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Dieci Buoni Motivi Per Sterminare La Famiglia Del Vostro Protagonista

Un peu brutal? Può darsi, ma si direbbe che renderlo orfano sia uno dei migliori regali che si possano fare a un personaggio. Non è certo per caso che fiabe, miti e narrativa sono pieni di orfani e orfane. OrphansCind

Vediamo un po’…

I. Una storia, tanto per cominciare. Se la madre di Cenerentola non morisse, il padre di Cenerentola non finirebbe a risposarsi con la matrigna. E se poi non morisse anche lui, Cenerentola non finirebbe a fare la sguattera. E allora che ragione avrebbe la fata madrina di fare tutto il pandemonio che sappiamo per mandarla al ballo? E quand’anche C. fosse la stessa fanciulla colma di virtù pur non essendosi temprata nelle avversità, c’interesserebbe davvero di lei se, per andare al ballo, non dovesse far nulla di più faticoso che scegliere un vestito? Molti orfani letterari non avrebbero una storia affatto, se non fossero orfani.

II. Libertà d’azione. Un genitore è una quantità che è difficile ignorare in modo realistico, e d’altra parte avere due quantità non ignorabili e non strettamente connesse al conflitto principale può essere ingombrante. Avete mai badato al fatto che Renzo&Lucia hanno un genitore in due, invece dei regolamentari quattro? Oltretutto, la mancanza di genitori mette su strade inattese: qualcuno parte per salvare il mondo, altre s’impiegano come governanti a Thornfield o vengono portate a Francoforte, altri ancora si ritrovano a fare gli insegnanti e gli attori girovaghi, o emigrano in America, o s’imbarcano con i pirati.

Orphansyoung heathcliffIII. Passato Traumatico. La triste infanzia in un orfanotrofio e/o la traumatica morte di uno o più genitori vengono molto comodi per dare vulnerabilità a un protagonista o umanizzare un malvagio. Sospettiamo tutti che Heathcliff sia selvaggio di natura, ma il fatto di non avere mai conosciuto una famiglia ha avuto la sua parte.

IV. Motivazione. Tutti vogliamo amore, stabilità e sicurezza, grazie – ma un orfano è intitolato a volerne di più e con più determinazione. La frenesia con cui David Copperfield cerca figure sostitutive e famiglie surrogate sarebbe leggermente malsana se non fosse per la sua tragica infanzia. Il fatto poi che le figure sostitutive rivelino spesso piedi d’argilla e le famiglie surrogate franino una dopo l’altra… ah well – questo è puro Dickens.

V. Mistero. Non sempre è ben chiaro chi l’orfano sia. Talvolta non lo sa nemmeno lui. Talvolta non è poi orfano come tutti pensavamo – tutte ottime premesse. Hector Malot era specializzato in orfanelli a caccia delle proprie origini, ma anche il solito Dickens non scherzava: in Grandi Speranze Pip crede di sapere chi è, poi comincia a sospettare di essere qualcun altro, poi prende una serie di affascinanti cantonate in proposito, e poi alla fine… Ma no, non ve lo dico. Mi limiterò a dire che invece Estella non è poi così orfana come crede, il che ci porta a…OrphansDavie

VI. Rovesciamento e agnizione. Tutti gli orfani sono uguali? Non saprei: di certo alcuni sono meno orfani di altri, alla fin fine. Come Edipo che, credendosi orfano finisce con l’assassinare suo padre e sposare sua madre. Ops. O Luke Skywalker, che si ritrova figlio dell’Evil Overlord dal respiro difficoltoso, nientemeno*. E questi sono due casi di gente che, di suo, stava meglio orfana, ma ci sono anche agnizioni più felici, come Perdita che si scopre essere principessa anziché pastorella, come David Balfour che dopo tutto è un gentiluomo – o come Ernest/Jack/Ernest che, pur con qualche difficoltà, da trovatello si ritrova imparentato con quasi tutti gli altri**.

VII. Vendetta. Un sacco di gente nella letteratura di genere e all’opera ha genitori defunti da vendicare. Tipo il povero Don Carlos Vargas che, essendo un baritono, non gode mai di beneficio del dubbio, ma in realtà vuole vendicare suo padre. O tipo Amleto, che dubita a lungo, la prende molto alla larga e finisce con una strage parzialmente preterintenzionale. O come Harry Potter, che però alla fine matura e non si vendica. O forse sì? Be’, il finale non è chiarissimo, ma di sicuro Harry si è voluto vendicare per sette lunghi volumi.

OrphansLLFVIII. Istinti altrui. L’orfano può essere protagonista oppure no, ma l’incontro con questa creatura indifesa tende a scatenare istinti parental-protettivi in altri personaggi, che di conseguenza cambiano e maturano. La zia di Pollyanna si addolcisce, il nonno del Piccolo Lord Fauntleroy altrettanto, Alan Breck Stewart diventa fraterno e protettivo con David Balfour, Cimourdain si umanizza con il piccolo Gauvain, la dolce Rose Maylie diventa materna con Oliver Twist, Jean Valjean e Marius sono protettivi verso l’orfana Cosette*** e Dick Swiveller si redime parzialmente per amore della Marchesa. Dopodiché non tutti gl’istinti sono altrettanto commendevoli – e penso a tutta la gente che tenta di approfittare (e in molti casi approfitta) dell’indifeso candore di Little Nell, David Copperfield e Oliver Twist, o ai crudeli padroni degli spazzacamini in Angelo Nero e Die Schwaerzer Bruder.

IX. Avversità altamente formative. Questo viene in due varietà. L’adulto che l’orfanitudine ha reso tanto buono e/o tosto, come Esther Summerson**** e Richard Sharpe rispettivamente; oppure il fanciullo di buona disposizione che resta orfano e si tempra nelle avversità, come Sara Crewe, che da piccola sognatrice si prova principessa nell’animo, o come James Sands, che cresce inefficace ma generoso ed equanime. On the other Hand, c’è anche Becky Sharpe – l’orfana più abrasiva e opportunista della storia della letteratura…Orphansb

X. Conflitto a treni merci. Sì, lo so: questo non è veramente un decimo item, ma riassume i nove precedenti e tutto quel che ho lasciato fuori. Se partiamo dall’assioma che la narrativa è questione di gente nei guai, allora non si può negare che un orfano sia eminentemente narrativo, perché arriva dotato di un assortimento di guai garantiti. E sono tutti suoi perché, per definizione, non ha una mamma o un babbo che possano risolverglieli, privandolo del suo appeal.

E proprio questo è il migliore dei motivi per rendere orfano il nostro protagonista: il lettore si dispiacerà per lui, si appassionerà ai suoi casi, si commuoverà sulle sue sventure, desidererà invitarlo alla cena di Natale… Un metamotivo, se volete: il genere di ricatto emotivo che lo scrittore, quella creatura perfida e manipolatrice, ambisce ad esercitare su ciascuno di noi ingenui lettori.

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* Il quale, prequel docet, è a sua volta un tragico orfano e quindi ricade tecnicamente sotto il capo III. Considerando che Lei(l)a è allo stesso tempo più orfana e meno orfana di quanto creda, Guerre Stellari è uno di quei casi in cui non ci si fa mancare proprio nulla.

** “Lady Bracknell, se non sono indiscreto, vi dispiacerebbe dirmi chi sono?

*** D’altra parte Cosette è orfana di madre-un-tantino-indesiderabile-angelicata-in-morte, e quindi ricade in una categoria speciale del Capo II: gente che, restando orfana, si libera di connessioni discutibili. E Marius è orfano a sua volta.

**** In realtà Esther non è davvero così orfana, ma i suoi genitori sono un paio singolarmente melodrammatico. Tutto sommato, anche Esther sta meglio da orfana.

bizzarrie letterarie · elizabethana

Esserci O Non Esserci Una Volta – In Una Galassia Lontana Lontana

ian doescher, shakespeare, guerre stellariQuesto non sarà un post lungo, ma contiene una chicca.

Ricordate quando si parlava di come nel mondo anglosassone Shakespeare si mantenga vivo anche a forza di elaborazioni, parodie, libri-game e, in generale, tutto fuorché la venerazione acritica e cieca?

Ecco, adesso Yahn mi segnala un altro esempio di questo – a mio timido avviso – invidiabilissimo rapporto con il Bardo. Si chiama William Shakespeare’s Star Wars (Verily, a new hope), ed è… be’, quel che dice l’etichetta.

Ian Doescher ha ri-raccontato la trilogia originale di Guerre Stellari in linguaggio shakespeariano. In versi. A cominciare dal prologo con la galassia lontana lontana, qui affidato al Coro – e via guerreggiando tra le galassie in pentametri giambici.

E ha trovato un editore in Quirk Books – che già in passato ha dimostrato di non aver particolare pudore nel fare il solletico ai classici…

Fantastica idea, spassosissima realizzazione – e poi vogliamo parlare della mentalità che sta dietro un’operazione del genere? La mentalità che, non mi stancherò di ripeterlo, salva i classici dal vegetare, venerati e non letti, sotto strati innumerevoli di vetro, polvere e fraintendimenti…

E sì, possiamo sperare, sospirare, e pregare le divinità preposte, ma intanto date un’occhiata al sito del libro, dove potete anche scaricare l’incipit (badate a R2-D2!) e vedere il trailer in cui la principessa Lei(l)a apostrofa l’assente jedi così: Obi Wan Kenobi, thou art my only hope!

E la Forza del Bardo sia con voi.

libri, libri e libri · Vitarelle e Rotelle

Luke, Sono Tuo Padre…

Tutti abbiamo, almeno una volta, scosso il capo con un sorrisino indulgente all’indirizzo dell’anziana zia che guardava con gli occhi lustri i (probabilmente finti) ricongiungimenti famigliari carrambati dalla Carrà – vero?

Quanto meno, io usavo scuotere il capo eccetera, e mancavo di considerare come, in fondo, la Raffaella e i suoi autori non facevssero altro che giocare sull’eterno appeal di uno dei tòpoi più immarcescibili della letteratura: l’agnizione.

Ovvero il protagonista che scopre di essere qualcun altro. Oppure scopre che qualcun altro è qualcun altro ancora – spesso (ma non sempre) discendente, ascendente, agnato o cognato.

Talmente immarcescibile che Aristotele già lo teorizzava come venerando, infallibile e superiore a qualsiasi altro meccanismo tragico e, ventiquattro secoli più tardi, ci intratteniamo ancora – e con pieno successo – le vecchie zie al sabato sera.

Aristotele aveva in mente, a titolo archetipico, Edipo – che dopo aver fatto fuori un re e averne impalmato la vedova, scopre che si trattava dei suoi genitori. Ops.

Dove si vede che l’agnizione non è necessariamente un lieto fine. Non ci è dato di sapere cosa Aristotele ne pensasse quando era usata a fini men che truci, ma la Commedia Attica è piena di esempi di fanciulle immaritabili che si scoprono essere bennate eredi di cospicue fortune – e quindi perfette per l’innamorato di buona famiglia… 

Vi pare di avere già sentito questa storia? Small wonder, perché è onnipresente. Si può dire che non ci sia corpus di miti o folklore senza agnizione, nel bene e nel male. Pelle d’Asino e la Piccola Guardiana d’Oche sono principesse in disguise, il Brutto Anatroccolo non è un’anatra affatto, gli orfani non sempre sono orfani come sembrano, le fiabe russe traboccano di baldi giovanotti che si scoprono figli dello Zar – al punto che Popp cataloga il Disvelamento dell’Eroe tra le sue funzioni – e non cominciamo nemmeno a parlare di fate, streghe e creature magiche in generale che se ne vanno attorno sotto mentite spoglie fino al dénouement.

E naturalmente la letteratura non poteva – né si vede perché avrebbe dovuto – sottrarsi al fascino del tòpos. Dopo tutto, segreti, identità perdute, misteri e ammenicoli del genere sono la materia di cui son fatte le storie. La citazione semi-shakespeariana serve a introdurre Il Racconto di’Inverno e la very aptly named Perdita, un’altra pastorella che si ritrova principessa. Non posso fare a meno di considerare un’agnizione anche la faccenda di MacDuff, che MacBeth scopre non essere tecnicamente nato da donna, e quindi oggetto inopinato della predizione delle streghe… Non bisognerebbe mai prendere gli oracoli alla lettera, ma questa è un’altra storia.

L’agnizione, per la sua inevitabile natura di colpo di scena, ha una seria carriera a teatro – pensate a Molière e a Beaumarchais, con le rivelazioni della penultima scena che impediscono matrimoni combinati e precipitano tutti verso il lieto fine – ma chi va veramente a nozze con questo tòpos sono i romanzieri ottocenteschi – e i librettisti d’opera.

Gavroche è figlio dei Thénardier, Esmeralda non è affatto una zingarella, Isabella di Vallombrosa non è orfana né attrice girovaga, il Signore Indiano in realtà è l’amico che ha involontariamente rovinato il babbo di Sara Crewe, Mrs. Milligan è la madre di Rémy, la pazza nella soffitta è la moglie di Mr. Rochester, il reverendo Rivers è il cugino di Jane Eyre, Mrs. Pryor è la madre di Caroline, Milady è la moglie di Athos, Redgauntlet è lo zio di Darsie Latimer, Ebenezer Balfour è il fratello minore del padre di David, Rogiero è figlio di Re Manfredi*, il Conte di Montecristo è Edmond Dantès, il vecchio Burgravio e la “strega” Gwenhyfara sono i genitori del giovane Spadaceli**…

Noterete che non ho citato Dickens. Non l’ho citato perché Dickens è non solo il festeggiato quest’anno, ma si trova in una categoria a sé in qualità di spudorato specialista dell’agnizione. Consideriamo solo The Adventures of Oliver Twist. Oliver, orfanello in una città innominata, giunge a Londra e, fra un milione abbondante di persone, s’imbatte senza saperlo nel mancato sposo della defunta sorella del suo defunto padre. Basta? No, non basta. Oliver si ritrova nelle grinfie di pessima gente, che se lo trascina dietro in una rapina con scasso. E chi è la derubata? La zia adottiva di Rose, l’ignara sorella minore della defunta (e nubile) madre di Oliver. Basta? Ancora no. Giusto per non farci mancare nulla, la pessima gente non tormenta Oliver per caso, ma perché imbeccata dal malvagio figlio legittimo del defunto padre di Oliver, e (a riprova del fatto che nulla cambia veramente attraverso i millenni) Rose non può sposare l’amato e innamoratissimo cugino adottivo a causa dell’ombra che grava sulla sua nascita. Poi tutto converge in un terz’ultimo capitolo che è un’orgia di agnizioni, contro-agnizioni, adozioni, rivelazioni e richieste di matrimonio, in uno sfoggio di sprezzo del ridicolo tale da far impallidire un librettista d’opera.

Perché siamo sinceri: in confronto, Arrigo che si scopre figlio del tirannico duca di Monforte mentre Monforte cade sotto i colpi dei ribelli siciliani, o il Conte di Luna che individua il fratello perduto proprio nel trovatore che ha appena fatto giustiziare, o Lucrezia Borgia che – dopo tutto – è madre di Gennaro, o Maria/Amelia che si ritrova figlia del Doge, son cose da nulla – agnizioncelle veniali. 

Agnizioncelle veniali  sulle quali finivano con l’inciampare anche autori insospettabili. Prendete Oscar Wilde. Proprio lui, che aveva detto che ci voleva un cuore di pietra per non ridere leggendo la scena della morte di Little Nell, che cosa combina in A Woman Of No Importance? Infila una scena in cui il Bravo Ragazzo spicca il balzo per sfidare a duello il Grand’Uomo Arrogante – ma la Madre del Bravo Ragazzo si frappone al grido di “Gerald, No! È tuo padre!” Qualcuno – non so più chi, presumo un critico – disse che Wilde meritava che un’illustrazione a colori di questa scena venisse affissa in tutte le pubbliche piazze, ad eterno disdoro del suo autore. Wilde non dovette prendersela troppo – o forse se la prese proprio tanto, perché l’anno successivo se ne uscì con The Importance of being Earnest, che fra l’altro era una pungente, perfetta parodia di tutte le convenzioni in fatto di agnizione…

E il fatto è che, undici volte su dieci, l’agnizione si regge su coincidenze e improbabilità assortite che i contemporanei di Aristotele non avevano remore nel giustificare con il Fato, il volere degli dei e l’inaffidabilità degli oracoli, ma oggi?

Verrebbe da pensare che in quest’epoca di lettori smaliziati, gli autori rifuggano l’agnizione come un principio di pleurite doppia resistente agli antibiotici…

E invece no. Saremo anche lettori smaliziati, O Contemporanei, ma l’agnizione prospera imperterrita nella letteratura di genere, al cinema, in televisione e nell’immaginario collettivo – come dimostrano Guerre Stellari, Harry Potter, La Bussola d’Oro, Hugo Cabret, il Dr. House e Raffaella Carrà. 

Il fatto è che al Lettore (in senso lato) piacciono gl’indovinelli, i segreti, gli scambi in culla, tutto ciò che non è quel che sembra. Ai lettori piace l’idea che chiunque possa non essere chi dice di essere. O chi gli è stato insegnato a credere di essere.  Ai lettori/spettatori piace commuoversi sulla vecchietta che ritrova la sorella emigrata in Brasile cinquant’anni prima e mai più sentita. Adorano singhiozzare quando, dal biplano abbattuto, anziché un pilota tedesco viene estratto il migliore amico del protagonista***. Si sciolgono quando qualcuno – chiunque – si ritrova meno orfano di quanto tutti credessimo.

D’accordo – probabilmente questa faccenda degli orfani andrebbe qualificata****, ma in linea generale, se è vero che la via più sicura per il cuore del lettore sono i legami affettivi, e che indovinelli e sorprese catturano la mente del lettore come nient’altro, forse Aristotele non aveva tutti i torti: l’agnizione – sorpresa affettiva nel bene o nel male – è proprio un buon meccanismo narrativo.

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* Cosa che scoprono ritrovandosi la sera della battaglia di Benevento, quando entrambi sono feriti a morte. Molto opportunamente, il malvagio è a portata di mano, pronto a spiegare come Rogiero abbia tradito Manfredi credendolo suo rivale in amore… Poi entrambi muoiono. Anche Guerrazzi non scherzava. FruitPastilles.jpg

** In realtà, a ben pensarci, tutto – ma proprio tutto – il teatro di Hugo si fonda sull’agnizione. Non c’è un suo dramma in cui la gente sia quel che gli altri credono.

*** Caramelle virtuali a chi riconosce il film…

**** È del tutto possibile, lo ammetto, che gente come Esther Summerson e Luke Skywalker abbia altre preferenze in fatto di tòpoi narrativi. Ma è gente immaginaria, la cui opinione non conta poi troppo.

cinema · scrittura

C’era una volta, in una galassia lontana lontana…

StarWarsIV.jpgIeri sera ho riguardato Guerre Stellari per la zillionesima volta, e non c’è niente da fare: tutte le volte resto colpita dal modo abilissimo in cui la sceneggiatura combina e manovra elementi narrativi vecchi come le colline.

A partire dall’introduzione su sfondo di cielo stellato*: Capitolo 4 – Una Nuova Speranza. Ovvero, o Spettatore, bada ben che adesso ti precipito in medias res che di più non si potrebbe, non solo in azione, ma nel bel mezzo di una storia già iniziata, una storia vecchia ed epica, che non mi prenderò la briga di raccontarti fin a qui, se non per accenni e spizzichi**.

E poi… bam! Enormi astronavi che inseguono astronavi più piccole (non parteggi già istintivamente per la lepre, o Spettatore?), e molta agitazione sull’astronave-lepre, con questi soldati dall’aria superannuata e vagamente coloniale, questi corridoi pieni di fumo… Non si mette bene. Enter i droidi, che forniscono un po’ d’informazioni essenziali: a) siamo alla frutta; b) stavolta per la principessa sono guai.

Che la situazione non fosse rosea l’avevamo intuito, ma quello che dovevamo scoprire qui è che c’è di mezzo una principessa. Una volta ho partecipato a un workshop, il cui insegnante ci ha spiegato come certe parole siano concettualmente e connotativamente più attraenti di altre. “Su una scala da uno a dieci,” diceva, “principessa è probabilmente a 856.” Come dire che se Leila fosse stata una senatrice o una presidentessa non sarebbe stato assolutamente lo stesso. Tra l’altro, abbiamo visto le astronavi, abbiamo visto i droidi, non c’è il minimo dubbio che siamo in piena fantascienza: che ci fa di preciso qui una principessa***? Sii debitamente curioso, o Spettatore.

Anche perché, per il momento, di lei vediamo ben poco: giusto un paludamento bianco, e poi via, a conoscere il Malvagio. Il Malvagio ha una di quelle entrate che sembrano prese da un romanzo gotico di fine Settecento… ma che dico? L’entrata è presa dai romanzi gotici di fine Settecento, punto. Cue: ominous music. Tra vortici di fumo, un misterioso personaggio in armatura e mantello nerissimi**** avanza lungo il corridoio cosparso di cadaveri*****, e i suoi supersoldati scattano sull’attenti. Chiaramente, siamo davanti a Qualcuno. In rapida successione lo vedremo spezzare il collo con totale indifferenza al comandante che reclama status diplomatico, terrorizzare i suoi subordinati, e più o meno scavalcare il suo comando… Il tutto senza togliersi l’elmo nero, il tutto continuando a respirare male assai… Qui c’è malvagità, o Spettatore, ma c’è anche mistero: chi è costui? Da dove viene? Che cosa vuole? Ha una redenzione in vista? Un’attenuante? Una tragica storia alle spalle?

Indi vediamo un po’ meglio la principessa. Avrà pure le trecce e il lungo abito bianco, ma decisamente non è una damigella indifesa: maneggia un folgoratore con letale disinvoltura e, portata davanti al Malvagio, mente e insulta – o almeno ci prova. Quindi scopriamo che non è nuova a questo genere di numeri (ma a dire il vero lo sapevamo già: “Questa volta per la principessa non ci sono speranze,” aveva detto D3BO), lei e il Malvagio si conoscono bene, ed è amica dei ribelli. Ribelli è un’altra di quelle parole, detto per inciso. Dunque, ricapitoliamo: da una parte ci sono i ribelli comandati da una tosta e graziosa principessa in bianco, e dall’altra gli oppressori rappresentati da un crudele signore della guerra in mantello nero. Per chi parteggi, o Spettatore?

E non dimentichiamoci i droidi, per favore. Prima di essere catturata, la principessa è riuscita a contrabbandarli fuori dall’astrolepre, ma… in un esempio da manuale di “La Vostra Soluzione Ha Appena Creato Un Problema Ancora Più Grosso”, i malvagi se ne sono accorti, e scendono a loro volta sul pianetino sabbioso, dove – non avere dubbi, o Spettatore – Qualcosa sta per accadere.

Ecco qui: la scena è stabilita, completa di dosi industriali di conflitto. E per di più – colpo di genio – finora dei protagonisti abbiamo visto poco o nulla, e quasi tutto ci è stato mostrato dal punto di vista di due droidi! Simpatici droidi, chiaramente intelligenze artificiali dalla spiccata personalità******, ma pur sempre esseri artificiali creati dall’uomo.

Oh… ho l’impressione che George Lucas abbia appena fatto qualcosa alla mia sospensione dell’incredulità: ha inziato a raccontarmi una storia di genere, presentandomela come il capitolo intermedio di una storia narrata, e mostrandomela attraverso gli occhi meccanici di due macchine intelligenti. Dimenticati di avere un’incredulità da sospendere, bambina: non hai bisogno di credere a niente, questa e una storia e tutto può succedere!

Guerre Stellari dovrebbe essere testo di studio obbligatorio.

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* La prima volta che ho visto Spaceballs ho rischiato di strozzarmi con il tè: If you can read this, you need no glasses

** Ed è un’idea talmente buona che, se fosse stato per me, la seconda trilogia non avrebbe mai visto la luce, lasciando allo Spettatore l’agio di ricostrurire i precedenti a sua immaginazione e preferenza.

*** Non è che le principesse siano del tutto inaudite in fantascienza, vedi A Princess of Mars, di E.R. Burroughs, datato 1917, ma restano un nonnulla inconsuete: sii preparato, o Spettatore, perché è probabile che le cose non siano come te le aspetti.

**** E se pensate che il color coding non sia sottile, è perché non sta affatto cercando di essere sottile.

***** L’avevamo detto che per questa gente non si metteva molto bene. C1P8.jpg

****** Pur non essendo una principessa galattica, pur non contrabbandando piani di astronavi e pur non pilotando caccia stellari, voglio anch’io un C1P8.  A quanto pare, potrei.

grillopensante

Il Fascino Perverso Della Fantascienza

A sei anni, durante una vacanza al mare, approfittai di una distrazione dell’allora Maggiore per sottrargli un Urania intitolato Tra gli orrori del Duemila. Pessima idea. Trent’anni più tardi, ricordo vividamente i terrori notturni generati dallo scenariaccio post-nucleare, e ricordo anche  il povero allora Maggiore che rifilava l’Urania incriminato al figlio quindicenne di amici: “Prestito? No, è tuo e guai a te se lo restituisci – non lo voglio più vedere in vita mia!”

Fu una vacanza molto insonne per tutta la famiglia, e segnò l’inizio del mio pessimo rapporto con la fantascienza. Voglio dire: ci sono voluti anni e una specie di ricatto prima che mi azzardassi ad avvicinarmi a Guerre Stellari (G-U-E-R-R-E S-T-E-L-L-A-R-I!!!), non so contare le notti di sonno che ho perso grazie a Il Pianeta delle Scimmie – quello originale, con Charlton Heston – il solo pensiero di Philip K. Dick mi dà la tachicardia, e non mi sono mai azzardata a leggere Aasimov*. Rendo l’idea?

ddp.jpgPerché poi, visto che le distopie mi angosciano e gli scenari postapocalittici mi tormentano per anni a seguire, io sia in realtà attratta dal genere, è uno di quei misteri che lascio a gente più sveglia di me. Se avessi un briciolo di buon senso, quando mi hanno regalato Gli Dei di Pietra di Jeanette Winterson avrei sorriso con garbo, infilato il libro in uno scaffale molto in alto e fatto del mio meglio per dimenticare che era lì, giusto?

Invece no, l’ho iniziato, giusto per vedere com’era**, ed era notevole. Molto notevole. Così sono andata avanti, trascinata dalla scrittura piena d’increspature e d’ombre***, dal futuro inquietante e plausibile, dalla vena sardonico-disperata di Billie, dalle meravigliose descrizioni dei pianeti leggendari, dal campo di libri/meteoriti perdti nello spazio, dalle pagine di poesia che tappezzano l’astronave del capitano Handsome…

Non l’ho ancora finito – e sì: mi rendo conto di quanto sia ridicolo recensire un libro prima di averlo finito, grazie – e ad essere franchi, ogni volta che lo metto giù e deglutisco il groppo familiare di leggera angoscia mi dico che basta così. A che pro rendermi infelice leggendo una storia che non mi piace nemmeno e che quasi di sicuro finirà col darmi gl’incubi? Anzi, diciamolo: una storia che me li ha già dati?

Risposta a): perché è un libro pensato, costruito e scritto divinamente, pieno di idee brillanti, di poesia inattesa, di spunti aguzzi. La fantastica scena in cui Spike si dichiara spudoratamente a Billie, e la loro comunicazione telepatica si mescola alle spiegazioni di Handsome su come eliminerà i dinosauri dal Pianeta Azzurro, vale da sola il prezzo del libro. Ogni parola conta, pesa e luccica e, a quanto pare, sono disposta a stare male pur di leggere roba scritta così.

Risposta b): perché quei pianeti morti, quei posti abbandonati per sempre, quel vuoto senza confini, l’ipotesi di quel futuro in cui tutto ciò che conosciamo sarà irrecuperabilmente perduto, sono raffigurazioni narrative di certe mie paure profonde, e qualche parte di me pensa che ci siano modi peggiori di una storia per affrontare certe proprie paure profonde. Adesso, per favore, questa non prendetela per più personale di quanto sia: è tutta la Storia che l’umanità si racconta storie spaventose/terrificanti/angoscianti per questo specifico motivo.

Insomma, non sono sicura che finirò Gli Dei Di Pietra, ma ciò non m’impedisce di consigliarlo a chiunque digerisca la fantascienza: per la scrittura, per la traduzione, per le domande su che cosa ci renda esseri umani, per il pianea chiamato Eco… Unico caveat, per la seconda parte non mi prendo responsabilità; per gl’incubi, ho già avvertito.

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* E non cominciamo nemmeno a parlare dei deprimentissimi anime giapponesi in materia. Porto ancora del serio rancore all’ex di un’amica, che anni fa è riuscito ad infliggermi quasi un terzo di Akira contro la mia espressa volontà. Ora, non voglio discutere se Akira sia o meno un capolavoro, dico solo che il genere mi rende molto infelice, e che il B. aveva l’animo del torturatore.

** Ridete pure: in pieno giorno, come se si potessero applicare le stesse tattiche alle storie di fantasmi e alla fantascienza! Certe volte sono puerile.

 *** Bella, bella, bella traduzione di Chiara Spallino Rocca.