teatro

Campogalliani70 – Adolfo Vaini (II parte)

Rieccoci qui con Campogalliani70. E riprendiamo la nostra chiacchierata con Adolfo Vaini che, quando ci siamo interrotti, ci stava dicendo di ritenersi soddisfatto della sua carriera…

Carriera  impegnativa, perché voi sarete anche una compagnia amatoriale, ma lavorate a livelli da professionisti – come risultati e come impegno. Come si organizza la vita quotidiana attorno a questo livello di impegno?

Untitled 16Ho la fortuna di essere libero professionista. Io non lavoro otto ore in miniera, e quindi anche se lavoro mezza giornata, il resto è dedicato al teatro, allo studio delle parti e poi alle prove qui, la sera. Le due cose non s’intralciano. Quando studiavo, al Liceo, e andavamo in trasferta e tornavamo alle due di notte, poi la mattina a scuola dormivo sui banchi, letteralmente – e non potevo dire a mio padre: sto a casa perché sono andato a recitare. Mi uccideva. Ma non ho mai pensato di smettere perché facevo fatica a scuola. Ho sospeso per un anno, quando ho finito la quarta ginnasio con un quattro e due cinque in pagella,  e mio padre mi ha detto: quest’anno tu non reciti. Ho saltato quell’anno – soffrendo moltissimo – però poi ho ripreso ad andare bene a scuola, e sono tornato a recitare.  E a dire il vero io avrei voluto fare il professionista, però i miei non volevano. Ho di dire che potevo fare Scienze politiche – mezza giornata di scuola e metà di università – ma ero osteggiato in modo radicale…. e d’altra parte ai miei tempi il pezzo di carta era importantissimo. Allora ho scelto Medicina e ho abbandonato l’idea. E dire che gli anni Settanta sarebbero stati il periodo d’oro, se avevi qualità, sia in teatro che nel doppiaggio. Adesso sarei non dico un nome, ma uno di quelli consolidati, perché era un momento favorevolissimo. Adesso c’è la pletora: tutti vogliono fare i professionisti, basta che siano appena bravini, ed è un disastro. Troppi non hanno le qualità. Qui da noi, tra le centinaia di allievi che abbiamo avuto, conto due persone a cui avrei consigliato di provarci. Il fatto è che essere bravi non basta, e pochi hanno le qualità e il carattere. Ci vuole un sacco di pelo sullo stomaco e un sacco di determinazione, perché se si perde un ingaggio non si mangia per due mesi. Quando mi chiedono consiglio, mi viene sempre da dire di non provare la via del professionismo. Poi non lo faccio, perché al loro posto io ci proverei – ma vanno incontro a grandi delusioni. C’è posto per pochi. A parte tutto il resto, mancano i fondi e si fanno produzioni piccole e con poche persone. E poi c’è da dire che adesso dalle scuole escono tutti un po’ uguali. Sento gli attori, e sembrano tutti fatti con lo stampino…

Ah, bravissimo: gli allievi. Parliamo della scuola di teatro, di cui tu sei presidente. Com’è strutturata? Che cosa ha di speciale?Untitled 15

Sì, sono il presidente – quello che taglia i nastri e mangia le torte… Non ho diretta esperienza di altre scuole, a parte uno stage di una settimana che Diego [Fusari] e io abbiamo fatto in Toscana. Noi ricalchiamo il curriculum delle scuole italiane classiche – come il Piccolo di Milano o lo Stabile di Genova. Facciamo teatro impostato sulla parola: recitazione, mimica, dizione, respirazione… le cose classiche – a differenza di altre scuole che si concentrano di più sulla gestualità e sull’improvvisazione. Ecco, il famoso corso in Toscana era un lavoro di ricerca e improvvisazione su un Riccardo III completamente stravolto. È servito ad arricchirci, è stato un’esperienza nuova – ma noi facciamo altro. Come all’Accademia, solo che invece di otto ore al giorno, noi ne facciamo due alla settimana. Mentre è sempre stato sottinteso che i migliori sarebbero stati inseriti nella compagnia, adesso è un principio base della scuola: chi ha le qualità entra. E non è solo questione di recitazione: abbiamo introdotto qualcosa che si fa di rado: l’insegnamento degli aspetti tecnici. Fonica, luci, costumi… Ed è una cosa utile per dilettanti e professionisti. Conosco un professionista che non solo recita, ma ha imparato a fare l’addetto alle luci e alla fonica – e di conseguenza lavora sempre, anche di questi tempi in cui c’è lavoro per pochi. E poi non tutti possono essere prim’attori. Chi è scarsino può dedicarsi anche ad altre cose, e alcuni si sono appassionati al lavoro dietro le quinte e continuano a frequentare facendo i tecnici. Un suggeritore, qualche fonico… e di questo siamo molto contenti. Poi è chiaro che, per entrare nella compagnia, serve la capacità d’impegnarsi quanto noi. Quelli che vengono ogni tanto, che non hanno tempo, che devono andare al mare… tanti saluti! E ti dico una cosa: la maggior parte di quelli che rinunciano a una parte lo fanno perché non sono disposti a impegnarsi, oppure per una certa presunzione. Non voglio dire che è una cosa di oggigiorno – perché poi sembro vecchio – ma vogliono subito delle parti importanti. E invece la gavetta si deve fare. Si comincia dalla particina e poi, se si merita, si va su. Per carità, il teatro è anche così. Chi dice che recita per  fare cultura… bah. Sì, c’è anche quello, ma si va sul palco per narcisismo e vanità. Io, per lo meno, sono fatto così. Però serve anche l’umiltà di imparare – però l’umiltà non è sempre facile.

Secondo te le cose sono diverse nel mondo anglosassone?

Untitled 17Ah, sai – là fanno sul serio. Là è una religione, il teatro. Ci mettono dentro il meglio di tutto: soldi, impegno… – e vanno avanti quelli davvero bravi. Forse è un segno di una civiltà diversa, e il risultato è che anche nelle parti piccole sono tutti bravissimi. È raro vedere un cane che recita, là. Per me il teatro londinese è il massimo. Il mio sogno sarebbe dire “Il pranzo è servito” su un palcoscenico a Londra. Mi accontenterei di una battuta così, qualcosa che possa imparare in un Inglese decente.  Sarebbe la gioia più grande della mia vita.

Che dire? Ti auguro che possa succedere.

Grazie, cara. E adesso non mi chiedi il mio ricordo preferito della mia vita teatrale?

Ma sì che te lo chiedo: qual è il tuo ricordo preferito…?

Per essere sinceri, non è una parte o un momento sul palcoscenico. Il mio ricordo più bello è diagbynight una sera tardi, ad Agrigento. L’indomani recitavamo davanti alla casa di Pirandello, in Contrada Caos, e c’era un caldo bestiale. Di montare le scene di giorno non se ne parlava nemmeno. Così ci siamo andati dopo cena – e sai com’è la Sicilia… Diciamo che avevamo ben mangiato e ben bevuto, e nessuno aveva voglia di tornare in albergo. Dev’essere stata l’unica volta in vita mia in cui ho aiutato a montare le scene… Ero piuttosto allegro, e mi ricordo che giravo per il palco con la livella, controllando di qua e di là e chiedendo “È a bolla?” a nessuno in particolare – in questa notte siciliana calda e bellissima, nei posti di Pirandello, con l’idea di recitare lì il giorno dopo… Ecco, quello è davvero un ricordo meraviglioso.

E su questa immagine dell’attore ebbro d’arte, dello spirito di Pirandello e di buon vino siculo che si aggira nella notte brandendo una livella, ci congediamo per questa settimana. Campogalliani70 ritorna mercoledì prossimo.

 

teatro

Campogalliani70: Adolfo Vaini

Rieccoci qui con i membri  dell’Accademia Campogalliani. Dopo la presidente e la regista nonché direttore artistico, oggi è la volta di un attore. Andiamo a incominciar…

FofoAdolfo Vaini, cominciamo con la domanda di rito: che cosa ti ha portato al teatro in generale e alla Campogalliani in particolare?

Io ho cominciato a fare teatro a nove anni. Recita scolastica importantissima, che coinvolgeva tutte le scuole di Mantova, circa 400 allievi. Abbiamo fatto due o tre recite al Sociale, e si chiamava Le Diavolerie del Mago Zurlì. Io ero il mago Zurlì, e il maestro mi ha detto: tu quest’anno non studiare, perché devi imparare la parte – e già questo era un’investitura rispetto agli altri. Abbiamo debuttato, e alla prima battuta ho detto “scusate” e sono tornato indietro. Applauso clamoroso. E quello che mi ha colpito di più era che, mentre le comparse erano tutte nei cameroni, io che ero il protagonista avevo un camerino tutto mio, con le caramelle. E poi gli applausi… ah! Che cosa mi ha portato a teatro? La vanità. Poi, quando ho avuto quattordici anni, in parrocchia si sono ricordati di me e mi hanno chiamato in compagnia a fare una parte in una commedia tipica dei repertori parrocchiali: Ho Ucciso Mio Figlio, di tale Pazzaglia, su una vocazione mancata, osteggiata dalla famiglia… Una roba di una drammaticità spaventosa. Cast tutto maschile, perché le donne non erano ammesse. E quello è stato il mio debutto “serio”. Il guaio è che non avevamo un regista vero e proprio, e  quindi non riuscivamo mai a combinare nulla, finché non è arrivato Bissoni della Campogalliani. Poi ho fatto teatro dialettale fino a vent’anni, ma mi andava stretto, perché volevo recitare in lingua. E già quelli della Campogalliani erano venuti a vederci e mi avevano notato, e io avevo chiesto di poter entrare. Prima, in realtà, sono andato al Teatro Minimo da Garilli, perché mi piaceva l’idea di questo teatro impegnato e moderno… Dopo tre mesi sono scappato via, perché erano di una serietà mortale, di una tristezza… sembrava sempre che ci fosse il morto in casa. E invece a me piaceva la compagnia, così dopo tre mesi sono  scappato dalle prove di un testo sui Nazisti, e sono entrato in Campogalliani. Avevo 21 anni – e il bello è che sono uscito dai Nuovi perché non volevo più fare dialettale, e la prima commedia che mi han fatto fare qui è stato Viva Al Cine – in dialetto. Però poi ho fatto gli Innamorati, e ho cominciato ad avere delle parti un po’ importanti. E questo è l’inizio.

Sei qui dal Settantuno – mezza vita. Ruolo preferito in tutto questo tempo?rs_0006_03

In assoluto, sia perché mi permette di dare sfogo alla mia mimica e alla mia voce, e anche filosoficamente come personaggio, Dolittle in Pigmalione. Sono innamorato di Dolittle. L’ho ripreso in mano per la rappresentazione al Sociale, e ho goduto nel ripassare. D’altra parte, sono così, io: nella vita godo con poco o con tanto – l’importante è che non abbia vincoli. Nemmeno il vincolo dei soldi: i soldi li spendo, ne godo, proprio come Dolittle. Mi ci riconosco e mi dà l’occasione di sfoggiare le mie qualità.

E il ruolo che vorresti tanto recitare?

No, mai avuto questo genere di pensieri. L’importante è avere un personaggio che mi obblighi a soffrire per entrarci. Quella è la grande soddisfazione. Se è facile, se è troppo nelle mio corde, non mi soddisfa. Dev’essere qualcosa che mi trasforma, arrivando a capire psicologicamente il personaggio. È qualcosa che mi ha insegnato Grazia (Bettini). Aldo (Signoretti) era un grande regista, ma dirigeva in tutt’altro modo, usava gli attori per cliché: attore comico, attore brillante, attore drammatico… E per tutta la vita si faceva quello, senza cambiare più. Grazia invece no. Presenta personaggi diversi e ci fa lavorare sulla psicologia di ciascuno. Non dice mai di fare l’una o l’altra intonazione, come le scimmie. Bisogna arrivarci, capirlo. Penso che la parte con cui Grazia mi ha cambiato come attore sia stata in Sei Donne Appassionate – praticamente Otto e Mezzo di Fellini. Avevo un personaggio radicalmente diverso da me, per cui ci ho messo molto, mi sono impegnato molto, e alla fine ce l’ho fatta ed è uscito un personaggio meraviglioso. Da quel momento ho cominciato ad amare Grazia non solo come donna e moglie, ma anche come regista, Ma, per rispondere, non ho desideri di fare personaggi particolari. Sono aperto alle scoperte. Spesso, davanti a un personaggio nuovo, mi capita di dirmi che non ho mai fatto niente del genere, che non sarò capace… Ma Grazia mi ha insegnato a superare questi ostacoli e raggiungere buoni risultati.

E invece qual è in personaggio che ti ha dato più difficoltà? Il più faticoso, oppure quello di cui sei meno soddisfatto…

Malvolio-Adolfo-Vaini-369x450Il tuo Virgilio è stato difficilissimo da un punto di vista mnemonico – ma forse… Ecco, nella Finta Ammalata dovevo fare il sordo e renderlo comico. Processo molto lungo e molto difficile, perché non è facile far ridere con la sordità. Difficile. Poi non mi ha dato gran soddisfazione il mio personaggio in Rebecca. Parte secondaria, senza spessore, senza niente… bah. E invece un personaggio che detesto è Malvolio. Non lo vedo, non riesco ad avere simpatia, non ho feeling. Lo faccio, sì – ma non me lo sento addosso. Poi all’inizio ho toppato qualche interpretazione, magari perché diretto male. La direzione è importante, perché raramente un attore riesce a essere anche regista di se stesso, e quindi forse do più la colpa a chi mi ha diretto male. Però posso dire di essere soddisfatto della mia carriera.

***

Il che è un’ottima cosa… anche se devo confessare che a me il Malvolio di Adolfo piace proprio tanto. Per oggi ci fermiamo, ma venerdì Adolfo torna, per parlare ancora un po’ di teatro.

teatro

Campogalliani70 – Intervista a Maria Grazia Bettini

Rieccoci qui con la serie di interviste in celebrazione del settantesimo anniversario dell’Accademia Campogalliani, e alla scoperta di storia, avventure e meraviglie della più longeva e premiata compagnia amatoriale d’Italia. Oggi si parla di regia.

GraziaMaria Grazia Bettini, regista e direttore artistico, come sei approdata all’Accademia Campogalliani?

Ho iniziato a fare teatro come attrice in una piccola compagnia del paese dove sono cresciuta. Sognavo di fare l’attrice ma, come tanti, avevo i miei genitori che disapprovavano e mi chiedevano di rinviare a dopo gli studi classici. Terminata l’Università e prese altre strade, ho deciso di provare in una compagnia importante di Mantova e quindi ho chiesto al Direttore artistico della Campogalliani. Aldo Signoretti mi aveva visto recitare e aveva apprezzato una mia regia (Aspettando Godot di Becket), e dopo un’esperienza come attrice mi ha proposto di affiancarlo nella regia. La visione e l’entusiasmo sono schizzati alle stelle e non ho mai smesso in questa attività.

Il tuo spettacolo preferito in questi anni?

Ne ho molti, ma Gli Occhiali d’Oro, che Alberto Cattini ha ridotto dal romanzo di Giorgio Bassani, rimane nel mio cuore come il preferito. Avevo letto il romanzo e visto il film. La sceneggiatura era stata pubblicata proprio grazie al Professor Alberto Cattini, critico cinematografico, al quale ho proposto questa avventura teatrale. I temi di grande attualità (omosessualità, razzismo, prevaricazione, dittatura, etc.) potevano essere riproposti al pubblico con una nuova scrittura. Avevo gli attori perfetti (Mario Zolin, Diego Fusari, Andrea Flora, Rossella Avanzi e tutti gli altri), che mi hanno seguito nella costruzione di uno spettacolo fatto a flash, come lampi di vita e di memoria. Ho sentito più di altre volte di avere ottenuto un risultato che arrivava diretto al cuore e alla mente degli spettatori. Quello che desidera di più un regista!

 E il titolo che prima o poi vorresti proprio dirigere?

Ogni regista ha nel cassetto dei testi  “desiderati”, tra cui un Dracula , Rumori Fuori Scena, e Il Giardino Dei Ciliegi, ma con la Campogalliani molti sogno li ho realizzati.

Che cosa spinge un attore verso la regia?

Il controllo di tutti gli elementi dello spettacolo, perché ha una visione globale. Il regista interpreta il testo oppure ne fa una lettura fedele e quindi dirige gli attori e tutti i collaboratori verso la propria idea. Io tendo per carattere a provare soddisfazione proprio nell’esprimermi attraverso tutto lo spettacolo e non solo attraverso il personaggio. Leggere un testo e capire che lo si vuole veder vivere sulla scena come se prendesse vita nuova, rappresenta per un regista la realizzazione della propria immaginazione e fantasia artistica. Naturalmente il regista deve scegliere un testo se ha gli attori e le possibilità tecniche e di spazio, e non solo per il desiderio di farlo.

Tra le tante compagnie amatoriali italiane, che cosa rende la Campogalliani speciale – e così longeva?

La continuità, la longevità, la crescita dipendono solo dalle persone che compongono la compagnia e che mettono da parte le antipatie, gli asti, le invidie e anche solo i diversi modi di vedere le cose per l’obiettivo principale, che è fare teatro di qualità.

E adesso? Che cosa vi proponete per i prossimi settant’anni?

Sicuramente altri 70 anni, e questo significa far crescere nuovi artisti in tutti i campi. La Scuola che dirigiamo è pensata proprio per questo motivo: trovare attori, tecnici e anche semplici innamorati della Campogalliani, per farla continuare nel tempo.

In bocca al lupo per i prossimi settant’anni, allora – e grazie. Campogalliani70 torna la settimana prossima, e sarà la volta di un attore…

Storia&storie

Fantasmi Mantovani, all’Appello!

Italiano: Due fantasmi rappresentati nella lor...E quindi stasera c’è Agnese e Nulla Più… vi ricordate, vero?

“L’unico fantama ufficiale di Mantova,” dicevamo. Eppure…

Forse sarebbe il caso di dire l’unico fantasma Gonzaga – perché non è possibile immaginare una città che abbia un solo, singolo, solitario, unico fantasma. Ed è possibile che da queste parti abbiamo un’immaginazione pigra o una scarsa propensione alla paura – ma andiamo! Stiamo parlando di un posto dalla lunghissima e ricchissima storia:  possibile che in tutti questi secoli e secoli e secoli abbia prodotto solo una storia di fantasmi?

Ebbene, mi rifiuto di crederci.

Dite la verità: chi di noi non ha fatto esperienza di una di quelle serate tra amici in cui, per un motivo o per l’altro, la conversazione cade sulle storie di fantasmi – e c’è sempre qualcuno il cui cognato ha una zia acquisita che abitava in una casa antica, e ogni anno, in una certa data, a mezzanotte… eccetera?

È capitato a tutti. Così, off the top of my head, posso contare almeno sei persone, nel mio giro di amicizie, con una storia di fantasmi da raccontare.

Ed è vero che nessuno di loro abita in città – ma sono certa che lo stesso vale entro le (ormai metaforiche) mura di Mantova.

E allora, che ne direste se facessimo una specie di censimento dei fantasmi mantovani?

Se conoscete qualche storia del genere, per esperienza diretta, per averla sentita da amici, famigliari o conoscenti, vi va di raccontarla qui sotto nei commenti? Spettri, larve, fantasmi, spiriti, voci e cose così.  E in teoria sarei curiosa dei fantasmi di città – ma non limitiamoci. Solo, per favore, chi chiedo di specificare nel commento se la vostra è una storia cittadina o di provincia…

Sarà interessante, che ne dite?

E intanto, questa sera, vi aspetto al Teatrino D’Arco.

il Palcoscenico di Carta

In Conclusione…

b1eb421defE così abbiamo terminato il secondo ciclo di letture de Il Palcoscenico di Carta.

Ieri è stata la volta del possente finale del Dottor Faust – Christopher Marlowe nella traduzione anni Ottanta di Nemi D’Agostino. Adesso tocca ai nostri omologhi di Canterbury il 12 di ottobre, e poi il 27 sarà Londra a chiudere le danze: tre letture dello stesso testo, in tre città, due paesi e tre lingue – con la collaborazione di due università e due compagnie teatrali. Harry Newman, l’ideatore del Paper Stage originale, dice che non è mai successo prima.

E dunque sì: abbiamo fatto qualcosa di unico e senza precedenti.

Qualche considerazione volante.Czech-American-Faust

I. Il Faust è una bizzarra commistione di forza sconvolgente , vita quotidiana e comicità tra il nero e il… mah. A me piace pensare che le scene comiche non siano farina del sacco di Kit. Sappiamo che a un certo punto, dopo che l’autore era già morto, Philip Henslowe pagò qualcuno per ritoccare il testo – ma anche prima di questo… Dopo tutto c’erano autori specializzati nello scrivere le burle per le tragedie altrui – e uno di questi era Thomas Watson, che di Marlowe era amico e coinquilino. Non è poi così impossibile immaginare che la Compagnia dell’Ammiraglio abbia commissionato a lui le scene in cui Faustus spreca i suoi ventiquattro anni di potere illimitato facendo scherzi al papa e truffando mercanti di cavalli. Il risultato è un certo qual senso di disparità – che d’altra parte è molto tipico del gusto elisabettiano. Tal dei tempi era il costume.

faustdoubledevilsII. Conseguenza diretta della considerazione I è che forse la suddivisione in tre parti non ha giovato poi troppo al testo. La prima parte afferra subito il lettore/spettatore con le inquietudini di Faust e le immagini sulfuree, e il patto con il diavolo; la terza parte precipita il protagonista di dubbio in dubbio verso il finale sconvolgente; la seconda… Alas, la seconda è rimasta – letteralmente – senza capo né coda. Il susseguirsi di cose bizzarre, con la processione dei Peccati Capitali, la truffa della tazza, gli sberleffi al papato e la negromanzia sanitizzata ai piedi del trono, in realtà è una specie di  catalogo di elisabettianerie. Per noi – e presa da sola, senza l’ombra terribile del patto col diavolo, senza il climax vertiginoso, non è terribilmente efficace. E in effetti qualche ascoltatore che aveva cominciato dalla seconda parte, ieri non è tornato. Peccato.

III. Un attore dell’Accademia Campogalliani mi ha detto che il Palcoscenico di Carta è come prima lettura e debutto tutto in uno – senza niente in mezzo, e di conseguenza un nonnulla sconcertante per chi è abituato a un lungo lavoro sui testi. Affascinante punto di vista – da approfondire.

IV. La nostra mascotte decenne (ieri Angelo Cattivo, Wagner e Lucifero) ha letto con un impegno e una disinvoltura da non credere. Anche le cose difficili. Anche senza preparazione di sorta, quando qualche defezione ci ha costretti a redistribuire parti già assegnate. E ha già chiesto se può tornare alla prossima lettura, per favore. E, nel frattempo, ha deciso di far fare una recita ai suoi compagni di classe… faustcz2

V. Chi l’avrebbe mai detto? Sono riuscita a far leggere una particina alla mia riservatissima e per nulla teatrale mamma. Potenza del Palcoscenico di Carta, del teatro in generale e di Marlowe in particolare.

VI. Ieri pomeriggio, tra malanni di stagione, riunioni dell’ultimo momento e parcheggi impossibili, abbiamo avuto l’impressione che Mefistofele ci mettesse lo zampino… Ma non gli è riuscito troppo bene e, in barba a lui, abbiamo chiuso con il vento in poppa.

VII. Ci saranno sviluppi. Alcuni sono più certi di altri – per esempio siamo certi di riprendere tra qualche mese con un altro testo. Se ci saranno forme di gemellaggio più concreto con l’Isoletta e se questo primo contatto col Faustus si evolverà in qualche altra cosa… eh. Sarebbe bello, ci piacerebbe, ce lo diciamo l’un l’altro scherzando solo a metà – ma per ora è tutto in grembo agli dei.

Adesso tocca a loro, là sull’Isoletta. Vi farò sapere. Per ora… non terminat hora diem, sed terminat blogger opus.

il Palcoscenico di Carta

Romeo e Giulietta – di Carta

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Pensavate che il Palcoscenico di Carta fosse sparito nel nulla, volatilizzato senza lasciar traccia, dissolto nell’Oceano in gocce minutissime da non ritrovarsi mai più?

Ebbene, nulla di tutto ciò.

Il PdC è vivo e vitale: torna a settembre, e ci sono in vista novità e idee… Ne parleremo più avanti, ma  intanto ho pensato di mettere insieme qualcosetta: un minuscolo video perché possiate farvi un’idea di cosa, come, dove… Sequenze e immagini, ovviamente, sono tratte dalla lettura di Romeo e Giulietta nel maggio scorso – e se guardate bene, c’è anche un piccolo indizio sull’immediato futuro.

E se per caso di tutti i casi a questo punto vi pungesse vaghezza di unirvi a noi, state pronti: le porte del Palcoscenico di Carta stanno per riaprirsi.

il Palcoscenico di Carta · teatro

E… Sipario

Untitled 4E così ieri pomeriggio abbiamo chiuso il nostro sipario immaginario (ooh… quasi una rima interna: da qualche parte, Noël Coward mi guarda e sorride) su Romeo e Giulietta.

Eravamo in tanti – comprese alcune facce nuove, nonostante piovesse a cani e gatti. E, come avevate già sentito dagli spiriti, è stato di notevole soddisfazione. Il che, mi rendo conto, detto così suona rimarchevolmente come se su SEdS ci dessimo alle sedute spiritiche  ma in realtà sapete che cosa intendo.

E adesso non ho intenzione di andare per le lunghe, perché qualcosa avete già letto, e per altri particolari ho dei progetti – ma una considerazione a caldo la vorrei proprio fare.

E la considerazione è questa: funziona.

No, davvero.

Funziona il fatto di riunirsi per leggere. Funziona disporsi in cerchio. Funziona mescolare esperti e neofiti. Funziona redistribuire le parti ogni volta. Fondamentalmente funziona il teatro, I think. Funziona la sorpresa di quanto sia diverso leggere sulla carta e leggere ad alta voce, in interazione con altri lettori.Valentine Melik

Funziona al punto che siamo già tutti decisi a riprendere in autunno – e credo di poter promettere ulteriori sorprese. Perché un conto è leggere un testo conosciuto, ma scoprire qualcosa di nuovo? Sarà interessante vedere se sarà diverso – e, se sì, come.

Già adesso siamo curiosi. Alla fine della lettura abbiamo invitato i partecipanti a scrivere le loro impressioni e comunicarcele via sito – insieme ad eventuali desiderata per le prossime letture… staremo a vedere, sotto entrambi gli aspetti.

LogosuBiancoIntanto Romeo e Giulietta – nell’ottima traduzione di Salvatore Quasimodo – è giunto a compimento, portato in vita da una piccola truppa di attori, neofiti, entusiasti, ragazzini, librai e spettatori che ci si sono divertiti, qualche volta sorpresi e – mi si dice – emozionati. Non sembra una brutta maniera di passare un’ora la settimana, vero?  Per cui magari, se siete in quel di Mantova, potreste considerare di unirvi a noi in autunno.

Vi farò sapere.

 

 

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E Adesso Si Legge!

PdC1  L’ho annunciato altre volte, lo so – ma questa volta si parte per davvero.

Germogliato dal progetto The Paper Stage, dell’Università del Kent, e realizzato in collaborazione con l’Accademia Teatrale Campogalliani, Il Palcoscenico di Carta , ha trovato casa e comincia la sua avventura.

Il luogo è la bellissima Libreria Galleria Einaudi, al n° 19 di Corso Vittorio Emanuele II – meglio noto ai Mantovani come Corso Pradella – e le prime tre date sono quelle del 7, 14 e 21 di maggio, dalle 18 alle 19.

Con il tempo esploreremo titoli meno noti, testi che hanno poche speranze di arrivare su un palcoscenico di legno e mattoni – ma si sa che ogni viaggio di scoperta parte da un porto conosciuto. Il nostro porto d’imbarco si chiama Romeo e Giulietta, forse la più nota opera shakespeariana, la più celebre, più citata, più rielaborata storia d’amore di tutta la letteratura.

E sì, lo so: la conoscete già – ma questa volta è diverso.R&J

Questa volta potete esplorarla… da dentro. Potete unirvi a noi nella lettura, entrare nella Verona immaginaria e pericolosa di Shakespeare, schierarvi con i Montecchi o i Capuleti, mescolarvi tra le voci di questa storia, immergervi nell’incanto del teatro. Oppure potete venire ad ascoltare per riscoprire la bellezza della lingua di Shakespeare, per vedere come diamine funziona questo Palcoscenico di Carta – o entrambe le cose…

Nell’uno e nell’altro caso, siete più che i benvenuti.

Come si partecipa?

Se volte ascoltare, non dovete fare altro che unirvi a noi. Se volete leggere, invece, visitate il sito del PdC, compilate il form che troverete arrivando, e fateci sapere che siete interessati. Vi assegneremo una parte e vi manderemo il testo. Non sono necessarie prove, e non si richiede nessuna esperienza precedente.

Questo è un gioco, un’avventura, una scoperta.

Unitevi a noi. Vi aspettiamo.

teatro

Sipario – Di Carta

PdC

No, d’accordo – è presto. Non è come se il Palcoscenico di Carta aprisse i battenti domani mattina, ma intanto ha una casa virtuale, un siterello tutto suo per le informazioni, i contatti e le notizie…

Il debutto vero e proprio sarà all’inizio del 2015, con l’intramontabile Romeo e Giulietta.

Ci stiamo lavorando su. L’idea è di una meravigliosa semplicità, una volta avviata, ma ci sono questioncelle organizzative, sovrapposizioni temporali, considerazioni di varia natura, complessi riti propiziatori… Come dicevo, ci stiamo lavorando su.

I miei associati a delinquere, naturalmente, sono gli amici dell’Accademia Campogalliani, senza i quali certe piccole follie sarebbero impraticabili…

E che devo dire? Non vedo l’ora di cominciare. Seguo con spirito da sorella minore il progetto originario, The Paper Stage – di cui noi siamo il capitolo italiano. Loro, a Canterbury, sono già alla terza lettura: dopo Romeo e Giulietta e l’Ebreo di Malta di Marlowe, il 15 di settembre si cimentano con la deliziosa Gallathea di John Lyly. Noi non seguiremo esattamente le loro orme – perché se volessimo attenerci strettamente al teatro elisabettiano, ci ritroveremmo limitatissimi dalla scarsità di traduzioni disponibili. E poi vorremmo esplorare un repertorio più ampio…

Credo che ognuno di noi stia privatamente compilando un cartellone dei sogni… Scommetto che non vi stupite poi troppo se vi dico che il mio, oltre a un bel po’ di Marlowe e una spruzzatina di altri elisabettiani, contempla il Don Carlos di Schiller, il Ruy Blas di Hugo, Shaw a volontà e altre eccentricità consimili.

E a dire il vero, chi lo sa? Chissà se il Palcoscenico di Carta avrà successo. Chissà se troveremo lettori, ascoltatori, simpatizzanti. Chissà che cosa leggeremo per davvero. Chissà se, su un piano più personale, leggerò anch’io. Di recitare ho smesso definitivamente, ma leggere è un cavallo di tutt’altro colore… chissà.

Nel frattempo, è singolarmente come aspettare una Santa Lucia differita. Ce n’è di che rendere desiderabile persino gennaio – l’orrido lunedì mattina cosmico.

E voi… se siete a Mantova e vi piace il teatro, fateci un pensierino. Non capita tutti i giorni di esplorare certo teatro – e magari farlo da dentro E dovunque siate, nel frattempo, date un’occhiata al sito, volete?