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Se

kipling, il libro della jungla, toomai degli elefantiE’ ufficiale: sto invecchiando.

Stamattina mi sono svegliata con Toomai Of The Elephants in testa, e non c’è stato verso: era questione di rileggerlo o pensarci per tutta la giornata.

TOTE è uno dei racconti del Libro Della Jungla, ma viene spesso pubblicato per conto suo. E’ la storia di un ragazzino indiano che vuole diventare un mahout e della sua straordinaria iniziazione, ma è soprattutto una storia di elefanti, dei loro riti e delle loro menti un pochino umane e molto misteriose.

TOTE è anche la porta attraverso cui, più o meno trentacinque anni fa, mi sono avvicinata a Kipling. Ho ricordi di mia madre che mi legge questa storia in una sera d’estate, della potenza delle immagini, e più di tutto della danza degli elefanti, selvaggia e solenne nel cuore della foresta buia. Sono certa che la radice prima della mia predilezione per gli elefanti è proprio lì.

E quindi per prima cosa stamattina ho cercato Toomai Degli Elefanti e l’ho riletto kipling, il libro della jungla, toomai degli elefantidopo decenni. Non nella versione di allora, ma in originale. E, come vi dicevo, sono giunta alla conclusione che sto invecchiando, perché mentre leggevo mi sono commossa… 

No, non sui ricordi d’infanzia – non sono ancora a questo punto – ma sulla storia in sé. Mi sono commossa sul mahout che chiama il suo elefante “mio signore”,  su Petersen Sahib che sa di non poter capire molte, molte cose, su Kala Nag, l’elefante più amato in tutto il Servizio, sul piccolo Toomai, sfrontato, timido e fiducioso come i bambini veri, sugli elefanti selvaggi e domestici che si danno convegno e poi tornano al loro posto – e sul finale. No, non vi dico nulla del finale, andate a leggerlo qui – in Inglese*.

E, una volta di più, non capirò mai il modo in cui è sottovalutato Kipling, con la sua scrittura vivida e potente, con le sue caratterizzazioni finissime e così umane, con la sua curiosità intellettuale e con la sua vena epica…

kipling, il libro della jungla, toomai degli elefantiSe uno scrittore è stato capace di segnarmi con una storia quando ero bambina, e poi a decenni di distanza è ancora capace di farmi svegliare con una nostalgia improvvisa di quella storia; se alla rilettura è capace di commuovermi e sorprendermi ancora, perché invece di trovarci meno di quanto ricordavo, ci trovo tanto di più; se è capace di emozionare la donna come allora aveva saputo emozionare la bambina; ebbene o miei lettori, allora quello scrittore è uno Scrittore.

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* O, se preferite, qui in Italiano – ma vi avverto: la traduzione è tutt’altro che male, ma in caratteri da lasciarci una diottria ogni tre righe e  in una formattazione tanto irritante quanto incomprensibile… Basta vedere come hanno trattato le due poesie all’inizio e alla fine.

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Il Mondo Piccolo di Guareschi

Parlando di scrittori, trovo che ci sia un genere speciale di grandezza: la capacità di creare mondi. E badate, non parlo di dettagliatissimo e immaginifico worldbuilding da fantascienza o fantasy – o almeno non necessariamente. Parlo di ogni caso in cui uno scrittore crea una serie di personaggi, luoghi e atmosfere che assumono un grado di realtà per il lettore. “Posti” in cui si vorrebbe stare, in cui ci si sente trasportati per il tempo della lettura, da cui spiace allontanarsi dopo avere chiuso il libro, di cui si sente nostalgia…

Guareschi1.JPGPrendete Guareschi e la sua Bassa del dopoguerra, con gli argini del fiume, i pioppi, i campi, la piazza del paese, le stalle, le trattorie, l’officina, la scuola elementare, la chiesa, la sezione del PCI… Quello che Guareschi chiamava il Mondo Piccolo – da qualche parte sulle rive del Po – è diventato un Posto di questo genere per un’infinità di lettori.

Fontanelle (PR), il paese natale di Guareschi, al Mondo Piccolo ha dedicato un incantevole museino che incarna alla perfezione quest’idea. Ci si arriva vagando per la campagna parmense, lungo strade minori, attraverso campi già mietuti, di paesetto in paesetto. Poi s’imbocca un magnifico viale di tigli – dove ci si aspetta da un momento all’altro di vedere la sagoma di Don Camillo in bicicletta, sottana, saturno e tutto – e ci si ferma a una di quelle vecchie scuole elementari con la facciata d’intonaco giallino e mattoni a vista. Credo che parte della mia generazione – la fetta che abita in campagna – abbia fatto in tempo a imparare a scrivere in edifici del genere. Ci si sente in territorio familiare. Davanti alla scuola c’è il Giovannino in persona. Statua in bronzo a grandezza naturale. In bicicletta. Come se fosse capitato lì e stesse per ripartire da un momento all’altro, fermo solo per il tempo di salutare con un cenno i nuovi venuti. Si ricambia il saluto e si entra nel museo. 

Nel Museo del Mondo Piccolo, a dire il vero, non è esposto nulla. Ci sono riproduzioni di vecchie fotografie, mappe di varie epoche, audiovisivi, una combinazione di tronchi e specchi che ricostruisce (con una certa efficacia) un boschetto di pioppi, alcuni vecchi banchi scolastici dove ci si può sedere per ascoltare la storia di Faraboli, delle sagome di contadini e un paio di pallets di libri di Guareschi. Nient’altro. Si passeggia e si ascoltano le voci che raccontano la storia della zona, la vita nei campi, la nascita delle cooperative, le vicende del Giovannino.otellobernini.jpg

E si ricorda. Si ricordano letture guareschiane ad opera delle nonne, personaggi irascibili e candidi, così vividi da essere quasi gente di famiglia, citazioni passate a lessico famigliare,  film rivisti all’infinito. E uscendo dalla scuola/museo ci si ritrova ancora nel Mondo Piccolo, nei paesetti, nei viali alberati, nei campi, nelle corti, a tavola con lambrusco e culatello – e non è difficile immaginare in questo scenario la gente e i fatti che si sono appena sentiti descrivere nel museo. Nel museo dove si respirava la stessa aria. Nel museo dove non è esposto nulla. Nulla se non l’atmosfera – l’essenza intangibile del Posto.

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Libri Perduti, Libri Ritrovati

betty smith, un albero cresce a brooklyn, libri, lettureNon vi è mai capitato di leggere da qualche parte una pagina di un libro, innamorarvene, volerlo leggere tutto e poi – per un motivo o per l’altro – non riuscirci?

Ne avete trovato una pagina su un’antologia, oppure avete ricevuto un prestito volante, oppure lo avete sfogliato su una bancarella e poi lasciato lì, o ne avete sentito leggere uno scrap alla radio. E dopo… magari avete annotato il titolo e perso il foglietto, oppure ve ne siete semplicemente dimenticati, benché foste certi di non farlo. Può anche darsi che non abbiate mai saputo chi fosse l’autore. Succede.

Però vi resta una curiosità, una nostalgia, un desiderio di leggere o rileggere, di sapere che mai succede a quel personaggio che vi aveva intrigato. Ogni tanto vi torna in mente, qualche volta vi capita persino di chiedere notizie a quell’amico che legge di tutto: “hai presente un libro in cui succede questo, questo e questo? Non so di chi sia. C’è un protagonista così e così, è ambientato nel tal posto, nell’epoca tale…”  O magari provate a consultare qualche libraio, non mancate mai di scrutare le bancarelle di libri usati e ripescate in soffitta le vecchie antologie. Oppure, una delle volte in cui vi torna in mente e capita che siate al computer, vi affidate a Google.

E in un modo o nell’altro, se persistete a sufficienza, finirete col trovarlo. Il libro salterà fuori su una bancarella o su internet, ritroverete il pezzetto di carta con il vostro appunto o l’antologia rilevante…

Ed eccovi lì, con il vostro Libro Ritrovato, e anni di ricordi deformati e aspettative irragionevoli fanno crepitare l’aria tra voi e il bottino. Ed esitate un po’, perché sapete che la lettura non sarà come la ricordate e come ve la aspettate. Dopo tutto può darsi che il libro non vi piaccia nemmeno, o che non sia quello che credevate. Magari il brano che ricordate riguardava un aspetto marginale o un personaggio secondario – per cui state per leggere tutt’altro. betty smith, un albero cresce a brooklyn, libri, letture

Il discorso non è completamente privo di riferimenti a fatti o persone reali: ho appena caricato sul mio Kindle un ritrovamento: A Tree Grows In Brooklyn, di Betty Smith, di cui ricordavo un brano letto su un’antologia venticinque anni fa. S’intitolava Francie e i libri. Me lo ricordo con una certa precisione – la biblioteca dove Francie prendeva in prestito le sue letture, i nasturzi così belli che guardarli le faceva male, il piccolo vaso panciuto per la colla, il nascondiglio per leggere, la coppa di vetro blu incrinata per le caramelle alla menta bianche e rosa, l’assenza del bambino dei vicini che giocava sempre “al funerale” seppellendo insetti nelle scatole da fiammiferi… Francie aveva deciso di leggere tutti i libri della biblioteca, e ne prendeva a prestito uno ogni giorno – due al sabato. E da quando aveva scoperto Amore mio se fossi re, una biografia romanzata di François Villon, lo riprendeva ogni sabato per rileggerlo. Aveva persino cominciato a copiarlo a matita su un quadernetto da 2 cents, ma non era lo stesso. All’epoca avevo persino trovato un nascondiglio per leggere, e le caramelle di menta bianche e rosa da tenere in una coppa di vetro. E so di avere assorbito un modo di dire da quella pagina…

Ecco, adesso ce l’ho, il libro. Il libro che mi ha influenzata senza che lo abbia letto per davvero. Adesso ce l’ho – originale, formato ebook – e sono pronta a leggerlo. Sto per conoscere Francie Nolan per davvero, dopo che, per un quarto di secolo, l’ho ricordata per Villon e le caramelle alla menta. Vi farò sapere.

E già che ci siamo: qualcuno ha idea di che cosa possa essere un lavoro teatrale tradotto dall’Inglese, in cui una giovane donna, dopo la sua morte, ottiene di poter tornare per una giornata con i suoi cari, nonostante le altre anime glielo sconsiglino caldamente? E quando è tornata, scegliendo un giorno di compleanno, è terribile, perché i suoi famigliari lo vivono come era accaduto a suo tempo, senza dare ascolto alla protagonista che li prega di rallentare, di godersi ogni momento, di non dare per scontato la serenità e l’affetto… Avete idea?

E voi? Non avete qualche Libro Perduto? Il lontano ricordo, o l’impressione, o il pezzetto di un libro che non riuscite a identificare?

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Oh, e semmai fosse venuta la curiosità anche a voi…

 

 

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Le Liste Di Torino

Salone del libro di torino, centocinquantesimo, centocinquanta grandi libri, unità d'italiaUn po’ in ritardo scopro che, in onore del Centocinquantesimo, al Salone del Libro di Torino hanno stilato tre liste: i centocinquanta libri, uno per ciascun anno italiano, che “ci hanno resi un po’ più italiani”, i quindici personaggi “il cui pensiero… è diventato matrice dell’identità di noi italiani d’oggi” e quindici “Superlibri… I totem. I must, i testi fondativi su cui l’Italia si è formata e si è lacerata, si è unita e si è divisa.”

Cominciamo subito col dire che in fatto di Personaggi sono abbastanza d’accordo. Immagino che ci sarebbero stati altri candidati possibili, ma non si può negare che tutti e quindici gli eletti abbiano lasciato segni profondi nella cultura italiana intesa nel senso più lato.

Qualche riservetta in più potrei avere in merito ai Superlibri – ma nulla di enorme: la motivazione chiarisce debitamente che la lista non comprende “necessariamente capolavori di bello scrivere.” Piuttosto, gli estensori hanno cercato di individuare “i libri che, al loro apparire, hanno rappresentato un punto fermo, una svolta, un cambio di passo. Libri che hanno trasformato la rappresentazione del nostro Paese agli occhi di sé e del mondo.” Non sono del tutto sicura che il Pasticciaccio brutto o Il Nome della Rosa siano stati proprio così miliari, ho la sensazione che l’inclusione di Pinocchio si basi su considerazioni retrospettive e credo che sia ancora troppo presto per investire definitivamente Gomorra del ruolo di svolta epocale, ma nel complesso capisco i criteri e vedo qualche coerenza nella loro applicazione.

Dove invece ho delle remore è con la lista dei Centocinquanta Grandi Libri. Vi dirò, ci ero arrivata seguendo la segnalazione di questo articolo, in cui ci si stracciano le vesti per l’esclusione di Manzoni e (presumo) dei Promessi Sposi dal novero dei libri “che ci hanno resi un po’ più italiani”. In realtà, come d’altronde nota la blogger stessa, c’è un ottimo motivo per l’esclusione, visto che la lista conta solo libri pubblicati dal 1861 in qua e, fino a prova contraria, l’ultima edizione dei PS è la Quarantana. Per cui Manzoni non c’entra, e so far so good. Più di traverso mi va il fatto di non riuscire a individuare un criterio che spieghi l’insieme delle scelte. Valore letterario? Allora, perdonatemi se storco il naso davanti a Tamaro, D’Orta, Terzani e Faletti – quanto meno, ma potrei continuare ancora un po’. Splash editoriale? Vendite? Popolarità? E come la mettiamo allora con l’assai specialistico Ascoli, o con De Roberto, i cui Vicerè faticarono tanto a trovar fortuna? Estrema italianità per autore o per contenuto? Qualcuno mi spiegherà allora la presenza del pontefice polacco o di Magris proprio con Danubio. Immedesimazione da parte dei lettori? Non me ne voglia l’ombra del Professor Ascoli se lo tiro in ballo una seconda volta, ma ho difficoltà a immaginare schiere di Italiani che s’immedesimano nel Proemio all'”Archivio Glottologico Italiano” – o nei Saggi Critici di Debenedetti, se è per questo. Carattere defining dell’Italianità in senso lato? E allora che ci fanno Baricco e Giordano, per citarne due?

“O tonta,” mi si dirà. “Ma la lista è chiaramente, ovviamente, lapalissianamente basata su una combinazione di tutti i criteri che hai citato!”

Fort bien, ma allora spiegatemi meglio il peso relativo dei criteri e la loro applicazione, spiegatemi che cosa ha portato un criterio a prevalere sugli altri in ciascun caso, spiegatemi l’ottica ultima della faccenda. Spiegatemelo perché, lo confesso arrossendo, da sola non ci arrivo del tutto.

Voi che ne dite?

 

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Amazon Affiliate

Chiariamo una cosa.

Da qualche tempo avete cominciato a veder comparire qua e là per SEdS dei link con immagine che conducono a una pagina di Amazon.it o Amazon.uk su cui è possibile acquistare l’uno o l’altro libro. Si tratta di affiliate links: se qualcuno giunge alla pagina in questione e compra il libro, io ricevo una commissione. Ebbene sì: mi sono affiliata.

Perché l’ho fatto? Non tanto inseguendo il miraggio di folli guadagni – tra l’altro le commissioni non sono quel che si dice faraoniche, e sono destinate a diminuire – quanto perché abbastanza spesso mi capita di ricevere mail del tipo: dove trovo il tale e il tale altro libro? E mentre per i libri in Italiano, quando si parla di edizioni fuori catalogo, posso sperare di indicare qualche biblioteca, per quelli in Inglese la faccenda è più complicata, e Amazon è spesso una buona soluzione. Mi è capitato molte volte, girellando per blog altrui, di scoprire un libro che volevo assolutamente leggere, e di apprezzare il link del posto in cui potevo procurarmelo subito. Perché non offrire lo stesso genere di possibilità?

Vi dirò di più: siccome myBlog ha appena reso possibile la creazione di pagine aggiuntive, non è affatto improbabile che Senza Errori di Stumpa sviluppi un suo piccolo bookshop, dove sarà possibile trovare link diretti per l’acquisto dei miei libri e di un ristretto numero di altri titoli – quelli da cui sono particolarmente ossessionata. Anche quelli saranno affiliate links.

Ciò detto, è ovvio che continuerò a recensire, raccontare e dissezionare del tutto indipendentemente da quello che Amazon vende o non vende, e non tutto quello di cui parlerò sarà disponibile su Amazon.

Intanto sperimentiamo. Quando avrò rodato un po’, semmai riparleremo di come funziona.

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Dieci Anni Con Amazon

Dieci anni fa, come oggi, ho ordinato il mio primo libro su Amazon. Ero internettizzata da poco, la rete era ancora hic sunt leones, e stavo scoprendo con entusiasmo crescente la posta elettronica – ma comprare libri a distanza sembrava una cosa davvero marziana. Poi il mio amico A. – che essendo un ingegnere era più tecnologico di me – ne cantava talmente le lodi…

Non so se vi rendiate ben conto. All’epoca, dopo alcuni felici anni trascorsi tra Pavia, Cardiff e Londra, ero appena tornata a vivere in un posto dove la libreria più vicina è a venti chilometri di distanza, e quando ci sei arrivata non è che si facciano proprio sempre in quattro per procurarti quel che cerchi, specie se è in Inglese. Io pensavo con feroce rimpianto al Delfino di Piazza della Vittoria e ai vari bookshops della mia vita recente, e all’improvviso, secondo A. c’era un accettabile next best thing

Oh, la prima visita su Amazon.com, questi scaffali virtuali colmi di ogni bendidio, con le immagini delle copertine e le recensioni… mi sentivo tanto Ali Baba! E ricordo benissimo di avere impiegato quasi due ore a scegliere il mio primo acquisto: The Juvenilia of Jane Austen and Charlotte Bronte, edizione Penguin, £ 10,76 più, presumo, spese di spedizione. E ricordo l’arrivo del pacchetto una settimana esatta più tardi, e la felicissima lettura*, e l’appagante sensazione di avere di nuovo a portata di mano un posto dove procurarmi i libri che volevo, non quelli che trovavo.

Negli ultimi dieci anni sono stata un’acquirente fedele di Amazon nelle sue varie branches internazionali: Amazon.com, Amazon UK, occasionalmente Amazon France e, dallo scorso anno, Amazon Italia. In realtà le Poste Italiane hanno fatto del loro meglio per rovinare questo felice idillio, ma devo dire che ho sempre trovato un ottimo servizio, e tutte le volte in cui i libri sono andati effettivamente persi (perché è capitato, and not just once), tanto Amazon propriamente detta quanto i vari dealers sono sempre stati prontissimi a rispedire senza la minima difficoltà. Posso forse registrare la volta in cui, ad acquisto pagato, un dealer mi ha informata che dei due volumi di The Elizabethan Stage di E.K. Chambers che avevo ordinato, ne aveva uno soltanto. Fortunatamente era quello di cui avevo più bisogno, e siccome non si trovavano altre copie, mi sono fatta rifondere il volume mancante e sono andata avanti. Oppure potrei raccontare l’occasionale squabble con il venditore che non vuole tre stelline di feedback, perché tre stelline contano come un voto negativo, e allora non è giusto, e posso per favore rimuovere il feedback…

Ma fa nulla: nel complesso Amazon mi ha resa e ancora mi rende molto felice. Ah, il senso di vacanza di quando arriva un pacco di libri! Tra l’altro, molto opportunamente, proprio ieri ne è arrivato uno. A dire il vero è in ritardo, ma arriva così a proposito che glielo si può perdonare.

E a titolo di festeggiamento del decennale, avendo io scoperto (meglio tardi che mai!) che Somnium Hannibalis è in vendita su Amazon, credo  che infilerò qui questo:

Grazioso, vero? E so di essere del tutto spudorata, ma se qualcuno di voi avesse voglia di passare di là e lasciare una recensione, sarei molto grata.

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* Periodo di marmellata di rose, tra l’altro, e ancora adesso associo il profumo in questione a(gl)i Juvenilia.

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Incubi Di Carta

incubo2.jpgSi parlava, qualche tempo fa, di libri che segnano. In realtà poi ci sono libri che segnano in modo molto meno duraturo – ma più sgradevole. Avete mai avuto incubi da lettura? Io a bizzeffe. Sarà che in qualche modo la parola scritta, con la sua capacità di evocare senza esplicitare del tutto, ha sempre avuto su di me molto più effetto delle immagini. Sia come sia, ho passato molte notti insonni a rimpiangere di avere mai posato gli occhi sull’uno o sull’altro libro. E non solo da bambina: c’è voluta una dissennata quantità di anni perché imparassi ad applicare il principio che certe cose vanno lette soltanto nelle ore di luce. Perché dite quel che volete, ma dopo il tramonto cambia tutto e la stessa storia che in pieno giorno era quasi innocua, diventa foraggio per gli incubi.

Non dico che le mie reazioni siano del tutto sensate, e scommetto che su qualcuna sorriderete. D’altra parte, a man’s treasure… con quel che segue. Vediamo un po’.

* Jack London. Mi par di sentire il fruscio di sopracciglia sollevate. “Jack London ti dà gli incubi?” Non tutto JL, anzi: sono un particolare racconto in cui un uomo che si era ritrovato isolato nella neve, ferito e incapace di proseguire, cercava di uccidere a mani nude il suo cane husky per potersi tenere al caldo le mani nel cadavere sventrato. Alla fine non ci riesce, il cane fugge e presumibilmente l’uomo muore congelato. Premettendo che avevo dieci anni, la ferocia della situazione, pur senza particolari cruenti mi rovinò il sonno per tutta una vacanza al mare.

* Tra Gli Orrori Del Duemila. E già dal titolo… Altro ricordo d’infanzia, altra storia marittima, nonché l’inizio del mio pessimo rapporto con la fantascienza. Forse ho già raccontato questa storia da qualche parte. Mio padre non partiva mai per il mare con una scorta sufficiente di libri e, essendo un lettore vorace e rapido, finiva invariabilmente col comprare quel che trovava nelle edicole. Quella di cui parlo, era una storia fantascientifico-apocalittica della collana Urania, iniziata e accantonata – e non si supponeva affatto che io dovessi leggerla. Ma conoscete tutti i proverbi su gatti, curiosità e fette di lardo. Venni pescata a pagina prima di arrivare a pagina cinque, quando l’eroina aveva appena cominciato a vagare nella distruzione post-nucleare, ma era tardi. Estate insonne e, a distanza di quasi trent’anni, ricordo ancora più particolari raccapriccianti di quanto mi piaccia.

* La Storia Infinita. Ed ecco, giurerei, altre sopracciglia che si sollevano. ma dite la verità: la gente che va danzando a gettarsi nel Nulla? Il lupo parlante Mork che aspetta incatenato la fine? *shiver*

* La Collina dei Conigli. C’erano collane di narrativa scolastica che lo propinavano ai fanciulli undici-dodicenni, e non capirò mai con quale buon senso. A me, svanita ben presto l’impressione di avere a che fare con una graziosa storia di animali, le premonizioni di Quintilio e la distruzione della tana facevano accapponare la pelle.

* Oh, Whistle And I’ll Come To You, My Lad. Questa è una storia di fantasmi inglese molto classica, e a leggerla non sembra nemmeno così terrificante. L’importante sarebbe non leggerla di notte, specie se si abita in una vecchia casa piena di scricchiolii e rumoretti notturni, perché è la storia di un accademico che si ritrova a fronteggiare un fantasma particolarmente malevolo, che comincia con l’infestare la sua stanza di locanda, dandogli questa costante impressione di non essere solo… E poi diventa difficile spegnere la luce.

* 1984. E’ chiaro che con le distopie non ho un buon rapporto. E’ difficile dire che cosa mi dia più angoscia… forse l’ora di odio collettivo? Ma direi che l’atmosfera generale è materia da incubi, almeno tanto quanto la storia in sé.

* Una storia di fantascienza di cui non ricordo il titolo. Mi spiace per l’imprecisione, ma si vede che in queste circostanze tendo a rimuovere. Venere, pioggia ininterrotta, astronauti naufragati che cercano disperatamente una delle cupole del sole, gli artificial environments costruiti per permettere di sopravvivere su Venere. Però poi i membri del gruppo cominciano a impazzire uno dopo l’altro, e chi impazzisce lì fa una cosa sola: si mette faccia all’aria a bocca aperta, finché non annega nella pioggia – e non c’è nulla da fare. Non so quanto sia verosimile, ma quando l’ultimo superstite, dopo avere ucciso uno per uno i suoi compagni per risparmiare loro l’agonia, arriva alla cupola, la trova distrutta. Anche questo racconto, per ragioni imperscrutabili, era in un’antologia scolastica. Ve l’ho detto che a me la fantascienza non piace?

* Un libro di cui non ricordo e non voglio nemmeno ricordare il titolo. E badate bene che non l’ho nemmeno letto, ma la recensione è stata sufficiente. Inverno nucleare (essì, non so che farci), alcune famiglie rifugiate in un bunker antiatomico troppo grande per loro e un gigantesco coniglio rosa – forse mutante, forse psicopatico travestito – armato d’ascia che riesce ad entrare. Finale agghiacciante, diceva il recensore. E ridete pure, ma le ansie notturne provocate da questa faccenda non ve le immaginate nemmeno. E qui non si tratta nemmeno di buona scrittura o cattiva scrittura, di particolari raccapriccianti o di sottile tensione montante, no: devastazione, isolamento e follia combinati erano già sufficienti per me. Posso dire di avere avuto gli incubi per una recensione – e non era nemmeno di un mio libro.

* Poe in generale. Molte delle sue storie appartengono al novero delle cose che non posso, proprio non posso, leggere dopo il tramonto. Ma dopo l’incidente della Mascherata della Morte Rossa, credo di avere capito l’antifona. In fondo, chi me lo fa fare? A me piace dormire di notte, almeno qualche ora. Se voglio leggere cose angoscianti, adesso lo faccio di giorno, che diamine.

D’accordo, I’m lily-livered in fatto di letture. E voi? Magari siete di quelle persone che non fanno una piega, che vanno a cercare orrori&terrori e li divorano con gusto a qualsiasi ora del giorno e della notte – e poi vi capita di svegliarvi col cuore in gola in conseguenza della lettura più improbabile… Raccontate: quali letture vi hanno levato il sonno, da fanciulli e da adulti? Perché il potere di suggestione delle parole non ha età.

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Va’ A Capire Il Bestseller

Rant ahead, vi avverto.

5165TA4QLKL__SL500_AA300_.jpgEdward Marston è un autore pluriseriale di gialli storici. Al presente ha in corso tre serie: le avventure di un architetto-detective nella Restoration London, le vicende di una spia al servizio del Duca di Marlborough ai primi del Settecento e i casi di un ispettore di Scotland Yard specializzato in crimini legati alle ferrovie. E almeno un paio di volumi di delitti ferroviari sono assurti al rango di bestsellers di categoria.

Francamente fatico a capire perché.

Di Marston ho letto più di quanto potessi desiderare: considero quattro corposi volumi, letti per intero, letti con cura e recensiti per la HNR una solida base per lamentarmi.

C’è per esempio il fatto che le tre serie, ambientazione storica a parte, sono singolarmente simili tra di loro. C’è sempre un protagonista brillante, retto e pieno di risorse, supremamente abile nella sua professione, ammirato da tutti e del tutto privo di difetti, dubbi o ombre di alcun tipo. Poi c’è la fanciulla, una creatura dolce, coraggiosa e a sua volta priva di difetti, che l’eroe salva rocambolescamente nel secondo o terzo volume, in circostanze che danno luogo a una mutua devozione. Dopo di questo, nessuno dei due avrà altri pensieri al di fuori dell’amato bene (e della carriere, nel caso di lui). Poi c’è il padre di lei, burbero ma onorevole e intelligente. Essendo stato salvato insieme alla figlia, ha avuto modo di concepire un’illimitata stima nei confronti del futuro genero. Poi ci sono servitori, subalterni e aiutanti, gente che svolge i compiti meniali, offre comic relief, fa le domande ovvie, canta senza posa le lodi dell’eroe e/o dell’eroina, e occasionalmente si lascia sfuggire l’informazione sbagliata in presenza della persona sbagliata. E infine ci sono i superiori dell’eroe, costantemente impegnati a ringraziare il cielo di avere messo una simile perla d’uomo sotto il loro comando, e i malvagi/assassini/nemici, gente pessimissimissima dalle motivazioni di cartapesta, che sogghigna e digrigna i denti, e non ha altra aspirazione se non liberarsi una volta per tutte dell’eroe. 51r9vnR0AFL__SL500_AA300_.jpg

E ci sono i dialoghi. Pagine su pagine di terrificanti dialoghi in cui ci si chiama continuamente per nome come nelle soap opera e si discute di a) particolari che tutti i partecipanti alla conversazione dovrebbero già conoscere; b) le gioie del santo matrimonio; c) il prezzo del tè, la misantropia del sergente, aneddoti sulle ferrovie, le molteplici perfezioni dell’eroe… Perché diavolo, nel bel mezzo di una campagna, il segretario del Duca di Marlborough dovrebbe spiegare al Duca di Marlborough la strategia del Duca di Marlborough? “Come Vostra Signoria sa bene…” Quando un dialogo inizia così, a me viene l’emicrania. Ma, a dire il vero, mi viene anche quando per ben quattro pagine l’eroina ricatta moralmente la sua fida cameriera che non vuole partire per l’Inghilterra – quattro pagine quattro di mutue dichiarazioni d’affetto, reticenti ammissioni di sogni premonitori, accenni alle innumeri doti dell’eroe assente, tentativi di sensata persuasione e “oh, non potrei mai andare senza di te, Beatrix, vuol dire che resterò a casa”. Sembra quasi di sentire la voce del responsabile editoriale: E’ fantastico, Ed, ma ci mancano almeno 10000 parole per raggiungere la lunghezza commerciale. Aggiungi qualche scena, vuoi?

E c’è il gioioso e sovrano disprezzo per qualsiasi genere di plausibilità. A parte la vaghezza dell’ambientazione storica, a parte l’occasionale errore, a parte l’improbabilità di fanciulle per bene che vanno e vengono da sole per la casa di giovanotti scapoli, è proprio la meccanica delle storie che mi lascia senza parole. Gente che passa da un esercito all’altro come se nulla fosse, gradi da ufficiale che piovono dal cielo, guardie che cercano dappertutto tranne nella stanza dove si trova nascosto l’eroe, gente che in conversazione con uno sconosciuto sospetto, rivela informazioni rilevanti, altra gente che passa dal campanile di una chiesa all’abbaino del palazzo di fronte senz’altro aiuto che una fune – salvo poi, appena dentro, sfondare una porta a spallate allertando così le guardie… Tanto gli Audaci Buoni quanto gli Spregevoli Malvagi mostrano una combinazione di improbabilità e idiozia che sconsola.

51tPT6PKwoL__SL500_AA300_.jpgSono ben lungi dall’avere finito con le mie doléances, ma vi siete fatti un’idea. Peggio di tutto, Marston non è un novellino. Marston dovrebbe essere uno scrittore esperto e prolifico, con un sacco di titoli alle spalle e una passata presidenza della Crime Writers’ Association. Non ho mai letto nessuno dei suoi lavori più vecchi, e al momento non mi sento molto incentivata a farlo. Come può uno scrittore esperto produrre questa roba dilettantesca e grossolana? Come può una casa editrice con un nome (Allison&Busby) mandare in stampa una storia mal concepita, mal scritta e mal eseguita? Ma forse dell’editore non dovrei meravigliarmi troppo, visto che a nessuno da A&B è parso grave mettere dei soldati di era napoleonica sulla copertina di un libro ambientato nel 1708. Dovrei piuttosto chiedermi tutt’altra cosa: com’è possibile che la gente legga con entusiasmo dei libri che partono da un’idea potenzialmente buona e poi la macellano senza il benché minimo riguardo per l’intelligenza del lettore?

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Otto Libri Miliari

Il secondo miglior complimento che si possa fare a uno scrittore è “Ho letto il tuo libro tutto d’un fiato”.

Il migliore in assoluto, quello che chiunque metta mai penna sulla carta sogna di sentirsi dire, è “Ho letto il tuo libro e ha lasciato in me un segno duraturo.” Tutti abbiamo, credo, dei libri miliari. Libri che – per contenuto o per forma, per merito o per circostanza, nel bene o nel male – hanno segnato altrettante tappe della nostra vita. E’ una lista in continua espansione, dall’infanzia in poi, e può comprendere i punti di svolta più singolari e le motivazioni più bizzarre.

Qui ci sono alcuni dei miei Libri Miliari, in un ordine vagamente cronologico.

– Il Piccolo Principe. Questo non mi ha segnata molto bene. Ero molto piccola e stiamo parlando di un’edizione illustrata, ma sono certa che la precoce overdose di saccarina ha contribuito a fare di me la cinica che sono. Mi ricordo che guardavo la Volpe e volevo chiederle perché diamine volesse farsi addomesticare. Ruined in infancy.

– Zanna Bianca. Non posso dire che mi sia piaciuto molto, ma è stato il primo libro “grosso e senza figure” che ho letto da sola, nell’estate dei miei cinque anni. La prima prova evidente che le parole e io ci capivamo benissimo da soli, senza nessun bisogno di adulti o illustrazioni, grazie.

– Il Deserto Dei Tartari. Più di vent’anni dopo, sono ancora stupita dall’influenza enorme che questo libro ha avuto nel dare forma al mio senso dell’attesa e delle attese.

– Le Commedie Gradevoli. Di George Bernard Shaw. Il mio primo idolo e modello. Se è vero che l’imitazione è la forma di adulazione più sincera, Shaw doveva sentirsi molto sinceramente adulato, all’epoca.

– Lord Jim. Sì, questo ve lo aspettavate. Mi ha segnata in più modi di quanti ne possa dire, mi ha aperto gli occhi sulla letteratura e sulla natura umana, mi ha fatto scoprire la bellezza della lingua inglese e, in generale, mi ha svezzata parecchio.

– Il Rosso E Il Nero. Folgorazione tecnica, perché non solo Stendhal era spietato con il suo protagonista, ma ne scriveva anche come se non gli piacesse troppo. Oh, il valore del distacco.

– La Battaglia. Di Patrick Rambaud. Leggendolo ho deciso che avrei scritto romanzi storici – e non è poco.

– The Brontes. Di Juliet Barker. Capitato in un momento difficile. Avete presente quella volta su un milione in cui una lettura casuale, come per incanto, sembra offrire proprio la risposta di cui c’era tanto bisogno? Ecco.

E voi? Quali sono i vostri libri miliari?