Per cui, se siete passati di qui e non avete trovato il post, that’s why.
E adesso due righe al volo per dirvi che. mentre ero chiusa fuori, ho passato quota quarantacinquemila: tecnicamente, il giro di boa della prima stesura. Ho scollinato, per così dire… E forse in cima c’è persino quel che dovrebbe esserci.
Quarantamilatrecentocinquantaquattro parole al momento…
E no: non è affatto un buon ritmo. Però è un ritmo di qualche tipo.
Credevo che, giunta a questo punto sarei stata a metà della stesura – ma non ci sono. Ho dovuto allargare un pochino. Non è necessariamente un male, sia chiaro. E forse bisognerà cambiare Lord Sindaco? Sarebbe un peccato, ma non è del tutto impossibile.
Cominciamo col dire che cervicali durante, nonostante l’impressione che poteva dare il contaparole qui accanto, non me ne sono rimasta del tutto ferma.
A parte tutto il resto, al collo dolorante si è accompagnata una notevole insonnia. Tre ore di sonno e poi… E – che non mi senta mia madre – non c’è modo di negarlo: di notte si scrive meglio. Poi naturalmente queste cose si pagano di giorno in vaghezza, sonnolenza, dolori e doloretti, e quindi in realtà il wordcount è aumentato un po’ – ma non tanto. Nondimeno, senza parere, ho passato le trentamila parole questa notte… vedete la barra arancione?
“Non male”, mi verrebbe da dire – se non fosse che…
E sì, considerando il titolo del post non siete terribilmente sorpresi di scoprire l’esistenza di un Non Fosse Che.
Ecco, il fatto è che… Ricordate il dilemma in fatto di modalità narrative? E ricordate il supposto superamento del dilemma stesso? E ricordate anche che a quota ventimila non ero poi così convinta della mia decisione?
Ecco, diecimila parole più tardi sono più dubbiosa che mai.
In realtà c’erano ragioni per la decisione – ragioni sensate – e credevo di avere trovato un modo per conciliare almeno un po’ le due alternative. Ma…
Ma.
Mentre procedevo, mentre la trama germogliava di qua e di là, mentre i personaggi prendevano iniziative, mi sono ritrovata a sentir la mancanza della maniera alternativa, della struttura, del personaggio che avevo dovuto poco meglio che tagliar fuori… Così sono tornata all’altra maniera. Non ho ricominciato daccapo. Ho lasciato tutto così com’è, cambiando le cose a partire dalle ultime tre scene.
E mi consolo dicendomi che ehi, in fondo è soltanto la prima stesura…
Francamente, non è un gran metodo. Intanto vado avanti e scrivo la storia – sperando che prima o poi mi albeggi in mente una soluzione definitiva. Magari prima che poi – ma ad ogni modo, la revisione sarà… interessante.
Mi sento come il bruco dei problemi di aritmetica, quello che sale durante il giorno e scivola indietro durante la notte – e quanti giorni impiegherà a raggiungere la cima dell’albero? Ed è possibile, a dire il vero, che di passi indietro propriamente detti non ne abbia fatti – ma di sicuro mi sono spostata di lato, di qua e di là, con criminale incoscienza.
Se c’è qualcosa che tutti i manuali, tutti gli articoli, tutti gli insegnanti di scrittura raccomandano di non fare, è editare mentre si scrive la prima stesura.
Finite la prima stesura, dicono tutti. Non state a disperarvi sulle minuzie a questo stadio. Poi tanto tornerete a lavorarci, a sistemare, a rifinire, ad aggiustare tutto quello che non va… Adesso buttate giù la storia. Non interrompete il flusso, sfruttate la forza propulsiva – e se vi manca qualcosa, se avete incertezze, dubbi, imperfezioni, girateci attorno. Segnatele, e lasciatele dove sono: ci tornerete.
E la cosa ha un suo perché, sapete?
A parte tutto il resto, flusso o non flusso, sapere che la prima stesura non deve essere perfetta è molto liberatorio, e un ottimo modo abbattere la mortalità infantile dei romanzi. Perché diciamo la verità: quante volte si comincia una storia e poi si traffica sui primi capitoli fino a perdere interesse o a scoraggiarsi? E quante volte invece si lavora di cesello e poi, a tre quarti dalla fine, ci si rende conto che dell’infanzia del protagonista non c’interessa un bottone, e i primi sei capitoli si possono tranquillamente cassare? E c’è anche da dire che, quando la necessità di modifiche drastiche si presenta, si è molto più riluttanti a farle quando riguardano qualcosa che si è – o si crede di avere – già levigato con ogni cura. Una prima stesura rough and tumble, onestamente, la si tagliuzza, decapita e stravolge con ogni disinvoltura.
E quindi sì: l’idea di non editare mentre si scrive, di finire la prima stesura e poi si vedrà, ha senso in tutta una serie di modi.
E nondimeno…
Nondimeno la sto ignorando bellamente. Magari non ci avete fatto caso – non credo che passiate il tempo a sorvegliare il mio contaparole – ma, di fatto, il contaparole è fermo da quasi una settimana. E sapete perché? Perché ho editato quello che credevo essere un capitolo, e invece sono i primi due e l’inizio del terzo. E l’ho editato in due maniere diverse, ciascuna con una sua serie di modalità narrative, tra cui non mi so decidere. E per di più, alla classica domanda “ci sono parti della storia, più avanti, che starebbero meglio narrate in uno dei due modi?” la scoraggiante risposta è, per una volta, “E come no? Per l’uno e per l’altro…”
Eh.
Credevo che vedendole in parallelo, entrambe scritte, scegliere sarebbe stato più facile – e invece no. Mi piacciono tutte e due, damnit, ma non è solo questo. È che ciascuna ha un suo notevole vantaggio narrativo che è incompatibile con l’altra. E ho cercato di combinarle insieme, sapete – il che farebbe quasi una terza versione, se non mi fossi fermata appena mi sono accorta che non funzionava.
E quindi adesso ho due capitoli e un pezzettino – in due versioni, e due LS che ci danno un’occhiata per dirmi che cosa ne pare loro. E ieri sera una dei due mi ha annunciato che ancora non sa per certo, ma ha l’impressione che le piacciano entrambe.
“Non sono sicura di saper scegliere,” mi ha detto. “È difficile.”
Sapesse…
Be’, senza il teschio, magari – ma ci siamo capiti.
Morale? E non lo so. Non riesco a continuare senza avere preso una decisione in proposito – né, mi pare, sarebbe terribilmente sensato farlo. Sono poco oltre un decimo della prima stesura: vale davvero la pena di rischiare di scrivere tutto il resto in una modalità sbagliata?
E quindi prendo appunti, strologo scene e collegamenti, provo dialoghi ad alta voce, ricerco colori araldici, opere perdute, transazioni commerciali e altre minuzie – e aspetto. Aspetto che i LS si pronuncino in maniera utile. Aspetto che la notte porti consiglio. Aspetto che mi cada in testa un’illuminazione… Non lo so, che cosa aspetto. Forse aspetto solo di prendermi per esasperazione e sfinimento, ricominciare a scrivere, finire la prima stesura e al diavolo – sperando che in qualche modo il problema si risolva da solo.
Be’, tecnicamente il quinto giorno deve ancora venire – ma vediamo un po’.
Avete visto il contaparole qui a destra? Settemilacinquecento parole – give or take a few – in quattro giorni. Non precisamente un sacco, ma poteva andare peggio. Non è come se fosse una writing week, in cui si scrive e nient’altro. Magari, a qualche punto, me ne prenderò una – ma non è questo il punto.
La cosa promettente è che nel complesso il ritmo va aumentando. Dapprincipio mi ero posta un obiettivo da bradipo: mille parole al dì, e non meno di mille parole al dì – davvero di tutto riposo – ma subito è subentrata una soglia non ufficiale di millecinquecento parole. Ieri sono state duemila cinquecento parole. Ieri è stata una buona giornata, e non mi azzardo ancora a propormi duemilacinquecento parole al giorno – ma stiamo a vedere, eh?
Ieri è stata anche una giornata di sorprese. Non sorprese enormi – but still. Un personaggio che doveva comparire più avanti ha pensato bene di presentarsi più presto del previsto e, con il suo arrivo, quella che doveva essere un’animata discussione è diventata una rissa da taverna. Davvero, non era nei piani, e adesso richiederà qualche aggiustamento – ma funziona bene. E guardate, io a mente fredda non so impedirmi qualche ombra di scetticismo nei confronti dei personaggi che fanno quel che vogliono – ma ciò non m’impedisce di trovarci gusto quando succede. A parte tutto il resto, è sempre un buon segno: c’ è vita, lassù…
Non ho ancora una colonna sonora precisa – se non un po’ di musica elisabettiana alternata a un paio di brani della colonna sonora elisabettianeggiante di Shakespeare in Love. Va abbastanza bene, ma è suscettibile di progressi. In compenso ho una bacheca su Pinterest per facce, posti, abbigliamento* e ispirazioni visive assortite. È d’aiuto, ma va usata con cautela per evitare l’effetto Buco Nero.
È presto per dirlo – ma per ora la mia trama – delineata, per una volta, in matita e post-it multicolori – regge bene. La struttura… eh. Sia chiaro, nessuno scricchiolio, per ora, ma si è presentata un’idea, e non vuole saperne di lasciarmi in pace. Le ho dato un’iniziale maiuscola perché è di un’insistenza non comune, e perché potrebbe funzionare. Comporta, invece di una narrazione in terza persona, un alternarsi di punti di vista e prima e terza persona. Non mi dispiace del tutto, ma non vorrei che diventasse macchinosa – così ho deciso: quando avrò finito il I Capitolo in terza persona, lo riprenderò in mano e lo riarrangerò secondo Idea. Stiamo a vedere.
La fine del primo capitolo è vicina. Un giorno o due, non di più, quindi poi un po’ di tempo si perderà con la versione alternativa, e ci sono ancora un paio di punti della trama che ho lasciato volanti quando ho deciso di cominciare – ma non è del tutto impossibile che le soluzioni si presentino quando sarò un po’ più avanti. Sono cose che capitano.
Per ora mettiamola così: è il quinto giorno, e tutto va bene.
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* Stavo per scrivere “costumi”… Malattia professionale.