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Di Mais, di Bardi e di Fantasmi

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Foto Michela Dal Porto

E così Shakespeare in Words a Poggio Rusco è andato bene.

Nonostante tutti i guai e gli intralci che abbiamo collezionato lungo la strada, non solo lo abbiamo fatto due volte in rapida successione – per le scuole e per il pubblico generale – ma lo abbiamo fatto nella nuova versione, completa di prologo con la pozza di sangue e lo Spirito del Bardo (che, dopo tutto, non ha lasciato accadere nulla di troppo brutto)…

Non avete idea del piacere di sentire centottanta giovani implumi delle scuole brusire un pochino e poi via via zittirsi, catturati interamente da quel che vedono e sentono… ah.

E ce ne sarebbero tante da raccontare, sulla preparazione di questa due-giorni poggese – ma lasciate che ve ne dica una soltanto. Una che… er.

Allora, il prologo nuovo. Il prologo nuovo si compone di due parti: prima un’altra cosa e poi un dialogo tra lo Spirito (disincarnato) del Bardo e il Coro. E questo dialogo, nella maniera in cui accadono queste cose, è stato aggiunto… non moltissimo tempo prima della rappresentazione. Allora la sera di cui vi parlo, immaginateci in una sala prove di fortuna mentre lo leggiamo per la prima volta, questo dialogo: la vostra affezionatissima nel ruolo del Coro e G. in quello dell’Invisibile Shakespeare. E c’è un punto in cui, per ottime e sensate ragioni, Shakespeare chiede notizie del Gran Turco in Turchia.  Ma… Granturco

Tentato di abbattere il Grano Turco?” legge G., soprappensiero.

Attimo di sobbalzi generali e bizzarre immagini mentali, e…

“No, no, no,” dico io. “Non Grano Turco: Gran Turco!”

E si ricomincia.

Tentato di abbattere il Gran Turco?”

Ed è qui che colgo gli sguardi perplessi. Molti sguardi perplessi e qualche risatina. Oh.

“Dite che sia pericoloso?” domando timidamente…

E la risata esplode.

“Moltissimo!” boccheggia uno dei musici nuovi. E ha ragione, perché Gran Turco suona esattamente come granturco, e dite la verità: se sentite gran turco – senza poter vedere le maiuscole – a che cosa pensate: al sovrano dell’Impero Ottomano ai tempi di Shakespeare, o al mais? E Abbattere il gran turco vi suggerisce immagini di colpo di stato a Istanbul o di mietitura mal fatta?

Gran TurcoE mentre colgo tutto ciò e scoppio a ridere a mia volta,, mi si materializza in mente l’immagine di Ugo Foscolo e del suo Ajace Re de’ Salamini

Quante volte mi sono chiesta come diamine avesse potuto, se non gli fosse venuto in mente o che altro… Yes well, apparentemente adesso lo so.

Però forse ho avuto più fortuna o più buon senso dell’Ugo nazionale, ed è andata a finire che lo Spirito del Bardo chiede notizie del Sultano, dopo tutto…

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gente che scrive · Storia&storie · teatro

Salamini Foscoliani

FoscoloHo sempre pensato che questa storia, pur non deponendo a favore del buonsenso di Foscolo,  fosse meravigliosa. Ed è anche interessante a titolo di cautionary tale per autori – dentro e fuori da un teatro.

Dovete sapere che la sera dell’undici dicembre del 1811 – quasi duecento e quattro anni esatti orsono – il pubblico accorso alla Scala di Milano per l’Aiace, la nuova tragedia di Ugo Foscolo, si stava annoiando educatamente. In parecchi pensavano che sarebbe stato molto meglio per tutti se l’autore si fosse concentrato su odi, sonetti e poemi, standosene ben lontano dal teatro… A un certo punto, giusto per migliorare le cose, un araldo si piantò in mezzo alla scena e declamò:

“S’avanza Aiace, Re dei Salamini!”

Un certo sbalordimento, colpi di tosse per dissimulare qualche risata colpevole, zittii, e avanti si andò, fingendo di nulla. Se qualcuno sperava che l’Aiace acquistasse un po’ di passo col procedere, era destinato a rimanere deluso: monologhi infiniti, tirate, altri monologhi, altre tirate in cui un limitato numero di gente riferiva, commentava, rimuginava, malediva, delirava e si disperava variamente… Tutto molto bello, tutto molto notevole, tutto molto greco, tutto in versi squisiti, ma di una noia mortale – e ce n’erano cinque atti cinque!

Cosicché, se al quint’atto l’ormai sfoltito pubblico aveva perduto un po’ del suo beneducato riserbo, possiamo biasimarlo del tutto? Immaginate di avere passato una lunga, lunga serata ascoltando gente in chitone che declama quantità sesquipedali di poesia molto, molto aulica… E adesso immaginatevi Teucro che, in tutta solennità, prende il centro scena e intona la sua ovazione al grido di…

“O Salamini!”

Quando è troppo, è troppo. L”irritazione, la noia e la pura e semplice assurdità ebbero il sopravvento, e l’intera sala scoppiò in un scalaconvulso di risa. Alas, l’Aiace, iniziato tra le migliori attese e proseguito tra gli sbadigli, si concluse ignominiosamente tra i cachinni.

Dopo questa infelice prima, la censura volle vedere nella tragedia delle allusioni non proprio lusinghiere a Napoleone e ne proibì le repliche, which was just as well, probabilmente.

Foscolo ci avrebbe riprovato un paio d’anni più tardi con la Ricciarda, prima di decidere che il teatro non era il suo mestiere, ma nel frattempo si offese a morte con il pubblico milanese per via dei Salamini… Se non avesse davvero considerato il potenziale della faccenda, o se avesse deciso che chi non sapeva distinguere tra Salamini e salamini non meritava che ce se ne preoccupasse, è una di quelle cose che non sapremo mai – ma trattandosi del buon Ugo, a dire il vero, non mi sento di escludere del tutto la seconda ipotesi.

L’Ajace annegato nell’ilarità sta a provare che, già dal 1811, nessuna delle due era una buona idea.

 

scrittura · teatro · teorie

Romanzieri A Teatro

Secondo Jeffrey Sweet, i romanzieri a teatro costituiscono una popolazione maldestra e grigiolina – sia come autori che come personaggi.

Non posso dire che la cosa mi abbia colmata di gioia, perché da un lato sono davvero entusiasta delle altre teorie di Sweet, e dall’altro gli argomenti che adduce in proposito sono quanto meno sensati, e in tutta probabilità validi.

Per quanto riguarda la transizione dal romanzo alla scena, Sweet osserva che il romanziere medio, abituato ad avere la parola come unità di base del suo lavoro, fatica ad abituarsi all’idea di dover lavorare su un atomo diverso: l’attore. Un testo teatrale, dice, non è alta letteratura e/o brillante uso della lingua: è un programma di occasioni studiate per consentire all’attore di creare comportamenti atti a catturare l’attenzione e la simpatia del pubblico. Ma il romanziere (o, se è per questo il poeta) medio, abituato ad affidare tutto il suo significato alla parola, fatica a imparare il diverso meccanismo secondo cui il suo significato farà bene ad emergere attraverso il comportamento dell’attore piuttosto che a monologhi in prosa fiorita.

E a dire il vero, il problema sembra affliggere anche lo scrittore più che medio.

Sapevate che Henry James fra il 1894 e il 1895 tentò di dedicarsi al teatro? Non era ancora il romanziere che tutti ammiriamo, ma possedeva già una rispettabile fama di saggista quando scrisse le sue quattro commedie & un dramma. Non di meno, le quattro commedie, che scrisse “leggere” per incontrare quello che credeva fosse il gusto del pubblico londinese, non trovarono un’anima disposta a metterle in scena. Le pubblicò a sue spese in due volumi, ciascuno corredato di una prefazione che, diciamocelo, è di gran lunga migliore delle commedie stesse. Il dramma, Guy Domville, trovò un incauto produttore, debuttò, fu sonoramente fischiato, sopravvisse per cinque settimane e cadde nell’oblio. Dopodiché James decise solennemente di dedicarsi solo alla narrativa – e tutti ne siamo molto felici. Perché il fatto è che, pur teoricamente consapevole delle necessità e convenzioni del teatro, James non sapeva applicarle, mettendo in scena incidenti inadatti o cercando invano di vivacizzarli facendo entrare e uscire i suoi personaggi da un’infinità di porte.

E che dire poi di Foscolo? Foscolo era il poeta che sappiamo, ma quando tentava la via delle scene diventava disastrosamente prolisso e rigido. A differenza di James, Foscolo didn’t give a button per le necessità di attori e impresari, e si ostinava a considerare soltanto la struttura della tragedia classica e il proprio gusto. Risultato, non so se abbiate mai provato a leggere qualcosa come l’Ajace (quello dei Salamini!) o la Ricciarda: gente che entra in scena e si abbandona a quarti d’ora di paludato soliloquio, rimugina, impreca, maledice, si strugge e non fa mai nulla. Ogni tanto qualcuno riferisce qualcosa che è successo, altri esclamano e si torcono le mani e poi giù altri soliloqui… Statico, statico, tre volte statico – e altrettanto unsuccessful. Capite perché gli impresari nominassero l’Ugo nazionale facendo gli scongiuri?

E per una volta non è questione di essere ossessionati dalla fabula: per sua natura, il teatro non dà accesso al paesaggio interiore dei personaggi e al sottotesto se non attraverso il modo in cui i personaggi dicono ciò che dicono. Ora, il playwright può fare due cose distinte in proposito: può lasciare che Cappuccetto Rosso venga in scena e racconti diffusamente al cielo stellato che non ne può più di vivere sotto la campana di vetro delle paranoie di sua madre, oppure può mostrarcela mentre ascolta appena le raccomandazioni della mamma, e quasi le strappa le ciambelle di mano per metterle nel cesto, ansiosa com’è di una giornata di libertà nel bosco… Tolta l’opera lirica e tolto il musical — che funzionano un po’ diversamente — indovinate quale metodo funziona meglio in scena?

Per contro, dice Sweet, c’è altra gente molto adatta alla drammaturgia, perché possiede già la giusta forma mentis: i giornalisti, perché sono abituati a selezionare i dettagli rilevanti di una storia e riportarli con più immediatezza che dettagliate distinzioni psicologiche; e gli attori, perché hanno acquisito la loro formazione creando il comportamente che serve a mostrare il significato del testo — e verificandone di prima mano l’efficacia. E in effetti Dumas Père era forse più giornalista che romanziere quando scrisse i suoi vividi, pittoreschi e immensamente applauditi drammi storici. Si potrebbe dire che siano i suoi romanzi ad avere una notevole dose di teatralità.

On the other hand, Dickens, con un percorso molto simile, e con una indefessa passione per il teatro, con i suoi drammi ottenne un successo piuttosto limitato.

A titolo di parziale consolazione, Sweet conclude che in realtà non c’è nessuna legge di natura per cui un romanziere non possa diventare un buon autore teatrale — a patto che si renda conto di dover imparare a camminare di nuovo, secondo tutt’altri principi. Dove invece resta drastico è sul fatto che, sappiatelo o Fellow Writers, gli scrittori sono pessimi protagonisti a teatro.

Anche qui, la  spiegazione è sensata: che cosa caratterizza uno scrittore? Il fatto di scrivere — ciò che avviene in solitarie e statiche sessioni notturne — e il fatto di osservare (e vampirizzare) l’umana natura — ciò che avviene per lo più nella testa dello scrittore stesso. Entrambi sono affascinanti processi, molto interessanti a leggersi in dettaglio all’interno di un romanzo, ma pressoché impossibili da rendere scenicamente. Provate a pensare a Stingo nell’adattamento teatrale di Sophie’s Choice, o alle varie incarnazioni di Christopher Isherwood nelle diverse versioni teatrali e cinematografiche di Cabaret, e troverete personaggi statici e persino un po’ passivi, gente che osserva invece di muovere dinamicamente il plot.

E qui, onestamente, c’è poco da fare, perché nessuna quantità d’impegno riuscirà a rendere i conflitti intrinseci della scrittura scenicamente utili — se non forse in veste allegorica, il che mi sembra una strada tanto datata quanto rischiosa da intraprendere.

La morale ad uso del romanziere che aspira a scrivere per le scene, stando a Jeffrey Sweet, è duplice: costui/costei farà bene a disporsi a imparare daccapo e, già che c’è, a scegliersi un protagonista che non sia uno scrittore e basta.

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Se siete interessati alla meccanica dei testi teatrali – e ancora di più se ne scrivete, potreste far di peggio che leggere il libro di Sweet. C’è solo in Inglese, ma credetemi: vale assolutamente lo sforzo:

 

E se invece foste curiosi di sapere perché il teatro di James non ha funzionato… be’: