Poesia

Buona Pasqua

Uova_cesto.jpgAuguri, o Lettori. Auguri di serenità, per quanto possibile in questo momento dagli orizzonti così scuri e incerti… E a titolo di augurio, qui c’è una Pasqua gozzaniana, grigia e piovosa, ma rischiarata in modo inatteso. Come trovare mistero, meraviglia e chissà, anche speranza nelle minuzie più quotidiane.

Che è poi quello che fanno i poeti, giusto?

Pasqua

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.
Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.
Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

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bizzarrie letterarie · gente che scrive

Dylan Thomas

dylan-thumb.jpgDylan Thomas era un poeta e drammaturgo gallese che si potrebbe definire eccentrico senz’alcun timore di esagerare.

Tra le altre cose, era ossessionato dal significato delle sue poesie: ogni singolo verso, diceva, era destinato ad essere compreso. Peccato che il suo stile fosse talmente criptico che mettere davanti a uno studente una poesia di Thomas e stare a vedere mentre il poveretto cercava inutilmente d’interpretarla era uno scherzo corrente tra i docenti universitari britannici e americani. Immagino che molta gente levasse un sopracciglio quando Thomas diceva (e lo ripeteva spesso assai) che all’inferno certi peccatori per contrappasso “leggeranno per tutta l’eternità i canti di Ezra Pound a un gruppo di diavoli furibondi”.

D’altro canto, Thomas era spesso in preda ai fumi dell’alcool, e aveva la cattiva abitudine di promettere a tutti (agenti, editori, redattori di riviste, la BBC…) opere che non aveva scritto e nemmeno aveva intenzione di scrivere. Alcuni erano progetti notevolmente squadrellati, come il “poema di massa” Wales. Ve lo immaginate un poema ottenuto mescolando casualmente i versi delle descrizioni poetiche di vari angoli del Galles prodotti da tutti i giornalisti di una rivista? Dylan Thomas se lo immaginava benissimo, e scrisse ad un amico per coinvolgerlo nella faccenda, sostenendo di avere già l’appoggio del direttore della rivista. La comunicazione doveva essersi inceppata a qualche punto, tuttavia, perché il direttore in questione non aveva mai sentito parlare di Wales in vita sua…Per_gynt_i_dovregubbens_hall

Un altro interessante episodio consiste nella traduzione del Peer Gynt di Ibsen, commissionata al nostro poeta dalla BBC. Non avete anche voi l’impressione che per tradurre Ibsen qualche conoscenza del Norvegese potrebbe essere d’aiuto? Dove e come Thomas l’avesse imparato is anyone’s guess, visto che non era mai stato in Norvegia e i suoi studi di qualsiasi tipo si erano interrotti quando aveva 16 anni. Apparentemente qualcuno si accorse della lacuna, o forse Thomas aveva soltanto il compito di mettere in bella forma la traduzione di qualcun altro, ma fatto sta che il Peer Gynt non andò mai in porto…

Nonostante tutto questo, era un poeta acclamato e un conferenziere di grande fascino e successo su entrambe le sponde dell’Atlantico, nonché un autore radiofonico. Forse la sua opera più nota è Under Milk Wood, un dramma radiofonico con abbastanza personaggi da equipaggiarci un sottomarino, nato sotto forma di poesie, poi riarrangiato e riscritto per la radio inglese e le scene americane. La BBC – che probabilmente aveva imparato la lezione con il Peer Gynt, mise alle costole dell’autore l’energica produttrice Stella Hillier, la Mary Poppins dei casi difficili che, a quanto pare, più di una volta trascinò via da un pub o dall’altro un Thomas allegro anzichenò, per metterlo a lavorare. Nonostante gli sforzi di Stella, la stesura di Under Milk Wood durò diversi anni – ma poco male, apparentemente, visto che Thomas aveva preso l’abitudine di leggerne stralci di qua e di là, alla radio, nelle università, in Inghilterra e in America.

Non pare che fosse attentissimo a quello che faceva dell’unica copia del suo manoscritto. C’è questa lettera del 1953, scritta a un amico dopo una lettura allo University College di Cardiff*, di cui riporto lo stralcio citato da Stuart Kelly:

Ricordi che avevo con me una valigia e una cartella e che, nel corso della serata, ho trasferito parte del contenuto della cartella nella valigia? Be’, a ogni modo, ho lasciato la cartella da qualche parte. Penso che sia al Park Hotel. Ho scritto al direttore – ma potresti, quando e se ci passi davanti, fare un salto dentro e vedere se è lì? È una questione molto urgente; l’unica copia al mondo di quella sorta di dramma, di cui leggo dei frammenti, si trova in quella cartella malconcia e senza cinghia, il cui manico è tenuto assieme da un pezzo di spago. Se la cartella non è lì, credi che potresti scoprire dove diavolo l’ho lasciata?**

under_800Non lasciatevi commuovere dal tono di falsa noncuranza misto a disperazione: perdere un manoscritto una volta è umano, ma la perseveranza che serve per smarrirlo un’altra volta in America e poi una terza a Londra è decisamente diabolica – oppure intenzionale a qualche livello di coscienza. Come il caso volle, Under Milk Wood fu ritrovato tutte e tre le volte e – cosa forse ancora più incredibile – completato. Chissà che cosa avrebbe visto Freud in tanta pervicace distrazione, ma chiaramente UMW non aveva intenzione di andare smarrito.

Dopo tutto questo, Dylan Thomas morì di polmonite a nemmeno quarant’anni. Prima di morire, però, aveva fatto in tempo a partecipare alla prima lettura teatrale americana di Under Wood Milk, in cui sostenne due ruoli. La rappresentazione venne registrata – quasi per caso. È per un colpo di fortuna, o per un’altra di quelle bizzarrie di cui abbonda la storia di questo dramma, se c’è un’incisione che conserva la voce di Thomas, impegnato a leggere il suo ultimo lavoro con leggero accento gallese.

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* Ci ho studiato anch’io, lì. E tutto sommato, dopo avere vissuto un anno intero in Galles, una non si stupisce poi troppo di Dylan Thomas.

** Stuart Kelly, Il Libro dei Libri Perduti, Rizzoli, 2006. Una delizia.

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Consigli A Una Giovane Poetessa

Alla liceale che gli chiedeva quali consigli avrebbe dato a qualcuno di giovane che desiderasse dedicarsi alla poesia, Seamus Heaney ha risposto quattro cose – che, a mio timido avviso, valgono perfettamente anche per la prosa:

In primo luogo leggere. Leggere tanto. Perché leggere risveglia la mente, e perché c’è un genere di felicità nel leggere cose che piacciono, nel trovare ispirazione per sviluppare una voce propria.

E questo ne segue logicamente: sviluppare una voce propria, una voce che renda felici e che spinga a scrivere. Che faccia desiderare di scrivere.

Poi di trovare un po’ di silenzio per scrivere – e di trovarlo spesso. Se si ha intenzione di diventare professionisti, in un modo o nell’altro bisogna trovarlo tutti i giorni, questo silenzio, questa quiete in cui concentrarsi e lavorare.

E infine, un amico o due. Gente con cui condividere l’interesse per la poesia e per i libri, con cui parlare a notte alta, gente con cui scambiare letture, incoraggiamento, critica costruttiva e sogni… Senza prendersi troppo sul serio, per carità. Qualcuno di affine, per tenersi in carreggiata a vicenda.

Perché, dice Heaney, la poesia è una fine combinazione di tecnica e di mistero. Per farne ci vuole una certa quantità di fiducia in se stessi e nel proprio talento, e ci vuole la pazienza d’imparare la tecnica, e ci vuole infinita pratica per affinare, imparare, cogliere l’ispirazione, cesellare. E poi nascondere la fatica certosina della creazione sotto la fluidità dell’opera finita.

È il lavoro di una vita. Un lavoro dannatamente difficile – ma, secondo Seamus Heaney, intessuto di molta felicità. 

Poesia · Vitarelle e Rotelle

La Poesia È Duro Lavoro

poesia, sudare inchiostro, mattia nicchioOggi vi segnalo l’iniziativa di un amico blogger.

Il blogger è Mattia Nicchio di Sudare Inchiostro – fresco terzo posto al Premio Darwin: Mattia è un sonneteer, e razzola come predica.  E quel che predica è un principio caro al mio cuore, quello secondo cui (e cito) la tecnica è alla base dell’arte.

Per cui non sarete stupitissimi nell’apprendere che ll’iniziativa di cui parlo è una serie di post intitolati Come scrivere poesia. È proprio quel che dice l’etichetta: tecnica e teoria della poesia spiegate in modo agile, chiarissimo, sensato e pratico. Ci sono esempi, ci sono esercizi e c’è persino una sana dose di sense of humour – che si può volere di più?

Per ora la serie si compone di due post – e confesso di non sapere se ce ne siano altri in programma, ma già così Mattia offre un’abbondanza di strumenti essenziali per chi crede che la poesia non consista nell’aprirsi le coronarie, gettarne il contenuto in ordine sparso sul foglio e andare a capo a fantasiosi intervalli… poesia, sudare inchiostro, mattia nicchio

Perché vi dirò: non scrivo poesia (ed è un serio motivo di rammarico non possedere quella capacità estrema di sintesi che serve) e in generale non mi occupo di poesia, ma mi è capitato di essere assunta per valutare poesie. E in una desolante quantità di casi mi sono trovata di fronte a prosa spezzettata come gli spaghetti per la minestrina. Quando va proprio bene, si riesce a convincere qualche aspirante poeta che è più complicato di così, che ci sono una teoria e una tecnica, che metro e ritmo non sono mezzi di trasporto, che è duro lavoro… E allora quelli benintenzionati chiedono: dove si può studiare tutto ciò?

La prossima volta, almeno a titolo d’introduzione, indirizzerò senz’altro l’aspirante dalle parti di Sudare Inchiostro – sperando che Mattia trovi modo di dar corso all’intenzione di mettere insieme un manualetto.

Intanto, se scrivete poesia, se volete scriverne, e anche se non volete ma v’interessa sapere come funziona il giocattolo, Come scrivere poesia lo trovate sul blog – a episodi come un romanzo ottocentesco: Prima Puntata e Seconda Puntata.

Will there be more? Chi può dire? Speriamo…

lostintranslation · Poesia

Di Attese E Di Vento

Ci siamo – si comincia.

Seamus Heaney è a Mantova e oggi pomeriggio alle cinque, nella Sala Consiliare di Via Roma, riceverà la cittadinanza onoraria. Poi stasera parlerà di poesia a Palazzo S. Sebastiano (e non in Piazza Castello come stabilito in origine).

Domani vi racconterò, ma intanto, per farvi un’idea…vi è mai capitato di sentire la prora del vento?

Had I Not Been Awake

Had I not been awake I would have missed it,
A wind that rose and whirled until the roof
Pattered with quick leaves off the sycamore

And got me up, the whole of me a-patter,
Alive and ticking like an electric fence;
Had I not been awake I would have missed it,

It came and went so unexpectedly
And almost it seemed dangerously,
Returning like an animal to the house,

A courier blast that there and then
Lapsed ordinary. But not ever
After. And not now.

E abbiate pazienza con la mia traduzione:

Se Non Fossi Stato Sveglio

Se non fossi stato sveglio mi sarebbe sfuggito,
Un levarsi di vento e un turbinare finché il tetto
Fremette sotto la pioggia di foglie del sicomoro

E mi levò dal letto, tutto un fremito a mia volta,
Acceso e crepitante come il filo elettrico di un recinto:
Se non fossi stato sveglio mi sarebbe sfuggito,

Tanto repentino venne e andò
E quasi mi sembrò pericoloso,
Come un animale che tornasse a casa,

Una folata messaggera che al momento
Calò nell’ordinario. Ma mai più
Da allora. E non adesso.

Da Human Chain*. E no, non gli ho reso giustizia, ma ho fatto del mio meglio.

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Seamus Heaney, Catena Umana – Mondadori (Lo Specchio), 2011.

grillopensante · Poesia

(Prima)vera Poesia

Credete di poter sopportare una reminiscenza?

Stiamo parlando di venticinque anni orsono – proprio come oggi. Mi si affibbiò un tema sulla primavera, perché allora l’11 novembre si faceva il tema su S. Martino e le castagne, a settembre si raccontavano le vacanze, il 19 marzo si parlava del papà e il 21 marzo, invariabilmente, di primavera.

Il tema che ho in mente era più avventuroso del consueto, e richiedeva di aggiungere alla prosa un po’ di poesia. Le nostre impressioni personali e i nostri sentimenti – in versi.

E la piccola Clarina – che allora le poesie credeva di scriverle, ma rigorosamente in privato e mai si sarebbe sognata di esporle a scuola – si rifiutò di prendere la faccenda sul serio. Però, siccome il tema voleva prosa&versi, anziché sdilinquirsi sui fiori e le rondini, fece dell’ironia su allergie da pollini, piovaschi e altre amenità stagionali – prima in prosa e poi in quelli che le piaceva considerare ottonari.

Poi intendiamoci – non è che non mi sdilinquissi su fiori e rondinelle, anzi. Avevo una vena altamente sentimentale, nella mia infanzia. Però la tenevo per me e per i membri più anziani della famiglia, quelli che non mancavano mai d’impressionarsi e di dire cose come “che bambina!” o “che testolina d’oro!” Piccola potevo essere, ma ero già una spudorata pescatrice di complimenti – e bisogna dire che sulla bontà della mia vena altamente sentimentale nutrissi già qualche dubbio.

Ad ogni modo, la filastrocca. Non credo fosse nulla di che, però ricordo che ero molto soddisfatta dei miei ottonari in rima baciata, e del fatto che fosse ironica. Mia nonna mi aveva recentemente introdotta al Giusti, you know

Ma temo di dover dire che non andò molto bene. L’insegnante non apprezzò. Disse che non prendevo sul serio la faccenda in particolare e la scuola in generale. Non era rispettoso nei confronti suoi e dei miei compagni che avevano scritto poesie “vere”.

Quest’ultima rampogna mi indignò da non dirsi: la maggior parte delle poesie “vere” consisteva nell’andare a capo a strani intervalli e, nella migliore delle ipotesi, nell’occasionale sole rimato con le viole. Io avevo fatto gli ottonari, dannazione, ed erano tutti rimati, e avevo fatto dell’ironia! Perché la mia non era una poesia “vera”?

Fastforward all’anno scorso e a un piccolo premio letterario locale dove, per una serie di circostanze bizzarre, mi ritrovo in giuria. Ci sono sezioni separate per prosa e poesia, e io provo a dire che per la seconda non sono competente, ma niente da fare, e mi ritrovo a giudicare anche lì. Consapevole dei miei limiti, me ne sto zitta abbastanza a lungo mentre il limitato numero di componimenti meritevoli viene scremato e s’individuano i vincitori. Passato quello, però si viene alle menzioni e, tra le valanghe di gente che va a capo a strani intervalli, si sdilinquisce sulla primavera e il suo primo amore e rima cielo e fiori di melo, compare una faccenda bizzarra, un notturno con uno schema di rime sofisticate e tutta una serie di rimandi ottocenteschi. E mi punge vaghezza di dire che meriterebbe una menzione.

“Ma non è originale! Questo verso è copiato da Leopardi!”

“Ma quest’altro è manzoniano.”

“Ma quest’altro è dannunziano…”

Dico che sì. Appunto. Non è plagio – più o meno consapevole. Sono echi inseriti apposta, è una specie di pastiche fatto con una certa consapevolezza tecnica…

E  c’è questa signora che mi guarda con aria gelida e dice che non capisce bene. “Lei la giudica  meritevole, questa cosa del tutto formale?”

E un’altra signora chiosa che non si tratta di “vera poesia”, e io mi sento di nuovo sui banchi di scuola – però adesso sono attrezzata e mi lancio in una disquisizione su come la forma sia sostanza, e su come a differenziare la poesia dalla prosa sia la tecnica più che i fior di melo e la disposizione random delle parole sulla pagina… E cito il rigore tecnico dei grandi poeti, e mi rifiuto di ammettere che casualità e sentimento frullati insieme producano poesia.

Alla fin fine il notturno finisce menzionato, ma le due signore mi portano ancora rancore – un po’ come io ne porto un filo all’insegnante dopo un quarto di secolo…

Lo so, lo so: è partita come una reminiscenza ed è finita in un rant – ma mi irrita nel profondo questa diffusa convinzione che per scrivere poesia basti aprirsi le coronarie e spargerne il contenuto a manciate sulla pagina – badando di andare a capo spesso.

gente che scrive · Poesia

Seamus Heaney

Ogni tanto scopro un poeta e resto folgorata.

È successo anche con Seamus Heaney, straordinario poeta irlandese, premio Nobel per la Letteratura nel 1995, cantore di un’Irlanda amara, nebbiosa e verdissima, di schegge di pietra e pattuglie inglesi, di personaggi mitici reincarnati in viandanti nelle campagne, di leggende mediterranee e celtiche inestricabilmente annodate tra di loro. Ma soprattutto, Heaney canta l’anima, la coscienza e il tormento di chi non ha combattuto, di chi è rimasto a guardare con sgomento mentre IRA, orangisti e “occupanti” inglesi insanguinavano l’Irlanda. E qual è il ruolo del poeta in tutto ciò? Questo è il rovello che Heaney esplora e scava da decenni, venendo gradualmente a patti con la sua posizione di osservatore e distillatore, novello Virgilio estromesso dalla sua terra e forgiatore di versi per se stesso e per l’umanità.

Il risultato è una poesia asciutta, possente, che mescola questioni metafisiche, mito, rugiada sui campi e dettagli quotidiani.

Questa è una delle sue poesie miliari, in cui accosta scrittura e lavoro dei campi, se stesso e la sua famiglia di contadini: una diversa fatica, altrettanto scavare…

DIGGING

Between my finger and my thumb   
The squat pen rests; snug as a gun.

Under my window, a clean rasping sound   
When the spade sinks into gravelly ground:   
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds   
Bends low, comes up twenty years away   
Stooping in rhythm through potato drills   
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft   
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked,
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade.   
Just like his old man.

My grandfather cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, going down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mould, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

Solo in Inglese, abbiate pazienza. La recente full immersion nell’opera di Heaney mi ha fatto perdere ancora un po’ di fede nella traduzione letteraria – specialmente in fatto di poesia, e più di tutto una poesia densa come quella di Heaney, dove ogni parola intreccia fasci di significati. Vale la pena di fare qualche sforzo con l’originale, credete.

Ecco, domani vado a Bologna ad accogliere Seamus Heaney che arriva per ricevere sabato mattina il Premio Internazionale Virgilio. Fino a lunedì sarò la sua interprete e, se tutto va molto, molto, molto bene, assisterà anche a Di Uomini E Poeti venerdì sera. Non so dirvi quanto sia emozionata in proposito. Heaney è il più grande scrittore che abbia mai avuto il privilegio d’incontrare.

Vi farò sapere.

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Iridescenza

Non c’è verso che mi ricordi a quale casa automobilistica appartenesse questa campagna, e mi dispiace, perché chiunque ne abbia ideato lo slogan è un genio.

Driving technology.

Tutto qui: due parole due. E però provviste di tutta una serie di significati che si possono tradurre liberamente in:

1) Tecnologia per guidare

2) Guidare la tecnologia

3) (Siamo) motivati dalla tecnologia

4) Tecnologia all’avanguardia

Tutti pertinenti, tutti incoraggianti dal punto di vista di un eventuale consumatore, ciascuno un dito puntato verso una direzione diversa: l’aspetto pratico, il vantaggio per il consumatore, la filosofia produttiva, l’eccellenza del prodotto. Tutto, ripeto, in due parole.

Francamente, non mi ricordo nemmeno il resto dello spot, ma il modo in cui è concepito questo slogan mi ha colpita, perché prende un meccanismo poetico particolarmente raffinato e complesso e lo utilizza a fini commerciali. Ora, non scrivo poesia, e non ne leggo nemmeno moltissima, ma adoro quell’estrema distillazione del linguaggio poetico per cui ogni parola/combinazione di parole racchiude più di un significato. Come una gemma che mandi una luce diversa a seconda di come è orientata. Questa iridescenza è una delle caratteristiche più preziose e inafferrabili del linguaggio, poetico o no, e farne un uso così compatto, efficace e coerente è favolosa scrittura; non m’importa se è finalizzata a vendere automobili.

E adesso, se fossi brava, mi proporrei di esercitarmi a produrre qualche cosa di simile, diciamo almeno due combinazioni aggettivo/sostantivo, o sostantivo/verbo, o verbo/avverbio, con almeno due significati diversi e connessi tra loro. Prima della fine della settimana. Perché qualche gemma, ogni tanto, sta bene anche incastonata nella prosa.