E così il Palio è stato. O meglio – niente affatto: è appena iniziato, perché l’omaggio al Duca è stato solo l’inizio – ma che inizio!
Dovete considerare che la mia esperienza di rievocazioni era… be’, era un sacco di cose, a ben vedere.
Da un lato, ho avuto a che fare con dei rievocatori, per dire così, da fuori. Di solito si trattava di malguidati tentativi di far interagire teatranti e rievocatori nel modo sbagliato. Perché il punto si è che, in linea generale, rievocatori e tratranti vogliono cose diverse. Si rievoca per ricreare un’epoca passata tanto accuratamente quanto si può, con somma attenzione ai particolari più minuti. In teatro, invece, si prendono scorciatoie, si tagliano angoli, si ignora con allegro sollievo tutto quel che non si vede dalla prima fila di platea, si adorano cerniere e velcro – ma soprattutto, non si ricrea: si evoca, si suggerisce, si richiama, si inclina a 45° gradi e si tinge di violetto…
Morale: i rievocatori inorridiscono davanti al costume teatrale medio e i teatranti levano gli occhi al cielo di fronte al rigore dei rievocatori. Mescolarli e farli lavorare insieme non sempre funziona. A me era capitato un po’ di tutto – dalle volte in cui proprio non aveva funzionato a quelle in cui si era rimasti a guardarsi sospettosamente da una riva all’altra del fossato… E poi c’erano i rievocatori che ho conosciuto di qua e di là senza vederli veramente all’opera. Compagni di studi, colleghi, amici, conoscenze occasionali… Gente che tornava dalla rievocazione della battaglia di Prestonpans definendo uno zigomo e un pollice fratturati come “roba da nulla” o che poteva passare ore e ore e ore a disquisire di fucili ad avancarica attraverso i secoli… Disse la donna che può passare ore e ore e ore a disquisire di minuzie teatral-elisabettiane – per cui sì, forse dovrei sentire più vicinanza di spirito con i rievocatori, ma devo confessare che almeno alcuni di loro mi fanno lievemente paura.
Dall’altro lato, però, desideravo molto partecipare a una rievocazione vera e propria, indossare uno di quei costumi meravigliosi, sperimentare questo genere di sguardo sui secoli passati…
E il Palio di Ferrara mi ha dato ragione su questo secondo aspetto, modificando al tempo stesso molte delle mie idee in fatto di rievocatori&teatro.
Intanto, è chiaro che esiste un modo giusto per mescolare le due cose: con Hic Sunt Histriones siamo stati inseriti nel lato più teatrale della faccenda – in cui, una volta rivestiti come si doveva, potevamo interagire alla perfezione con i membri della Corte Ducale. In secondo luogo c’era G., histrio e rievocatrice – posizionata perfettamente a cavallo del fossato e in grado di fungere da cerniera tra i due mondi. È stata lei a volere me e gli Histriones – del che le sono grata. A parte il fatto che è stato molto divertente scrivere in endecasillabi simil-ariosteschi, e che ho conosciuto un simpatico gruppo di cortigiani ducali, tanto appassionati di storia quanto disponibili verso i nuovi venuti – ebbe, a parte tutto questo ho avuto l’occasione di sfilare nel corteo indossando uno di quei meravigliosi costumi di cui si diceva – una tra i millecinquecento figuranti, al suono dei tamburi e delle trombe, lungo le vie di Ferrara antica, mentre cadeva il crepuscolo… Che devo dire? È stato emozionante. Smaltito il timore di pestarmi la gonna – e quello di sollevarla troppo nel tentativo di non pestarla (perché il magnifico costume era stato pensato per gente più alta di me…), mi sono persa nell’impressione che certe cose non fossero cambiate poi troppo negli ultimi cinque secoli e moneta… E poi lo spettacolo – o meglio, gli spettacoli di corte e contrade, nove in tutto, con punte di rimarchevole bellezza e, per lo più, nulla di troppo diverso da quel che avrebbero potuto vedere, all’epoca, i personaggi che interpretavamo seduti sul palco ducale.
Dopodiché, essendo quel che sono, non mi sono saputa impedire di strologar storie attorno alla mia dama in rosso, alle sue circostanze e alla gente che aveva attorno… Ma in fondo, ditemi: avete idea di un singolo motivo per cui, nella sera azzurra e nella città d’oro rosso, al suono delle trombe e al garrire dei gonfaloni, me lo sarei dovuto impedire affatto?
Sapevate che il Palio di Ferrara è il più antico del mondo?
Io l’ho scoperto di recente, dopo essere stata coinvolta nella faccenda… per iscritto e di persona.
Sabato sera Hic Sunt Histriones sarà a Ferrara per il Giuramento delle Contrade, ricreando il tempo e le storie di Ludovico Ariosto – soprattutto l’Orlando Furioso, di cui quest’anno ricorre il quinto centenario dalla pubblicazione. E ci sarò anch’io, che ho curato il testo in versi per la Corte Ducale – e non vedo l’ora di vederlo rappresentato nella bella Piazza Municipale. E sfilerò nel corteo, nei meravigliosi panni di una dama della Corte Ducale… Anche di questo, confesso, non vedo l’ora.
Se siete dalle parti di Ferrara, perché non venite a vederci? Millecinquecento figuranti in costume, un Maestoso Corteo, poesia, musica, duelli e danze… Sarà un viaggio nel tempo, contrada dopo contrada, fino al Rinascimento cortese dell’Ariosto… Direi che ci sono modi assai peggiori per passare un sabato sera di fine maggio.
Se volete informazioni, qui c’è il sito del Palio, e qui potete scaricare il programma. Meanwhile, Este viva!
E così abbiamo terminato il secondo ciclo di letture de Il Palcoscenico di Carta.
Ieri è stata la volta del possente finale del Dottor Faust – Christopher Marlowe nella traduzione anni Ottanta di Nemi D’Agostino. Adesso tocca ai nostri omologhi di Canterbury il 12 di ottobre, e poi il 27 sarà Londra a chiudere le danze: tre letture dello stesso testo, in tre città, due paesi e tre lingue – con la collaborazione di due università e due compagnie teatrali. Harry Newman, l’ideatore del Paper Stage originale, dice che non è mai successo prima.
E dunque sì: abbiamo fatto qualcosa di unico e senza precedenti.
Qualche considerazione volante.
I. Il Faust è una bizzarra commistione di forza sconvolgente , vita quotidiana e comicità tra il nero e il… mah. A me piace pensare che le scene comiche non siano farina del sacco di Kit. Sappiamo che a un certo punto, dopo che l’autore era già morto, Philip Henslowe pagò qualcuno per ritoccare il testo – ma anche prima di questo… Dopo tutto c’erano autori specializzati nello scrivere le burle per le tragedie altrui – e uno di questi era Thomas Watson, che di Marlowe era amico e coinquilino. Non è poi così impossibile immaginare che la Compagnia dell’Ammiraglio abbia commissionato a lui le scene in cui Faustus spreca i suoi ventiquattro anni di potere illimitato facendo scherzi al papa e truffando mercanti di cavalli. Il risultato è un certo qual senso di disparità – che d’altra parte è molto tipico del gusto elisabettiano. Tal dei tempi era il costume.
II. Conseguenza diretta della considerazione I è che forse la suddivisione in tre parti non ha giovato poi troppo al testo. La prima parte afferra subito il lettore/spettatore con le inquietudini di Faust e le immagini sulfuree, e il patto con il diavolo; la terza parte precipita il protagonista di dubbio in dubbio verso il finale sconvolgente; la seconda… Alas, la seconda è rimasta – letteralmente – senza capo né coda. Il susseguirsi di cose bizzarre, con la processione dei Peccati Capitali, la truffa della tazza, gli sberleffi al papato e la negromanzia sanitizzata ai piedi del trono, in realtà è una specie di catalogo di elisabettianerie. Per noi – e presa da sola, senza l’ombra terribile del patto col diavolo, senza il climax vertiginoso, non è terribilmente efficace. E in effetti qualche ascoltatore che aveva cominciato dalla seconda parte, ieri non è tornato. Peccato.
III. Un attore dell’Accademia Campogalliani mi ha detto che il Palcoscenico di Carta è come prima lettura e debutto tutto in uno – senza niente in mezzo, e di conseguenza un nonnulla sconcertante per chi è abituato a un lungo lavoro sui testi. Affascinante punto di vista – da approfondire.
IV. La nostra mascotte decenne (ieri Angelo Cattivo, Wagner e Lucifero) ha letto con un impegno e una disinvoltura da non credere. Anche le cose difficili. Anche senza preparazione di sorta, quando qualche defezione ci ha costretti a redistribuire parti già assegnate. E ha già chiesto se può tornare alla prossima lettura, per favore. E, nel frattempo, ha deciso di far fare una recita ai suoi compagni di classe…
V. Chi l’avrebbe mai detto? Sono riuscita a far leggere una particina alla mia riservatissima e per nulla teatrale mamma. Potenza del Palcoscenico di Carta, del teatro in generale e di Marlowe in particolare.
VI. Ieri pomeriggio, tra malanni di stagione, riunioni dell’ultimo momento e parcheggi impossibili, abbiamo avuto l’impressione che Mefistofele ci mettesse lo zampino… Ma non gli è riuscito troppo bene e, in barba a lui, abbiamo chiuso con il vento in poppa.
VII. Ci saranno sviluppi. Alcuni sono più certi di altri – per esempio siamo certi di riprendere tra qualche mese con un altro testo. Se ci saranno forme di gemellaggio più concreto con l’Isoletta e se questo primo contatto col Faustus si evolverà in qualche altra cosa… eh. Sarebbe bello, ci piacerebbe, ce lo diciamo l’un l’altro scherzando solo a metà – ma per ora è tutto in grembo agli dei.
Adesso tocca a loro, là sull’Isoletta. Vi farò sapere. Per ora… non terminat hora diem, sed terminat blogger opus.
Pensavate che il Palcoscenico di Carta fosse sparito nel nulla, volatilizzato senza lasciar traccia, dissolto nell’Oceano in gocce minutissime da non ritrovarsi mai più?
Ebbene, nulla di tutto ciò.
Il PdC è vivo e vitale: torna a settembre, e ci sono in vista novità e idee… Ne parleremo più avanti, ma intanto ho pensato di mettere insieme qualcosetta: un minuscolo video perché possiate farvi un’idea di cosa, come, dove… Sequenze e immagini, ovviamente, sono tratte dalla lettura di Romeo e Giulietta nel maggio scorso – e se guardate bene, c’è anche un piccolo indizio sull’immediato futuro.
E se per caso di tutti i casi a questo punto vi pungesse vaghezza di unirvi a noi, state pronti: le porte del Palcoscenico di Carta stanno per riaprirsi.
Nostalgia dell’epoca in cui stavo per essere rappresentata per la prima volta.
Nostalgia di quando, con Hic Sunt Histriones, avevamo una sede tutte nostra e una bellissima sala prove. Poi è arrivato il terremoto.
Nostalgia del tempo in cui facevo trailer delle prove – perché ne avevo visti un paio di bellissimi, e volevo provare anch’io…
E allora…
Ecco. E alcune di queste cose torneranno – prima o poi, in una forma o nell’altra – e altre invece no…
Oh well. Non badate a me, e buona domenica.
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* Se mi sente/vede/legge M., mi strangola lentamente… Ma è vero, o M. Tutto vero dalla prima all’ultima parola. Compresa la conclusione: certe cose torneranno. Davvero.
Di solito, qui su SEdS, la stagione natalizia comincia con Santa Lucia… Quest’anno siamo in anticipo di un paio di giorni per un motivo – o meglio, un invito per sabato 13 dicembre.
Nell’ambito del Dicembre Ostigliese, Voci Sotto l’Albero è una serata di musica e teatro in vista del Natale, una di quelle cose che un tempo si definivano “per grandi e piccini”. C’è anche, lo vedete in fondo, Hic Sunt Histriones – che, con la regia della bravissima Gabriella Chiodarelli, rappresenta due piccole cose mie.
I Ninnoli di Vetro, Carola di Natale a Due Voci, è una piccola e (si spera) poetica faccenda di alberi di Natale, tradizioni, memoria, radici e infanzia…
– È a forma di violino, vedi? Attenta, è di vetro sottilissimo…
– Ma è rotto… l’hai comprato già così?
– Sì, perché nessuno lo voleva, e prima o poi l’avrebbero gettato via.
E un albero di Natale è il protagonista assente anche in Christmas Joy, un atto unico miniature in cui un padre e due figlie cominciano a rimettere insieme i cocci di una felicità spezzata.
– Ma non è giusto! Che Natale è senza l’albero?
– Il primo Natale senza mamma. Papà…
– Papà è sempre arrabbiato, papà mi sgrida se canto, papà non vuole che tu faccia i biscotti, papà non è venuto al concerto della scuola… che cosa crede? Che non siamo già abbastanza tristi? O che cancellare il Natale farà tornare mamma?
I Ninnoli e Christmas Joy sono le due prime parti di quello che è destinato a diventare un piccolo trittico natalizio – ancora non so troppo bene in che lingua. Il terzo pezzo, Yes, Virginia, è un altro atto unico miniature, e per il momento esiste solo in Inglese… staremo a vedere che cosa farne.
Nel frattempo, se siete da queste parti e se vi va, vi aspetto a Ostiglia, al Teatro Monicelli, sabato 13 dicembre alle nove meno un quarto.
Venerdì sera si va in scena con Hic Sunt Histriones…
Che poi no, chiariamo: io non vado in scena affatto. Non recito, perché non recito più (checché ne dica o tenti di manipolare G. la Regista), e il testo non è nemmeno mio.
Tuttavia mi sto occupando del disegno luci e assistendo G., per cui in questi giorni abito praticamente a teatro per la consueta orgia di proveproveprove degli ultimi giorni.
E a dire il vero sono un po’ in ansia.
Sono in ansia perché, benché siamo indietro il proverbiale carro di refe, benché abbiamo avuto una defezione dell’ultimo minuto, benché abbiamo dovuto coprirla in parte lanciando in scena senza rete un apprendista giovanissimo e d’incerto grado di cottura, benché abbiamo il busillis aggiuntivo di dover interagire con musica dal vivo – nella terrificante forma di un coro d’implumini – benché, benché, benché tutto questo e molto altro, la tensione è ancora bassa.
Voglio dire, non è ancora successo nulla.
Lo commentavamo questa sera, e tutti abbiamo ammesso di sentirci lievemente ansiosi, perché:
– Nessuna delle due protagoniste eponime – soprattutto Young G – ha ancora avuto la tradizionale crisi di tantrums.
– G. la Regista è calma e amabile come una passeggiata di anatroccoli. Strilla il minimo indispensabile quando le sequenze di movimento si annodano al di là di ogni riconoscibilità, o quando parliamo tutti insieme e cominciamo a sembrare il finale secondo di un’opera russa, o quando qualcuno s’impunta, ma nulla di più. A questa distanza dallo spettacolo, di solito, G. esplode in maniera pirotecnica alla minima provocazione – ma questa volta no.
– La donna delle luci non ha ancora bisticciato con la regista sulla dicotomia logica-istinto applicata alle arti performative e alla scenotecnica, né ha maltrattato attori più o meno incolpevoli. Persino quando le hanno affidato l’apprendista crudo da grigliare un po’ in fatto di dizione e uso del diaframma, la donna delle luci lo ha grigliato senza perdere troppo la pazienza e senza tagliarlo a striscioline.
– Non si è ancora presentata la dolorosa necessità di scegliere tra una prova generale e una prova tecnica – anche se per questo, admittedly, è presto. Il problema si presenterà venerdì, e la donna delle luci sarà sola contro tutti, e indovinate come andrà a finire?
– Nessuno ha ancora preso su e sbattuto la porta, annunciando che adesso basta, abbandona questa gabbia di matti, e sì arrangino, e al diavolo il teatro – in particolare e in genera
Er.. sì, be’, se vogliamo quest’ultima cosa in realtà è successa, ma è successa la settimana scorsa, e il problema comincia a non sembrare poi del tutto irrisolvibile – e quindi si può quasi dire che non conti. Almeno non ai fini della frenesia da pre-debutto.
Ed è vero, mancano ancora tutto oggi, tutto domani* e parte di venerdì, quindi c’è ancora tempo perché le cose pittoresche accadano – ma ammetterete tutti che, as of now, la situazione è un filo allarmante.
Quindi… mah. Ci si aggira dubbiosi, solerti e confusionari, si provaprovaprova, si aggirano, assaltano e neutralizzano difficoltà dell’ultimo minuto, si spera nello spirito del Bardo, si trattiene il fiato, si ritira un pochino la testa tra le spalle come le tartarughe – e si aspetta.
Vi farò sapere…
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* Semmai ve lo chiedeste, sì: prove anche I maggio – né si vede perché no. L’arte, miei signori, non conosce riposo… -oso… -oso… -oso… [Cue: R. Strauss, Heldenleben ♫] E semmai vi chiedeste anche questo, nell’immagine in alto a sinistra non siamo noi, è solo wishful thinking.
No, noi i lupi non li abbiamo avuti – e i cavalli stavano bene.
Il pulmino era in prestito.
Il tachimetro non funzionava, così come l’indicatore della benzina, e la portiera dal lato del guidatore non si apriva – ma converrete tutti con me che erano dettagli.* Certo non era nulla che potesse scoraggiare gli Histriones – e di fatto gli Histriones partirono nel cuore della notte alle otto del mattino, il trentesimo giorno del mese di novembre dell’anno duemila e tredici, e si misero in viaggio nella vaga direzione di Biella.
Lungo la strada incontrarono ogni genere d’impiccio, inclusi non uno, ma due incidenti con conseguente coda – e intanto la neve aveva cominciato a scendere. E in tutto ciò, badate bene, i nostri girovaghi eroi restavano tuttavia ridenti e ridanciani come tante cinciallegre teatrali.
Alla fin fine, nonostante le indicazioni tendenziose della radio e dopo essersi smarriti un nonnulla tra delle montagne che spuntavano a tradimento dal suolo, senza l’ombra di un avvertimento o di una prealpe, impiegarono cinque ore e mezza a giungere in un luogo che non era affatto Biella. Il luogo era Trivero – e non esiste.
Oh, d’accordo: esiste amministrativamente ma, giungendovi, gli Histriones scoprirono che il comune di Trivero si suddivideva in realtà in una quarantina di piccole frazioni sparse tanto orizzontalmente quanto verticalmente – alcune a pie’ dei monti, altre a mezza costa, alcune sui cocuzzoli… E fu subito chiaro che tutto era similmente sparso. In una di queste frazioncine, gli Histriones furono presi in consegna da un gruppo di attori e cantori locali, che li portarono a pranzo in un’altra frazioncina. E questi cantori e attori erano persone di staordinaria cordialità e simpatia, e anche ottimi cuochi – e gli Histriones si sentirono subito a casa e, alla fine del pranzo, si sentirono anche Histriones farciti…
Dopodiché ci si arrampicò in un’altra frazioncina, su su per boschi e tornanti, su su oltre villaggi e santuari, su su tra la neve, su su per strade asfaltate, stradicciole acciottolate e sentieri bianchi, fino a un cocuzzolo innevato, dove sorgeva un delizioso agriturismo.**
Il tempo di sistemarsi un pochino e di veder scendere il crepuscolo violetto, e si fece l’ora di scendere al teatro per le prove. Mentre il grosso della compagnia si scaldava le mani attorno al fuoco, un paio di coraggiosi montarono le catene al pulmino.
Be’, non proprio… E comunque c’era la neve.
Ora, in una digressione metateatrale, il vostro Narratore potrebbe osservare che i due coraggiosi erano Manuel Duarte e Garibaldi, e che la cosa sembrava quasi una prova di abilità per conquistare il cuore di Aninha (che intanto si scaldava le mani al fuoco)… ma poi la faccenda si risolse grazie all’aiuto di due cantori di montagna – per cui, se Aninha fosse stata tipo da farsi impressionare da duelli di montaggio catene, avremmo rischiato un finale alternativo, con l’Eroina dei Due Monti in fuga assieme al baldo Cantore di Montagna…
Ma il vostro Narratore comincia ad avere l’impressione di smarrirsi per sentieri tortuosi e non del tutto pertinenti, e dunque tornerà a raccontare di come, debitamente equipaggiati, gli Histriones risalissero sul fido pulmino e scendessero a valle per le prove – giù giù per sentieri bianchi, stradicciole acciottolate e strade asfaltate, giù giù tra la neve, giù giù oltre santuari e villaggi, giù giù giù per tornanti e boschi, fino all’altra frazioncella ancora che conteneva il Teatro Giletti.
E una volta che furono sistemati nel teatro, gli Histriones si misero al lavoro – e la Clarina fu presa da un’ombra di sconforto.
La Clarina, vedete, aveva cercato per settimane di sapere di quali e quante luci potesse disporre – giusto per adattare il suo disegno luci alla bisogna – e a furia d’insistere aveva ricevuto questa vaga, vaghissima tra le rassicurazioni: c’è tutto. Con l’appena più confortante promessa che, all’arrivo per le prove, la compagnia avrebbe trovato in teatro il tecnico delle luci.
Di fatto, mentre il resto della compagnia tendeva fili per il bucato, cercava di non urtare le quattro chitarre lasciate in scena dal coro e si dava variamente d’attorno, la Clarina costatò che “tutto” significava un’americana con sedici quarzine tutte bianche inamovibilmente puntate in una striscia unica, più quattro coppie di tagli montati fuori sipario – a loro volta bianchi e inamovibili – e che il pur bravo e simpatico Tecnico era in realtà un attore di un’altra compagnia, prestato per la serata e pressoché ignaro dell’impianto.
“Possiamo muovere le quarzine?” chiese la Clarina.
“No…” disse il Tecnico.
“Abbiamo dei colori, almeno?”
“No…”
“Nemmeno sui tagli?”
“No…”
“E quelli possiamo muoverli?”
“No…”
“Possiamo accenderli uno per volta?”
“No…”
“Fanno qualcosa d’altro, oltre accendersi a coppie?”
“No…”
C’è tutto, avevano detto. Tutto.
La Clarina sentiva montare l’umor tetro, e i due disegni luci che aveva al seguito, annotati su altrettanti copioni, cominciavano a sembrare una beffa… E per di più, la compagnia era ansiosa di cominciare una prova, e il Tecnico andava scoprendo che le quarzine non si potevano gestire dalla consolle – così come il controluce che gli Histriones si erano portati da casa -, che il mixer luci non funzionava granché, che il mixer audio magari funzionava, ma non era collegato a un lettore…
Mentre la Clarina cercava d’improvvisare un disegno luci tutto bianco e spartano e aveva il tradizionale Attrito con Scintille con un attore in vena di capricci divistici, il Santo Tecnico scoprì per telefono come convincere il mixer luci a funzionare almeno in parte, e recuperò un lettore cd… O Tecnico Silvio – sappi che quella sera salvasti una povera compagnia di attori girovaghi. Quanto meno impedisti che fossero in parte assassinati dalla Donna delle Luci.
Erano passate le sette quando gli Histriones cominciarono finalmente a provare. Intanto la Clarina aveva deciso di fare a meno delle quarzine, ingestibili e troppo bianche, e di arrangiarsi con le quattro coppie di tagli – che se non altro erano di un bel bianco caldo. Era questa una prova generale o una tecnica, si domandò idly la Clarina, mentre il tango di The Aninha Theme partiva e il sipario si apriva sulla scena illuminata obliquamente dal controluce. E se era la generale, quando avrebbero fatto la tecnica? Ma se era la tecnica, quando avrebbero fatto la generale?
Immaginate che si tratti dei due sullo sfondo. “Se fai solo finta di recitare, io non riesco a risponderti…”
Qualunque cosa fosse, era nata sotto una cattiva stella. Le sequenze di movimento non funzionavano; le voci erano rauche; la Primadonna desiderava, non incomprensibilmente, risparmiare la voce per la rappresentazione – e l’attore che prima aveva fatto i capricci con la Clarina non era punto d’accordo; il mixer audio funzionava ma non troppo, con discreto pregiudizio delle musiche; il controluce non si lasciava gestire; una discreta fetta degli Histriones sembrava avere smarrito il concetto di ingresso in scena e quello di uscita; la Clarina sperimentava con i suoi tagli e la Regista se ne innervosiva; ci furono interruzioni, riprese, scambi di… er, linguaggio, atti di ribellione, strilli sul palco, sussurri tra le quinte, sguardi biechi, incidenti, inciampi, modifiche dell’ultimo istante, momenti inconsultamente shakespeariani…
In fondo al teatro, nello sgabuzzino della consolle, la Clarina tormentava la sua Vita di Shakespeare in miniatura, e invocava lo Spirito del Bardo, e si sentiva viepiù acida.
Ma intanto si erano fatte le otto e mezza passate, e il coro che doveva aprire la serata cominciava ad arrivare, e gli Histriones dovettero cedere il palco prima di avere finito la prova, e si avviarono nei camerini per cambiarsi.
Alle nove e qualcosa la Clarina salì sul palco a scambiare i convenevoli di rito con l’assessore che introduceva la serata, ringraziò la compagnia ospite e Trivero tutta che devolvevano il ricavato della serata alle associazioni culturali del Mantovano terremotato, introdusse brevemente Aninha e poi scese in platea ad ascoltare il coro.
Ora, vedete, sul fatto del coro gli ospiti erano stati abbastanza misteriosi. Per settimane gli Histriones avevano domandato più o meno obliquamente che cosa cantasse il coro prima di Aninha – e il fatto di non riuscire ad avere risposta li aveva un nonnulla allarmati. Per di più, trovando quattro chitarre sul palcoscenico, i nostri eroi erano giunti alla conclusione di non doversi aspettare cori risorgimentali – ma il vostro Narratore confesserà che, pur credendosi preparata a qualunque sorpresa, la Clarina sobbalzò un nonnulla quando il Coro Parrocchiale di un’altra frazioncina ancora avviò il suo programma di musica leggera: Battisti, Celentano, gli 883 e via cantando, arrangiati… be’, non c’è altra definizione: arrangiati per coro parrocchiale.
E così fu che Aninha andò in scena dopo Celentano – qualcosa che nessuno degli Histriones si era mai aspettato.
Ma insomma, andò in scena.
Buio in sala, Aninha Theme, sipario, la più lieve ombra di tagli bianchi sui tangheiros… “Si parte,” sussurrò la Clarina al Tecnico, nella penombra dello sgabuzzino della consolle.
E Aninha fu. E qualcosa di misterioso e bianco rotolò in scena sul fondo. E una delle coppie di tagli prese a lampeggiare prima di subito, e la Clarina dovette sopprimerla e rinunciare al suo disegno luci e improvvisarne un altro con tre coppie di tagli. E si smarrì una zucca. E Garibaldi s’impappinò un pochino all’inizio. E più di un Histrio tagliò extempore una battuta o due. E il mixer audio fece un solo capriccio – ma per farlo scelse il momento di maggior pathos…
Eppure le magagnette si notarono appena – e si notarono appena perché sul palco la Primadonna faceva scintille, trascinando tutti gli Histriones nella migliore Aninha di sempre. E lo spettacolo rotolò liscio ed efficace fino all’ultima scena. Aninha Theme, buio in scena. Applausi.
“È andata…” sussurrò un tantino incredula la Clarina, nella penombra dello sgabuzzino. Ed era andata, ed era andata singolarmente bene, e tutti erano molto felici – pubblico, e ospiti, e Histriones, e Regista, e la Clarina.
E così fu che gli Histriones raccolsero armi e bagagli, si attrezzarono per il freddo, rimontarono sul fido pulmino, risalirono su su – ma… e badate al finale perfetto: giunti alla fine dell’asfalto, parcheggiarono il pulmino e, mentre novembre trascorreva in dicembre, si arrampicarono a piedi, tra i boschi innevati,*** sotto un cielo scintillante di stelle che occhieggiavano tra i rami nudi, facendosi luce con qualche torcia, su su fino alla locanda – dove trovarono il fuoco acceso e la cena pronta. E allora mangiarono, e brindarono, e risero fino a tarda ora insieme ai loro ospiti.
E tutti, come si diceva, furono molto felici.
E qui, o miei Lettori, il vostro Narratore si congeda da voi e chiude il sipario su… Le Cronache Biellesi – ovvero Il Pulmino di Tespi.
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* E tuttavia vi prego di notare che qui, a tutti gli effetti, abbiamo il carro. Magari mancano i cavalli da tiro, ma il carro c’è.
** E qui, signori, abbiamo l’accogliente locanda. E forse potrete pensare che abbiamo avuto anche la sgambata nei boschi – ma siete in errore.
*** Ecco, adesso abbiamo avuto la sgambata nei boschi. E magari “qualche torcia” significa due cellulari – ma vi prego, non roviniamo la perfezione del momento sottilizzando…
Avevo detto di non aver granché da dire dell’ultimo Somnium, perché è andato bene e non ci sono aneddoti particolarmente narrabili…
Ed è vero, però ho qualcosa da mostrarvi – ovvero le fotografie, opera della bravissima Caterina Vaccari.
“La guerra, Signore, è un’arte che non s’impara ascoltando i vecchi…”
“E allora approfittane! Prima che capiscano che cosa succede, sarà tutto finito.”
“Cartagine è ridotta a un porto di provincia!”
“Giura che sarai la spada e lo scudo di Cartagine – qualsiasi cosa te ne venga in cambio. Giura per te stesso. Giura per la tua stirpe. Giura per il tuo nome. Giura per il tuo destino.”
“E se tornando non ci troverai, nella tua vita avremo pesato meno di due ombre…”
“Il tuo processo è istruito, Annibale. E questa volta non sarà una farsa.”
“Non trascinerò Cartagine in una guerra civile.”
“Per tutta la vita hai governato il destino di eserciti, uomini e nazioni – ma la Siria non è tua da gettare al fuoco.”
Ve l’avevo detto che è stato bello a vedersi, vero? Be’, in realtà è stato bello sotto tutti i punti di vista, grazie agli Histriones capitanati da Gabriella Chiodarelli. E agli uomini delle luci.
Oh, e a proposito di luci: un’ultima foto che non c’entra granché, ma…
“Giù a buio – poi i tagli tre, quattro e due…”
Giusto per darvi un’idea di quel che faccio durante gli spettacoli. La cosa che ho al collo è la mia Life of Shakespeare in miniatura – portafortuna teatrale.
E credo che in realtà poche cose mi piacciano come starmene dietro le quinte – con o senza luci da manovrare.