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Parlando di Racconti…

Racconti, sì… short_story

I racconti che, dice Neil Gaiman, sono viaggi all’altro capo dell’universo – ma senza fare tardi per la cena… All’altro capo dell’universo, oppure all’altro capo della storia. O in qualche punto in mezzo.

Parlavamo di Gentleman in Velvet, che ha attraversato l’Atlantico. Ma non è il mio unico racconto. È abbastanza raro, a dire la verità, che mi sieda a scrivere con l’idea di scrivere un racconto. O almeno lo è adesso. Non è come se non l’avessi mai fatto ma, da qualche anno a questa parte, questo genere di lavoro deliberato è più o meno riservato al teatro. I romanzi poi sono un’altra faccenda. Magari c’è gente che si sveglia con l’idea di un romanzo, comincia a scriverlo, procede e finisce. Ebbene, gente di questo genere, chapeau. Io non appartengo alla categoria. Per me i romanzi sono una faccenda da meditarsi a lungo, documentare in abbondanza e scrivere avendo una ragionevole idea di dove si stia andando a parare. Poi le soprese accandono – oh, se accadono! – ma almeno in  partenza preferisco avere una direzione in cui muovermi.

I racconti, invece…

bestshortstorywriter4I racconti, da qualche anno in qua devono farsi strada a botte e gomitate per essere scritti. Idee che mi piacciono, ma con un arco troppo piccolino per un romanzo, e inadatte a diventare un play o un monologo. Cose con cui posso negoziare: d’accordo – 3000 parole e non di più, poi mi lasci in pace.

Un tempo si facevano avanti subito prima o subito dopo Natale – come preparativo dicembrino extra o come maniera per smaltire le paturnie di gennaio… Adesso queste cose tendono a sfogarsi in atti unici. E a proposito, non è detto che prima che poi non dobbiamo parlare anche di questo – ma oggi no. Oggi parliamo di racconti.

Perché mi è venuto un uzzolo, sapete.

L’uzzolo di racimolare una manciata di racconti – storie di secoli passati, per lo più – e di raccoglierli in un ebook. Un uzzolo così – e avrei potutto ignorarlo e procedere in altre direzioni, ma non l’ho fatto. Così i racconti li ho racimolati per davvero. Sette in tutto. Storie di secoli passati, per lo più – e no, non siete sopresi, non lo siete affatto. Non adesso. Magari al momento lo sarete, almeno un pochino… Staremo a vedere.

Al momento l’ebook è in via di preparazione, un po’ alla volta – copertina, margini, carattere e tutto il resto – e si sarebbe potuto chiamare in una mezza dozzina di modi. Invece, alla fine fine, si chiamerà così:

Sample

E ne riparliamo fra un paio di settimane, quando ormai sarà dicembre.

bieca concorrenza · Spigolando nella rete

Archivio Caltari – Con Una Digressione Sulle Regole

Grazie ad Anna Laura Morello scopro Archivio Caltari, bel blog di scrittura, letture, libri, posti et similia*… Sì, insomma, ancora un po’ di bieca concorrenza.

L’archivio, tutto bianco e minimalista se non fosse per le belle foto, è un arnese collaborativo con tanto di rivista cartacea a fianco, categorie dai nomi tra il quirky e l’evocativo e una quantità di rubriche.

Funny thing, ci sono arrivata quasi per reazione allergica, dopo aver visto su Twitter la segnalazione di un post intitolato “5 regole per scrivere narrativa: P.D. James.” Ora, per qualche motivo, quanto sento parlare delle regole di [nome di celebre autore] il sopracciglio sinistro parte in automatico verso i piani superiori.

Perché? Voyons. In fatto di scrittura trovo che ci siano regole grammaticali e sintattiche (il verbo transitivo regge il complemento oggetto), regole strutturali (una storia necessita di un inizio, un mezzo e una fine), e tutte quelle faccende semidogmatiche derivate dall’evoluzione del linguaggio e dalla forma mentis umana (e occidentale in particolare) di cui la letteratura è figlia ed espressione.

Poi ci sono principi operativi che ricadono nell’ambito del rapporto causa/effetto – e già questi fatico a chiamarli regole, perché si sono imposti e funzionano allo stesso modo del diritto consuetudinario: per provata efficacia e lungo uso. Cose come “Show, don’t tell“, oppure “Specifico è meglio di generico”, o le convenzioni di genere. E principi e convenzioni vengono, stanno finché servono, poi vanno. Pensate al Coro Greco, uscito di moda molti, molti secoli fa, benché sembrasse, back in the day, un accessorio irrinunciabile di qualsiasi lavoro teatrale che aspirasse ad essere tale.

Infine ci sono practicalities, preferenze personali, constatazioni, riti propiziatori, scorciatoie, irrinunciabilità e schegge di cinismo che ciascuno scrittore sviluppa per sé nel corso di molti anni di carriera, eredita dai suoi miti e modelli o sceglie dai manuali di scrittura creativa. 

E sinceramente, se foste (siete) uno scrittore e vi chiedessero quali sono le Dieci Regole Per Scrivere Narrativa, che fareste? Vi mettereste ad enunciare regole propriamente dette? Iniziereste a dire che in principio era l’arco aristotelico…? No, vero? No, e per tutta una serie di buone ragioni, non ultimo il fatto che l’arco aristotelico si trova in ogni manuale decente – e non è questo che si richiede da voi nel corso di un’intervista.

Quindi, molto più probabilmente, mettereste i consumatori di regole a parte di qualche fenomeno pratico, e cerchereste di farlo in uno stile non del tutto dissimile da quello della vostra narrativa.

Ricorda: quando le persone ti dicono che qualcosa non va o che non la capiscono, hanno quasi sempre ragione. Quando ti dicono precisamente ciò che ritengono sbagliato e come sistemarlo, hanno quasi sempre torto,

dice la Regola n° 5 di Neil Gaiman, e non vi pare che sappia di principio empirico dolorosamente cristallizzato in anni di rapporti con lettori beta?

Margaret Atwood, invece, usa ben due dei suoi dieci punti per ricamare ironicamente su un problema che gli scrittori condividono con la NASA:

1 Porta una matita per scrivere in aereo. Le penne perdono inchiostro, ma se la matita si rompe, non puoi temperarla in volo perché non puoi portare coltelli. Quindi: porta due matite.

2 Se entrambe le matite si rompono, puoi dargli una sommaria temperata con una limetta per le unghie di metallo o di vetro.

E, tra parentesi, il punto uno è più saggio di quanto il tono faccia pensare, ma vorrei  vedere le reazioni dell’equipaggio all’applicazione del punto due, in quest’era di aerei dirottati con un temperino… Ma il fatto che MA cominci il suo elenco in questo modo la dice lunga sulla sua fede nelle liste di dieci regole, don’t you think?

Solo apparentemente diverso è il caso di Jeanette Winterson, che invece distilla un trattatello in dieci punti su come combinare umiltà, rigore e autostima – condito con appena un tocco di femminismo.

Ricordate che cosa disse W.S. Maugham di fronte a una domanda in questa vena? Che ci sono tre regole infallibili per la scrittura di un romanzo – sfortunatamente nessuno sa quali siano…

Col che, sia chiaro, non voglio affatto dire che in scrittura non ci siano regole**: le regole ci sono e sono fondamentali. Solo che, sollecitati a dichiarare le proprie in dieci punti, sono pochi gli scrittori che si metteranno a discettare di sintassi del periodo o ingegneria narrativa. Principi, consigli, saggezza distillata, dichiarazioni ideali, pratica spicciola e ogni tanto qualche regola – non Regole.

 

Ma qui scherziamo e giochiamo al rant semantico, e invece io volevo proprio consigliarvi l’Archivio Caltari – i cui post in materia sono una delizia, perché tutti in fila come sono diventano una galleria di istantanee di scrittori (istantanee in words, almeno tanto efficaci quanto le fotografie che li accompagnano). E che è un gran bel blog: seguirò con pari attenzione e diletto.

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* O anche non del tutto similia, come questo post sulle cartoline a rilievo del vecchio Corriere dei Piccoli.

** A commento di uno dei post in questione non manca – e come potrebbe? – il peana alla scrittura come Arte Spontanea E Creativa Eccetera Eccetera…

 

grillopensante

Compagni Immaginari

220px-Harvey_1950_poster.jpgSono sconcertata.

Intendevo scrivere un post sui compagni immaginari, credendo di trovarne all’infinito nella letteratura per fanciulli, e in effetti è così, ma sembra che siano per lo più nella letteratura per fanciulli – e per fanciulli grandi – angloamericana. Non solo, scopro anche che in Italia l’idea del compagno immaginario tende ad essere considerata lievemente malsana.

Ossignor.

Quindi scopro anche che per anni ho avuto abitudini lievemente malsane e non lo sapevo…

Se non bastasse, scopro in rete un esercito di madri preoccupate per l’equilibrio dei loro pargoli e di gente che guarda con disapprovazione alla disinvoltura con cui gli Anglosassoni trattano l’argomento. Potrei citare autori come Neil Gaiman (il cui taglio è, come ci si potrebbe aspettare, un nonnulla inquietante, ma facciamo finta di nulla), come Cecelia Ahern, come Jodi Picoult, come Patricia Polacco (il cui adorabile e geniale Emma Kate rivolta l’intero concetto come un guanto), come Maurice Sendak (peccato per il film!), come A.A. Milne e, naturalmente, Bill Watterson.

Perché, ebbene sì, Winnie The Pooh e Hobbes sono compagni immaginari – o come altro chiamare degli animali di pezza resi vivi dalla fantasia dei loro padroncini? Un altro caso di questo genere è Emily, la bambola di Sara Crewe ne La Piccola Principessa. Adesso mi comprometto dichiarando che LPP è, a mio avviso, una piccola gemma sottovalutata, ben diversa da altre storie strappalacrime per fanciulli, da cui si differenzia celebrando il potere dell’immaginazione. Pensandoci bene, la faccenda merita un addendum tutto suo a questo post, ma per il momento non divaghiamo e limitiamoci a ricordare come Emily non sia “la bambina” di Sara, bensì un’amica e confidente con cui condividere la nostalgia per l’India e il padre lontano: un’amica immaginaria a tutti gli effetti.

Non tutti i compagni immaginari sono giocattoli in partenza, e a questo proposito mi viene in mente un raro esempio italiano: naturalmente adesso non la trovo più, ma mi pare proprio di ricordare una filastrocca intitolata Il Buio è un Cavaliere*, in cui un bambino affronta la paura del buio trasformando la temuta oscurità in un amico immaginario.

Questo sembra esemplificare bene le teorie sostenute da alcuni studi recenti, secondo cui una percentuale altissima di bambini si crea almeno un compagno immaginario, traendone conforto, complicità e divertimento, superando paure e difficoltà, elaborando eventuali traumi, esercitandosi ai rapporti sociali, al dibattito e alla riflessione. Non mi sembrano cattivi risultati.

Cinema e televisione hanno proposto una serie infinita di compagni immaginari, e credo che citerò un paio di casi soltanto: l’eponimo coniglione Harvey e le tenere bestiole di Miss Potter. Ho scelto tutti questi conigli per due motivi precisi. Il primo è che Wikipedia ha un’intera pagina dedicata alla discutere la natura di Harvey: secondo una scuola di pensiero, non sarebbe un compagno immaginario propriamente detto, perché nel film si afferma esplicitamente che è reale. Lo stesso sembrerebbe dover valere per Hobbes, le cui azioni sembrano avere talvolta risultati reali, come le palle di neve tirate a Calvin. Non sono del tutto certa di essere d’accordo: molti compagni immaginari fittizi** assumono vari gradi di realtà all’interno delle loro storie, ma questo ha che fare con la natura della finzione narrativa e la sospensione dell’incredulità, più che con la natura immaginaria dei compagni stessi.

In secondo luogo, sia Harvey che Miss Potter descrivono compagni immaginari di persone adulte. Naturalmente, Elwood è considerato matto (hence il suo trionfo sugli increduli quando Harvey risulta essere reale) e Beatrix irreparabilmente eccentrica, ma per entrambi i compagni immaginari sono presenze positive. Per BP sono addirittura una sorta di personificazione dell’immaginazione creativa: vere e proprie muse con tanto di coda lanosa. E se pensate che questa sia un’iperbole narrativa, lasciatemi terminare con la storia di Paul Taylor.

Paul Taylor fu un grande coreografo americano, un innovatore e un eclettico. Aveva un compagno immaginario, un singolare personaggio provvisto di un dottorato e varie onorificenze, cui attribuiva pubblicamente il merito di parte del suo lavoro. E no, Taylor non era scisso e non mancava di alcun venerdì: il suo amico immaginario era una proiezione di parte della sua creatività (forse quella consapevole, se bisogna giudicare dai titoli accademici, ma non è detto…), una versione adulta di quelle sagome colorate o quegli animali di pezza in cui il bambino trova confronto, gioco e stimolo intellettuale. E scusate se è poco!

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* C’è una raccolta di fiabe di Marina Valcarenghi con questo titolo, ma non so se la filastrocca ne faccia parte. Se avessi dovuto azzardare un autore, avrei detto Rodari. Però stiamo parlando di ricordi vecchi di trent’anni, e potrei sbagliarmi di grosso.

** Nel senso di “compagni immaginari di personaggi fittizi”, as opposed to “compagni immaginari di persone reali. Come definiremo allora i compagni immaginari dei ritratti fittizi di persone reali? E fa differenza se la persona reale in questione aveva davvero un compagno immaginario? Sento che mi sto avviando per una strada molto tortuosa…

scrittura

Ciascuno le sue

Tips-for-writers-001.jpgLo so che è in Inglese, ma è talmente brillante che vale la pena di leggerlo persino con qualche traduttore automatico, semmai…

Sto parlando di questo fantastico articolo apparso su The Guardian, in cui vari scrittori, gente del calibro di Margaret Atwood, Roddy Doyle, Neil Gaiman e P.D. James, rimuginano su quali siano i segreti della buona e/o felice scrittura.

Il punto principale sembra essere per tutti: scrivere, scrivere, scrivere! Ma c’è davvero un po’ di tutto, e non si può dubitare che sia gente che sa quel che dice.

Buona lettura.