considerazioni sparse

Tutto sospeso…

Teatro chiuso, scuola di teatro chiusa, eventi in libreria sospesi… Il debutto de Le Donne di Ravensbrück, previsto per l’altra sera, è stato rimandato, così come i rimanenti Lunedì del d’Arco – compreso il mio, che doveva andare in scena questa sera – e il nuovo Palcoscenico di Carta…

Non so voi – ma la mia agenda è una costellazione d’impegni cancellati, sospesi, rimandati sine die. Siamo, d’altronde, in Zona Arancione, questa specie di limbo virale, invitati pressantemente a non muoverci di casa, se non per necessità.

Mi confesso tra i fortunati: teatro a parte, editare, scrivere e tradurre son cose che si fanno tranquillamente da casa – e anzi, si son sempre fatte, nel mio caso di Partitina IVA. Seduti al computer di casa, si può quasi fare finta che non stia succedendo nulla di allarmante, nevvero?  Poi però quel che manca, e che lascia tutto questo tempo vuoto, sono prove, spettacoli, lezioni…

E allora si riordinano libri e carte, s’intacca la To Read List, si tolgono erbacce dal giardino, si accelera sui progetti in corso e se ne riconsiderano di accantonati, si spolvera, si rimugina sull’umana natura, si fanno piani per lo stagno – quando la temperatura consentirà di starsene con le mani nell’acqua fino al gomito…

E poi si attende.

È una strana vita, in molti modi. Chissà che aspetto avrà, vista da una distanza di venti, cinquanta, cent’anni? Come la racconteranno alla prole quelli che adesso sono pargoli in vacanza forzata? Ci sarà l’equivalente di un servizio del TG a dire “Cinquant’anni fa scoppiava l’epidemia di Coronavirus”…? Comparirà affatto nei libri di storia del secolo Ventiduesimo?

Voi che ne dite, o Lettori? Come credete che apparirà tutto questo, visto da lontano?

Storia&storie

La Chiusura dei Teatri

Il 28 di gennaio 1593, in seguito al preoccupante aumento dei casi di peste a Londra e dintorni, il Privy Council, il consiglio privato della Regina, inviò una lettera alle autorità cittadine, ordinando la chiusura dei teatri fra molte altre cose.

“Riteniamo conveniente,” scrivevano i ministri di Elisabetta, “che ogni genere d’incontro e pubblica riunione per il teatro, i combattimenti degli orsi, le bocce e altri simili affollamenti sportivi siano proibiti.”

Il Consiglio ingiungeva al Lord Sindaco, alle corporazioni e alle parrocchie di pubblicare la misura per proclamazione, e di esercitare speciale vigilanza nei luoghi deputati all’esercizio di simili passatempi. Per chi avesse violato l’ordine, si disponevano l’arresto e la prigione…

A parte il sistema di applicazione… suona familiare? Quattrocentoventisette anni più tardi, sembra proprio che ci risiamo. Le autorità prendono precauzioni – forse non necessariamente le più sensate, ma quelle con cui sperano di contenere il diffondersi di un contagio sulla cui dinamica nessuno è poi troppo sicuro; i teatri si svuotano; la gente si procura i sacchetti di erbe medicinali da tenere davanti a naso e bocca; i barcaioli del Tamigi protestano per il mancato profitto; si isolano i focolai; si compilano liste di contagio e di decessi; si diffida di chi viene da fuori…

Col che non voglio minimamente apparentare il “nostro” virus alla peste bubbonica, e naturalmente sono passati quattro secoli e moneta, la conoscenza scientifica, le comunicazioni, la società sono enormemente cambiate – eppure certe cose…

Non finisco mai di restare affascinata dal modo in cui, per quanto tempo passi, certe cose non cambiano mai troppo.

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(E già che ci siamo, una comunicazioncella di servizio: anche al Teatrino d’Arco le rappresentazioni sono sospese fino a nuovo ordine)