teatro

Il Potere del Cappello

anitagaribaldi3Provavasi Aninha, secoli orsono…

No, d’accordo – non secoli, but still un’invereconda quantità di anni orsono. Ad ogni modo, la si provava in vista del debutto, ed eravamo a quella fase delle prove in cui nulla ha ancora una forma precisa, e si scava faticosamente alla ricerca delle altre dimensioni dei personaggi, al di sotto e dietro le parole… Se tutto ciò vi sembra a mezza strada tra il criptico e l’eccentrico, è perché lo è. Bisogna esserci stati in mezzo, ma immaginate di nuotare nel caramello alla ricerca di pezzettini luccicanti.

Nello specifico, c’era Manuel Duarte, il primo marito di Aninha, che di pezzetti luccicanti non ne aveva ancora nemmeno uno. Era lì, diceva quel che doveva dire, assolveva alla sua funzione drammatica (povero Manuel!) e basta. E a teatro, diciamolo subito, assolvere alla propria funzione drammatica è necessario ma non, non, non sufficiente. A Manuel mancava una personalità. E continuava a mancare, prova dopo prova… C’era questa scena in particolare, in cui il pover’uomo chiede in moglie la giovanissima Aninha. È una piccola scena rivelatrice, una delle due che stabiliscono il carattere di Manuel – e tutto sommato faceva il suo mestiere, ma mancava sempre qualcosa. Era chiaro che poteva esserci molto di più – ma non c’era. Il bravo attore che interpretava Manuel cominciava a irritarsi, e io cominciavo a dubitare di avere sbagliato qualcosa nella scrittura della scena…

Finché G. la Regista se ne saltò fuori con l’ordine di trovare a Manuel un oggetto di scena. Manuel

“Un oggetto, un elemento, un qualcosa…”

Dopo un po’ di discussione, giungemmo alla conclusione che ci voleva un cappello. Ora, un cappello non sembra terribilmente caratterizzante, eppure…

Alla prova successiva, Manuel entrò in scena rigirandosi in mano il cappello, gualcendo la tesa nella più nervosa e incerta delle maniere. La sua offerta la fece al cappello, gettando solo qualche occhiata obliqua ad Aninha, e ritirando appena appena la testa tra le spalle a tratti, e strizzando la tesa tra le mani ad ogni tentativo di rifiuto da parte della ragazza…

Una cosa da levare il fiato: all’improvviso, Manuel Duarte era lì, personalità, tic, incertezze, tre dimensioni e tutto.

“Io l’avevo detto, di portarti un oggetto…” disse compiaciuta G. Ed era vero. L’aveva detto – e non solo quella volta. Lo dice spesso – e magari secca un pochino ammetterlo – ma, come la mamma, la Regista tende ad avere sempre ragione.

Red-Masquerade-Eye-MaskÈ successo anche questa volta, con SiW: il Coro… oh be’, il Coro non è qualcuno – è qualcosa, ma nondimeno aveva bisogno di una personalità, e non c’era. Non del tutto, almeno. Vagolavo un po’ incerta tra possibilità e possibilità, fino a quando non ho cominciato a portarmi la maschera. La maschera c’era fin da quasi subito, a livello teorico – e anzi, era stata oggetto di una vivace discussione sul fatto che io fossi un coro greco o un coro elisabettiano… Ma era, appunto, una maschera teorica, un gesto fatto qualche volta, un’idea. Nel momento in cui è apparsa, seppure in forma provvisorissima, le cose sono cambiate. Il Coro ha acquistato dimensioni e sicurezza… Immagino che, in un certo senso, abbia scoperto che fare di sé.

È stato come il Cappello di Manuel – con l’aggiunta delle connotazioni che vanno insieme alla maschera in sé. Un Cappello al Quadrato.

concorsi · considerazioni sparse · pennivendolerie

Nel Frattempo, Alla Fattoria…

Tornata, o Lettori!

E questa volta per davvero.

Mi siete mancati, sapete? Adesso, piacendo alla divinità dei blog, torniamo ai ritmi di pubblicazione normali – cominciando da oggi. E per oggi vediamo di ricapitolare brevemente che cosa è successo in queste tre settimane di naufragio.

Allora, mentre ero spiaggiata, in realtà, non mi sono esattamente annoiata, e anzi: sono successe diverse cosette. Alcune le sapete già, grazie all’occasionale piccione viaggiatore che sono riuscita a mandare this way…

anitagaribaldi3I. Di Aninha, per esempio, sapete qualcosa: nonostante la bonaccia innaturale, tutto è andato bene… o forse non era poi così bonaccia – né, di conseguenza, così innaturale – perché turns out a posteriori che la Primadonna, la bravissima Giulia Bottura, era tesa, agitata, nervosa e terrorizzata come un quarantaquattro gatti cui qualcuno  avesse pestato tutte le code allineate in una volta. Quindi si potrebbe dire che G. ci abbia salvati, immagino… On a personal note, forse vi ho detto che il signore delle luci del teatro Italia è stato così gentile da affidarmi completamente la sua preziosa consolle, consentendomi di giocarci liberamente, e ciò è stato molto bello e istruttivo – anche perché la consolle stessa era una creatura ragionevole e non tanto complicata da intimidire. E l’ho già detto quanto è incantevole il piccolo Italia, gioiellino liberty degli anni Venti, costruito con grazia e buon senso e riguardo per le esigenze di una compagnia piccola… Ah!

II. Quel che non sapete, perché non sono riuscita a comunicarlo, è che la sera del 23 il gruppo Ad Alta Voce si è prodotto in un incontro fuori programma, in collaborazione con un gruppo di simpaticissimi scout locali tra i 16 e i 19 anni – membri della Pattuglia Sturm und Drang. Il tema, scelto dai ragazzi, era la libertà – e si è letto un po’ di tutto, dalla Leggenda del Piave ad Allen Ginzberg, da Seneca a Pietro Citati… Interessante esperienza, ed eminentemente ripetibile – magari da rodare un pochino, accendere un po’, oltre al confronto, anche la discussione. Ne riparleremo.

III. Di Pisa un po’ sapete. Quel che non sapete è l’odissea ferroviaria per arrivare fin Laggiù. Mi si dice che incappare in una simile collezione di ritardi personali, ritardi istituzionali, elezioni (proprio non avevo calcolato questa evangelicissima migrazione amministrativa), sconti promozionali e casi misti assortiti non è da tutti – ed è possibile che sia abbastanza vero. Dopo tutto, quattro treni persi in un giorno solo devono essere quasi un record, giusto? Poi però Quieta Movere, il secondo posto e un certo numero di possibili contatti allacciati e sviluppi potenziali hanno giustificato tutto.

IV. Novità nuova è che tra luglio e agosto terrò due incontri shakespearian-marloviani nell’ambito delle Serate in Giardino di Casa Andreasi, organizzate dall’attivissima Associazione per i Monumenti Domenicani di Mantova. Casa Andreasi è un bellissimo luogo, e il giardino è un vero giardino rinascimentale… Se non per sentire me, vale la pena di venire anche soltanto per vedere il posto. Le mie date, ve lo anticipo, sono il 23 luglio e il 2o agosto, ma ve lo ricorderò – oh, se ve lo ricorderò! – e vi darò dettagli sul programma per intero.James Crichton Caption : THE ADMIRABLE CRICHTON.

V. Mercoledì pomeriggio, a Milano*, sono stata ospite delle sorelle Spinelli, nel bellissimo vecchionuovo Atelier Cartesio. Annidato in un bel cortile di Corso Garibaldi, Marina e Grazia hanno creato uno spazio davvero ideale, e hanno anche messo in mostra (gasp!) un tomo dell’edizione ciceroniana di Aldo Manuzio il Giovane… Quella parzialmente dedicata all’Ammirabile Critonio – di cui forse abbiamo parlato in abbondanza e forse no. Ed è qui che sono entrata in scena io per una chiacchierata su James Crichton, Aldo il Giovane, i Gonzaga e una manciatina di altri. Bellissima esperienza destinata ad avere seguito – e vi anticipo che anche di questa gente, e del mio romanzo che ne parla, potete rassegnarvi a leggere ancora in un prossimo futuro.

VI. Ieri sera c’è stato una sorta di pre-debutto di Borgocultura, associazione nuova di zecca, con un sacco di grandi idee e progetti ambiziosi. Riusciremo a realizzare quel che ci prefiggiamo? Lo dirà il tempo… -empo… -empo… Nel frattempo, ieri sera il bravissimo Giacomo Cecchin ci ha incantati tutti con una brillante, coltissima e intelligente conferenza su “Il Marketing del Monaco”, ovvero il modo in cui un’abbondante presenza monastica ha plasmato lo sviluppo urbanistico di Mantova. Anche di Borgocultura sentirete parlare ancora.

E scusate se è poco…

Maggio è stato un mese interessante. Giugno è alle porte  – stiamo a vedere che succede. E voi? Che avete fatto mentre non guardavo?

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* E anche qui, odisseuzza ferroviaria, viaggiando sulla cuspide tra guasti apocalittici alla linea e sciopero dei trasporti. In qualche modo siamo riuscite ad arrivare (in ritardissimo) e a ripartire – il che non era poi del tutto scontato, visto che tutto attorno si cancellavano treni come se piovesse…

 

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Aninha – Al Volo

Non è come se fossi riuscita a darne notizia, naturalmente, e mi ruga da matti, perché l’Aninha di ieri sera al delizioso Teatro Italia di Bondanello è andata proprio bene.

Intanto, non avete idea di quanto sia incantevole il luogo: un teatrino Anni Venti, liberty quanto basta, con un foyerino dal soffitto dipinto, e un palcoscenico perfetto, e una consolle… ah, la consolle. Vogliamo parlare della consolle?

Del semplice ma efficientissimo impianto luci che my opposite number della compagnia locale La Soffitta mi ha concesso di usare da sola – e non lo ringrazierò mai abbastanza per la dimostrazione di fiducia.

Ed è andato tutto così bene… Ah be’, se vogliamo, c’è stato un momento di suspense quando pareva che la rivoluzione non scoppiasse – e poi invece è scoppiata con somma efficacia.

Insomma, una specie di piccolo idillio teatrale, e siccome questa volta ho imparzialmente levato le mie preci allo Spirito del Bardo e a quello di Kit, non so troppo bene che devo ringraziare, but still. E io credo di essermi innamorata del Teatro Italia. E ho chiesto se mi permettevano di portarmelo a casa, ma mi hanno detto di no…

Ah well. Grazie, Soffitta, e grazie Histriones, e alla prossima volta, Teatro Italia!

 

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Cronache Biellesi – Ovvero: Aninha E Il Pulmino Di Tespi

Noi i lupi non li abbiamo avuti - e i cavalli stavano bene.
No, noi i lupi non li abbiamo avuti – e i cavalli stavano bene.

Il pulmino era in prestito.

Il tachimetro non funzionava, così come l’indicatore della benzina, e la portiera dal lato del guidatore non si apriva – ma converrete tutti con me che erano dettagli.* Certo non era nulla che potesse scoraggiare  gli Histriones – e di fatto gli Histriones partirono nel cuore della notte alle otto del mattino, il trentesimo giorno del mese di novembre dell’anno duemila e tredici, e si misero in viaggio nella vaga direzione di Biella.

Lungo la strada incontrarono ogni genere d’impiccio, inclusi non uno, ma due incidenti con conseguente coda – e intanto la neve aveva cominciato a scendere. E in tutto ciò, badate bene, i nostri girovaghi eroi restavano tuttavia ridenti e ridanciani come tante cinciallegre teatrali.

Alla fin fine, nonostante le indicazioni tendenziose della radio e dopo essersi smarriti un nonnulla tra delle montagne che spuntavano a tradimento dal suolo, senza l’ombra di un avvertimento o di una prealpe, impiegarono cinque ore e mezza a giungere in un luogo che non era affatto Biella. Il luogo era Trivero – e non esiste.

Oh, d’accordo: esiste amministrativamente ma, giungendovi, gli Histriones scoprirono che il comune di Trivero si suddivideva in realtà in una quarantina di piccole frazioni sparse tanto orizzontalmente quanto verticalmente – alcune a pie’ dei monti, altre a mezza costa, alcune sui cocuzzoli… E fu subito chiaro che tutto era similmente sparso. In una di queste frazioncine, gli Histriones furono presi in consegna da un gruppo di attori e cantori locali, che li portarono a pranzo in un’altra frazioncina. E questi cantori e attori erano persone di staordinaria cordialità e simpatia, e anche ottimi cuochi – e gli Histriones si sentirono subito a casa e, alla fine del pranzo, si sentirono anche Histriones farciti…

Dopodiché ci si arrampicò in un’altra frazioncina, su su per boschi e tornanti, su su oltre villaggi e santuari, su su tra la neve, su su per strade asfaltate, stradicciole acciottolate e sentieri bianchi, fino a un cocuzzolo innevato, dove sorgeva un delizioso agriturismo.**

Il tempo di sistemarsi un pochino e di veder scendere il crepuscolo violetto, e si fece l’ora di scendere al teatro per le prove. Mentre il grosso della compagnia si scaldava le mani attorno al fuoco, un paio di coraggiosi montarono le catene al pulmino.

Be', non proprio...
Be’, non proprio… E comunque c’era la neve.

Ora, in una digressione metateatrale, il vostro Narratore potrebbe osservare che i due coraggiosi erano Manuel Duarte e Garibaldi, e che la cosa sembrava quasi una prova di abilità per conquistare il cuore di Aninha (che intanto si scaldava le mani al fuoco)… ma poi la faccenda si risolse grazie all’aiuto di due cantori di montagna – per cui, se Aninha fosse stata tipo da farsi impressionare da duelli di montaggio catene, avremmo rischiato un finale alternativo, con l’Eroina dei Due Monti in fuga assieme al baldo Cantore di Montagna…

Ma il vostro Narratore comincia ad avere l’impressione di smarrirsi per sentieri tortuosi e non del tutto pertinenti, e dunque tornerà a raccontare di come, debitamente equipaggiati, gli Histriones risalissero sul fido pulmino e scendessero a valle per le prove – giù giù per sentieri bianchi, stradicciole acciottolate e strade asfaltate, giù giù tra la neve, giù giù oltre santuari e villaggi, giù giù giù per tornanti e boschi, fino all’altra frazioncella ancora che conteneva il Teatro Giletti.

E una volta che furono sistemati nel teatro, gli Histriones si misero al lavoro – e la Clarina fu presa da un’ombra di sconforto.

La Clarina, vedete, aveva cercato per settimane di sapere di quali e quante luci potesse disporre – giusto per adattare il suo disegno luci alla bisogna – e a furia d’insistere aveva ricevuto questa vaga, vaghissima tra le rassicurazioni: c’è tutto. Con l’appena più confortante promessa che, all’arrivo per le prove, la compagnia avrebbe trovato in teatro il tecnico delle luci.

Di fatto, mentre il resto della compagnia tendeva fili per il bucato, cercava di non urtare le quattro chitarre lasciate in scena dal coro e si dava variamente d’attorno, la Clarina costatò che “tutto” significava un’americana con sedici quarzine tutte bianche inamovibilmente puntate in una striscia unica, più quattro coppie di tagli montati fuori sipario – a loro volta bianchi e inamovibili – e che il pur bravo e simpatico Tecnico era in realtà un attore di un’altra compagnia, prestato per la serata e pressoché ignaro dell’impianto.

 

Luci

“Possiamo muovere le quarzine?” chiese la Clarina.

“No…” disse il Tecnico.

“Abbiamo dei colori, almeno?”

“No…”

“Nemmeno sui tagli?”

“No…”

“E quelli possiamo muoverli?”

“No…”

“Possiamo accenderli uno per volta?”

“No…”

“Fanno qualcosa d’altro, oltre accendersi a coppie?”

“No…”

C’è tutto, avevano detto. Tutto.

La Clarina sentiva montare l’umor tetro, e i due disegni luci che aveva al seguito, annotati su altrettanti copioni, cominciavano a sembrare una beffa… E per di più, la compagnia era ansiosa di cominciare una prova, e il Tecnico andava scoprendo che le quarzine non si potevano gestire dalla consolle – così come il controluce che gli Histriones si erano portati da casa -, che il mixer luci non funzionava granché, che il mixer audio magari funzionava, ma non era collegato a un lettore…

Mentre la Clarina cercava d’improvvisare un disegno luci tutto bianco e spartano e aveva il tradizionale Attrito con Scintille con un attore in vena di capricci divistici, il Santo Tecnico scoprì per telefono come convincere il mixer luci a funzionare almeno in parte, e recuperò un lettore cd… O Tecnico Silvio – sappi che quella sera salvasti una povera compagnia di attori girovaghi. Quanto meno impedisti che fossero in parte assassinati dalla Donna delle Luci.

Erano passate le sette quando gli Histriones cominciarono finalmente a provare. Intanto la Clarina aveva deciso di fare a meno delle quarzine, ingestibili e troppo bianche, e di arrangiarsi con le quattro coppie di tagli – che se non altro erano di un bel bianco caldo. Era questa una prova generale o una tecnica, si domandò idly la Clarina, mentre il tango di The Aninha Theme partiva e il sipario si apriva sulla scena illuminata obliquamente dal controluce. E se era la generale, quando avrebbero fatto la tecnica? Ma se era la tecnica, quando avrebbero fatto la generale?

"Se fai solo finta di recitare, io non riesco a risponderti..."
Immaginate che si tratti dei due sullo sfondo.
“Se fai solo finta di recitare, io non riesco a risponderti…”

Qualunque cosa fosse, era nata sotto una cattiva stella. Le sequenze di movimento non funzionavano; le voci erano rauche; la Primadonna desiderava, non incomprensibilmente, risparmiare la voce per la rappresentazione – e l’attore che prima aveva fatto i capricci con la Clarina non era punto d’accordo; il mixer audio funzionava ma non troppo, con discreto pregiudizio delle musiche; il controluce non si lasciava gestire; una discreta fetta degli Histriones sembrava avere smarrito il concetto di ingresso in scena e quello di uscita; la Clarina sperimentava con i suoi tagli e la Regista se ne innervosiva; ci furono interruzioni, riprese, scambi di… er, linguaggio, atti di ribellione, strilli sul palco, sussurri tra le quinte, sguardi biechi, incidenti, inciampi, modifiche dell’ultimo istante, momenti inconsultamente shakespeariani…

In fondo al teatro, nello sgabuzzino della consolle, la Clarina tormentava la sua Vita di Shakespeare in miniatura, e invocava lo Spirito del Bardo, e si sentiva viepiù acida.

Ma intanto si erano fatte le otto e mezza passate, e il coro che doveva aprire la serata cominciava ad arrivare, e gli Histriones dovettero cedere il palco prima di avere finito la prova, e si avviarono nei camerini per cambiarsi.

Alle nove e qualcosa la Clarina salì sul palco a scambiare i convenevoli di rito con l’assessore che introduceva la serata, ringraziò la compagnia ospite e Trivero tutta che devolvevano il ricavato della serata alle associazioni culturali del Mantovano terremotato, introdusse brevemente Aninha e poi scese in platea ad ascoltare il coro.

Ora, vedete, sul fatto del coro gli ospiti erano stati abbastanza misteriosi. Per settimane gli Histriones avevano domandato più o meno obliquamente che cosa cantasse il coro prima di Aninha – e il fatto di non riuscire ad avere risposta li aveva un nonnulla allarmati. Per di più, trovando quattro chitarre sul palcoscenico, i nostri eroi erano giunti alla conclusione di non doversi aspettare cori risorgimentali – ma il vostro Narratore confesserà che, pur credendosi preparata a qualunque sorpresa, la Clarina sobbalzò un nonnulla quando il Coro Parrocchiale di un’altra frazioncina ancora avviò il suo programma di musica leggera: Battisti, Celentano, gli 883 e via cantando, arrangiati… be’, non c’è altra definizione: arrangiati per coro parrocchiale. Gautier

E così fu che Aninha andò in scena dopo Celentano – qualcosa che nessuno degli Histriones si era mai aspettato.

Ma insomma, andò in scena.

Buio in sala, Aninha Theme, sipario, la più lieve ombra di tagli bianchi sui tangheiros… “Si parte,” sussurrò la Clarina al Tecnico, nella penombra dello sgabuzzino della consolle.

E Aninha fu. E qualcosa di misterioso e bianco rotolò in scena sul fondo. E una delle coppie di tagli prese a lampeggiare prima di subito, e la Clarina dovette sopprimerla e rinunciare al suo disegno luci e improvvisarne un altro con tre coppie di tagli. E si smarrì una zucca. E Garibaldi s’impappinò un pochino all’inizio. E più di un Histrio tagliò extempore una battuta o due. E il mixer audio fece un solo capriccio – ma per farlo scelse il momento di maggior pathos…

Eppure le magagnette si notarono appena – e si notarono appena perché sul palco la Primadonna faceva scintille, trascinando tutti gli Histriones nella migliore Aninha di sempre. E lo spettacolo rotolò liscio ed efficace fino all’ultima scena. Aninha Theme, buio in scena. Applausi.

“È andata…” sussurrò un tantino incredula la Clarina, nella penombra dello sgabuzzino. Ed era andata, ed era andata singolarmente bene, e tutti erano molto felici – pubblico, e ospiti, e Histriones, e Regista, e la Clarina.

E così fu che gli Histriones raccolsero armi e bagagli, si attrezzarono per il freddo, rimontarono sul fido pulmino, risalirono su su – ma… e badate al finale perfetto: giunti alla fine dell’asfalto, parcheggiarono il pulmino e, mentre novembre trascorreva in dicembre, si arrampicarono a piedi, tra i boschi innevati,*** sotto un cielo scintillante di stelle che occhieggiavano tra i rami nudi, facendosi luce con qualche torcia, su su fino alla locanda – dove trovarono il fuoco acceso e la cena pronta. E allora mangiarono, e brindarono, e risero fino a tarda ora insieme ai loro ospiti.

E tutti, come si diceva, furono molto felici.

E qui, o miei Lettori, il vostro Narratore si congeda da voi e chiude il sipario su… Le Cronache Biellesi – ovvero Il Pulmino di Tespi.

 

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* E tuttavia vi prego di notare che qui, a tutti gli effetti, abbiamo il carro. Magari mancano i cavalli da tiro, ma il carro c’è.

** E qui, signori, abbiamo l’accogliente locanda. E forse potrete pensare che abbiamo avuto anche la sgambata nei boschi – ma siete in errore.

*** Ecco, adesso abbiamo avuto la sgambata nei boschi. E magari “qualche torcia” significa due cellulari – ma vi prego, non roviniamo la perfezione del momento sottilizzando…

considerazioni sparse

Guanti Spaiati, Pezzetti Di Spago E Biglie

Avete presente il cassetto che tutti abbiamo, in cui finiscono le cose bizzarre, smarrite, quasi finite o spaiate? L’Inglese ha questa bella ed efficace espressione – odds and ends, di cui al momento non mi viene in mente un corrispondente in Italiano. Ma insomma, questo post è fatto più o meno come quei cassetti lì.

1) Volevo cominciare con il mio ennesimo caso di Serendipità Storica – uno stampatore elisabettiano che, dopotutto, ha proprio il nome che gli avevo appiccicato provvisoriamente in prima stesura – ma poi ho letto questo post su strategie evolutive, e mi sono resa conto che il mio stampatore non può competere. In fondo Jones e il suo Tamerlano anni Novanta potrebbero essere un caso di memoria sepolta, magari l’avevo letto da qualche parte e non me ne ricordavo più consapevolmente – ma il ritorno della Buran… ah, questo è assolutamente fantastico.Teatroviaggiantesubito_fi--400x300

2) Domattina, salute permettendo, dovrei partire con Hic Sunt Histriones per una cosa molto à la Capitan Fracassa – o, se preferite, Scaramouche. Andiamo in quel di Biella con il mio atto unico Aninha. Non sto ancora benissimo, e l’idea del viaggio, del freddo e della neve mi scombussola un po’. E sì, il carro coperto e le sgambate notturne e i bivacchi nei boschi sono soltanto nella mia immaginazione guastata da troppi romanzi storici – but still. E l’immagine qui di fianco è merito della mia amica Milla, che ha scovato da qualche parte questo meraviglioso autobus convertito in teatro… l’Autobus di Tespi! Naturalmente non abbiamo nulla del genere – ma sarebbe fantastico.

3) Se davvero riesco a partire, domenica non sarò qui a postare il consueto posterellino musica-domenicale. Oh, proverò a programmare tutto quanto, con video e link, visto il modo in cui le cose funzionano – o più che altro non funzionano – ultimamente, ma non è affatto detto che serva ad alcunché. Per cui, se passando di qui domenica non trovate nulla, potete immaginarmi a bordo di un carro coperto nei boschi biellesi, a rabbrividire con le altre attrici in mezzo ai sacchi dei costumi, mentre gli uomini cercano di convincere i cavalli da tiro… ah no. Ho detto niente carro coperto, vero? Be’, potete immaginare qualcosa del genere – a vostro piacimento.

4) Ho ricevuto da recensire il terzo volume della trilogia di James Aitcheson sulla conquista normanna dell’Inghilterra. Ne avevamo parlato qui, ricordate? La cosa curiosa è che sulla sovraccoperta, tra gli stralci di recensione riportati a fini di marketing, c’è un pezzetto della mia recensione del secondo volume. A nome HNR, naturalmente – ma adesso posso dire che qualcosa di mio è apparso in un volume pubblicato da Random House.

5) La settimana scorsa, la lezione di Potsdam si concentrava su giochi e storytelling. Giochi al computer, you know. Per compito dovevamo discutere gli aspetti narrativi del gioco che ci ha colpiti di più da questo punto di vista. Dovevamo – o avremmo dovuto. Mi sono resa conto di aver giocato ben poco al computer in vita mia, e mai a nulla di più narrativamente complesso di Chocolatier – di cui mi sono annoiata presto, perché non c’era dentro una storia. Che devo dire? Sono proprio cresciuta su un platano, e tutt’ora ci vivo, e per di più ho una provata incapacità di muovermi con il topo, con le frecce direzionali o con un joystick. Morale: non ho fatto i compiti. O almeno, non sul serio.

6) Mi fermo qui. Buon finesettimana – e vi racconterò come sarà andata a Biella.

grillopensante · teatro

Cri De Coeur

Aninha torna in scena domani sera al Teatro Monicelli di Ostiglia, in una versione completamente rinnovata, con la bravissima Giulia Bottura nel ruolo eponimo e tutta la banda di Hic Sunt Histriones.

Le prove sono state (stanno essendo, in verità) rough going, tra il burrascoso e il pittoresco.

In parte è colpa mia, mi si dice, perché ho insistito per cambiare parte delle musiche di scena fino all’ultimo momento – e soprattutto, mi si dice, perché dopo una sessione di prove più cruenta della media, me ne sono uscita con questo inqualificabile cri de coeur (che riporteremo in forma di discorso diretto perché possiate apprezzarne appieno il devastante impatto):

“Certo che Anita e Garibaldi mi sono proprio antipatici…”

Ecco. E l’ho detto perché è proprio vero. Mi sono antipatici entrambi, anche se ammetto che forse avrei potuto aspettare un momento più tranquillo per farlo. Ma tant’è, ho dei nervi anch’io, e l’ho detto. La cosa ha prodotto un istante di silenzio denso da galleggiarci, e dieci paia d’occhi spalancati a dimensione piattino da tè.

“Ma… ma se ci hai scritto su!” ha boccheggiato qualcuno.

E io, ancora più imperdonabilmente ho detto che in principio fu la commissione…

Ecco, a quanto pare, questo è il genere di cose che non si dovrebbe dire. Ai lettori, a quanto pare, piace immaginare che ogni parola che si scrive sia frutto di appassionato trasporto nei confronti dell’argomento – nonché di profonda adesione morale ed emotiva. E guai a dire che non è così.

“Non devi dire queste cose,” mi rimbrotta R. che sospetto capisca bene un certo genere di lettore. “A parte il fatto che ti considerano falsa e mercenaria, non a tutti piace vedere i giocattoli smontati.”

E posso ammettere che non a tutti piaccia vedere i giocattoli smontati. È vero, e prometto di avere maggior considerazione per questa legittimissima esigenza in futuro.

Quanto all’apparire falsa e mercenaria, però, parliamone. Lo scrittore non è colui che s’innamora del soggetto X e ci versa quantità industriali d’inchiostro (con maggiore o minore competenza). Lo scrittore è colui che scrive. Che esplora per iscritto. Che esplora  sé stesso, il mondo, la condizione umana, la storia, whatever. Il processo di esplorazione è importante quanto e più del soggetto. Il fatto di esplorare fatti che non apprezza o idee che non condivide, non lo rende falso: lo rende capace di astrarre e di ricreare qualcosa d’altro da se stesso. Di concedere altri punti di vista. Di comprenderne e rappresentarne meglio che può le ragioni. Magari di cambiare idea in proposito – oppure no, ma intanto ha indagato idee diverse e le ha esposte all’indagine altrui*.

Il fatto di fare tutto ciò su commissione è una prostituzione della propria arte? Nonsense. Si parvissima licet, vogliamo discutere di quanti Caravaggio sono stati dipinti su commissione e quanti per puro capriccio d’ispirazione? La commissione non sminuisce l’artista o l’opera. La commissione propone all’artista un soggetto su cui esercitare le sue capacità di tecnica e d’ispirazione. Se poi si tratta di un soggetto cui l’artista non si sarebbe accostato di suo, tanto meglio: la commissione paga le bollette e allarga gli orizzonti.

Non mi sento né particolarmente falsa né molto mercenaria per aver scritto Aninha. Non più falsa di quanto sia nello scrivere qualsiasi cosa che non sia un’autocertificazione.

Il mio mestiere non è mostrare adesione sentimentale a quel che scrivo – ma raccontare storie in maniera interessante e intellettualmente onesta. E visto che ho cercato di descrivere Aninha come ho immaginato che percepisse se stessa, lasciate che mi senta a posto con la mia coscienza in questo specifico caso.

Dopodiché, faccio buoni propositi: pur continuando a giocare alla mia maniera, cercherò di non smontare troppi giocattoli in pubblico. Con l’eccezione di Senza Errori di Stumpa, si capisce – ma non precipiterò mai più nello sconforto e nella diffidenza innocenti attori e innocente pubblico.

O almeno quasi mai più.

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* Uno dei complimenti che prediligo è quando qualcuno mi dice che, per colpa mia, è andato a rispolverare l’Eneide, Tito Livio, le memorie di Garibaldi…

guardando la storia · teatro

Aninha Torna

aninha, anita garibaldi, risorgimento, centocinquantesimo, unità d'italia, accademia campogallianiL’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani di Mantova dedica l’edizione 2011-2012 de I Lunedì del D’Arco al centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.

Il programma è vario: dalle donne del Risorgimento ai Martiri di Belfiore, passando tra l’altro per Aninha, il mio atto unico dedicato ad Anita Garibaldi – quasi un monologo, se non fosse per Garibaldi e gli altri.

Stasera alle ore 21.00, al Teatrino D’Arco, Cristina Dibiasi e Andrea Flora riprenderanno i personaggi che hanno già portato in scena l’estate scorsa a Governolo, in occasione delle celebrazioni per il Centocinquantesimo.



Sentivo il mondo muoversi appena oltre la cinta nera delle colline all’orizzonte, come un ruggire lontano di temporali nella notte. E me ne tornavo a casa piena di una fame senza nome e senza forma. E dietro le mie spalle mormoravano della Aninha selvaggia, la vergogna e il crepacuore di sua madre. Allora gettavo indietro la testa e fingevo che non m’importasse. Ero prigioniera…

Prima di Anita c’era Aninha, la figlia di un mandriano nelle paludi del Brasile, soffocata in un mondo troppo stretto – finché qualcuno non le diede un nuovo nome e nuovi sogni. Questa è la storia della ragazza che divenne Anita Garibaldi.

Digitalia · Gl'Insorti di Strada Nuova · teatro

Good Things Coming

L’autunno si prospetta interessante.

Tanto per cominciare, Gl’Insorti di Strada Nuova torna… stavo per scrivere “in libreria”, ma non è proprio così. Strada Nuova è il mio secondo romanzo, un meta-arnese pubblicato sei anni fa con uno di quei microeditori senza promozione e senza distribuzione. Adesso è giunto il momento per lanciarlo nel mare digitale. Per cominciare, qui trovate qualche informazione e l’incipit. Nel corso delle prossime settimane vi terrò aggiornati, qui e su Twitter, sulle mie vicissitudini e tribolazioni di self-publisher. Seguitemi nella mia avventura, volete?

Poi il 14 di ottobre l’Accademia Teatrale Campogalliani debutterà al meraviglioso Teatro Bibiena di Mantova con il mio atto unico Di Uomini E Poeti – ovvero Il Testamento di Virgilio. L’occasione è importante: convegno virgiliano in occasione del 150° e conferimento dell’edizione speciale del Premio Virgilio honoris causa al poeta irlandese Seamus Heaney – Nobel per la letteratura 1995. Per cui, sì: un Nobel per la letteratura assisterà al mio atto unico. Non so quanto ne capirà, ma immaginate il mio stomaco invaso da tutto un gaio sciamare di lepidotteri. Grossi come altrettanti B52. L’Accademia Campogalliani riprenderà DUeP nel febbraio 2012: guardate qui e scendete* fino a Dal 9 Febbraio. Anche di questa faccenda, inutile che ve lo dica, sentirete parlare ancora.

Con la Campogalliani non ho finito – o meglio la Campogalliani non ha finito con me, visto che nella nuova edizione dei Lunedì del D’Arco, dedicata al 150°, offrirà letture drammatiche di Aninha e della Giudi. Tra novembre e dicembre – sarò più precisa.

E per finire una piccola novità che riguarda Senza Errori di Stumpa. Mattia Nicchio di Sudare Inchiostro ha dedicato un post a Lo Scrittore di Buon Senso, parlandone bene e tirandomi un pochino le orecchie perché non faccio molto per renderlo facilmente reperibile. Che dire? Mattia ha ragione – e io agisco. Come forse avrete notato, qui di fianco è germogliata una pagina dedicata al mio piccolo cotillon. Scaricate, leggete, fate circolare, venite a discuterne… Per ora c’è solo la versione .pdf, ma conto di arrivare a breve con MOBI – e probabilmente anche con ePUB.

E altre novità bollono in pentola per me e per SEdS, ma non ve le dico. Non ancora, almeno – perché, come tutti i narratori, torturo la gente di mestiere con vaghe promesse, premesse, prefigurazioni e appendimenti alle scogliere.

Stay tuned!

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* “Scrollare,” mi dice C. “Si usa scrollare!” Ma io non posso usare il verbo scrollare senza evocare immagini di enormi cani bagnati che si scuotono spargendo acqua ovunque… o almeno gente che fa spallucce. Per cui, nel senso di “far scorrere una pagina web usando il topo” continuerò a usare il buon vecchio scendere, o magari anche scorrere.