angurie · elizabethana

Di Libri, Giardini e Pescetti

CatturabOgni tanto ve lo chiedo: vi ricordate il mio stagno letterario? Il mio giardino d’acqua, quello che ha impiegato anni a trovar se stesso, ma che adesso dà un sacco di soddisfazioni?

Ecco – lasciate che vi aggiorni sul suo stato.

Non solo si è ripreso alla meraviglia, pur avendo passato fuori la cosa più simile a un inverno che abbiamo avuto negli ultimi… oh, non so: dieci anni? Neve e ghiaccio non gli hanno fatto un baffo, e tanto le ninfee quanto l’unica pianta da bordo aspettavano soltanto un’energica pulizia e un po’ di fertilizzante per tornare a prosperare.

Non solo tutto ciò – ma quest’anno ho preso ho fatto qualcosa su cui meditavo da tempo: ho aggiunto i pesci. Niente di spettacolare, you know – non immaginatevi pesci rossi, koi o chissaché. Nulla del genere. Solo, da ieri, ci sono tre piccole gambusie che chiamano casa il mio stagno.

GambusiaO almeno così spero, a dirla tutta – perché appena liberate, si sono precipitate a nascondersi, e non le ho più viste… Ad ogni modo, gambusie: minuscoli pescetti che si nutrono voracemente di larve di zanzara, in numero di tre, guizzanti e vivacissimi. Veloci e svegli, mi ha assicurato l’uomo del vivaio – abbastanza divertito dai miei timori riguardo agli istinti venatori dell’Irrepressibile Prunella… Per cui pare non ci sia da agitarsi in proposito. Also, essendo io, ho dato loro dei nomi – Dot, Dash e Pixel – ma non è come se li distinguessi uno dall’altro, né li ho più visti per provarci… così ho più che altro buttato loro i nomi come una manciatina di briciole, e il terzetto è libero di farne l’uso che crede… o nessun uso affatto.

ElizGard
Yes, well… non proprio.

Ho anche aggiunto un giacinto d’acqua, e dovrò sfoltire le piante ossigentanti, e trovare un modo per liberarmi dalle lumachine nere che rosicchiano le foglie di ninfea, e chissà se riuscirò mai ad avere le rane…

Ma insomma, il fatto è che lo stagno ha finito per risvegliare in me qualcosa che non avevo troppo idea di possedere, se non nella più teorica delle maniere: una propensione al giardinaggio. Tanto che mi sono lanciata a piantare un piccolo giardino dei semplici elisabettiano – e gente colpita dalla mia svolta giardinieresca mi ha regalato due caprifogli (also somewhat shakespearean – per non parlare di Tre Uomini in Barca)…

Insomma, non so che dire: né se funzionerà, né quanto durerà. Per ora mi sto divertendo a coltivare (the pun!) il lato letterario del giardinaggio – o forse è il lato giardinevole della letteratura?

Intanto, comunque, l’acqua è limpida, le ninfee sono in boccio e il timo prospera in tre qualità diverse. Vi farò sapere.

E voi, o Lettori? Come ve la cavate in giardino? Vi è mai capitato di scegliere le piante per motivi di carta e d’inchiostro?

 

elizabethana · Storia&storie · teatro

Se Avete Amato Tamerlano…

Avete mai badato al meccanismo per cui ogni successo si porta dietro un subisso di imitazioni scritte con la penna intinta nell’ansia di salire sul carro del vincitore editoriale?

O cinematografico, in realtà – ma in narrativa è reso particolarmente spudorato da, you know, le sciagurate fascette: Il Nuovo Xxx, L’Erede di Yyy, Se Avete Amato Zzz…

Ma in realtà il meccanismo è più vecchio delle fascette, più vecchio delle colline. Why, Omero aveva i suoi imitatori. A dire il vero, non è nemmeno detto che “Omero” non stia per “un capofila fortunato e un certo numero di gente che seguiva i suoi passi”…

Ma non occorre che torniamo così indietro – almeno non oggi. Oggi parliamo di Robert Greene.

Ora, Robert Greene era uno di quegli robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaautori usciti dall’Università che abbondavano nella Londra elisabettiana. Master of Art a Cambridge, figlio forse di un locandiere e forse di un artigiano insolvente, Robin era arrivato a Londra dopo avere abbandonato una moglie ricca – o così racconta lui, ma non è chiaro se ci sia da fidarsi.

E una volta a Londra, frequentò con gusto i bassifondi, si prese per amante la non troppo rispettabile sorella di un brigante di strada e, in generale, si rese tanto cospicuo quanto poteva. Tra teatri, bordelli e arene per gli orsi era universalmente conosciuto per i suoi abiti color cacca-d’oca, per la barba rossa tagliata a punta e per uno spirito alquanto abrasivo. La sua intenzione era la stessa di tanti altri squattrinati gentiluomini lavati nel Cam: guadagnarsi da vivere scrivendo. Il teatro sembrava la via più facile e più redditizia, ma non è che Greene ci sapesse molto fare. A quanto pare, solo una delle sue commedie incontrò qualche favore – e le sue tragedie erano considerate repertorio da provincia. Del che Greene incolpava non se stesso, ma i tempi, la crassa stupidità del pubblico e degli impresari, la malvagità e avidità congenite degli attori e, soprattutto, la concorrenza. La concorrenza non laureata, in particolare, gli dava il mal di stomaco…

Per sua fortuna, Greene aveva, se non altro, un dono per la prosa. Da un lato i romances, storiellone melodrammatiche piene di colpi di scena narrati in uno stile che oggi definiremmo purpureo. E dall’altro i libelli. I suoi saggi sulla vita dei bassifondi, sui trucchi dei truffatori e sulle disgrazie degl’ingenui laureati nella città malvagia ebbero un colossale successo. Un successo che sarebbe bastato a mantenere un uomo di moderato buon senso… ma Greene, tra vino, gioco e donne, era sregolato persino per i laschi standard elisabettiani.

E poi a un certo punto si convertì. Per iscritto. Un Pizzico di Buon Senso Acquistato a Prezzo di un Milione di Pentimento è l’ultimo libello che, secondo tradizione, il buon uomo avrebbe scritto sul letto di morte. La diatriba è livorosissima e ce n’è per tutti, compresi gli attori e gli altri scrittori, primi tra tutti l’ateo Kit Marlowe (chiaramente avviato all’inferno…) e un misterioso Corvo Arrampicatore che si fa bello con le piume altrui – e che in tutta probabilità è Shakespeare*, quell’accidenti di campagnolo senza laurea.

Quando il Pizzico fu pubblicato, Robin Greene era già morto per indigestione (o, di nuovo, così vuole tradizione) di aringhe in salamoia e vino del Reno.

E che c’entra tutto ciò con gli imitatori?

C’entra perché abbiamo detto che Greene non aveva un gran talento per il teatro, ma non per questo non ci provava. robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragona

Nel 1588, quando le due parti del Tamerlano di Marlowe travolsero Londra, Greene dovette masticare parecchia bile. Immaginate: al Rose si replicava all’infinito, i bambini nelle strade giocavano a Sciti e Persiani, la gente citava a gran voce Holla, ye pampered jades of Asia!, e nelle taverne i bevitori brindavano alla salute di Alleyn & Marlowe – un vilissimo attore e un ragazzino appena uscito da Cambridge…

Be’, ma perché non posso farlo anch’io? dovette dirsi Greene. Così prese il Tamerlano, lo spostò in Spagna**, cambiò i nomi dei personaggi, riscrisse – ma non troppo, mantenendo la trama pressoché identica… et voilà! Alphonsus, King of Aragon era pronto per le scene.

Pare di vederle, le altre compagnie, quelle che non potevano avere Marlowe e il Tamerlano. Venghino, siore e siori, venghino ad ammirare le terribili vicende di Alphonsus, il Tamerlano di Spagna…

E per un po’ funzionò – ma non per molto. La gente, dopo avere visto e rivisto Tamerlano, se ne andava in cerca di altre emozioni consimili, ma poi… be’, Alphonsus non era Tamerlano. E non era questione della scopiazzatura della trama – pratica pressoché quotidiana in un mondo senza diritti d’autore. Il pubblico elisabettiano non aveva particolari obiezioni alla stessa storia in altra salsa, ma era smaliziato: andava una volta e poi, constatando che i versi erano brutti, i dialoghi legnosi e i personaggi mollicci nella loro altisonanza, non tornava più.

robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaLe compagnie provarono a portarsi l’Alphonsus in provincia, dove si supponeva che i campagnoli fossero di bocca buona, ma niente da fare. I cortili di locanda, le sale delle corporazioni e i prati delle fiere si riempivano di gente che, accorsa per vedere il nuovo Tamerlano, non si faceva scrupolo d’interrompere la rappresentazione ululando “dateci Tamerlano!”

Ma, a parte i rovelli (immaginari, lo ammetto) di Greene, avrebbe potutto funzionare. Anzi, funzionava tutto il tempo, e aveva funzionato prima, e ha funzionato dopo e, ho tanto idea, funzionerà sempre. Perché in fondo, come nascono e si ramificano i sottogeneri, se non perché, come Oliver Twist, dopo avere assaggiato qualcosa, il pubblico ne vuole ancora?

La speranza è sempre che il pubblico sappia distinguere. In mancanza di quello, si può sempre confidare che, prima o poi, il passare del tempo faccia da setaccio tra gli Alfonsi e i Tamerlani.

 

___________________________________________

* Una teoria alternativa è che si tratti in realtà di Ned Alleyn. Considerando il livore che Greene nutriva nei confronti degli attori, non è del tutto implausibile – ma resta da provare che Alleyn abbia davvero mai scritto alcunché.

** Ambientazione esotica, col brivido aggiuntivo del cattolicesimo e dell’inquisizione…

elizabethana · grilloleggente

In Originale

Mail:

Studio lingue, e devo leggere Shakespeare e Marlowe in originale. Non lo avevo mai fatto prima. Ci sto provando, ma faccio molta fatica. L’ho sentita parlare, e ha l’aria di qualcuno che lo fa spesso e ci trova anche gusto: mi dica qualcosa d’incoraggiante!

first-folioE io ho risposto dicendo quel che direi a degli ipotetici allievi, se insegnassi letteratura inglese – una rielaborazione di quel che a suo tempo fu detto a me. Non posso garantire nel più assoluto dei modi che funzioni per chiunque e ciascuno, ma di certo ha funzionato per me… Riassumiamolo in quattro comodi punti, volete?

I. Cominciamo con qualcosa che abbiamo già letto in Italiano. Avere un’idea di che cosa si sta leggendo, della trama e dei personaggi, è già d’aiuto, ma conoscere ragionevolmente bene una traduzione facilita molto le cose: sappiamo che cosa aspettarci, sappiamo dove siamo e non abbiamo bisogno di preoccuparcene. È l’equivalente dell’andarcene in giro con una mappa – e a questo punto siamo soltanto noi e la lingua.

II. Non leggiamo con il dizionario accanto, fermandoci ogni volta che non capiamo una parola. E non leggiamo con la traduzione a fronte – per carità: non c’è nulla di più noioso e frustrante. Tiriamo dritto, invece, senza concentrarci sulla singola parola – e nemmeno sul singolo verso. Seguiamo il flusso della lingua e del discorso, il ritmo, la costruzione, osservando e confrontando il modo in cui l’autore usa le stesse parole ed espressioni in contesti diversi. Scopriremo che, se non proprio tutto, in genere riusciamo ad afferrare il senso. Una volta finita la scena, ricominciamo daccapo, sottolineando quel che non capiamo : adesso è il momento del dizionario – monolingue, appena possibile.

IIbis. Ricordiamoci che l’idea non è quella di tradurre in Italiano, ma di capire in Inglese…AsYouLikeIt

III. Dopo avere letto, andiamo a teatro. In originale. Il che nella maggior parte dei casi significa procurarsi qualche DVD, ma va quasi bene lo stesso. Shakespeare e Marlowe non scrivevano per essere letti, ma per essere rappresentati. Le parole recitate su un palcoscenico sono diverse dalle parole stampate sulla carta, eppure per l’ascolto-visione tutto sommato valgono gli stessi principi della lettura: invece di cercare di capire ogni singola parola, vale la pena di seguire il flusso, il ritmo…

IV. Insistiamo senza scoraggiarci. Tutto ciò non è facile e non funziona necessariamente al primo colpo. Ci vuole qualche perseveranza, ci vuole esercizio, ci vuole tempo. E ci vuole un pizzico di fede nel fatto che, insistendo a sufficienza, diventerà sempre più facile e più affascinante. Volendo, è del tutto possibile considerarla una caccia al tesoro particolarmente tosta: se fosse facile, che gusto ci sarebbe?

E volendo, c’è anche un punto V: adesso – e solo adesso – possiamo tornare alla traduzione, per il gusto di vedere che cosa si è conservato, che cosa è andato perduto, che cosa ha cambiato colore e gusto…

Ecco. E badate che non vale soltanto per l’Inglese elisabettiano, ma per qualsiasi lingua. Perché in fondo, l’Inglese cinquecentesco è, anche a conoscere l’Inglese, un’altra lingua. Il passato è un paese straniero, ricordate? Fanno le cose in modo diverso. E parlano in modo diverso. E pensano in modo diverso. E che si tratti del tardo Cinquecento, della Francia, dell’Uzbekistan, quale miglior modo d’impararne la lingua e capirne la mentalità se non attraverso le storie, la letteratura e il teatro?

 

 

elizabethana · libri, libri e libri · teatro

Hodges nella Calza

HodgeShE bisogna dire che sia stata una brava bambina, perché nella calza della Befana (sort of) ho trovato una vecchia copia del bellissimo Shakespeare’s Theatre, di C.W. Hodges. E sarà anche un libro illustrato per fanciulli (vinse la Kate Greenaway Medal nel 1964), ma le meravigliose illustrazioni di Hodges non hanno età, trovo, e rimangono profondamente soddisfacenti. Sono proprio come ci immaginiamo l’epoca d’oro del teatro elisabettiano, o immaginiamo l’epoca d’oro del teatro elisabettiano così come facciamo per via di Hodges?

Vedute a volo d’uccello di città (Londra più di tutto, of course), teatri, cortili di locanda e piazze affollate, ricostruzioni di palcoscenici, folle stipate a guardare la scena, attori in prova, in viaggio o all’opera… Si comincia con una succinta storia del teatro dal Medio Evo al Seicento, e poi ci si concentra sull’epoca di Shakespeare: una meraviglia.

Hodges2La mia copia, venduta originariamente da French’s Theatre Bookshop quando era ancora a Covent Garden*, è stata stampata in Austria (chissà perché) per conto della Oxford University Press all’inizio degli anni Settanta. La sovraccoperta ha visto giorni migliori, qualche pagina ha delle pieghe in strane posizioni, e qualcuno ha sottolineato a matita due frasi: una ha a che fare con il carattere essenzialmente religioso all’origine del teatro, l’altra afferma una certa ineluttabile necessità del teatro fra le attività umane, in tutte le epoche e a tutte le latitudini – al di là di tutti i tentativi di soppressione o censura.

Una a pagina otto e una nell’ultima pagina, potrebbero essere due sottolineature fatte più o meno a caso e a titolo dimostrativo da un lettore non terribilmente attento – ma, prese insieme e alla luce di ciò che Hodges dice altrove sul teatro come laboratorio della coscienza umana, fanno quasi un ragionamento logico, nevvero?

Ah well, che devo dire? Sono molto, moto lieta di avere trovato Hodges nella calza.

____________________________________

* Sadly, French’s non solo non è più a Covent Garden, ma non esiste proprio più, se non online. La primavera scorsa gli affitti troppo alti hanno fatto chiudere i battenti a quella che era LA libreria teatrale di Londra fin da metà Ottocento.

elizabethana · teatro

La Dodicesima Notte

Contando dalla sera del giorno di Natale (e non dalla notte di Natale stessa, ciò che ho sempre trovato lievemente bizzarro) la Dodicesima Notte è la vigilia dell’Epifania.

shakespeare, la dodicesima notte, epifaniaNell’Inghilterra Tudor-elisabettian-giacobina, quella che era stata una festività cattolica si era trasformata in un’occasione piuttosto carnevalesca, che comportava danze, vino e burle, l’elezione di un Lord Of Misrule e una licenza non scritta per domestici, apprendisti e dipendenti in genere a beffare i propri padroni – o addirittura travestirsi come loro.

La faccenda era vastamente diffusa e popolare, e giungeva fino a corte. Apparentemente a Shakespeare fu commissionata una commedia da rappresentare come intrattenimento per la festa reale la sera dell’Epifania del 1601 o 1602.

Come spesso accade, di questa prima e titolata rappresentazione non si sa nulla di preciso. shakespeare, la dodicesima notte, epifaniaLa prima data che abbiamo è quella del 20 febbraio 1602, quando la XIIN venne rappresentata al Temple, la scuola di Diritto di Londra. La domanda diventa dunque: quanto tempo passava prima che i futuri giurisperiti potessero divertirsi con un intrattenimento dopo che questo aveva debuttato a corte? Sei settimane? Un anno abbondante? Non si sa – non più, o forse non ancora.

Ad ogni modo, la commedia era perfettamente adatta all’occasione: una vicenda di identità e generi scambiate, gemelli identici, corteggiamenti incrociati, agnizioni, travestimenti e, soprattutto, burle. Quella che dovrebbe essere la vicenda principale, i casi dei gemelli Sebastian e Viola/Cesario, naufraghi in Illiria (of all places!) è sovrastata dalla trama comica, una cospirazione tra servi e padroni ai danni del detestabile intendente Malvolio. Tutto finisce bene – ma in carattere assai dodicenottesco, con il duca e la contessa che sposano un naufrago ciascuno, e un baronetto che sposa una dama di compagnia, con scarsa soddisfazione dell’intendente beffato.

Una favola buffa e rassicurante, in cui, dopo tutto, si vedeva che sovvertimento dell’ordine sociale, beffe e confusioni di genere avevano il loro spazio – nel cerchio incantato e invalicabile di  una notte di festa e di un palcoscenico.

shakespeare,la dodicesima notte,epifaniaQui – per la vostra calza – trovate la pagina shakespeariana del Progetto Manuzio. Scendete un po’ per trovare La Dodicesima Notte scaricabile in PDF, TXT o RTF. Buona Epifania!

bizzarrie letterarie · elizabethana

Riveduto E Corretto

RestorationTheatre06E dicevamo che, in Compleat Female Stage Beauty, quel che il re vuole non è una storia diversa – ma proprio l’Otello, finale sanguinoso e tutto, con sorprese. Il che è carino e serve bene per quello che Hatcher vuole dire, ma non rispecchia del tutto la mentalità Restoration in fatto di teatro, e di teatro elisabettiano in particolare. Perché in realtà…

Insomma, mettetevi nei panni degli Inglesi post-Restaurazione. Immaginate i teatri che riaprono nel 1660, dopo diciotto anni di guerre civili prima e cupaggine cromwelliana poi. Immaginate di essere assetati di divertimento, di musica, di gaiezza in generale.

E immaginate di ritovarvi per le mani le opere di Shakespeare. Età dell’oro elisabettiana fin che si vuole, ma che diamine: sono passati sessanta, settant’anni, e il gusto è cambiato. Shakespeare, che già cominciava a passare di moda negli ultimi anni della sua vita, a questo punto appare proprio come il relitto di un’era più cruda, più ingenua, più ferrigna…

E allora che si fa? SI rinuncia del tutto e passa oltre? Niente affatto, perché le storie sono notevoli, la poesia a tratti meravigliosa – se solo il tutto fosse un po’ meno antidiluviano in gusto e stile!  Ma a questo c’è rimedio, giusto? In fondo che ci vuole? Basta riscrivere.

Nahum TateE lasciate dunque che vi presenti Nahum Tate, irlandese e futuro Poet Laureate d’Inghilterra. Nel 1681, giovane e già celebre, scopre il Re Lear, e rimane semifolgorato – e la parte operativa è proprio quel “semi”.

Perché, vedete, Tate si accorge subito di essere inciampato in un mucchietto di gemme. Certo sono grezze, queste gemme, e buttate lì a qualche modo – ma così splendenti nel loro disordine che Tate sente l’impellente necessità di rimetterci mano e rimediare ai molti difetti della tragedia. E così ne riscrive una buona quantità, e cassa cosette del tutto secondarie come la parte del Buffone, ma soprattutto riscrive il finale.

Re Lear, lo sapete, è la storia di questo re vegliardo che caccia di casa l’unica figlia che lo ami veramente, ed è prontamente detronizzato dalle altre due figlie malvagie. Seguono guerra civile, accecamenti in scena, lotte fratricide, follia vera e presunta, tradimenti e controtradimenti, crisi di coscienza – e alla fine muoiono tutti. Ebbene, non ci crederete, ma a tutto ciò Nahum Tate riesce ad appiccicare un lieto fine in cui i malvagi seguitano a morire, ma Lear recupera il suo trono e richiama a corte in trionfo la dolce Cordelia, che così può sposare non il re di Francia cui era fidanzata, ma il giovane Inglese di cui è innamorata.

Er… sì.

Ma d’altra parte, tal dei tempi era il costume, e non è che Tate facesse alcunché di inaudito, scandaloso o inusitato… Non solo il tardo Seicento, il Settecento e l’Ottocento traboccano di riscritture creative (per dire, il Macbeth danzante e canterino di William Davenant…), ma la prassi non era nemmeno limitata al teatro, e sconfinava in campo filologico – vedasi Alexander Pope, che nel 1725, nella sua edizione in sei volumi delle opere complete di Shakespeare, non si fa il minimo scrupolo a riscrivere, potare le irregolarità metriche come se si trattasse di un giardino alla francese, cassare un migliaio e mezzo di versi che gli paiono brutti…

Ma non divaghiamo, e torniamo al Re Lear, che la storia è tormentata.

Prima di tutto, bisogna che sappiate che la versione per ottimisti di Tate ha molto successo – tanto da soppiantare quasi completamente l’originale. Quando nel 1755 David Garrick e Spranger Barry si sfidano a colpi di Lear dai rispettivi teatri, in una rivalità tanto accesa e tanto sentita da provocare tumulti nelle strade, non recitavano Shakespeare, ma Nahum Tate.

Barry_002Il che magari rende un po’ strano in quadro di James Barry* che nel 1788 ritrae il finale tragico, ma si sposa perfettamente con la storia di William Henry Ireland che, nel 1794, tra i suoi falsi shakespeariani include un manoscritto “originale” del Re Lear. E anche William Henry non si limita a trascrivere da qualche edizione discesa dal First Folio, ma ci mette del suo – o quanto meno toglie. Toglie tutto lo humour di grana grossa, raffina e purga il Bardo, anticipando i fratelli Bowdler… E la faccenda funziona, perché siamo in piena Bardolatria, e l’Inghilterra Georgiana è ansiosissima di credere al ritrovamento, di scoprire con sollievo che il Cigno di Stratford era più fine e spirituale dei suoi ribaldi curatori postumi.

Allo stesso modo, quando il ferocissimo avvocato e studioso shakespeariano Edmund Malone convince il parroco di Stratford a passare una mano di bianco sull’orrido busto funerario – dipinto a vivaci colori perché tale era il costume nel 1616 – ebbene, quella mano di bianco è il simbolo perfetto dell’atteggiamento dell’epoca: Shakespeare si venera, ma si venera molto meglio riveduto, corretto, intonacato e neoclassico.

E se poi può scapparci il lieto fine, tanto meglio. Erano in tanti a pensarla come il Dottor Johnson, che avendo visto una volta in gioventù il finale tragico, ne era rimasto insopportabilmente sconvolto, e considerava di gran lunga preferibile la versione per ottimisti…

E anche se già Garrick comincia a ripristinare pezzi dell’originale shakespeariano, resinserendo per esempio il Buffone,** bisogna aspettare il 1823 perché Edmund Kean provi a riportare in scena il finale tragico – e comunque non è come se andasse straordinariamente bene. Kean incassa un passabile successo personale nel ruolo, ma nulla di più. Alla fin fine sarà William Charles Macready a spuntarla, ma anche lui – pur con la sua ossessione per il rigore filologico – dovrà provarci due volte, prima nel 1834 e poi, definitivamente, nel 1838.

E quindi, sì: c’è sempre qualcuno convinto di poter fare di meglio – e in definitiva, Shakespeare per primo era un riscrittore sopraffino. Dubito che, considerando le disinvolte pratiche dell’età elisabettiana, si sarebbe stupito o indignato più di tanto sulla sorte del suo Re Lear. Tutto sommato, è perfettamente inutile stupirsi dei ritocchi di Nahum Tate. Semmai, se vogliamo proprio levare un sopracciglio, leviamolo sui 157 anni che l’originale ha impiegato per riprendersi il suo posto – a riprova del fatto che non solo c’è sempre qualcuno convinto di poter fare di meglio, ma è anche del tutto possibile che quel qualcuno trovi ragione presso un sacco di gente, per un sacco di tempo.

___________________________________

* Magari non sono proprio quei dubbi da dormirci, ma mi sono sempre chiesta: in basso a sinistra, saranno Gloucester ed Edgar con il cadavere di Edmund?

** E prima di commuovervi sulla fedeltà di Garrick al suo Bardo, ricordatevi che Garrick aveva riscritto l’Amleto “per salvare il testo da tutte le assurdità del V atto.”

 

elizabethana · Shakespeare · teatro · teorie

Uno Strumento Potentissimo: C.W. Hodges e il Teatro

Il teatro come istituzione è il principale meccanismo tramite il quale gli esseri umani sviluppano i loro modelli di condotta, la loro moralità, le aspirazioni, l’idea del bene e del male e, in generale, quelle fantasie a proposito di se stessi e dei loro simili che, se praticate con persistenza, tendono a diventare fatti nella vita reale.

Trovo l’idea dell’umanità che prova e modella se stessa attraverso il teatro CWHodgesenormemente affascinante – ma immagino che da me non ci si possa aspettare altro, giusto?

Ad ogni modo, l’idea è dell’Inglese Cyril Walter Hodges, pluripremiato illustratore, scenografo, costumista, romanziere storico e studioso shakespeariano. Personaggio parecchio eclettico – ma con un metodo, considerando che la maggior parte del suo lavoro ruota attorno al teatro, alla storia e alla storia del teatro.

Personalmente adoro le sue illustrazioni: le linee veloci ed eleganti, l’equilibrio tra abbondanza di dettagli e stilizzazione, i colori trasparenti e luminosi… Di tutti i suoi lavori, i miei preferiti sono quelli dedicati al teatro, e a quello elisabettiano in particolare. L’intero corpus fu acquistato negli anni Ottanta dalla Folger Library, che adesso ha digitalizzato tutto quanto per renderlo disponibile nella Reticella – qui e qui. Raccomando cautela, perché è uno di quegli e-posti in cui si possono passare tante e tante ore felici – ovvero un Pozzo delle Ore Perdute… Non so quante volte mi ci sono e-recata in cerca di qualcosa di specifico per poi perdermi a girovagare felicemente.

Globe+Full+ColourEd è un po’ un’ironia che un uomo che ha incentrato la sua vita su una passione per il teatro elisabettiano dovesse avere pessimi ricordi del Dulwich College – fondato dal grande attore elisabettiano Edward Alleyn – tanto da ricordare i suoi anni scolastici come “un’infelicissima prigionia”… Ma per fortuna l’infelicità scolastica non spense l’interesse del giovane Hodges per il periodo, e non gli impedì di diventare l’uomo i cui disegni speculativi e la cui erudizione sono stati fondamentali nella ricostruzione moderna dei teatri elisabettiani.

Mi piace pensare che, se il teatro serve a modellare l’idea che l’umanità ha di se stessa, Cyril Walter Hodges ha senz’altro contribuito in modo essenziale a modellare l’idea che noi abbiamo del teatro elisabettiano.

elizabethana · Storia&storie · Vitarelle e Rotelle

la Caratterizzazione è un Apostrofo di Colore a Scelta

Rieccomi, o Lettori! Direi che ho trovato le chiavi di casa – ma in realtà non ho idea di come sia successo: fino a ieri non c’era verso di fare il login, e invece oggi sì. Ah well, meglio così.

E visto che sono tornata, parliamo di personaggi, volete? Nicholl Lodger

Chi di noi non vorrebbe popolare i suoi libri di gente indimenticabile? È al tempo stesso una tecnica difficile da padroneggiare, un elemento chiave della buona scrittura e uno degli aspetti più complessi di quella malattia da scrittori che Tolkien chiamava il complesso della subcreazione: infondere la scintilla vitale nei propri personaggi, soffiare la vita nelle narici della creatura impastata con inchiostro e carta…

Curiosamente, ho trovato un affascinante bit of advice in proposito in un libro che non è né un manuale di scrittura né un romanzo, ma una curiosa specie di biografia. In The Lodger – Shakespeare on Silver Street, lo storico inglese Charles Nicholl concentra le sue prodigiosamente minuziose ricerche sul soggiorno di Shakespeare presso una famiglia di fabbricanti di acconciature di origine francese – e la parte da lui avuta in una causa civile tra due generazioni della famiglia.

Non è che Shakespeare faccia una gran figura nell’insieme, ma non è di lui che voglio parlare, bensì della sua padrona di casa, Marie Mountjoy, che era arrivata in Inghilterra da profuga ugonotta e aveva fatto tanta carriera nel suo campo da creare acconciature per la consorte di Re Giacomo VI e I, nientemeno.

simon-formanMarie, mercantessa agiata (e forse moglie adulterina, ma se suo marito era come appare dal lavoro di Nicholl c’è da capirla), a un certo punto consulta il Dottor Simon Forman, astrologo, medico e sapiente, nella speranza di recuperare un paio di anelli e del denaro che ha perduto. La pratica era comune all’epoca, e Forman uno dei praticanti più reputati nel suo campo. Tra l’altro, il dottore teneva annotazioni dettagliate dei suoi casi – annotazioni in buona parte sopravvissute. È nei suoi quaderni che Nicholl trova una serie di affascinanti particolari su Marie, compreso un piccolo elenco di tre personaggi che include Margery, una domestica di casa Mountjoy, “una ragazzotta alta e lentigginosa” nella descrizione della sua padrona. A tall and freckled wench.

Queste poche parole, annotate da Forman mentre parlava con Marie, sono qualcosa che mette i brividi: una voce di quattrocento anni fa registrata senza il tramite di elaborazioni letterarie o formule giuridiche e religiose. Nicholl coglie e sottolinea la meravigliosa immediatezza di questa piccola finestra aperta su un altro secolo: ogni volta che voglio ricreare Marie nella mia mente, la immagino mentre pronuncia lentigginosa con un accento francese*.Marie

Queste sono gioie nella vita di un ricercatore e di un romanziere. Provate a fare il piccolo esercizio d’immaginazione descritto da Nicholl: ecco Marie a trent’anni, protesa in avanti nella luce incerta delle candele di Forman, con la fronte corrugata sotto la cuffia e la bocca stretta in contenuta disapprovazione, con le mani serrate in grembo e la sua erre francese.

Vera, viva e vivida dopo quattrocento anni, e tutto per quelle tre parole dette all’astrologo, tre parole che conservano la traccia delle sue origini, della sua mentalità, delle sue credenze, della sua personalità.

A volte basta proprio poco per (ri)creare una persona.

_________________________________________________________________________________________

* “Whenever I try to conjure up a sense of Marie, I imagine her while she pronounces “freckled” with a French accent.”

elizabethana · Storia&storie

I Falò Dell’Armada

Vi va, per oggi, una piccola storia di come storie, leggende e luoghi comuni scendano giù pei secoli – e a volte assumano strane forme?
766px-Invincible_Armada.jpgAllora, cominciamo col dire che in Inghilterra il 1588 fu l’Armada Year, perché si temeva e aspettava l’attacco spagnolo via mare, e l’attacco arrivò. Come misura d’allarme, fu rimesso in uso l’antichissimo ed efficace sistema dei beacons, sorta di ur-fari costituiti da pile di legna cosparsa di pece, ciascuno con il suo guardiano pronto ad incendiarlo. I beacons erano sparsi per buona parte della costa occidentale dell’Inghilterra, ciascuno visibile dal precedente e dal successivo. Quando la flotta spagnola fece davvero la sua comparsa all’orizzonte, il primo guardiano che l’avvistò dalla Cornovaglia accese il suo beacon, seguito dai suoi immediati vicini non appena questi videro le sue fiamme, e poi via così, fino a che la notizia non giunse a Londra. Prayer.png

Dopodiché, nel giro di qualche mese, una combinazione di abilità marinaresca inglese, tempeste e puro caso fece polpette del grosso dell’Armada, e l’immagine delle navi spagnole disalberate che bruciavano alla deriva si confuse, nell’immaginario degli Isolani festanti, con le fiamme dei beacons d’allarme. Memorialisti e scrittori dell’epoca riportano i brindisi nelle taverne, le preghiere d’occasione (una delle quali attribuita addirittura alla Grande Elisabetta in persona), le ballate e le poesie estemporanee che celebravano la vittoria e i beacons, segno della vigilanza e dell’indomabile bellicosità inglesi.

In realtà l’entusiastico idillio durò poco, ma mentre la Regina e il Consiglio Privato lesinavano paga e cure a reduci e feriti, il mito cominciava già a crescere. Lo ritroviamo, per esempio, descritto allegoricamente in The Faerie Queene di Spenser, e lo ritroviamo nelle pagine di legioni di storici di età Tudor e Stuart e anche Hannover: la piccola e tosta Inghilterra, con pochissime navi e le barchette da pesca, resiste alla poderosa avanzata di una sterminata flotta di enormi e malintenzionatissime navi spagnole, e solo l’ardire di questi cavalieri del mare, ispirati dalla loro regina e guidati da Dio, ricaccia indietro i feroci invasori papisti…

Mica tanto vero, in realtà, perché le forze navali in campo erano pressoché pari, la vittoria inglese non cambiò drasticamente da un giorno all’altro gli equilibri dell’orbe terraqueo, e gli Spagnoli non avevano inteso di colonizzare e ricattolicizzare a forza l’Isoletta e, già che ci siamo, non erano nemmeno stati loro a battezzare la loro flotta La Invencible Armada – il nome era stato partorito dall’ansia degli Inglesi. Macaulay.png

Ma poco importava: la leggenda aveva messo radici abbastanza profonde perché nel 1832 Thomas Babington Macaulay, storico e poeta, dedicasse un poema narrativo ai vincitori dell’Armada – senza dimenticare i beacons che si accendono uno dopo l’altro e scintillano lungo la costa, chiamando alle armi gli Inglesi e lanciando un fiammeggiante monito agli Spagnoli!

ArmadaBeacons.png1888, terzo centenario, ed ecco un’incisione commemorativa di Edward Whymper, in cui si vede il messaggero a cavallo che galoppa in riva al mare con una fiaccola in pugno. Dietro di lui si raduna gente, dietro la gente i guardiani accendono un beacon, e sullo sfondo, giù lungo la costa, ecco il fuoco successivo che brilla già.

Andiamo avanti: 1936, e A. E. W. Mason pubblica il suo romanzo storico Fire Over England, il cui giovane eroe è una spia inglese alla corte di Madrid – ma tornerà in patria in tempo per comandare una delle navi incendiarie a Gravelines. L’anno successivo, 1937, dal romanzo viene tratto un film che FOEMason.jpgdoveva servire a diverse cose: celebrare non so più quale anniversario reale, fare cassetta sull’enorme successo del romanzo (e su Laurence Olivier nel ruolo di Michael/Robin) e proporre all’Inghilterra tutta un’interessante analogia tra la Spagna di Filippo II e la nascente potenza nazista. E qual’è mai l’orgogliosa isoletta che, di mestiere e da sempre, resiste ai tiranni e agli invasori? Inutile dirlo, la scena dedicata all’accensione dei beacons è lunga, elaborata ed epica.

Passano le guerre e passano i decenni, e adesso balziamo avanti, agli Anni Ottanta, quando l’Armada e i suoi fuochi ricompaiono in bizzarra forma. Avete mai giocato con un librogame? Quelle cose narrate in seconda persona singolare, in cui armati di un dado o due e di una matita, siete voi a decidere gli snodi della vicenda? Ebbene, ce n’era game.jpguna limitata quantità di ambientazione storica, e in particolare uno il cui sottotitolo è The Spanish Armada. E il titolo? Quale pensate che sia l’immagine scelta dal dipartimento marketing per risvegliare insieme l’attenzione, la memoria e il senso di romantica avventura del lettore? Ma Blazing Beacons, naturalmente: falò ardenti!

Ultima tappa: Elizabeth – The Golden Age, nel 2007, racconta di necessità la stessa storia (con una discreta quantità di licenze narrative, ma d’altra parte, chi non si è preso licenze con questa storia?), e di nuovo dedica ai beacons una lunga ed emozionante sequenza di fuochi che si accendono una dopo l’altra nel crepuscolo, per diventare la luce che indora i vetri piombati di una trifora alle spalle della regina – giusto in tempo per il punto di non ritorno: “We cannot be defeated”.

E questa mattina eccomi qua che, nel mio piccolo, aggiungo un tratto alla storia – un fuocherello alla fila – raccontandovi tutto questo sulla Rete, e i beacons ne hanno fatti di passaggi: da strumento di comunicazione ottica a motivo di esultanza, a leggenda, a poesia, a pagina nei libri di storia, a romanzo, a film, a gioco, ad esempio di storia della comunicazione… E ciascuna tappa ha acceso la successiva, in un certo senso – e quindi si può dire che la catena continui ininterrotta da quattro secoli e moneta. Non male, don’t you think?