grillopensante · teatro

Cri De Coeur

Aninha torna in scena domani sera al Teatro Monicelli di Ostiglia, in una versione completamente rinnovata, con la bravissima Giulia Bottura nel ruolo eponimo e tutta la banda di Hic Sunt Histriones.

Le prove sono state (stanno essendo, in verità) rough going, tra il burrascoso e il pittoresco.

In parte è colpa mia, mi si dice, perché ho insistito per cambiare parte delle musiche di scena fino all’ultimo momento – e soprattutto, mi si dice, perché dopo una sessione di prove più cruenta della media, me ne sono uscita con questo inqualificabile cri de coeur (che riporteremo in forma di discorso diretto perché possiate apprezzarne appieno il devastante impatto):

“Certo che Anita e Garibaldi mi sono proprio antipatici…”

Ecco. E l’ho detto perché è proprio vero. Mi sono antipatici entrambi, anche se ammetto che forse avrei potuto aspettare un momento più tranquillo per farlo. Ma tant’è, ho dei nervi anch’io, e l’ho detto. La cosa ha prodotto un istante di silenzio denso da galleggiarci, e dieci paia d’occhi spalancati a dimensione piattino da tè.

“Ma… ma se ci hai scritto su!” ha boccheggiato qualcuno.

E io, ancora più imperdonabilmente ho detto che in principio fu la commissione…

Ecco, a quanto pare, questo è il genere di cose che non si dovrebbe dire. Ai lettori, a quanto pare, piace immaginare che ogni parola che si scrive sia frutto di appassionato trasporto nei confronti dell’argomento – nonché di profonda adesione morale ed emotiva. E guai a dire che non è così.

“Non devi dire queste cose,” mi rimbrotta R. che sospetto capisca bene un certo genere di lettore. “A parte il fatto che ti considerano falsa e mercenaria, non a tutti piace vedere i giocattoli smontati.”

E posso ammettere che non a tutti piaccia vedere i giocattoli smontati. È vero, e prometto di avere maggior considerazione per questa legittimissima esigenza in futuro.

Quanto all’apparire falsa e mercenaria, però, parliamone. Lo scrittore non è colui che s’innamora del soggetto X e ci versa quantità industriali d’inchiostro (con maggiore o minore competenza). Lo scrittore è colui che scrive. Che esplora per iscritto. Che esplora  sé stesso, il mondo, la condizione umana, la storia, whatever. Il processo di esplorazione è importante quanto e più del soggetto. Il fatto di esplorare fatti che non apprezza o idee che non condivide, non lo rende falso: lo rende capace di astrarre e di ricreare qualcosa d’altro da se stesso. Di concedere altri punti di vista. Di comprenderne e rappresentarne meglio che può le ragioni. Magari di cambiare idea in proposito – oppure no, ma intanto ha indagato idee diverse e le ha esposte all’indagine altrui*.

Il fatto di fare tutto ciò su commissione è una prostituzione della propria arte? Nonsense. Si parvissima licet, vogliamo discutere di quanti Caravaggio sono stati dipinti su commissione e quanti per puro capriccio d’ispirazione? La commissione non sminuisce l’artista o l’opera. La commissione propone all’artista un soggetto su cui esercitare le sue capacità di tecnica e d’ispirazione. Se poi si tratta di un soggetto cui l’artista non si sarebbe accostato di suo, tanto meglio: la commissione paga le bollette e allarga gli orizzonti.

Non mi sento né particolarmente falsa né molto mercenaria per aver scritto Aninha. Non più falsa di quanto sia nello scrivere qualsiasi cosa che non sia un’autocertificazione.

Il mio mestiere non è mostrare adesione sentimentale a quel che scrivo – ma raccontare storie in maniera interessante e intellettualmente onesta. E visto che ho cercato di descrivere Aninha come ho immaginato che percepisse se stessa, lasciate che mi senta a posto con la mia coscienza in questo specifico caso.

Dopodiché, faccio buoni propositi: pur continuando a giocare alla mia maniera, cercherò di non smontare troppi giocattoli in pubblico. Con l’eccezione di Senza Errori di Stumpa, si capisce – ma non precipiterò mai più nello sconforto e nella diffidenza innocenti attori e innocente pubblico.

O almeno quasi mai più.

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* Uno dei complimenti che prediligo è quando qualcuno mi dice che, per colpa mia, è andato a rispolverare l’Eneide, Tito Livio, le memorie di Garibaldi…

4 pensieri riguardo “Cri De Coeur

  1. Come diceva quel tale, “Se c’è uno stipendio fisso, credo a qualunque cosa.”
    Quindi per danaro posso scrivere anche di argomenti dei quali me ne infischio, o di personaggi che trovo esecrabili.
    Poi, tutto sta ad avere la capacità per farlo – da mesi mi dibatto con un racconto che verrebbe profumatamente pagato, ma che per tema mi è assolutamente inviso.
    In altre parole – non ho ancora abbastanza fame.
    C’è anche da dire che ogni anno il bilancio è deficitario – molte cose scritte per mercenariato finiscono non pagate (una mezza dozzina di articoli, l’anno passato, per ciò che mi concerne).
    Resta la indubbia esperienza di apprendimento.
    Ma il lavorare su temi che non sono i nostri preferiti per la promessa di un guiderdone che non si concretizza, contribuisce a renderci odiosi quei personaggi e quegli argomenti.

    Ritengo comunque che una briciola di emozione – non necessariamente positiva – debba animarci quando mettiamo mano a un personaggio.
    Che lo si adori e si desideri cantarne le gesta, o che lo si detesti e si voglia cacciarlo nel peggiore dei guai immaginabili, senza emozione si scrivono solo ciofeche.
    E peggio, ciofeche senz’anima.

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  2. Eggià. Perché poi soltanto gli scrittori debbano attenersi a quello di cui parli, quando a CHIUNQUE tocca di far cose che non gli aggradano, è un mistero.

    Che razza di idea hanno del mestiere di scrivere?

    Non so, c’entra in qualche modo: m’è arrivata una raccolta firme vibrante di sdegno e protesta: pare che il governo Monti mediti di ridurre il greco al classico, eliminare il “ginnasio” (la dicitura) e ridurre un po’ il latino allo scientifico, per far posto alla scienza (troppa scienza allo scientifico!).
    Sdegno!

    C’entra? No. O forse sì: le materie umanistiche (e gli studi classici in primis), nelle idee dei vibranti sdegnati, sono eticamente superiori. Quindi ridurle è immorale.

    E quindi, i fortunati che lavorano in quell’ambito devono essere essi stessi eticamente superiori e disdegnare il vil dAnaro e le commissioni.

    E intanto mi trovo a correggere la tesi di uno scellerato (maturità classica) a cui nessuno ha spiegato che è meglio non eccedere con le subordinate e coi verbi al passivo.

    Ahi! (sospiro di autocommiserazione)

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  3. Recupero finalmente l’uso dei commenti… SEdS fa i capricci, in questi giorni. Allora…

    @Davide: credo di essere molto fortunata nel fatto che la semplice idea di razzolare per le pieghe interiori di qualcuno, di ricreare qualche sfaccettatura di un essere umano tende a fornirmi tutte le briciole di emozione di cui ho bisogno per scrivere… La sfida di scrivere qualcosa di decente in praticelli dove non avrei mai pensato di pascolare è un’altra forte spinta. NOn so, magari sono contorta, ma finora, per quanto potessi avere in antipatia il soggetto, non ho mai mancato di trovare un angolazione su cui potevo lavorare con soddisfazione.

    @Renzo: alas, è sempre questa concezione adolescente della scrittura come tutto fuorché tecnica e mestiere. Sembro molto acida se dico che, a mio timido avviso, la convinzione che si possa (e/o debba) scrivere soltanto quel che piace e quando piace il segno caratteristico del dilettante? Non sono certa che si possa fare sul serio senza abbracciare anche gli aspetti meno romantici della faccenda…
    E ti dirò, le tue doléances linguistiche m’ispirano (ha!) un’idea per un post…

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