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Bric-à-Brac – sette storie d’altri tempi

Bric-à-BracSMALLEREd eccoci qui – l’avevamo detto.

Bric-à-Brac è disponibile su Amazon.

Tutto sommato, in questo libro c’è proprio quel che dice l’etichetta: sette storie. E (anche questo lo dice il titolo) storie d’altri tempi, per lo più – con un’eccezione infilata nel mezzo.  Ma a dire la verità anche nell’eccezione si parla di storia, seppur brevemente, perché è così che funziona qui. Si raccontano cose dei secoli passati – cose che potrebbero essere successe oppure no. Per parafrasare la vecchia versione cinematografice di The Prince and the Pauper:

Questa non è storia – solo racconti di tempi lontani. Forse è andata così, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

E in fatto di tempi lontani troverete Ottocento e antichità classica,  troverete tartarughe, medici e fantasmi, troverete storie tristi e storie buffe… Dalla Magna Grecia all’Inghilterra vittoriana, dalla Mantova medievale alla Vienna degli Asburgo – sette storie sul serio o per gioco, alla ricerca di quel che non sappiamo più.

Sette storie, dicevo:

I ricordi della canzone
La stagione delle saette
Veglia
Le morte stagioni e la presente
Fàstaf
Il fantasma di Passerino
La ricompensa

Andate qui per scaricare o leggere online un’anteprima, intanto – e poi… Potrebbe essere una Santa Lucia tardiva, o una lettura natalizia, o un regalino per l’appassionato di storia tra i vostri amici…

E se, dopo avere letto, aveste voglia di lasciare una recensione, vi sarei molto grata.

 

 

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E la Copertina!

Vi avevo detto di The Copperfield Review, ricordate? La rivista americana specializzata che pubblicherà nella sua prima antologia il mio Gentleman in Velvet…

Ebbene, ecco qui la copertina:

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Bella, vero? Io sono di parte – e quindi dirlo lascia esattamente il tempo che trova – ma la la adoro. Bear with me.

History Will Be Kind uscirà il 17 di novembre, e conterrà una quindicina tra racconti e poesie ambientati “in una varietà di periodi storici”, opere di altrettanti tra collaboratori storici di TCR e una manciata di nuovi nomi – tra cui la vostra affezionatissima.

Che posso dire? Non vedo l’ora, non vedo l’ora e non vedo l’ora…

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Oh – e no: ieri niente musica… Influenza. O parainfluenza. O quel che è. Sorry.

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Storia e Storie

387px-Rudyard_Kipling

Se la storia s’insegnasse sotto forma di storie, nessuno la dimenticherebbe mai.

Questo lo diceva Kipling, e voi sapete che a Kipling io tendo a dare retta. L’idea mi piace molto, e vorrei che fosse così – in un certo senso lo è. Ma fino a che punto?

Vediamo un po’.

Secoli fa – troppi secoli fa perché vada a disseppellire il numero in questione – sulla Historical Novel Review comparve un articolo in cui Susan Higginsbotham (credo) strologava sulla questione posta da un lettore: com’è, chiedeva costui, che nessun numero di romanzi storici e film storici è sufficiente a farmi entrare in testa i fatti? Prendiamo Eleonora d’Aquitania, proseguiva il lettore, una signora e un periodo per cui non ho speciale interesse, ma con cui ho avuto a che fare in diverse occasioni: ho studiato i miei libri di scuola come chiunque altro, ho letto qualche romanzo, ho visto qualche film… non dovrei avere le idee più chiare sulla sua storia?

La risposta era “Non necessariamente”, e per un buon motivo. Sto citando a memoria, ma l’idea generale era che vedere Eleonora alle prese con il suo pessimo marito in The Lion In Winter e con le frenesie crociate/matrimonial/amorose del suo primogenito in The Lute Player non offre molto aiuto nel memorizzare le date della sua vita. Quello che troviamo nel film e nel romanzo non è la storia di Eleonora, ma l’interpretazione della figura di Eleonora di James Goldman e Nora Lofts. Ed è un’interpretazione colorata dalle intenzioni e necessità narrative degli autori, da treni merci di particolari fittizi (la corte natalizia a Chinon e il dilemma parentale di Enrico, Blondel e Anna Apieta…), dall’esigenza di rendere questa gente del tardo dodicesimo secolo comprensibile per il lettore/spettatore odierno.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

Essendo Goldman e Lofts ottimi scrittori, entrambe le Eleonore* in questione sono balzachianamente verosimili, ma nessuna delle due è vera. E in questo non c’è proprio nulla di bizzarro o scandaloso. In un mondo ideale, il mestiere del romanziere storico sarebbe quello di raccontare ciò che non sappiamo più sulla base ed entro i limiti di quel che sappiamo, però in realtà il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo può essere molto labile.

Ci sono scuole di pensiero sul grado di rigore documentario e fedeltà alle fonti cui un romanziere dovrebbe sentirsi vincolato, ma nella maggior parte dei casi non è difficile trovare nel tessuto delle fonti qualche smagliatura grande abbastanza da farci passare una parata di elefanti.

Detto ciò, qual è l’impatto delle parate di elefanti sul lettore medio?

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciAvete letto La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett? Forse sì e forse no: ai miei tempi era un altro di quei classici per fanciulli – e uno particolarmente grazioso, a mio avviso. Ad ogni modo, c’è questa scena in cui la giovanissima protagonista Sara racconta la storia della Rivoluzione Francese a una compagna di collegio negata per gli studi, e lo fa con flair narrativo, insistendo sulla figura di Mme de Lamballe, confidente e favorita di Maria Antonietta, linciata in strada per non aver voluto giurare fedeltà alla Repubblica. “E misero la sua testa mozzata su una picca e la folla se la passava di mano in mano…” racconta Sara. “Era giovane e bella, e tutte le volte che penso alla Rivoluzione immagino quella testa dai lunghi capelli biondi che ondeggia sopra la folla inferocita.” E, ci dice la signora Burnett, persino l’ottusa Ermengarde non dimenticherà più Mme de Lamballe.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perché se da un lato Sara ha regalato a Ermengarde un’impressione più vivida della storia, dall’altro ha falsificato un pochino i fatti: nel 1792 la princesse de Lamballe aveva quarantatré anni – un’età che non molte bambine di dodici anni considerano giovanile… Resta da domandarsi chi sia stato a ringiovanire la principessa per amor di dramma**: Sara stessa, Ms. Burnett o l’autore del libro che si suppone Sara abbia letto? Ma non è del tutto rilevante, e comunque l’episodio rimane significativo.

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciMi è tornato in mente di recente, quando M. mi ha fatto notare che l’Annibale eponimo di Gisbert Haefs è sempre depresso dopo le battaglie. “Quindi, quando il tuo Annibale dice al Re di Siria di essere stato felice dopo la battaglia di Canne, non era vero…” E per qualche motivo fatico a convincere M. che, per quanto ne sappiamo, la mia interpretazione e quella di Haefs si equivalgono. Non è la prima volta che M. e io abbiamo conversazioni del genere, su qualche chiaroscuro psicologico dell’uno o dell’altro personaggio, sui Romani descritti dal punto di vista cartaginese, sulle figure minori fittizie… e non c’è nulla di strano, perché M., come chiunque non abbia passato anni a leggere le fonti, non ha modo di sapere dove finiscono i fatti provati e dove inizia la danza speculativa del romanziere.***

Per cui è saggio concludere che la Storia non s’impara dai romanzi? Mostly not. Non i fatti. Non le date. Né si vede troppo perché dovrebbe essere altrimenti: se volete studiare la Storia, ci sono vagoni di libri scritti per la bisogna. Libri che non sono romanzi.

E però questo non significa affatto che Kipling abbia torto, sapete? Perché dopo che avete studiato, c’è qualcosa d’altro che potete cercare.

Nel suo The Time Traveller’s Guide to Elizabethan England, Ian Mortimer fa notare che una delle difficoltà principali nell’interpretare la mentalità dei secoli passati è che noi diamo per scontati conclusioni e sviluppi di eventi che, all’epoca, erano ancora in fieri, fluidi, spesso incomprensibili, spesso terrificanti. Quando pensiamo all’Armada di Filippo II ridotta a una collezione di relitti fumanti nella Manica, fatichiamo a immaginare il genuino terrore degl’Inglesi che per mesi avevano temuto l’invasione spagnola, o a capire la paranoia anticattolica, la caccia ai missionari gesuiti, il senso d’isolamento dell’Isoletta governata da un monarca femmina e di (forse) dubbia legittimità… 

Vero, vero, vero. Armada

Ed ecco dove entrano in scena i romanzi. Perché il romanzo, attraverso gli occhi, le paure, le impressioni e le reazioni dei personaggi, è in grado di restituire al lettore il sobbalzo collettivo dell’Inghilterra all’accendersi dei beacons lungo la costa, la furia collettiva dei Francesi che tirano pietre alla principessa di Lamballe, la frustrazione di Eleonora costretta dissimulare il suo acume tanto superiore a quello di tutti gli uomini che la circondano, l’impazienza di Annibale mentre i suoi alleati italici nicchiano…

E con questo non voglio minimamente condonare errori e (dininguardi!) anacronismi, ma sono disposta ad ammettere che, alla fin fine, l’età della principessa di Lamballe può anche essere un particolare secondario, se siamo capaci di mostrare la Storia in movimento, con la sua complessità, la sua imprevedibilità e iridescenza. Se riusciamo a dare, anche solo per qualche pagina, l’impressione di qualcosa che sta succedendo. Se arriviamo a trasmettere un senso di realtà e vividezza da accompagnare alle date e ai fatti. E allora, per un po’, siamo tutti Sara Crewe – e, guarda un po’, dopo tutto Kipling aveva ragione.

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* E quella di Goldman ha il vantaggio aggiuntivo di essere interpretata da Katherine Hepburn – need I say more?

** E questo mi fa venire in mente l’irresistibile The Talisman Ring, di Georgette Heyer, in cui la giovane émigrée Eustacie passa un sacco di tempo a a romanticizzare il suo scampato pericolo, commuovendosi all’ipotetica immagine di se stessa sulla via della ghigliottina: una giovane fanciulla vestita di bianco, sola nell’orribile carretta… “A parte il fatto che le carrette di solito sono affollate, credo che mi dispiacerebbe altrettanto per qualunque condannato, quali che fossero il suo sesso, la sua età e il colore del suo abbigliamento,” replica il suo unromantic cugino (e riluttante fidanzato) inglese. Mi diverte l’idea che Sara sia della stessa scuola di Eustacie…

*** Yes well, potrei considerare l’ipotesi di offendermi un nonnulla perché M. sembra disposto a dare retta a qualsiasi altro romanziere prima che a me, ma fingiamo di nulla…

 

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Sarebbe Potuto Accadere

HistoryUltimamente la serendipità si diverte a piazzare lungo la mai strada piccole perfezioni in fatto di narrativa storica.

Perfezioni teoriche, intendo.

Ricordate Scott&Barnett e i loro fatti veri mai accaduti?

Ecco, poi domenica notte – ad alta notte, mentre cercavo di far cambiare ritmo ai neuroni prima di un’ultimissima revisioncina – mi sono imbattuta in The Prince and the Pauper, ovvero Mark Twain secondo William Keighley. È un delizioso film del 1937 – ma ne parleremo un’altra volta – anche perché ne ho visto solo un pezzettino.

Ma quel pezzettino iniziava con una premessa perfetta:

Questa non è storia – solo un racconto di un tempo lontano. Forse è andata così, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

Vi racconto una storia, o Lettori. È reale? Oh, per nulla – o solo un pochino, ma potrebbe esserlo. Di sicuro ho fatto del mio meglio perché fosse vera. Mentre ve la racconto, vi sembrerà vera. Giocheremo a che sia vera, volete? Il mio mestiere è di far sì che, per il tempo che impiegate a leggerla o mentre ve ne state seduti a teatro, siate molto contenti di considerarla vera.

Il che, in fatto di narrativa storica, a mio timido avviso, il mio mestiere implica un ragionevole grado di accuratezza nell’ambientazione, un certo genere di plausibilità storica per cui sì, sarebbe potuta andare così

Ma a ben pensarci, se ci badate bene, in realtà vale per ogni genere di storia. È il consueto dilemma tra reale e vero, ne abbiamo parlato un sacco di volte – interrogandoci sempre sul perché il fatto che si tratti di una storia vera o no debba essere la prima preoccupazione del lettore…

Per quanto mi riguarda, resto dell’idea che, in fatto di narrativa di qualunque colore, la realtà sia sopravvalutata –  e la prossima volta che qualcuno mi chiederà se quello che ho scritto è una storia vera, probabilmente risponderò che forse sì, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

Potrei quasi farmici un ciondolo…

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Qualcosa di Contemporaneo

van-eyck-ritratto-di-giovanni-arnolfini-con-la-mogliea.jpgHo presentato il libro tre volte in cinque giorni.

No, veramente stasera non si parlava solo del Somnium, ma di tutti e tre i miei libri, il che è stato divertente: erano secoli che non tiravo in ballo Strada Nuova o Lo Specchio. Ho persino riesumato le diapositive del Ritratto Arnolfini per la bisogna, e c’erano gli Histriones a farmi il reading. Mi è piaciuto.

Comunque la costante, la domanda che tutte le volte arriva, anche se non sempre in pubblico, è: perché non provi a cimentarti con qualcosa di contemporaneo? E quando ho l’aria di implicare che ciò avvenga solo in occasione delle presentazioni, sto dando un’impressione fasulla. Ho perso il conto delle persone che leggono qualcosa di mio e poi mi dicono che dovrei scrivere qualcosa di contemporaneo…

E il bello è che, per lo più, lo dicono come se fosse un complimento.

Come se scrivere historicals fosse una specie di ripiego, un genere minore, una specie di apprendistato dal quale, prima o poi, mi dovrò pur emancipare. Oh, che bel libro! Adesso sei pronta, bambina: puoi passare a scrivere cose serie.

 Ed è perfettamente inutile dire che sto già scrivendo quello che voglio scrivere, grazie. Che la gente più contemporanea che ho scritto (i venti lettori de Gl’Insorti di Strada Nuova), è stata una faccenda faticosa e di limitata soddisfazione. Non perché i venti lettori siano venuti male, ma perché non mi è piaciuto granché scriverli.

In fondo, c’è un motivo se mi occupo di storia. Più di un motivo, a dire la verità: l’inafferrabilità degli eventi passati, il fascino di quello che non sappiamo più, il modo in cui, per gradi e per strati, si formano leggende e luoghi comuni -e letteratura, – l’evolversi della lingua e dei linguaggi, il sovrapporsi e contraddirsi dei punti di vista, le menzogne che durano secoli, la tensione fra resa antiquaria e reinterpretazione… flora e fauna che si coltivano assai meglio nei romanzi storici, con l’occasionale scampagnata in terreno metaletterario.

Quindi, mi sembra di avere le idee abbastanza chiare su quello che faccio e sul perché lo faccio… ma no: perché non scrivo nulla di contemporaneo? Non saprei… perché non mi viene bene? Perché non ho granché da dire in materia? Perché ci sono altre cose che so fare meglio? Perché non m’interessa terribilmente? E sia chiaro: non sono mai contraria a sperimentare generi nuovi, ma appunto: sperimentare. Buttare giù qualche pagina per provare un punto di vista, una tecnica, una voce, un soggetto. Esercitarmi. Vedere come funziona. Ma questo è un altro conto, e non è quel che intendono le anime benintenzionate secondo cui dovrei scrivere qualcosa di contemporaneo.

Non dico che non lo farò mai, perché si cambia. Magari verrà il giorno in cui vorrò provarci, per un motivo o per l’altro, ma per il momento va benissimo così, grazie.

Niente di contemporaneo. O il meno possibile. E senza zucchero.