piacevole, ma forse una menzione in un elenco di contributori, una fotografia backstage, o una copia del libro farebbero sentire il potenziale finanziatore più coinvolto? A parte tutto, la gente di Kickstarter riporta un tasso di successo maggiore per i progetti che offrono rewards interessanti, e in qualche modo questo mi sembra un meccanismo che funziona su qualunque lato degli oceani.

But never mind, il punto è che il crowdfunding esiste anche alle nostre latitudini e in apparenza, col giusto genere di progetto e di passaparola, può funzionare. È un’idea consolante, in qualche modo.

E già che ci siamo, vi segnalo anche il progetto attraverso cui ho scoperto PDB.

35° Piano è un testo teatrale di Francesco Olivieri che Teatro In Rivolta intende portare in scena con la regia di Lucia Falco. Testo di attualità e regia sperimentale, si direbbe. Leggete e fatevi un’idea, e magari contribuite. L’idea di finanziare del teatro indipendente raccogliendo piccole quote è intelligente e coraggiosa – e se funzionasse, se fosse davvero praticabile, potrebbe aprire la strada a un sacco di produzioni, piccole e meno piccole, che non trovano spazio nei circuiti tradizionali.

Di sicuro non nuocerebbe al panorama generale.

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Librinnovando – Il Giorno Dopo

Il Lunedì Dopo, in realtà, but never mind.

Grazie all’ottima diretta streaming di RAILetteratura sono riuscita a seguire più o meno integralmente tre sessioni – destreggiandomi tra inciampi miei, non dello streaming.

E temo di essermene venuta via un po’ meno ottimista di quanto in genere mi capiti con Librinnovando…

O almeno credo.

Perché, a parte tutto, i numeri sono sconfortanti – e badate: lo sono a monte della questione del digitale. Non sono riuscita a prendere tutti gli appunti che avrei voluto, e quindi sarò cauta nel citare cifre, ma considerate che il 69% degli Statunitensi possiede una tessera della biblioteca, e la metà di questa percentuale fa uso dei servizi digitali. In Italia gli utenti di biblioteca sono il 30% dei Trentini/Altoatesini, e stiamo parlando di una percentuale regionale pressoché tripla rispetto al malinconico 11.7% nazionale… Di servizi digitali non parliamo nemmeno – anche perché nella maggior parte dei casi i servizi digitali ancora non ci sono.

Le biblioteche si stanno ancora chiedendo che fare di se stesse in fatto di digitale – il che è del tutto comprensibile, e a maggior ragione in questi tempi di vacche scheletriche. E credo che esitino sulla soglia, perché considerando questi numeri, e quelli del mercato digitale italiano, il problema deve sembrare remoto e paralizzante al tempo stesso. Da fuori si ha l’impressione che cogitino febbrilmente: se lo facciamo, per chi lo facciamo? Se non lo facciamo, che ne sarà di noi? 

In un intervento molto bello e stimolante*, Virginia Gentilini di Bibliotecari Non Bibliofili ha indicato una possibile via nell’apertura alle culture partecipative – ma con un caveat riguardo alle Piazze del Sapere** di Antonella Agnoli: se piazze devono essere, ricordiamoci che la piazza è anche il luogo degli scontri e degli autodafè. C’è poco di edulcorato, nell’idea di piazza. La piazza è turbolenta, non necessariamente ragionevole – e ancor meno controllabile.

E qui Gentilini ha citato il caso della pagina FaceBook di Sala Borsa, dirottata con una certa brutalità dalla Piazza, e sfuggita al controllo dei suoi creatori – come in un film di fantascienza, isn’t it? O, a ben pensarci, come in qualsiasi storia di folla che oltrepassa con gaio abbandono gl’intenti per i quali è stata sollecitata. Un’altra di quelle cose che nessun numero di secoli o millenni sembra in grado di cambiare…

Quello che cambia, invece, è la distribuzione dei ruoli. E questo è un terremoto che non coinvolge soltanto le biblioteche: scrittori, editori, giornalisti, dice Gentilini, tutti accomunati dallo stesso terrore da disintermediazione. Le culture partecipative significano, tra l’altro, una serie di sconfinamenti, magari fluidi nello specifico, ma costanti in generale, tra utenti e produttori di conoscenza. La posizione di editori, giornalisti, critici, bibliotecari e librai è assai meno verticale di quanto fosse, e lo diventa sempre meno – perché, quali che siano i tempi di marcia della digitalizzazione nell’editoria e nei servizi, il cambiamento nella lettura è tutta un’altra storia.

È molto possibile che si tratti più di riarticolazione dei ruoli che di disintermediazione propriamente detta, come ha suggerito Effe, ma il nervosismo e l’incertezza ci sono. Evidenti, per esempio, nell’appassionato, orgoglioso intervento con cui Alberto Galla, presidente dell’Associazione Librai Italiani, ha rivendicato il ruolo, l’unicità e i meriti delle buone, vecchie librerie tradizionali. E non sto dicendo che Galla non abbia ragione***, ma nella sua veemenza si sentiva echeggiare proprio quello smarrimento**** di fronte al rimescolamento dei ruoli. E forse non a torto, perché lo confesso: sono una lettrice abbastanza digitalizzata, ma anche per quel che riguarda il cartaceo, dovessero contare su di me le librerie tradizionali starebbero fresche. E davvero, non è per malvagità: considerando la scelta limitata e le bizantinerie distributive delle librerie italiane e le possibilità sconfinate degli acquisti in rete, potete davvero biasimarmi?

Ma d’altra parte, non è come se questa riarticolazione non toccasse anche le librerie digitali.

Matteo Scurati di BookRepublic, ad esempio, parlava di sverticalizzazione delle gerarchie, di partecipazione dei lettori ai contenuti – dimostrando come il discorso sulle culture partecipative non si applichi soltanto alle biblioteche…

E insieme a Scurati, anche Giuseppe Spezzano di Bookolico e Stefano Tura di Kobobooks Italia ponevano l’accento sul social reading, pilastro di questa rottura di confini. Il ruolo del lettore è sempre più attivo, e tante volte si sovrappone a quello intermedio del bookblogger – e allora ecco che chi vende libri si preoccupa di canalizzare, leggere, ospitare questa attività. In genre proponendo “un nuovo modello di social reading,” frase che abbiamo sentito più volte nel corso della giornata. Lo abbiamo sentito da Barbara Sgarzi di Zazie (nato come costola di BookRepublic), e poi di nuovo da Scurati, da Spezzano, da Tura… tutti propongono un Nuovo Modello.

Vedi Zazie, dove i libri letti si elencano, si commentano, si discutono, si consigliano, e poi si catalogano non solo per genere, ma anche per mood e per condizioni di lettura – compreso, presto, “in compagnia del mio gatto” – da indicare con apposite iconcine colorate. Gamification, è così che si chiama, e a quanto pare attrae e diverte i lettori sociali. E però devo confessarlo: quando Tura ha parlato di Reading Life, l’ambiente di social reading di Kobo, e della possibilità di monitorare le proprie abitudini di lettura – per esempio il numero di pagine per sessione di lettura, non ho potuto non levare un sopracciglio. Voglio davvero sapere quante pagine leggo per sessione di lettura? Personalmente, solo se devo leggere qualcosa di molto lungo e molto noioso prima del tale o tal’altro esame, ma dubito che me ne importi molto in altre circostanze. E voglio davvero sapere che cosa leggo nelle varie ore del giorno? O vincere dei premi (no idea what) perché ho iniziato un libro nuovo, o letto durante la notte, o…Voglio davvero gamificare le mie letture?

Ma mi rendo conto che forse non faccio testo: in fondo, uno dei motivi per cui, pur essendo attratta da luoghi di social reading come aNobii, Goodreads e Zazie, non riesco ad affezionarmici davvero, è che il tempo passato a elencare, condividere e discutere libri è, alas, tempo sottratto alla lettura. Figurarsi la gamification… Ma appunto, è molto probabile che non faccia testo.

Epperò, for once, me ne vengo via da Librinnovando un nonnulla dubbiosa su questo panorama in cui i lettori non sono poi tantissimi (e di quei non tantissimi, pochi vanno in biblioteca), molti addetti hanno la sensazione di danzare su crinali molto stretti e la lettura si gamifica…

Visto da qui, il futuro è nebuloso. Stiamo a vedere.

 

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* Potete leggere il suo post qui.

** Che non posso sentir nominare senza pensare a Robespierre e al culto dell’Essere Supremo. My bad, surely, but still.

*** Ogni tanto lo dico, ma lasciatemelo ripetere: non c’è limite all’affetto e al rimpianto con cui ricordo certe meravigliose librerie pavesi e i loro ancor più meravigliosi librai… Oh, gente del Delfino, della CLU, del Parnaso, se per caso siete tra i miei lettori, sappiate che mi avete resa molto felice nei miei anni universitari.

**** Va meglio così? Perché quando Effe gli ha riferito l’impressione che avevo cinguettato, Galla ha negato qualsiasi terrore…

 

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Librinnovando ’12 – Il Futuro Dell’Editoria

librinnovando, milano, palazzo reale, ebook, editoria digitaleCribbio… quest’anno proprio non ce la faccio ad andare a Milano per Librinnovando

E credetemi, mi secca proprio tanto, perché è sempre un’ottima occasione per tastare il polso del dibattito sull’evoluzione dell’editoria. Come andiamo a digitale? Come si comportano gli editori tradizionali? Che ne sarà delle biblioteche? Come sono cambiati, stanno cambiando, possono cambiare, non sanno come cambiare libri, editori, lettori, scrittori, lettura, biblioteche, insegnamento…?

A volte si ha la sensazione il dibattito in Italia arranchi un pochino, che ci sia troppa gente arroccata sul profumo della carta… Ebbene, quelli di Librinnovando lavorano per tenere la discussione viva e per disincagliarla dalle secche – e non è merito da poco.

E dunque lo ripeto, mi spiace maledettamente non esserci, anche perché il programma è davvero promettente…

Però, se siete interessati e impossibilitati come la sottoscritta, c’è sempre la diretta streaming su RaiLetteratura e la possibilità di partecipare via twitter con lo hashtag #librinnovando.

Magari non sarà proprio come esserci, ma…

Buon lavoro, librinnovatori – e ne riparliamo nei prossimi giorni, ok?

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Quattro Anni!

joseph conrad, lord jim, senza errori di stumpa, quarto anniversarioChi l’avrebbe mai detto? Senza Errori di Stumpa compie quattro anni.

 Con ogni anno che passa mi stupisco un po’ di me stessa – non mi sarei creduta capace di tanta costanza, anche se è vero che, una volta avviata a bagolare di libri, scrittura, storia e teatro, può essere difficile fermarmi…

E quindi, sì: SEdS prospera, i numeri crescono, i lettori passano, rimuginano e qualche volta discutono appassionatamente di quel che passa il convento. È stimolante ed è divertente, e conto di continuare a farlo.

Intanto ci sono quattro metaforiche candeline da spegnere, coriandoli rossi e arancio, vino bianco e torta di pesche e mandorle. Tutto virtuale, temo, tranne il cotillon – che quest’anno è un piccolo chapbook conradiano. joseph conrad, lord jim, senza errori di stumpa, quarto anniversario

Non siete molto stupiti, vero? Non foss’altro che per la bacheca su Pinterest, qualche sospetto di una recrudescenza vi era sorto*…

E dunque ecco a voi A Free And Wandering Tale.pdf

In segno di gratitudine – perché so che ve lo si dice ogni volta che un blog celebra qualcosa, ma è del tutto vero che a fare il blog siete voi, O Lettori.

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* E poi, a mettermi in testa l’idea, ci si è messa anche M.A., nota anche come A.M.C…

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E avete visto il regalo di compleanno di Andrea Camillo su Noluntas?

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K.Lit

k.lit, thiene, festival dei blog letterariDomani e dopodomani debutta a Thiene (VI) K.Lit, il Festival dei Blog Letterari, organizzato dall’associazione culturale Kleure.

Sul sito, K.Lit si definisce così:

k.Lit è una chiave di entrata nel mondo dei blog; la lettera k, infatti, rimanda al termine key, chiave, mentre Lit è la forma abbreviata di literature, letteratura. Ricorda il click del mouse: agile, immediato. Così sono i blog letterari che si specchieranno nei due giorni di luglio a Thiene con migliaia di persone presenti a un festival unico nel suo genere in Europa.

Zygmunt Bauman, nel suo celebre testo Modernità liquida, si chiedeva una decina di anni fa che cosa fosse la modernità e quali fossero gli elementi che la rappresentavano. Da una prospettiva particolare, i blog letterari appartengono alla modernità grazie alle loro dinamiche fluide, e si rapportano con le nuove tecnologie, portando le persone a nuove domande, non solo per quanto concerne il mondo dei libri.

La liquidità dell’epoca contemporanea è unione di arti e conoscenza, k.Lit cercherà di interpretarne lo spirito: fare incontrare blogger, addetti ai lavori, artisti, lettori, cittadini. Gli argomenti affrontati dai relatori diverranno suggestioni e intrattenimento.

Sette location si coloreranno con tavole rotonde, attività artistiche, laboratori e tanti blogger da ogni parte d’Italia (e non solo); prenderanno vita attraverso un linguaggio semplice perché non vi è nulla di più bello che incontrarsi, conoscersi e capirsi: come nei caffè letterari di un tempo, magari con un tocco d’ironia.

Thiene diventerà lo spazio fisico in cui il web prenderà forma reale.

E, sempre dal sito, questa è la filosofia della faccenda:

“Non saranno conferenze, non saranno monologhi, sarà come entrare in un caffè letterario d’un tempo a sbirciare una chiacchierata informale sui temi caldi dell’attualità, intervallati da un turbinio di attività artistiche.

Perché letteratura e attività artistiche sono modi diversi per interpretare un unico concetto chiamato Cultura.”

La premessa è interessante, il programma è ricco…

Se tutto va bene, conto di andare a vedere come funziona.

Intanto, buon viaggio inaugurale, K.Lit!

 
 

 

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Ei Corregge Ogni Difetto – Ogni Vizio Di Lettura…

Siccome, per qualche motivo che non so divinare del tutto, qui a SEdS metà della comunicazione avviene via mail anziché via commenti, mi giunge questa missiva:

Quando ieri hai citato “Per l’Onore di Roccabruna” mi si è mosso un lobo del cervello: possibile che io questa cosa l’abbia letta in gioventù? Allora ho fatto una ricerca su Google, e quello che ho trovato devo proprio dirtelo…

E quello che B. ha trovato sono I Riassunti di Farfadette, una serie di ebook in pdf pubblicati da Simonelli Editore. La filosofia della faccenda è abbastanza semplice – e ricorda da vicino i vecchi Bignami:

Vi sono dei libri fondamentali che dovreste assolutamente conoscere per evitare di fare brutte figure durante una conversazione sul lavoro, in società oppure a scuola e non avete ancora avuto “il tempo di leggere”?
Ecco il “Pronto Intervento” per tappare velocemente le vostre falle culturali, i Riassunti di Farfadette vi offrono per ogni libro, in poche chiare paginette, tutto quello che dovete sapere.

E il pronto intervento, dovete sapere, è vasto e vario. Ho contato circa centoventi titoli di natura notevolmente disparata – but more on that later. In più c’è una decina di raccolte disponibili anche in ePub:

In un unico libro elettronico i Riassunti di 10 opere che si DEVONO assolutamente conoscere.
Nei Riassunti vengono indicati tutti i particolari importanti della trama, si sottolineano le curiosità, si offrono le citazioni delle parole di inizio come di passi significativi delle opere.
Vengono naturalmente fornite le notizie essenziali sugli autori, indicando l’epoca e dove si svolgono le storie narrate oltre alla data di prima pubblicazione e la lingua originale in cui sono state scritte.

Le raccolte sembrano un’idea ragionevole, qualora vi trovaste a dover colmare parecchie lacune – o qualora voleste provvedervi di maggiori possibilità di conversazione, perché il singolo volume costa due euri e novantanove, ma una raccolta vi offre dieci titoli a… cento scudi? Trenta? Venti? No, nessuno si sgomenti: soltanto otto euri e quarantanove.

Siete affascinati quanto lo sono io? E questo non è ancor nulla. Andiamo avanti e leggiamo l’introduzione di un volume singolo – il Mastro Don Gesualdo offerto in omaggio per verificare la qualità del prodotto:

Questa collana di Riassunti in formato elettronico è come un Pronto Intervento per colmare velocemente, in appena 10 pagine per ogni libro, tante “falle” culturali.
Ma non si tratta di dieci paginette buttate là – come spesso capita di trovare anche online – sono veri Riassunti, ovvero pagine che attraverso una scrittura piana, davvero divulgativa, offrono la possibilità di conoscere tutto quello che è essenziale sapere sul libro o sui libri presi in considerazione. Riassunti scritti da Farfadette, uno pseudonimo dietro il quale si nasconde un personaggio che conosce a menadito i libri di cui scrive e che regala sintesi davvero a prova di docenti e dei spiù smaliziati intellettuali. […]

Right. Veri Riassunti – con la maiuscola. Comprate il mio specfico, per poco io ve lo do. Che poi, mi si potrebbe obiettare, è solo una variante sul Bignami, e a volte non c’è nulla di male nel tagliare qualche angolo quando mancano tre giorni all’esame di Letteratura o alla Maturità e proprio non c’è il tempo materiale per leggere tutto quel che si dovrebbe leggere… Vero anche questo – o forse è lievemente riprovevole, ma è una time-honoured practice, e chi sono io per scandalizzarmi, che ho fatto l’esame di Economia Politica con le formule scritte sui rotolini? 

E non so, sarà il tono generale. Sarà il fatto che Farfadette sia…

…lo pseudonimo dietro il quale si nasconde un autentico divulgatore, specialista nelle letterature di tutto il mondo.*

No less. Sarà il principio che i Riassunti siano in vendita come metodo spiccio per autopromuoversi lettori. Perché il volume singolo ammette l’ipotesi Maturando Nervoso – ma le raccolte a prova dei più smaliziati intellettuali?

E comunque supponiamoci Nemorini. Supponiamo di volerci imbastire una cultura letteraria e di avvicinarci al carro dorato in cerca di Tocca e sana. Quali libri potremo fingere di avere letto?

Ebbene, prepariamoci a delle sorprese, perché accanto ad arnesi tutto sommato plausibili come I Fratelli Karamazov, I Buddenbrook o il Don Chisciotte, accanto a gente come O’Neill, Salinger, Yourcenar, Kafka e d’Annunzio, troveremo estremi come la Mirra alfieriana da un lato (che in effetti potremmo non avere gran voglia di leggere, ma chi ci biasimerebbe per questo – a parte il professore di Letteratura che ce l’ha piazzata in programma?) e Il Piccolo Principe dall’altro (siamo seri: quanto tempo e quanti neuroni possono servire per leggerlo integrale?). E poi troveremo faccende più sconcertanti, come Agatha Christie, Ellery Queen e Rex Stout – e anche Liala, for that matter. Ma davvero potremmo voler leggere un giallo in riassunto? E davvero potremmo voler fare sfoggio in conversazione della nostra conoscenza di Un abisso chiamato amore? Ma d’altra parte, troveremo anche la prima stagione dello Star Trek originale riassunta in sedici (16) tomi – che magari, a ben pensarci, può sembrare un modo di far colpo sulla graziosa compagna di scuola trekkie.** E, a mo’ di ciliegina, troveremo anche il titolo che ci ha condotti qui: Per l’onore di Roccabruna, che a dirla tutta è un brutto romanzino per bambine del 1925, hardly il genere di lettura da vantare in conversazione, direi. Ma noi questo non lo sappiamo, giusto? Se siamo venuti in cerca d’aiuto dal Dottor Dulcamara è perché non abbiamo mai letto granché, né abbiamo molta intenzione di farlo.

E quindi, dopo avere inalato – say – la Raccolta n° 7, che contiene Irving, Kafka e Bassani, Mailer, Ellery Queen, Liala e Per l’onor di Roccabruna, forse non ci renderemo nemmeno conto di essere diventati un bizzarro tipo di lettore.

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* Però poi si scopre che Farfadette è anche “lo pseudonimo di una nota scrittrice che ha scelto di celarsi dietro questo nome da folletto dei boschi. Italianista, è anche esperta di letterature europee.” Blanket name?

** Può sembrare – ma non lo consiglierei. Forse si possono ingannare gli intellettuali più smaliziati, ma un vero trekkie vi coglierà in castagna appena v’imbrogliate tra Qo’noS e Klinzhai…

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Tecnododo

Lo sapete tutti che sabato scorso ero a Librinnovando – e forse siete anche un po’ stufi di sentirvelo ripetere, visto che questo è il terzo post di fila in proposito, but bear with me e vedrete che, pur partendo da lì, andremo a parare altrove.

Allora, immaginatemi seduta nell’auditorium Ennio Morricone della Facoltà di Lettere e Filosofia a Tor Vergata, con un maglioncino di cotone sulle spalle per contrastare la micidiale aria condizionata, il fedele Moleskine in equilibrio su un ginocchio e la fedele penna a gel in mano… 

A un tratto sollevo gli occhi dai miei appunti e, nello spostarli in direzione dello schermo su cui scorre la sezione Twitter della faccenda, lo sguardo mi cade sulle file sotto di me – interamente lastricate di schermi. E quando mi guardo attorno, scopro che sono completamente circondata da iPads, iPhones, netbooks… Torno al mio taccuino nero e mi vien da sorridere. E mi sovviene il sopracciglio levato della studentessa al tavolo della registrazione, quando ho detto che non avevo bisogno di essere accreditata per l’uso del wi-fi… Comincio a sentirmi una bizzarria ornitologica.

Così prendo il mio cellulare viola e cinguetto: Sono a #Librinnovando e sto prendendo appunti a mano… non so se mi sento più marziana o platanicola.

Qualche decina di secondi più tardi il cinguettio passa sullo schermo – e non ci penso più, and I scribble away fino alla fine delle sessioni.

Dopodiché mi concedo qualche giorno di vacanza a Roma e rientro a casa lunedì sera. Accendo l’Innominatino e, per seconda o terza cosa, trovo un buon numero di risposte ai miei cinguettamenti – risposte che ho bellamente ignorato per tre giorni e lasciato cadere, senz’altro motivo che quello di non averle viste.

Tra gli altri quello scherzoso di Marta Traverso, proprio in risposta alla mia battuta sul prendere appunti a mano: Si potrebbe definire atto di boicottaggio tecnologico-culturale 🙂

Già, potrebbe sembrare, vero? Ma per quanto trovi un certo gusto nell’andare per sentierolini miei, questa volta non si tratta di nulla del genere. C’è la questione sentimentale dell’essere affezionata al mio cellulare viola – piccolo, ragionevolmente elegante d’aspetto e perfettamente funzionante dopo sei o sette anni di uso leggero, ma non equipaggiato per interagire davvero con Twitter. Posso cinguettare, ma non vedo le risposte.

E poi c’è The Beastie. The Beastie è il mio netbook e, a dispetto di quel che è, è stato acquistato per non venire mai a contatto con la rete. Mi spiego: in un angolo del mio studio c’è l’Innominatino-cum-Steno, ovvero il computer serio, quello collegato alla rete, quello con la vasta duplice memoria, quello che serve per il lavoro e la comunicazione e le ricerche e la navigazione in genere*.

E poi, come dicevasi in capo al paragrafo precedente, c’è The Beastie, che serve per scrivere. Perché non so voi, ma mi ritrovo (e non da oggi) incapace di scrivere con un qualsiasi grado di continuità a un computer che sia collegato alla rete. E non pretendo che con questo vi facciate una grande idea della mia capacità di concentrazione o di resistenza alle tentazioni, ma è più forte di me: Bridewell? Davvero Thomas Kyd era stato imprigionato a Bridewell? Perchè ho l’impressione di ricordarmi Chelsea, invece? Da qualche parte devo pur averlo letto, ma dove? ‘Spetta ben, che faccio un rapido controllo. Bridewell Prison… Oh guarda: Edmund Campion. Certo, ma Chelsea? Non so nemmeno se fosse davvero una prigione, ma Topcliffe… ‘Spetta ben, che vediamo Richard Topcliffe. Una camera di tortura privata nella sua abitazione di Chelsea… hm, sarà affidabile questo sito? ‘Spetta ben, che cerchiamo qualche conferma altrove. Che cara persona era costui… Rumours. Sì, be’, bound to be, ma Chelsea? Hm… in realtà vado sul sicuro se piazzo Kyd a Bridewell, giusto? ‘Spetta ben, che vediamo se trovo qualche stracciolino di conferma… e perché avevo lasciato aperta questa pagina? Ah sì, Campion. Ma guarda che bella serie di link… ‘Spetta ben, che se mai trovassi qualche notizia aggiuntiva su padre Ballard sarebbe proprio una bella cosa…

E a questo punto, come potete immaginare, è passata un’oretta, non ho scritto una parola, sono perduta per prati che, pur attinenti, non mi ricondurranno al lavoro tanto presto – e stiamo supponendo che mi sia trattenuta dal controllare la posta e che non abbia trovato nulla da cinguettare o da appuntare su Pinterest. E la cosa peggiore è che, mentre lo faccio, mi sento perfettamente a posto, perché non sto perdendo tempo, non sto procrastinando, non sto menando il can per l’aia: sto lavorando sulla documentazione, perbacco! I sensi di colpa, la furia, i numerosi sinonimi di idiota verranno più tardi, quando sarà il cuore della notte, e dovrò proprio cercar di dormire almeno qualche ora prima di andare a scuola e/o a teatro, e avrò scritto 173 parole in tutto…

Per cui capite che devo avere un computer senza nemmeno la possibilità di accedere alla rete, un arnese con cui possa trasferirmi in un’altra stanza senza nulla più che lo stretto indispensabile in fatto di materiale di riferimento e la volontà di scrivere. E allora sì che sono in grado di lavorare, annotando quel che mi manca e le lacune da risolversi tra prima e seconda stesura.

Per cui, se sabato mi sono sentita (e sono parsa) un dodo è perché la mia capacità di resistere alle tentazioni è pari a zilch e, se intendo continuare a scrivere con qualche ombra di risultato, The Beastie non può – ma proprio non può avere nemmeno la remota possibilità di accesso alla rete.**

Spiegato ciò, però, comincio a pensare che forse avrò bisogno di qualche soluzione tecnologica alternativa che mi consenta di non cinguettare alla cieca in casi del genere – e di non apparire una maleducata che avvia conversazioni e poi le tronca. Mi rendo conto che si tratta di un passo pericoloso, perché una volta che avrò la possibilità di connettermi senza dover cercare un Internet point, sarà la fine di quei giorni di vacanza senza rete… ma considerando che sono due anni che non faccio una vacanza, forse il problema non è dei più pressanti. Resta il dubbio del come – o meglio del cosa. Dubito molto che valga la pena di un iPad per questo sporadico tipo di uso – senza contare che il mio Kindle potrebbe essere geloso. Posso accantonare il mio beneamato cellulare viola a favore di uno smartphone di qualche tipo? Esistono soluzioni a forma di chiavetta che mi consentano di rendere The Beastie connettibile just once in a long while?

Studierò il problema, e cercherò di farlo prima del prossimo spostamento, ma intanto raccontatemi: voi come siete organizzati? Quanti devices? E come vi ci destreggiate? Cosa vi serve per fare cosa? Cosa ha rivelato utilità inattese? Cosa è stato deludente?…

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* E tutto considerato, mi vien da domandarmi come diamine non mi sia mai venuto l’uzzolo di dargli un nome più navale. Perché, vedete… ma no, questa è un’altra storia e ne riparleremo.

** E di conseguenza, pesando ben più di un Moleskine, resta a casa in tutti gli spostamenti che non prevedono il tempo e/o la necessità di scrivere.

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Rimuginando Su Librinnovando ’12

L’edizione romana di Librinnovando – o quanto meno il convegno, cui ho assistito sabato 28 aprile all’Università di Tor Vergata – è stata istruttiva.

Cominciamo dicendo che, com’è piaciuto agli dei dell’editoria, non sono pervenuti cinguettii indignati in difesa del profumo della carta – o quasi.* Il che, sospetto, conferma la mia teoria secondo cui molti cinguettatori s’indignano sulla sola base dei Trending Topics, e allora – a parità di occhiata volante – un titolo provocatorio come #byebyebook è destinato a scatenare molta più furia di un neutrale e tecnico #librinnovando…

Ciò detto, è stato interessante passare dal Cosa? dell’edizione milanese di novembre al Come? di questa volta. Posto che qualcosa sta succedendo in campo editoriale – qualcosa di cui forse non capiamo ancora bene la portata e le prospettive – come diamine possiamo applicare, integrare e far funzionare queste innovazioni e novità (hardly the same thing, if you get my drift…) all’università, nelle biblioteche, nelle scuole, nella promozione alla lettura, nelle politiche delle case editrici…? Come dovrà/potrà cambiare la pratica in tutti questi ambiti? E, per dirla con la direttrice del Cepell Flavia Cristiano, come si riuscirà ad abbracciare le potenzialità del cambiamento senza perdere per strada la lettura complessa?

Le risposte – o i tentativi di risposta – sono stati vari e diversi.

E devo dire che Gino Roncaglia, pur illuminante nel tratteggiare il quadro della situazione, non è stato incoraggiantissimo. La gente legge meno, ha detto. Il lettori forti consumano meno carta stampata, ha detto – il che non dovrebbe significare necessariamente che leggano meno, perché c’è una fetta di consumo che si sposta sul digitale, ma in realtà in Italia c’è una diminuzione in termini assoluti. Questo non succede, ha detto Roncaglia, dove c’è un ecosistema digitale ben sviluppato su cui i lettori possono spostarsi. Ma in Italia questo meccanismo non funziona, perché i grandi editori stanno reagendo con scoordinato terrore e i piccoli editori non hanno i mezzi e la visibilità per le loro sperimentazioni, e perché l’information literacy è di là da venire e richiederebbe infrastrutture e competenze che non ci sono… Siamo in ritardo, ritardo, ritardo – e i numeri della lettura calano.

Che ci si può fare?

Le risposte più promettenti sono arrivate da progetti già in corso, da realtà che, con le unghie e con i denti, si ritagliano avamposti d’esplorazione in questa terra incognita. E, badate, non parlo di progetti editoriali.

Parlo di Dianora Forza-della-natura Bardi, a capo della sperimentazione didattica digitale del Liceo Lussana di Bergamo, un esperimento interessantissimo che consente ai fanciulli di studiare ed elaborare una pluralità di fonti – cartacee e digitali – imparando metodo e rigore mentre studiano. Non son tutte rose e fiori, se la Prof. Bardi deve ancora lamentare la difficoltà di convincere i docenti a formarsi – eppure che meraviglia sentire un metodo didattico digitale basato su approfondimento, elaborazione originale e “più lettura e studio di prima”, anziché sulla modularizzazione estrema… **

Parlo poi di Luciana Cumino della Biblioteca di Cologno Monzese, dove sperimentano con il prestito digitale  – non solo l’ebook, ma anche l’ereader – e, mentre lo fanno, studiano accuratamente l’evolversi del rapporto tra il lettore e la lettura, tra la lettura e il mezzo, tra l’utente e la biblioteca***, tra la biblioteca e l’editoria… È probabile che questo modello di prestiti gratuiti non possa continuare indefinitamente, se le biblioteche devono restare aperte, ma questa fase di sperimentazione e studio fornirà di certo indicazioni fondamentali per la direzione in cui l’istituzione biblioteca potrà e dovrà evolversi. Detto fra noi, non sono affatto certa che sia una questione di togliere di mezzo i libri fisici per far spazio alla gente – e meno ancora di escogitare nuovi nomi, come ha suggerito Antonella Agnoli. Devo confessarlo: much as I love names, quando Agnoli ha suggerito di ribattezzare le biblioteche “Piazze del Sapere”, non ho potuto evitar di pensare a Robespierre e al suo culto dell’Essere Supremo…

E parlo anche dell’ormai buon vecchio LiberLiber (ma a me piace tanto anche il nome originario, Progetto Manuzio), che per primo ha creato una biblioteca digitale gratuita in Italia, o di OilProject, una sorta di scuola virtuale basata su mutuo insegnamento per mezzo di video tutorials e discussioni in chat.

Tutta gente agguerrita, piena di idee e con gli occhi bene aperti. Ma in tutto questo, gli editori dove sono?

Ecco, l’impressione che ho ricavato da Librinnovando è che gli editori annaspino – i piccoli come i grandi, seppure in maniere diverse.

Quadrino di Garamond va a caccia di facili applausi (“Basta con la scuola dei primi della classe e dei somari! La scuola dev’essere luogo di e per ogni conoscenza!” Punti esclamativi miei – ma insiti nel tono). Andrea Libero Carbone di :duepunti edizioni assume quell’aria di superiore disapprovazione che a tanti (specialmente piccoli) editori piace riservare al self-pub, e dà voce alla certezza che nessun self-publisher sia in grado di offrire un prodotto di qualità al lettore – ed eFFe è diventato uno dei miei eroi, intervenendo dalla platea per pizzicare ALC e tanti suoi colleghi su questa mistica dell’editoria… Manicardi di Barabba Edizioni è un simpatico personaggio che pubblica per hobby, ammonisce editori e self-publishers alike in parabole fantasy e lo fa con un irresistibile accento carpigiano – ma non si può considerare un editore a nessun effetto pratico. Brugnatelli di Mondadori propone un modello di autopubblicazione appoggiato a una community/workshop di scrittori non dissimile da quel che già fanno Penguin e Harper Collins e con un nod ideale al progetto 826 Valencia, ma non lo sa difendere da obiezioni talvolta più ideologiche che sensate.

Perché diciamolo: l’idea Mondadori non ha nulla di così profondamente malvagio in sé, ma offrire il fianco alle accuse di volerla passare per qualche tipo di no-profit è stata un’ingenuità incomprensibile. E badate bene, non lo sarebbe stata in un mondo in cui fosse possibile rispondere: certo che Mondadori vuole guadagnarci – e perché no? Mette in vendita dei servizi, cerca di farlo a un buon livello e secondo una certa ottica, vuole creare un ambito in cui lavorare su quella qualità che si dice essere fuori dalla portata del self-publisher medio… whatever – ma a qualche genere di prezzo.

Ecco, in Italia questo non si può dire – almeno non ad alta voce, così come è bad ton suggerire che attorno alla letteratura giri un’economia, o che chi scrive possa volersi aspettare qualche genere di ritorno economico. Insomma, perdonate se adesso viro un pochino verso il rant, ma la mia parte anglosassone s’infuria all’idea che in Italia, a livello editoriale così come a livello tecnico, sia anatema dire che la scrittura è un mestiere. E di conseguenza Brugnatelli non sa né può difendersi come sarebbe logico fare. E no: non ho davvero nessuna simpatia per Mondadori, ma non ne ho nemmeno per chi mi etichetta come sciatta e incapace sulla fiducia***, né per chi siede nel foro e lamenta la calata dei barbari, né per chi sventola il mito della scrittura ispirata e spettinata e pura da contatti con il crasso e vile mercato.

E quindi?

E quindi credo che Roncaglia e Calvo abbiano ragione: l’editoria sta reagendo nel panico più scomposto – chi all’avvento del digitale tout court, chi all’emergere del self-publishing. Forse l’editoria spera che passi tutto. Forse sta digerendo il fatto che per ora il digitale non crea nuovi lettori – ne sposta soltanto. Forse sta cercando di decidere se può perdere un tram che in Italia è ancora parecchie fermate indietro – dopo tutto la fetta di mercato degli ebook è ancora sotto il punto percentuale.

L’impressione è che siamo in ritardo, ritardo, ritardo – e che ci resteremo a lungo. E però a Librinnovando c’era gente su cui pare di poter contare per qualcosa che non sia starsene seduti ad aspettare i barbari. Alla fine della giornata me ne sono venuta via con aspettative deluse e aspettative nuove o rinnovate. Ci sono le scuole istituzionali e virtuali che formano nuove generazioni di lettori e alfabetizzano i cosiddetti nativi digitali. Ci sono le biblioteche che si ripensano nel contesto nuovo. Ci sono quegli scrittori che stanno facendo della rete un luogo di sperimentazioni letterarie e culturali.**** C’è la gente di Librinnovando che ha l’enorme merito di tener viva la discussione in proposito. E si spera che ci siano i lettori, che negli ultimi decenni non hanno avuto troppo spazio per discriminare, ma possono imparare a farlo, se solo se ne vedranno offrire l’occasione.

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* Salvo forse quando Brugnatelli di Mondadori ha detto che la difesa del profumo della carta è vastamente dissennata – e anzi, certe combinazioni di carta, colla e inchiostro riescono anche a puzzare. Questo ha scatenato a small volley, ma molto più ironico che altro. E – forse sarò cinica – credo che, se l’avesse detto chiunque altro in sala, non ci sarebbe stato nemmeno quello.

** E a questo proposito devo dire che Quadrino di Garamond non mi ha convinta particolarmente nel suo appassionato plea in favore di una conoscenza che non significa “ripetere, ma creare, condividere, collaborare.” All very well (uno slogan del genere non poteva non piacere – e difatti è piaciuto molto), ma dov’è che si parla di consolidare? Non so, ma non riesco a non dubitare che un’estremizzazione di questa teoria, presa da sola, finisca col rendere tutta la conoscenza effimera…

*** Perché dopo tutto sono una self-publisher, ricordate?

**** E quello di Roncaglia è stato, temo, l’unico accenno all’esistenza del fenomeno. E qualcuno ha anche lamentato l’assenza degli scrittori – con l’eccezione di Sergio Covelli, presente in veste di self-publisher e guerilla-marketer. Magari la prossima volta…

Digitalia · self-publishing

Librinnovando II

librinnovando, ebooks, convegno, roma, editoria digitaleOggi pomeriggio, esaurita la mia razione settimanale di Dickens, parto per Roma – destinanzione Librinnovando, seconda edizione.

Qui c’è il programma generale, e qui quello del convegno di domani, dove si parlerà di biblioteche, di didattica e di self-pulishing.

Come sempre, per chi non può essere a Tor Vergata, ci sarà modo seguire tutto a distanza, grazie ai bookbloggers di Ledita che cinguetteranno il convegno, e allo streaming curato da RaiEdu.

Vado piena di curiosità – sapete che quel che ha a che fare con l’editoria digitale m’interessa molto, ma i sono momenti in cui temo che la discussione in materia stia cominciando a incartarsi (ha, the pun!) un pochino. Non so voi, ma a tratti ho la sensazione che si cominci a sentir ripetere sempre la stessa manciata di argomenti… ebbene, prima che tutto questo si riduca a un’affannosa passeggiata circolare all’ombra di potenzialità che non sbocciano, c’è ancora tutto il tempo di cercare spunti nuovi. Per esempio le potenzialità narrative che si accompagnano alla rivoluzione tecnologica. Per esempio il fatto che forse, invece che aspettare che il modello anglosassone cominci a funzionare anche qui, si può pensare a qualcosa di diverso… E faccende come Librinnovando sono i luoghi ideali per questi fermenti.

Quindi vado piena di curiosità. Ne riparleremo.