romanzo storico · Storia&storie

Sarebbe Potuto Accadere

HistoryUltimamente la serendipità si diverte a piazzare lungo la mai strada piccole perfezioni in fatto di narrativa storica.

Perfezioni teoriche, intendo.

Ricordate Scott&Barnett e i loro fatti veri mai accaduti?

Ecco, poi domenica notte – ad alta notte, mentre cercavo di far cambiare ritmo ai neuroni prima di un’ultimissima revisioncina – mi sono imbattuta in The Prince and the Pauper, ovvero Mark Twain secondo William Keighley. È un delizioso film del 1937 – ma ne parleremo un’altra volta – anche perché ne ho visto solo un pezzettino.

Ma quel pezzettino iniziava con una premessa perfetta:

Questa non è storia – solo un racconto di un tempo lontano. Forse è andata così, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

Vi racconto una storia, o Lettori. È reale? Oh, per nulla – o solo un pochino, ma potrebbe esserlo. Di sicuro ho fatto del mio meglio perché fosse vera. Mentre ve la racconto, vi sembrerà vera. Giocheremo a che sia vera, volete? Il mio mestiere è di far sì che, per il tempo che impiegate a leggerla o mentre ve ne state seduti a teatro, siate molto contenti di considerarla vera.

Il che, in fatto di narrativa storica, a mio timido avviso, il mio mestiere implica un ragionevole grado di accuratezza nell’ambientazione, un certo genere di plausibilità storica per cui sì, sarebbe potuta andare così

Ma a ben pensarci, se ci badate bene, in realtà vale per ogni genere di storia. È il consueto dilemma tra reale e vero, ne abbiamo parlato un sacco di volte – interrogandoci sempre sul perché il fatto che si tratti di una storia vera o no debba essere la prima preoccupazione del lettore…

Per quanto mi riguarda, resto dell’idea che, in fatto di narrativa di qualunque colore, la realtà sia sopravvalutata –  e la prossima volta che qualcuno mi chiederà se quello che ho scritto è una storia vera, probabilmente risponderò che forse sì, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

Potrei quasi farmici un ciondolo…

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Troppa Immaginazione

Il piccolo John Masefield, nell’Inghilterra del secondo Ottocento, era un ragazzino che cresceva felice e leggeva molto. Poi rimase orfano, e la sua tutrice, una zia che pareva uscita da un romanzo di Dickens, lo spedì sulla Conway, la nave scuola della Marina Mercantile, “per curarlo dalla mania dei libri”.

Perché il piccolo John aveva “troppa immaginazione.”

E a lui il mare piaceva anche, ma proprio non aveva il fisico per le durezze del servizio. Sarebbe potuta finir male. Invece John diventò sottufficiale, fece un primo viaggio transoceanico, rischiò di lasciarci le penne, la zia lo costrinse a imbarcarsi di nuovo e lui, dopo un altro viaggio complicato, disertò a New York.

Non è un corso d’azione che mi senta di raccomandare in via generale, ma John conservò la sua passione per i libri e il suo eccesso di immaginazione (due tratti che tendono ad andare di pari passo), si mise a scrivere e, col tempo, diventò poeta laureato d’Inghilterra.

A leggere la sua biografia, è chiaro che la Conway e i bassifondi di New York erano ambienti più congeniali e incoraggianti di quello famigliare…

Ora, che sarebbe successo se, say, gli istruttori navali avessero visto un potenziale sociopatico nel ragazzino sempre occupato a leggere e a inventare storie – e avessero deciso di salvarlo da se stesso?

Forse nulla – ed è probabile che una passione che sopravvive a un’orrida zia di quel calibro sia in grado di sopravvivere a tutto – o forse invece non avremmo mai avuto le Salt-Water Ballads, Dead Ned, e un’eclettica quantità di altri libri in una quantità di generi, in prosa e in poesia…

Ma  se, anziché sul cadetto quindicenne, qualcuno avesse deciso di praticare lo stesso genere di salvataggio sul piccolo John quando aveva tre o quattro anni?

E ve lo chiedo – e me lo chiedo – perché l’argomento è riemerso in modo vario ed allarmante nei commenti a questo post.

Ma andiamo con ordine. Forse ve l’avevo raccontato o forse no, ma il fatto è che qualche mese fa le maestre hanno bandito dall’asilo il compagno immaginario del mio figlioccio di nemmeno quattro anni. La scusa è stata un piccolo incidente con un altro bambino, ma pare che le maestre non aspettassero altro, a giudicare dal tono di trionfo con cui hanno annunciato alla madre perplessa che il distacco da Otto il Leprotto era un passo fondamentale nella crescita del pargoletto.

La madre perplessa ha sconcertato queste zelote della realtà precoce obiettando che Otto è parte della famiglia – ma d’altra parte anche lei è cresciuta sentendosi dire che aveva troppa immaginazione…

Come me, del resto. Ho ricordi infelicissimi di un asilo in cui saper leggere era un’anomalia da punire, e i giochi d’immaginazione un’attività illecita al pari della menzogna… però stiamo parlando di trentacinque anni orsono, e mi azzardavo a sperare che le cose fossero cambiate.

Devo ammettere che le ricerche sui compagni immaginari che avevo fatto in vista di Bibi e il Re degli Elefanti non erano state spaventosamente incoraggianti – rivelando come avevano rivelato l’esistenza di orde di mammine angosciate dagli amici immaginari e, a monte di questo, di un diffuso atteggiamento pedagogico ostilissimo.

Poi però, dopo avere raccontato la storia di Otto il Leprotto nel presentare la prima di Bibi ad aprile, una maestra mi aveva avvicinata per dirsi indignata davanti a tanta chiusura mentale – ed ero tornata a sperare.

Poi però ancora, nei commenti al post di cui parlavamo prima, Cily raccontava delle maestre d’asilo che vogliono mandare dallo psicologo la sua bambina che ha, you guess it, “troppa immaginazione.”

E quindi non si trattava di un caso isolato…

E allora vengono in mente tante altre cose, come il bambino che non vuole animali di peluche in regalo perché “non fanno niente e sono noiosi”, e gli adulti che non leggono, e gli studenti di ogni ordine e grado che non sanno astrarre, e il Dizionario dei Luoghi Immaginari che, come dice Davide Mana, in Italia è un quarto di quanto sia altrove, e la generale snobbishness  nei confronti della narrativa d’immaginazione, e le anziane signore che guardano la De Filippi perché “sono fatti veri”, e i giovani (e meno giovani) scrittori che sfornano soltanto storie autobiografiche ai limiti dell’asfittico* o fantasy che saccheggiano modelli culturali altrui, e i lettori che chiedono all’autore quanto ci sia del suo vissuto, e le fascette con la scritta “Da una Storia Vera”…

E tutto ciò è molto triste, ma non può meravigliare poi tanto in un posto in cui le maestre d’asilo vengono addestrate a predicare che l’immaginazione non è nemmeno un capriccio o un lusso, bensì una tendenza pericolosa da curare, reprimere o, potendosi, eliminare del tutto.

Ecco, c’è questa ossessione nei confronti della realtà. La realtà è migliore. La realtà è sana. La realtà è onesta. La realtà sì, che… E poco importa quanto spesso sia soltanto una pretesa di realtà: l’importante è rivendicarla, agganciarcisi come patelle a uno scoglio, esibirla.

Poi, si capisce, l’immaginazione è inutile, malsana e anche un po’ disonesta. Chi credi d’imbrogliare con le tue storie farlocche ambientate a Costantinopoli, o scrittore che non hai mai messo piede in Turchia? E, per contro, non venirmi poi a raccontare che non condividi gli orridi pregiudizi e il fanatismo religioso del tuo protagonista quattrocentesco! O che conosci la grammatica meglio del tuo scaricatore di porto impermeabile ai congiuntivi…

E vien da domandarselo: ma tutta questa gente ossessionata dalla realtà sarà passata per le mani dello psicologo all’asilo, per farsi asfaltare la capacità d’immaginare alcunché?

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* E, per limitata competenza, esito un nonnulla a pronunciarmi in materia – ma sbaglio nell’avere l’impressione che anche vaste fette del cinema italiano siano afflitte da una tendenza all’autobiografismo piccino picciò?