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In Cerca di Alan Breck (Parte II)

Dove eravamo rimasti? A Michael Caine, ricordate? E con poca soddisfazione… Fin qui l’Alan migliore è stato Peter Finch – che nel 1960 ci va vicino, ma è ancora un pochino carente in fatto di follia danzante.

E dopo la versione Disney segue un’attesa di quasi vent’anni – ma ne vale la pena. Ora, forse non è del tutto giusto paragonare un singolo film a una (mini)serie, non foss’altro che per la durata: è ovvio che, nel corso di vari episodi, sceneggiatori, regista e attori hanno molto più spazio per esplorare una storia e un personaggio. E in effetti è proprio questo che fa la produzione anglo-franco-tedesca del 1978, riuscendo persino a restarsene ragionevolmente fedele al romanzo e al suo seguito Catriona. Alan è David McCallum, forse un po’ carino per il ruolo – ma pressoché perfetto: spavaldo, irritabile, fanciullesco, permaloso, scafato e ingenuo al tempo stesso, con un autentico accento scozzese e l’atteggiamento generale di un galletto da combattimento. E poi si comporta molto, molto bene nella mia scena prediletta. Quando, dopo aver messo in fuga Hoseason e i suoi bravacci, Alan abbraccia uno scombussolato David e gli chiede se non è uno spadaccino con i fiocchi, McCallum è perfetto: pieno di adrenalina, estremamente compiaciuto di se stesso, e un nonnulla matto… ecco la follia danzante, enfin! E a parte questo, mi piace come gli sceneggiatori si siano disturbati a caratterizzare Alan in modi che Stevenson suggerisce o implica. Lo vediamo combattere a Culloden, leggere per diletto, spazientirsi dei giochi politici alla corte in esilio di Bonnie Prince Charlie, inghiottire lealmente le sue malinconie sul destino della causa… Ebbene, signori della giuria, per quanto mi riguarda questo è Alan.

Di certo non è quello di Armand Assante nel film del 1995. Magari ci sono arrivata prevenuta, quando l’amica che mi ha prestato il DVD mi ha avvertita che avrei trovato Alan trasformato nel cugino scozzese di Jack Sparrow… Oh dear. Ho iniziato a guardare con i peggiori pregiudizi – e, quando Alan è entrato in scena dopo un’oretta di divagazioni ben poco stevensoniane, sono inorridita al primo sguardo. So cho appena lamentato la scarsità di follia danzante per parecchie centinaia di parole – ma Assante va decisamente fuoribordo nel ritrarre Alan come un mezzo psicopatico, rozzo e mal lavato.  Non è del tutto improbabile che l’Alan storico fosse qualcuno del genere – ma non è per questo che siamo qui, giusto? Noi vogliamo l’irresistibile spadaccino di Stevenson – ciò che Assante proprio non è.

Va un po’ meglio e non va meglio affatto nell’ultima versione – o almeno l’ultima di cui sappia – quella del 2005 targata BBC, con Iain Glen nei panni di Alan. Premattiamo che Glen non se la cava troppo male, col giusto luccichio negli occhi, un’ombra di malinconia per la causa perduta e una discreta combinazione di signorilità e squilibrio. Peccato che la sua interpretazione si perda in un insieme che ha ben poco a che vedere con Stevenson. Potrei anche sorvolare sul fatto che il tutto sia girato in tratti di Nuova Zelanda che non somigliano affatto alla Scozia, ma che bisogno c’era di armare Catriona di moschetto e trasformarla nella semiselvaggia cugina (o forse sorella adottiva) di Alan? E chi da dove saltano fuori i non meglio precisati malvagi in nero che inseguono i nostri eroi per tutte le (chiaramente non) Highlands? Ninja scozzesi? Entrano tre assassini? Nazgul avanzati? E perché macellare ogni singola scena e battuta di dialogo?

Insomma, si direbbe che in un secoletto sceneggiatori, produttori e registi non abbiano imparato granché, quando si tratta di lasciare che Stevenson racconti la sua storia… Verrebbe da pensare che sia ovvio – e non può essere una coincidenza che le versioni più fedeli al romanzo abbiano prodotto gli Alan migliori in Finch e McCallum, eppure… eppure. Malguidati tentativi di restituire a David il centro della scena, la necessità percepita di inserire personaggi femminili e un’ansia di modernizzazione hanno causato molta macelleria ai danni del romanzo, e di Alan in particolare. Chissà, magari fra una decina di anni qualcuno ci riproverà di nuovo – e staremo a vedere che succede.

Nel frattempo, possiamo considerare questa malinconica vicenda come uno studio di quel che, secondo produttori e registi, un pubblico può o non può digerire, apprezzare e volere.

 

anglomaniac · scrittura · televisione

Zaffiro e Acciaio

SnS_assigned.jpgEcco un’altra di quelle cose che nessun altro ricorda di avere visto, eppure giuro che nei primissimi Anni Ottanta la RAI ha trasmesso almeno qualche puntata di una serie televisiva inglese chiamata, per l’appunto, Zaffiro e Acciaio.

Dico “qualche puntata” perché io ne vidi solo tre: quando si accorse che la faccenda mi dava gl’incubi, la mia saggia nonna applicò una forma di censura famigliare, ma siccome stiamo parlando di un’epoca in cui era raro che i palinsesti si modificassero in corsa, è possibile che sia andato in onda qualche episodio di più. Dopo di questo ho impiegato quasi trent’anni a scoprire che non solo la serie esisteva davvero, Sapphire and Steel nella versione originale, ma vanta ancora un discreto numero di affezionati e ha avuto anche un seguito (radiofonico, mi pare).

Ciò detto, quanto a genere, Z&A è di difficile definizione: probabilmente qualche tipo di fantasy, se consideriamo i due misteriosi agenti temporali a caccia di sfilacciature nella trama del tempo, ma un fantasy molto singolare. Rivedendolo a tanti anni di distanza, non mi meraviglio che avesse levato il sonno alla Clarina di anni sei, e già questo è degno di nota. In genere, tendiamo a sorridere di quello che ci spaventava da bambini, ma Z&A era e resta davvero un po’ inquietante. Più che un po’. E non pensate a effetti/effettacci speciali, mostri o truculenze, perché non c’è nulla del genere.

In realtà, non c’è granché di nessun tipo, production-wise: set essenziali (e pure un po’ tristi), una manciata di attori, musica ridotta all’osso, effetti speciali ai limiti dell’artigianale. Eppure l’insieme ha una tensione, un senso di mistero e un’atmosfera che mettono davvero i brividi. A che cosa si deve il miracolo?

– In primo luogo, una scrittura stratosferica*. Il concetto di Peter J. Hammondè affascinante: il tempo come entità semi-senziente e non precisamente benevola, una sorta di corridoio onnipervasivo, a sua volta abitato da inquietanti esseri che non vedono l’ora di uscirne. Quando un anacronismo sfilaccia la trama del tunnel, il tempo straripa e le cose si mettono oscuramente male, richiedendo l’intervento dei Nostri Eroi. La genialità della faccenda consiste nel non spiegare troppo a fondo il meccanismo: da dove vengono Zaffiro e Acciaio? Chi li comanda? Che cosa succederebbe se lo strappo temporale non venisse ricucito? Un sacco di domande di questo genere vengono poste e mai del tutto risolte**, tutto procede per metafore e allusioni, il lieto fine non è mai particolarmente lieto, e la minaccia rimane sempre inafferrabile, sempre evitata all’ultimo istante, sempre inquietante. Il principio in base al quale la paura è mancata conoscenza, rivoltato come un guanto e usato a fini drammatici con favolosa abilità.

– A seguire, una regia sorvegliatissima e claustrofobica, che esclude tutti i fronzoli a beneficio dell’efficacia. Nemmeno le pettinature Anni Ottanta e i vestitoni azzurri di Zaffiro riescono a diluire il senso di minaccia creato con una lampadina nuda che oscilla, una filastrocca ripetuta e quattro battute di musica minimalista. O con una macchia di luce bianca che sale lentamente una scala mentre le voci dei Nostri ignari filtrano dalla porta della cucina. Brr…

S&S.jpg– E infine, attori in parte. Joanna Lumley (praticamente sconosciuta in Italia) centra la giusta commistione di aura sovrannaturale, empatia femminile e distacco alieno, mentre David McCallum*** (il Dr. Mallard di NCIS, solo molto più giovane) è brusco, efficiente e parimenti privo di tatto, scrupoli o pazienza****. E in più qualcuno di quei caratteristi, da buoni a ottimi, di cui i paesi anglosassoni sembrano possedere scorte inesauribili.

Morale: produzione all’osso + concetto solido + buona scrittura + attori competenti e convinti = qualcosa che lo spettatore, dopo averne viste un paio di mezz’ore, ricorda con la pelle d’oca a trent’anni di distanza.

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* Sapevate che avrei detto così…

** Normalmente direi che non si bara con le aspettative del lettore/spettatore, ma qui l’occultamento di motivi e ragioni è connaturato al concetto della storia, né più né meno che l’idea del Tempo/corridoio.

*** Pare che Joanna Lumley si lamentasse di non capire la metà di quello che doveva dire, mentre McCallum e Hammond avevano l’abitudine di chiudersi da qualche parte e apportare modifiche dell’ultimo minuto, giusto per rendere il dialogo ancora più esoterico.

**** Altra idea narrativamente solida: non c’è bisogno di rendere i protagonisti simpatici a tutti i costi, specie se, per la coerenza della storia, è meglio che non lo siano.