cinema · musica

Via Col Vento

Non sono sicura, ma mi pare che sia stato Wilde a dire che una donna è capace di tutto purché abbia lo scenario adatto. Questa donna, francamente, preferirebbe la musica adatta, e quindi ecco a voi il Tema di Tara, da Via Col Vento, perché oltre ad essere la colonna sonora de Il Film, è anche tremendamente adatto, con questo tripudio di sweeping strings, al pomeriggio autunnale.

Fuoco nel camino, libro abbandonato sulla poltrona, tazza di tè, finestra che guarda sul giardino, foglie gialle che turbinano nel vento… musica!

Ho letto da qualche parte che, all’anteprima del film, questa musica non era ancora pronta e il produttore David O. Selznick ripiegò sulla colonna sonora de Il Prigioniero di Zenda (edizione 1937). Fu un trionfo lo stesso, anche perché il libro della Mitchell era popolarissimo, e il film molto atteso – ma mi pungerebbe la curiosità di vederlo con la musica di Newman, quella dell’anteprima, giusto per avere un’idea dell’effetto che doveva fare.

Oh pazienza. E ad ogni modo, domani è un’altro giorno. Per ora, buona domenica a tutti!

musica

Il Concerto di Aranjuez

Rieccomi a casa, ma ho già nostalgia di Madrid, e allora ho pensato…

Paco de Lucia e la Orquesta de Cadoques interpretano il Concierto de Aranjuez, di Joaquìn Rodrigo, creato Marchese dei Giardini di Aranjuez per questa musica. Rodrigo era cieco dall’età di tre anni, ciò che non gli ha impedito di comporre musica, insegnare e avere un’intensa vita artistica. Chiudo annotando che era nato a Sagunto, la città di confine che finì con l’essere il casus belli della II Guerra Punica.

L’ho detto  che ho nostalgia di Madrid?

Buona domenica a tutti!

musica · teatro

I Promessi Sposi – Opera Moderna

promessi_sposi_2010.jpgIeri sera ho visto la registrazione della prima de I Promessi Sposi – Opera Moderna, andata in scena il 18 giugno scorso a San Siro. Ero curiosa e devo dire che non sono rimasta delusa: sembra che finalmente (con appena qualche decennio di ritardo) anche noi arriviamo all’idea che i grandi romanzi possono essere messi in musica – e lo facciamo in uno stile ricco e vivo, un po’ Lloyd Webber e un po’ Commedia dell’Arte.

Lo spettacolo è molto bello a vedersi, con un assaggio iniziale di teatro-nel-teatro, costumi raffinati, luci suggestive, coreografie piene di espressività ed energia e imponenti scene che ruotano per i cambi a vista, funzionali e belle al tempo stesso (chi ha visto Les Miserables riconoscerà qualche somiglianza). Coro e corpo di ballo sono ottimi ed entusiasti, e gl’interpreti variano dal competente al notevole – con qualche punta d’implausibilità: Don Abbondio echeggia un po’ troppo l’interpretazione di Sordi, Don Rodrigo grida più di quanto canti, Agnese ed Egidio appaiono fuori parte, Lucia paga un po’ l’emozione della prima, l’Innominato è il migliore in scena. La regia è serrata e ricca di belle intuizioni che sfruttano al massimo i vasti mezzi a disposizione. Tornerò sull’inizio metateatrale che presenta i personaggi in uno spaccato di prove, e poi citerò in particolare l’incubo di Don Abbondio, Verrà un giorno e la scena che mescola Addio Monti con la sera al villaggio del Capitolo VII. Qualche piccolo eccesso di zelo pedagogico (Lucia in azzurro pallido – quasi un’Alice lombarda – e l’entusiastico uso della macchina del fumo) e gli occasionali scivoloni (i pipistrelli dell’Innominato) si perdonano volentieri di fronte ai bellissimi quadri d’insieme e alla generale ottima qualità della produzione.

La musica di Pippo Flora è mossa, ariosa, accattivante, un po’ ineguale e ricca di spunti. Puccini, Britten, Bernstein, Lloyd-Webber, l’Opera Buffa e il musical italiano aleggiano in un insieme che mescola canti gregoriani e chitarre elettriche, raggiungendo punte entusiasmanti nelle scene corali e rischiando di sfarsi in banalità sentimental-melodiche in qualcuno degli a solo – in particolar modo quando si tratta di Renzo e di Gertrude. Gli echi pucciniani di Lucia diventano quasi un leit motiv, ma d’altra parte tutti i temi ricorrenti sono davvero ricorrenti, in particolare quello della folla, che ricompare spesso e con poche variazioni. E’ senz’altro un elemento di coesione della partitura, ma sfiora da molto vicino il rischio di diventare ripetitivo.small_180promessisposi.jpg

E adesso veniamo al testo di Guardì, sul quale – you guessed it! – si concentrano le mie perplessità. Per prima cosa, riconosco che non era facile condensare i decenni di lavoro di Don Lisander in un ragionevole numero di versi orecchiabili e scorrevoli. Dal punto di vista drammatico non ho nulla da dire: gli episodi sono ben scelti e con qualche soluzione originale (l’incubo di Don Abbondio, per esempio), il ritmo è buono, la logica narrativa ineccepibile. Detto questo, vorrei avere un centesimo per ogni volta in cui qualcuno dice Amore, Potere, Legge, Diritti e Disperato/a/i/e: non dico la cena, ma di sicuro potrei offrirvi l’aperitivo. Per dare a Lucia una voce semplice senza grossolanità, Manzoni aveva ridotto il vocabolario della fanciulla a poche centinaia di parole; Guardì sembra avere applicato il principio a tutto il suo libretto, con particolare enfasi sulla povera gente oppressa e indifesa, la malvagità congenita del potere e tutto il consueto – e non eccessivamente manzoniano -armamentario. Quando il coro di contadine lombarde si è definito “sempre in cerca di una possibile uguaglianza” ho creduto di slogarmi i bulbi oculari… L’inizio soffre alquanto di questa coloritura politica (perfettamente anacronistica per il Seicento dei personaggi e del tutto fuori registro per Manzoni) e non trae gran giovamento dagl’insistiti riferimenti al nonno Beccaria – poi delitti&pene scompaiono, la politica si stempera un po’ e rimaniamo con il lessico striminzito, le rime ripetitive e un paio di caratterizzazioni sommarie: non mi lamenterò dei morosi eponimi (e ammetto che rendere drammaticamente interessante la povera Lucia è a bit of a feat), ma ho da ridire sull’Agnese solo vagamente imparentata con quella del romanzo e la Gertrude ritratta in un tripudio di forzature sentimentali. Infine ci sono alcune cose lievemente buffe, come l’inno a Milano alla fine del primo atto: capisco l’intento di mostrare la meraviglia del giovane provinciale di fronte alla grande città, ma a furia di ecco Milano, dove la vita ti appartiene, dove tutto è bello, mi aspettavo che saltasse fuori Gaber da un momento all’altro…

i_promessi_sposi_opera_moderna.jpgAd ogni modo, non lasciatevi ingannare dalla mia incontentabilità in fatto di testi: lo spettacolo è visivamente e musicalmente bello, a tratti emozionante, magnificamente prodotto, bene interpretato, e sprizza energia, entusiasmo e qualità. Spero che avvii una stagione nuova e non cocciantiana per il musical italiano.

A proposito, l’unica nota che mi ha davvero infastidita è proprio questa insistenza nel voler definire IPS un’opera moderna – concetto ribadito dall’onnipresente Baudo in una fulminea intervista post spettacolo: “questo è un musical, ma non in senso negativo,” ha detto il Pippo nazionale, come se il musical fosse un sottogenere deviato e leggermente disdicevole, non arte vera e propria. Non da oggi penso che il musical sia l’erede naturale dell’opera lirica ottocentesca: c’è davvero bisogno di essere schizzinosi in proposito?

 

musica · Somnium Hannibalis · teatro

Musiche di Scena

Forse l’ho già detto, forse no – Somnium Hannibalis torna in scena a partire da settembre, e cominciamo con il XV Mercato della Centuriazione Romana di Villadose (RO), grossa e importante duegiorni di rievocazioni storiche, archeologia sperimentale, convegni e manifestazioni.

Anyway: siamo di prove di nuovo, con la complicazione aggiuntiva di un cambio radicale di musiche di scena.

Ora, se un dubbio potevo avere sullo spettacolo, erano proprio le musiche – molto belle, ma forse non del tutto adatte. Chiariamo: considero le “vecchie” musiche molto d’atmosfera e nella mia playlist da scrittura, ma avevano troppa orchestra per l’idea che avevo del mio spettacolo. L’idea, per capirci, era fin dapprincipio quella di una manciata di accenti di percussioni sparsi qua e là per dare rilievo ai punti salienti – e poco di più. Avrei voluto un silenzio desertico rotto da qualcosa a mezza via tra tuoni, tamburi di guerra e pulsazioni cardiache. Avrei voluto che tanto queste percussioni quanto l’eventuale musica fossero confinati ai flashback, per segnare la differenza tra lo spazio della memoria e il tempo presente. Avrei voluto suoni più asciutti, più minimali, più antichi.

Adesso probabilmente verrò accontentata: le nuove musiche di scena accostano gli accenti di percussioni dei miei sogni a non-melodie suonate su strumenti a fiato, con l’occasionale colpo di sistro o rintocco di campana. Aspro. Emozionante. Meraviglioso.

Ed è straordinario come, per il fatto di avere cambiato la musica, lo spettacolo stia assumendo un aspetto diverso. Non una forma diversa – non davvero – ma un’altra consistenza. Non che prima non fosse bello, ma adesso ha un’aria più stilizzata e più realistica insieme. La stessa scena, con un ritmo di sistri e di tamburi al posto di un orchestral sweep, perde un po’ in teatralità, ma diventa… non trovo altra parola: diventa scolpita.

In qualche modo, queste musiche nuove restituiscono allo spettacolo un certo vento secco, un certo sapore di pietre calcinate, sale e polvere, una certa luce solare impietosa, certe ombre corte che sono nel mio romanzo e credevo di avere perso con la riduzione. Invece è tutto ancora lì, ed è stato un piccolo sussulto ritrovare vento, luce e polvere nella prova di stasera. Per esempio:
 http://senzaerroridistumpa.myblog.it/media/01/00/700222508.wma

Evidentemente non ho ancora finito con questo spettacolo e le sue sorprese.

 

musica

Tempo d’Estate

Se dovessi scegliere cinque minuti in tutto Gershwin, non ho il minimo dubbio: sceglierei Summertime, con quella linea melodica scura, calda e languorosa come una sera estiva… non sembra sempre di sentirci dentro il frinire dei grilli, il profumo del fieno tagliato e il cigolio di un dondolo di legno?

Sì, d’accordo, mi lascio suggestionare dalla musica più facilmente che da altre cose, ma resta il fatto che mi sono imbattuta in questa versione insolita, cantata da Peter Gabriel, e me ne sono innamorata subito:

Provate ad ascoltarla stasera al crepuscolo, oppure a buio appena fatto, con le finestre aperte e l’aria calda sul viso, e poi mi saprete dire. Buona domenica, buon agosto, buon “quel che resta dell’estate”.

 

musica

Musica Cassata

Siccome oggi è il mio compleanno, volevo farmi un regalino e postare uno dei miei pezzi d’opera preferiti: il cosiddetto Lacrymosa dal IV Atto del Don Carlos di Verdi. Non lo si sente spesso, perché questa scena, in cui Filippo II si duole assai di avere fatto assassinare il Marchese di Posa, fu cassata prima della prima parigina del 1867, quando il Don Carlos era ancora grand opéra in cinque atti.

Alla prova generale, a quanto pare, ci si rese conto che l’opera era troppo lunga, e i Parigini avrebbero perso gli ultimi treni che portavano fuori città… Occorreva fare dei tagli. Non potendo eliminare il balletto, Verdi finì con l’eliminare, tra l’altro, proprio questa scena che, pur essendo straordinariamente bella, aveva dato più di un problema in fase di prove, principalmente perché il tenore non aveva abbastanza voce per svettare sul coro dei Grandi di Spagna, e poi perché a Jean-Baptiste Faure, il Marchese di Posa originale, non andava di restarsene sdraiato sul palco nel ruolo del cadavere mentre gli altri gli cantavano attorno.

La scena non venne mai ripristinata nelle versioni successive dell’opera, ma Verdi ne rielaborò poi la musica nel Requiem, donde il nome retroattivo di Lacrymosa applicato – un po’ liberamente, ma non a sproposito – anche alla scena cassata.

Nel 1996, al Théàtre du Chatelet di Parigi, Antonio Pappano ha diretto una versione in cinque atti e in francese, un po’ ibrida quanto a scelte musicali, ma comprendente il Lacrymosa. Questa produzione (se si eccettuano le scene indifferenti e qualche scelta di costumi) è stratosferica, con una schiera di fenomenali cantanti-attori, e la strepitosa regia di Luc Bondy, sobria, efficace e curatissima, piena di tensione e di idee. A mio avviso, una delle migliori versioni che si trovino in giro.

Ecco, questa era la mia intenzione, ma YouTube non collabora, e quindi mi sa tanto che il Lacrymosa dovrete andarlo a vedere qui.

Buona domenica!

 

grillopensante · musica

Libretti

Qualcuno, forse, un giorno mi spiegherà perché i libretti d’opera italiani debbano essere così surrealmente magniloquenti.

Partiamo con un esempio eclatante: il libretto originale francese del Don Carlos di Verdi e la sua traduzione italiana.

L’Infant est un rebelle armé contre son père* si potrebbe quasi usare in conversazione, ma come si può non sussultare un pochino ogni volta che Re Filippo si lamenta che L’Infante è a me ribelle, armossi contro il padre? E sì, lo so che in traduzione succedono cose bizzarre, tanto più se bisogna restare nei tempi di una musica composta su un testo in un’altra lingua, ma davvero non c’erano alternative al tradurre Tais-toi prètre! con Non più, frate? Ma bisogna dire che de Lauzières e Zanardini, nel tradurre dal Francese, hanno abbondato in eccentricità. Come altro definire l’epico emistichio (tre-quarti-stichio, in realtà) Ver voi il pensier schiude i vanni? Considerate che “ver” vorrebbe un accento circonflesso per indicare che sta per “verso”, e che i vanni sono ali, e che tutta la faccenda significa semplicemente “penso a voi”. E ad essere sinceri, a me piace molto anche il popolino madrileno che definisce se stesso Il popolo ultor.

Ma in fondo, stiamo parlando di opera, quella forma d’arte teatrale piena di gente che, con tutti i suoi decibel, ulula “Non sappia il ver” a un metro e mezzo dalla persona che il ver non deve saper, e che, ferita a morte** o all’ultimo stadio della tisi, canta per un quarto d’ora prima di defungere***. Diciamo pure che all’opera la sospensione dell’incredulità gioca un ruolo maiuscolo – e, se vogliamo, non c’importa poi troppo di sentire e vedere assurdità quando sono messe in musica sublime.

Tuttavia, nulla impedisce di conservare un barlume di senso dell’umorismo, anche se il mio mentore operistico inorridisce ogni volta che sogghigno. Il mio mentore è di quelle persone che non battono ciglio di fronte ai vari Taciturna ed erma pace qui spira, Egra reietta dal sole, e Nefario silenzio, di cui Tobia Gorrio**** ha lardellato La Gioconda di Ponchielli, da cui riporto un piccolo scambio tenore-soprano:

Enzo – I tenebrori del tuo mister saprò. Parla…

Gioconda – No.

Enzo – Parla.

Gioconda – No.

Ammetto che in musica è un’altra cosa, ma di per sè… Anche perché poi, nel giro di dieci versi, Enzo chiama Gioconda “iena furibonda” e “fanciulla santa” in rapida successione, per poi concludere che “Sulle tue mani l’anima tutta stempriamo in pianto…”

Però devo ammettere che Francesco Maria Piave, librettista verdiano, ha un genere di talento che mi commuove ancora di più. Come quando, ne La Forza del Destino, Don Alvaro balza in scena pindareggiando così: Ah! Per sempre, o mio bell’angiol/ Ne congiunge il cielo adesso!/ L’universo in questo amplesso/ Io mi veggo giubilar. Ma Leonora non è da meno, quando si lamenta del fatto che tutti sappiano la sua orrida storia: mio fratel narrolla! o quando, più tardi, minaccia “andrò per balze gridando aìta”.

Il Nobel per l’Incomprensibilità, comunque, Piave lo vince con Ernani: nelle prime due scene del III Atto riesce a concentrare le seguenti tre perle:

1) Gli Elettor… raccolti cribrano i diritti a cui spetti… la corona.

2) Tre volte il bronzo ignivomo alla gran torre toni.

3) Cimbe natanti sovra il mar degli anni.

Per la cronaca: 1) Gli elettori vagliano chi abbia più diritto al trono; 2) Si sparino tre colpi di cannone; 3) Piccole imbarcazioni sul mare della vita. Eh?

D’altronde, Piave è anche il librettista della Traviata. Alzi la mano chi non ha mai levato le sopracciglia di fronte al surreale Al natio fulgente sol/ Qual destino di furò? Ma poi Alfredo nega riedere in seno alla famiglia, e meco t’assidi, e seguirammi, e… Piave è sempre Piave. Adoro Piave.

Chiudo dicendo che il mio gatto si chiama Udrotti. Come nel Marin Faliero*****: – Anche un’ora! e udrotti, o perfido,/ steso al suol chieder pietà. Che poi, a dire il vero, “udrotti” c’è anche in Alfieri (più di una volta) e in Pellico, e forse anche altrove. Ma il nome del mio gatto viene dal libretto.

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* Atto IV nella versione in cinque atti, atto III nella versione in quattro. Il Don Carlos è fatto così: ha versioni a non finire.

** Vigoleno di Verlasca, Festival Verdiano 2005, Ernani. All’ultimo atto, come ognun sa, Ernani si accoltella, e poi canta ancora a lungo. “Però!” commentò un anziano signore dietro di me, “el canta, per un che s’è apena tirà na cortlada!” E il suo altrettanto anziano amico rispose: “Eh, as ved ch’el ne s’è mia ciapà al polmon…” State seri, voi!

*** Stavo per scrivere “defungere in posa decorativa,” ma poi ci ho ripensato: in realtà molto dipende dalla stazza dell’interprete. Ho visto una rappresentazione dei Due Foscari in cui, nella scena del carcere, una comparsa/secondino ha portato al tenore una sedia al momento giusto perché potesse svenirci sopra. Quando Foscari Fils si è ripreso e il tenore si è alzato, via la sedia. Very helpful.

**** Che era poi sempre Arrigo Boito.

***** Libretto di Bidera, non di Piave, lo ammetto.

musica · Oggi Tecnica · scrittura

Duetti & Subtesto

Facendo seguito a questo post, ecco qui il Capitolo XIX dei Promessi Sposi in tutta la sua gloria. Notate il crescendo di minacce velate – velatissime! – del Conte Zio, la quantità industriale di puntini di sospensione, il modo in cui le cose non dette, ma implicate, pesano quanto le parole vere e proprie. D’altra parte, notate gli a parte del Padre Provinciale, la sua consapevolezza amarognola, il suo fine sarcasmo qua e là (quel “Cospicue!”, e il commento finale sulla bontà della famiglia): tanto subtesto da costruirci un auditorium!

Eppoi, ecco Re Filippo e il Grande Inquisitore (cieco nonagenario), in altrettanto splendore. Francamente, Furlanetto/Salminnen non è la prima  distribuzione dei miei sogni, ma è comunque ottima, e la messa in scena molto buona. Per chi volesse fare confronti, di quest’altra versione con Ghiaurov e Raimondi c’è solo l’audio.

Qui c’è il libretto, che rispetto a Schiller condensa e semplifica assai (e infila qualcuna di quelle perle librettesche, tipo armossi contro il padre), ma combinato alla musica diventa pretty powerful stuff. Notate che per quanto riguarda Carletto, il Re cerca delle rassicurazioni morali e personali, mentre quando si arriva al Marchese si oppone nettamente su basi più sentimentali. In entrambi i casi, l’Inquisitore (c.n.) asfalta scrupoli e obiezioni con la logica corazzata e tetragona al dubbio di una panzerdivision. Notate anche qui l’uso della minaccia, il tentativo di riconciliazione finale di Filippo, il modo in cui il Re viene lasciato in sospeso (Forse!), e la sua amarissima conclusione. Notate tutto ciò in musica, perché qui il subtesto è per lo più affidato alle note. Meravigliose note…

IL CONTE Dl LERMA
Il Grande Inquisitor!

L’INQUISITORE
Son io dinanzi al Re…?

FILIPPO
Si; vi feci chiamar, mio padre!
In dubbio io son,
Carlo mi colma il cor
d’una tristezza amara.
L’infante è a me ribelle,
Armossi contro il padre.

L’INQUISITORE
Qual mezzo per punir scegli tu?

FILIPPO
Mezzo estremo.

L’INQUISITORE
Noto mi sial

FILIPPO
Che fugga… che la scure…

L’INQUISITORE
Ebbene?

FILIPPO
Se il figlio a morte invio,
M’assolve la tua mano?

L’INQUISITORE
La pace dell’impero i di val d’un ribelle,

FILIPPO
Posso il figlio immolar al mondo
io cristian?

L’INQUISITORE
Per riscattarci Iddio il suo sacrificò.

FILIPPO
Ma tu puoi dar vigor a legge si severa?

L’INQUISITORE
Ovunque avrà vigor,
se sul Calvario l’ebbe.

FILIPPO
La natura,
l’amor tacer potranno in me?

L’INQUISITORE
Tutto tacer dovrà per esaltar la fè.

FILIPPO
Stà ben.

L’INQUISITORE
Non vuol il Re su d’altro interrogarmi?

FILIPPO
No.

L’INQUISITORE
Allor son io che a voi parlerò, Sire.
Nell’ispano suol mai l’eresia dominò,
Ma v’ha chi vuol minar
l’edificio divin;
L’amico egli è del Re, il suo fedel compagno,
Il demon tentator che lo spinge a rovina.
Di Carlo il tradimento che giunse a t’irritar
In paragon del suo futile gioco appar.
Ed io, l’inquisitor,
io che levai sovente
Sopra orde vil di rei la mano mia possente,
Pei grandi di quaggiù, scordando la mia fè,
Tranquilli lascio andar un gran ribelle…
e il Re.

FILIPPO
Per traversare i di dolenti in cui viviamo
Nella mia Corte invan cercato
ho quel che bramo,
Un uomo! Un cor leale! Io lo trovai!

L’INQUISITORE
Perchè un uomo?
Perché allor il nome hai tu di Re,
Sire, se alcun v’ha pari a te?

FILIPPO
Non più, frate!

L’INQUISITORE
Le idee del novator in te son penetrate!
Infrangere tu vuoi con la tara debol man
Il santo giogo, esteso sovra l’orbe roman…!
Ritorna al tuo dover;
La Chiesa all’uom che spera,
A chi si pente,
Puote offrir la venia intera;
A te chiedo il signor di Posa.

FILIPPO
No, giammai!

L’INQUISITORE
O Re, se non foss’io con te nel reggio ostel
Oggi stesso, lo giuro a Dio,
Doman saresti presso il Grande Inquisitor
Al tribunal supremo.

FILIPPO
Frate!
troppo soffrii il tuo parlar crudel!

L’INQUISITORE
Perché evocar allor l’ombra di Samuel?
Dato ho finor due Regi
al regno tuo possente…!
L’opra di tanti di tu vuoi strugger, demente!
Perchè mi trovo io qui?
Che vuol il Re da me?

(Per uscire)

FILIPPO
Mio padre, che tra noi la pace alberghi ancor

L’INQUISITORE
La pace?

FILIPPO
Obliar tu dei quel ch’è passato.

L’INQUISITORE
Forse!

(Esce)

FILIPPO
(Solo)
Dunque il trono
piegar dovrà sempre all’altare!

musica

Magda Olivero

Magda Olivero, grande dame della lirica italiana, compie cento anni. E’ lucidissima, brillante, spiritosa, ricorda i suoi trionfi senza modestia e senza millanteria, rivive con trasporto le sue interpretazioni e trabocca ancora di passione per la sua arte. Ieri, in un pomeriggio all’Accademia Virgiliana, ha incantato tutti con i suoi ricordi affascinanti e il suo brio.

Qui potete sentirla cantare Tosca, nel suo debutto al Met.

Buon compleanno, meravigliosa Signora Magda!

musica

Puccini vs. Lloyd-Webber

Sono lievemente seccata perché la produzione è un po’ così, e l’audio decisamente amatoriale, ma non trovo nulla di meglio. Però volevo postare ancora un pezzo di Cats. Un pezzo che, oltretutto, forse ha una storia curiosa. Per cominciare, ascoltate, e notate l’incantevole parodia pucciniana (“Sono qui” intorno a 3.18, e poi “In Una Tepida Notte” a 5.15).

Ora, la poesia di Eliot è lunghissima, e non ho cuore di mettermi a tradurla tutta… Short version: Growltiger è un gatto pirata, terrore del Tamigi (e di un certo numero di Oceani), massacratore seriale di canarini e bandicoots, nemico giurato dei gatti siamesi. In una tepida notte d’estate, mentre il gattaccio è distratto dalle grazie della pessima soggetta Lady Griddlebone, i Siamesi arrivano a bordo di giunche e sampan, e si prendono la loro rivincita. Solo contro tutti, Growltiger si difende fino in fondo, ma fa una brutta fine, per la gioia e il sollievo di tutti i gatti asiatici e gli onesti naviganti.

A quanto pare, questa versione è pochissimo rappresentata. Spesso, In Una Tepida Notte è sostituita con la (molto meno bella) Ballata di Billy McCaw. Se davvero sia a causa dei rapporti non proprio idilliaci tra Lloyd-Webber e chiunque detenga i diritti della musica di Puccini, non lo so. C’è stata senz’altro una causa per plagio, ma ho sempre creduto che riguardasse Music of the Night e La Fanciulla del West, e comunque è stata chiusa anni fa, patteggiando un lauto risarcimento… Ad ogni modo, qui davvero non si può parlare di plagio. E’ vero che “Sono qui” (3.18) sembra proprio preso pari pari dalla Tosca (e il costume di Griddlebone in questa produzione non può essere casuale), ma l’insieme è decisamente una parodia dell’opera italiana, con più di un riferimento a Madama Butterfly e Turandot. A maggior ragione, è un peccato che non la si senta quasi mai. D’altra parte, nella maggior parte dei casi, Growltiger’s Last Stand viene omessa del tutto, e sostituita con The Awefulle Battle, per cui non credo che il problema sia davvero Puccini vs. Lloyd-Webber.

Buona domenica a tutti!