scribblemania

Dirittura di (non) arrivo

Ed ecco che ci risiamo.

No, dico: immaginate di essere a sei settimi di una prima stesura. Penultimo capitolo. Pieno climax. ormai ci siamo quasi, il protagonista ha capito tutto e sta facendo le corse nel tentativo di fermare l’imminente disastro, intanto – e poi risolvere il problema. Poi un capitolo di azione discendente, in cui si annodano gli ultimi nodi e si predispongono cose per il futuro, e poi la fatidica paroletta di tre (o quattro) lettere.

Fine della prima stesura – and glory be.

Solo che non ci siete ancora arrivati. Ma è talmente vicino che lo vedete a portata di mano. Qualche giorno di sforzo concentrato e ci siete. E, siccome a questo punto sapete precisamente dove state andando (nel senso che non solo ne avete una buona idea, ma ormai è tutto predisposto – salvo sorprese maiuscole), che può mai volerci?

Ecco. Avete immaginato tutto questo? E allora ve lo chiedo: che cosa fate a questo punto?

Uno sprint finale, giusto? Serrate il trotto, come un cavallo che annusa di essere prossimo a casa. Vi ci mettete di buzzo buono e finite la benedetta prima stesura prima che si può. E fate così perché siete gente sensata e ragionevole, e ormai manca talmente poco, ed è tutto in discesa… È così che fate, giusto?

Bravi. Io no.

Io, per qualche motivo che non mi so spiegare, quando sono a questa confortevole distanza dalla fine, invece di serrare il passo, rallento. Scrivo di meno, procrastino, rimando, perdo un sacco di tempo a strologare il susseguirsi delle magioni nobiliari lungo il fiume sulla Agas Map, cerco immagini della livrea reale nel 1581, faccio torte, controllo di non avere chiamato troppa gente “Richard”, vado a fare passeggiate domenicali lungo il fiume…

E mentre faccio tutto ciò mi sento in colpa, ogni singolo istante, perché so benissimo che, se solo facessi un po’ sul serio, potrei tranquillamente finire la prima stesura entro settembre. E finire le prime stesure è cosa bella e buona, giusto?

E allora, ditemi voi: perchè diavolo non lo faccio?

“Perché non vuoi separarti dalla tua storia e dalle tue creature?” chiede R.

Ed è una graziosa idea un po’ sentimentale – ma non credo proprio che il punto sia quello, soprattutto perché alla fine della prima stesura non ci si separa da niente e da nessuno. Poi vengono le revisioni, l’editing e tutto quanto… Prima che mi debba separare da Tom e compagnia, farò in tempo a non poterne più di loro.

E quindi? Quindi… who knows? E sono più che un po’ seccata con me stessa…

E intendiamoci: non è orribilmente grave – solo irritante oltre ogni dire. Però è davvero un’irritazione di cui farei a meno.

Idee in proposito, o Lettori? Consigli? Suggerimenti? Parole sagge? Biscotti al cioccolato? Anche voi fate così? O siete di quelli che finiscono gli ultimi capitoli in un unico galoppo scintillante? Do tell!

scribblemania

In Lode dell’e-Diario

In questo post si parlava dell’occasionale idea randagia che non vi lascia in pace finché non la scrivete da qualche parte, giusto? E in proposito dicevo come in certi casi, quando l’idea è davvero persistente, non ci sia nulla da fare se non questo:

Aprite un file nuovo dovunque teniate questo genere di arnesi, e sguinzagliate Qualcos’Altro per un’ora o due – o un’intera mattinata.

E in realtà dicevo anche altre cose, ma questa è quella fondamentale, e apparentemente ha generato qualche genere di curiosità riguardo a dove si tenga questo genere di arnesi…

Ebbene, a titolo di premessa, lasciatemi citacchiare Kipling: ci sono sessantanove modi di raccogliere gli scampoli randagi, e ciascuno è quello giusto. Una cartella apposita nelle profondità del vostro hard disk, un taccuino dedicato, il taccuino generale, una scatola colma di foglietti, il registratore vocale sul telefono… Negli anni, prima o poi, ho usato e visto usare tutti questi metodi… no, non è vero: il registratore vocale non l’ho mai usato – ma mi si dice che funzioni. Però tenete conto che non stiamo parlando di un appunto volante, bensì di scampoli più o meno estesi. E in tutta franchezza, data la natura umana e la natura delle cose in genere, quando un’idea randagia possiede questo genere di prepotenza, odds are che stiamo parlando di “più estesi”.

Quindi, quel che faccio per lo più, è utilizzare un journaling software. Semmai non lo sapeste, un journaling software, o diario elettronico, è un processore più o meno complicato, con una quantità variabile di campanelli e fischietti – ma invariabilmente provvisto di un sistema interno di datazione. Sennò non sarebbe un diario, giusto? Questo significa che, quando lo aprite, vi apre automaticamente un file datato al giorno corrente, che resta in uso fino alla mezzanotte. Domani ce ne sarà un altro, e ieri ce n’è stato un altro ancora, e così via, e il programma archivia tutto per data. Nella forma base, tutto qui.

E sì, lo so che oggidì non si parla più di software ma di app – però il mio specifico diario elettronico è vecchio come le colline, ed è un software. Si chiama My Simple Friend – che, per essere del tutto sinceri, ho sempre trovato una scelta un po’ così, visto che “simple” si traduce in “semplice” in tutte le sue accezioni, compresa quella di “sempliciotto”…

Ma non si può negare che MSF sia semplice davvero. La pagina bianca, una tabella navigabile per le date in cui si è scritto qualcosa, una spartanissima barra degli strumenti… dei campanelli e fischietti di cui si diceva prima, qui non c’è granché. Le possibilità di formattazione sono ridotte al minimo, e non c’è assolutamente nient’altro.

Ma d’altra parte, questa è l’idea, giusto? Quando un’idea randagia mi punge, apro MSF, scrivo finché l’idea randagia non è soddisfatta, e chiudo. Fine. Non devo nemmeno disperarmi troppo a salvare, perché MSF è sorprendemente efficiente in questo, e devo dire che in quasi dodici anni, e pur con il mio pessimo stato di servizio in questo genere di cose, non ho mai perso una riga.*

Sì, quasi dodici anni. Ve l’avevo detto che è vecchio come le colline. Tanto vecchio che, per quanto ne so, non esiste nemmeno più…** Ma non è questo il punto. Basta gugolare qualcosa come “journaling app” per trovare dozzine di possibilità, gratuite o a pagamento, spartane o accessoriatissime, con o senza intricate opzioni di ricerca interna, immagini, promemoria e whatnot… E devo dire che vi consiglio vivamente di procurarvene uno. Uno qualsiasi, a vostro gusto, da usarsi per questo genere di cose.  L’occasionale storia randagia, pezzi del Work in Progress che volete cassare ma non eliminare del tutto Perché Non Si Sa Mai, versioni alternative, strologamenti per iscritto – soprattutto se strologate meglio alla tastiera che su carta… Cose così.

Poi, per quanto mi riguarda, è anche un cuscinetto per la coscienza: quando cedo all’insistenza di un’idea randagia, farlo su MSF mi fa sentire meno in colpa di quanto mi ci sentirei cedendo in posti digitali più strutturati e seri – come Scrivener… ma questo siete autorizzati a considerarlo un pezzetto di eccentricità personale e ignorarlo del tutto. O magari invece siete così anche voi e passate invereconde quantità di tempo a negoziare equilibri tra coscienza, subconscio e istinti procrastinatori… Son cose che ciascuno sa di se stesso, giusto? Non ne parleremo – e, a ogni buon conto, torneremo al consiglio di partenza: procuratevi un diario elettronico.

Ecco, magari assicuratevi che ci sia qualche opzione di ricerca, o almeno la possibilità di etichettare i vostri foglietti per qualcosa che non sia esclusivamente la data – perché questo forse è l’unico vero difetto che ho trovato a MSF. Adesso sto cercando di ovviare con un indice per le cose che mi capita di voler rileggere ogni tanto – ma mi ci è voluto del tempo per decidermi a farlo, e comunque ammetto che non è comodissimo.

Otherwise, però, è come quel cassetto in cui mettete tutte quelle cose che Non Si Sa Mai: comodo, poco impegnativo, ragionevolmente sicuro, divertente a rovistarsi nei pomeriggi piovosi e, all’occasione, niente di meno che una benedizione.

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* A ben pensarci, forse dovrei salvare una copia di tutto in MSF… Forse mi risparmierei un bel po’ di mal di stomaco?

** Qualcuno sa dirmi con più precisione?

angurie · scribblemania

Ritrovato!

Yes well – ho ritrovato l’itinerario.

Vi ricordate dell’itinerario smarrito? Perduto? Svanito nel nulla? Ecco, sabato mattina è saltato fuori.

E da dove, o Clarina? mi par di sentirvi chiedere.

Ecco, si direbbe che, quando dicevo di aver vanamente cercato in tutti i posti logici e in alcuni illogici, ne stessi trascurando uno. Uno talmente sensato, talmente – ma talmente logico che proprio non mi è nemmeno passato per la mente di guardarci.

E non sto facendo del sarcasmo a mie spese, sapete? Il posto era davvero logico, ma tale è la mia abitudine al disordine e alla vaghezza, che quando faccio qualcosa di sensato non mi ci ritrovo più.

Il fatto si è, vedete, che per la prima volta in vita mia ho un taccuino interamente ed esclusivamente dedicato a un singolo progetto. Per ragioni che presto diverranno chiare, questa volta è parsa una buona idea fare così, e procurare un Moleskine rosso.  È anche la prima volta che ho un Moleskine rosso* – ma questa è una faccenda di prime volte sotto più di un aspetto. Al momento la cosa rilevante è che, come tutti i Moleskine, anche il mio taccuino rosso possiede una di quelle tasche a soffietto all’interno della copertina posteriore. Non è un particolare a cui pensi tremendamente spesso. Voi le usate, o Lettori, le tasche posteriori dei Moleskine? Io qualche volta – ma più spesso no.

Anyway sabato mattina, mentre lavoravo a TW, mi è sorta l’esigenza di controllare la collezioncella di citazioni che sto raccogliendo sul taccuino a rovescio. Così l’ho girato, l’ho aperto a rovescio, ho notato distrattamente la tasca, ho trovato la mia citazione e, prima di tornare al diritto del taccuino, mi ha punta la curiosità: che cosa avrò mai qua dentro…? E mentre lo dicevo, mi si è accesa la lampadina. Sta’ a vedere che…

E sì, lo so: voi ci siete arrivati nell’istante in cui ho menzionato la tasca posteriore. Naturalmente l’itinerario era lì. Piegato in quattro anziché in due, con i suoi ritagli di Estienne, le annotazioni, gli sghiribizzi a colori…

L’Eureka Moment è consistito di un piccolo strillo, e di due rapide comunicazioni a R. e M. – a voce e via Whatsapp. Sia R. che M. dapprima hanno esultato con me e poi, separatamente, hanno posto la stessa ottima domanda che vi state ponendo voi adesso.

E di’ un po’, Clarina: ti è ancora utile?

La risposta è: Assolutamente No.

L’itinerario mi serviva per portare il mio protagonista da Amiens a Calais in modi che fossero tanto interessanti quanto storicamente e geograficamente… Ed è nella natura delle cose che sabato mattina, circa un’ora prima che l’itinerario ricomparisse, Tom sia arrivato a Calais sulla base dell’itinerario ricostruito, e con tanto interesse e tanta plausibilità quanti ne possono servire.

Hence… non so nemmeno troppo di che cosa mi sto lamentando. È una legge di natura che le cose smarrite saltino fuori nel momento in cui non servono più, giusto? Ho fatto senza itinerario. Ho una dimostrazione empirico-aneddotica in più del fatto che sono hopelessly absent-minded. Ho anche una dimostrazione empirico-aneddotica di una cosa saggia che diceva mia nonna: Di Quel Che Non C’è, Si Fa A Meno. Se avessi dedicato alla scrittura il tempo che ho speso a cercare l’itinerario, adesso forse sarei più avanti – ma pazienza.

Quindi adesso l’Itinerario Ritrovato è appuntato sul Narravento, più come trofeo che altro – anche perché Tom e io nel frattempo abbiamo attraversato la Manica e siamo a Dover…

Però mi pareva bello farvelo sapere. Ecco tutto.

Torno a scrivere.

 

 

 

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* E se devo essere del tutto sincera, avrei preferito un rosso un po’ più scuro – ma che bisogna fare?

Ossessioni · scribblemania

A volte…

E niente, a volte va così.

A volte non c’è nulla che tenga – scadenze, programmi, scalette, gente che aspetta… Potete avere in sospeso la faccenda del traghetto Calais-Dover, e il funzionamento del radiogoniometro, e le maree del novembre 1581, e l’ingresso in scena di Bea – ma non c’è niente da fare.

Qualcos’Altro vuol’essere scritto.

E badate bene: Qualcos’Altro non è nemmeno una storia vera e propria – perlomeno non una storia intera con un inizio, un mezzo e una fine. Vi verrebbe magari da dire che non lo è ancora – ma in realtà chances are che non sia destinata ad esserlo mai. Non così com’è, non con questi personaggi, non con questa ambientazione…

Ma Qualcos’Altro non se ne dà pensiero. Non prova nemmeno a suggerire che il suo conflitto, la dinamica tra i personaggi, qualche battuta di dialogo potrebbero tornarvi utili un giorno… e tra l’altro è anche piuttosto vero, a pensarci bene – ma a Qualcos’Altro non importa un bottone. Vuole soltanto essere scritto. Lo vuole, lo vuole, lo vuole fortissimamente, e non smetterà di pungere e mordere finché non cederete.

Potrete provare a concentrarvi sui traghetti rinascimentali e su Bea – ma lasciate che ve lo sussurri: è perfettamente inutile. Qualcos’Altro sarà anche solo una collezione di scene e mezze scene di discutibile coesione – ma ha l’irriducibilità di una remora, e non intende minimamente lasciarvi in pace.

Per cui, se avete un minimo d’esperienza, quando Qualcos’Altro vi piomba addosso, sapete che non c’è nulla da fare: accantonate i traghetti, mandate Bea a prendersi un aperitivo, aprite un file nuovo dovunque teniate questo genere di arnesi, e sguinzagliate Qualcos’Altro per un’ora o due – o un’intera mattinata. E vi avverto: più tentate di resistere, più Qualcos’Altro prenderà forma, colori e dettagli, e più tempo ci vorrà per liberarvene.

E sapete un’altra cosa? In tutta probabilità vi verrà anche benino – il che è ironico, considerando che non ve ne farete mai nulla. Però sarà lì, e l’avrete buttato giù. Consideratelo un esercizio. Un esperimento. Un gioco. L’equivalente scrittorio di un pomeriggio al luna park. Oppure non proprio questo, soprattutto se anche voi detestate i luna park – but you get my drift.

E sì, G. – lo so che stai leggendo e sei già preoccupatissima, ma credimi: non devi.  Adesso che Qualcos’Altro è appagato, non solo torno a occuparmi dei traghetti e, cosa che ti sta più a cuore, di Bea et al. – ma ci torno in corsa, con i muscoli sciolti e la mente libera.

Quindi tutto considerato mi sbagliavo: niente pomeriggio al luna park. Una passeggiata in campagna, piuttosto. O una sessione di stretching. O una buona nuotata.

O, se non va bene nemmeno questo perché non siete sportivi, possiamo considerare l’appagamento di Qualcos’Altro come un granello d’incenso bruciato all’altare delle Storie – queste bizzarre, capricciose, inscrutabili divinità minori il cui favore va coltivato con tanta, tanta cura per evitare che si offendano e ci lascino da soli.

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L’Itinerario Perduto

Dov’è l’itinerario?

Dove diavolo è? Dove? Dove? Dove?

L’itinerario è un foglio A4, stampato su entrambi i lati. È una serie di ritagli scansionati da una copia digitale dell’edizione 1553 della Guide des Routes de France di Estienne. Ritagli scansionati, incollati in un documento di Word, stampati, annotati abbondantemente in vari colori… Il foglio è piegato in due e ha un angolo coperto di scarabocchi spiraliformi, dove ho provato alcune penne per vedere se e quanto scrivevano ancora.

Fino a una decina di giorni fa l’itinerario viveva nella piccola pila di libri sul tappeto vicino al divano. Vite quotidiane, una biografia, viaggi e spostamenti nel XVI secolo, diplomazia anglo-francese nel XVI secolo… robe così. E in mezzo una serie di fogli e foglietti pieni di annotazioni – tra cui l’itinerario.

Poi a un certo punto ho preso l’itinerario e l’ho portato in studio per ricalcolare – per l’ennesima volta – gli spostamenti (ore, giorni, leghe, miglia, ore di luce a novembre, cavalli di posta…) tra Halcourt e Parigi. Ho usato l’itinerario e la mappa di Estienne, e ho preso qualche altro appunto, e ho risolto l’apparente problema barando un pochino – e poi…

E poi?

Buona domanda. Dopo avere barato un pochino, non ho più avuto bisogno dell’itinerario – fino a questa mattina. Adesso mi servirebbe proprio… e non lo trovo più. Ho cercato e cercato e cercato, in tutti i posti logici e una certa quantità di posti illogici, e non è da nessuna parte. Ho chiesto soccorso a chiunque abbia girato per casa in questi giorni: tutti ricordano di averlo visto a qualche punto, e nessuno sa dove sia adesso.

E voi direte: dove diamine può nascondersi un foglio A4 piegato in due?

Ecco, il mio timore è che sia stato buttato via per sbaglio… in fondo c’erano quegli scarabocchi sull’angolo, poteva sembrare qualcosa che si butta via, giusto? Oppure potrebbe essersi impigliato tra altre carte… e prima che lo chiediate, sì: ho cercato anche nello scatolone della carta per la raccolta differenziata. Inutile a dirsi, non era nemmeno lì – o non starei scrivendo questo post.

E il fatto è che possiedo ancora il file, nella cartella apposita di TW – o quanto meno i ritagli che lo costituivano. Il problema sono le annotazioni. Settimane e settimane di annotazioni di cui adesso avrei proprio, proprio – ma proprio bisogno. E mi è stato suggerito, quando l’avrò trovato, di fotografarlo per averne, so to say, una copia d’archivio, da tenersi aggiornata ogni volta che aggiungo un appunto. E anzi, già che ci sono, di fare lo stesso con tutti i fogli sparsi relativi a TW. In realtà non so… l’idea in teoria è buona – ma non sono certa di avere la disciplina per fare una cosa del genere, soprattutto considerando la quantità dei fogli sparsi in questione… Ma di sicuro non posso fotografare l’itinerario finché non lo ritrovo, giusto? O, more gloomily, se non lo ritrovo.

Quindi, lasciate che lo chieda ancora – a nessuno in particolare: dove, dove, dove sarà mai l’itinerario?

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#StoryADayMay: il bilancio

Ed eccoci qui: il primo di giugno.

Il che significa che maggio è finito – e con maggio #StoryADay. Tempo, quindi, di tirar somme.

Ho scritto una storia al giorno? No, non ho affatto scritto una storia al giorno. Però ne ho scritte 23 in 31 giorni. Considerando che mi ero ripromessa, nell’iniziare la follietta, di scrivere almeno tre storie ogni settimana, posso dire di aver fatto quel che mi proponevo – and then some.

È stata una travolgente galoppata narrativa? Non del tutto – ma non è stato nemmeno un terribile fardello. Voglio dire, all’inizio, sull’onda dell’entusiasmo, ho scritto una (piccola) storia al dì, come dice l’etichetta, con notevole soddifazione. Dopo la prima settimana ho cominciato a saltare un giorno qui e là. Alla fine della seconda settimana non solo stavo bigiando un po’ di più, ma certe volte arrivavo a notte tarda con la storia ancora da scrivere e, francamente, poca voglia di farlo – e persino un certo grado d’impazienza nei confronti dei miei personaggi. In un compromesso tra disciplina e self-bribing, ho finito con lo scrivere una manciatina di storie extraprogetto: una legata a un progetto alternativo e due o tre autoindulgenze. Poi nell’ultima settimana ho ritrovato ritmo e interesse.

E qui farei battute sui cavalli e sull’ultimo tratto di stada, se non fosse che, d’abitudine, faccio piuttosto il contrario, e tendo a rallentare in vista del traguardo… Un momento o l’altro dovrò farmi qualche domanda sul perché di questo fenomeno inconsueto, e sulla particolare natura dello sforzo sostenuto insito in cose come StoryADay – ma non adesso.

Va poi detto che c’era di mezzo l’altro progetto, quello di cui vi ho parlato – e che chiameremo henceforward TW. Ci ho lavorato intensamente e con soddisfazione per tutto il mese. Finché si è trattato di far piani, progetti, scalette e ricerca, TW non ha interferito affatto con la storia quotidiana, ma chiaramente non può essere un caso se l’inizio della scrittura vera e propria ha coinciso con l’allascamento di StoryADay – né può esserlo il fatto che abbia ripreso a produrre una storia al dì quando ho finito la mia tranche di capitoli e sono passata alla revisione… E lasciate che ve lo dica: se questo è un indice della mia capacità di scrivere più di una cosa per volta, non lo definirò il più incoraggiante tra i risultati dell’esperimento.

C’è di buono che, alla fin fine, ho scritto 23 storie in 31 giorni – o quanto meno 23 prime stesure; che, con un po’ di lavoro ulteriore, una buona metà delle 23 storie promette di avere qualche genere di futuro; che ho ritrovato entusiasmo per un progetto che cominciava a perplimermi un pochino; che ho vacillato in un paio di occasioni, ma non ho ceduto; che ho sperimentato un pochino – anche se non quanto avrei potuto; che sono uscita almeno un po’ dalla dannata zona di sicurezza…

All in all, direi che #StoryADay è stata un’interessante e istruttiva esperienza. Adesso, se avessi il minimo briciolo di buonsenso, cercherei di cavalcarne l’onda almeno un po’, continuando a scrivere… che so: due storie la settimana? Poi però sappiamo tutti che non ho buon senso, e TW reclama la mia attenzione, e ci sono altre cose da fare, e… e… e…

E vedremo.

Intanto sono soddisfatta del mio maggio, writing-wise – e se ne riparlerà senz’altro l’anno prossimo.

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Una Storia al Giorno…

Dunque, vi devo dire che sono di corsa.

Sono di corsa perché sto facendo Story A Day May – una di quelle challenges che si trovano su Internet a ogni pie’ sospinto, se volete, ma che a volte sono proprio quello che ci vuole. Abbiamo parlato ripetutamente di procrastinazioni, esitazioni, momenti di sconforto, dubbi, timori, pigrizie, comodi solchi e cose così, cose che frenano l’impulso di scrivere o, at the very least, lo tengono in darsena a galleggiare in languida inutilità. Oh, se ne abbiamo parlato!

E magari si ha anche l’impressione di essere bravini, perché si è scelto un progetto leggermente scomodo, qualcosa che costringe fuori dai confortevoli limiti di ciò che si è già fatto ancora, ancora e ancora. O costringerebbe, se lo si facesse per davvero, anziché riempire pagina dopo pagina di appunti, note ed elucubrazioni.

E badate, non c’è nulla – ma proprio nulla – di male nello strologare per iscritto, anzi… purché gli strologamenti a qualche punto conducano da qualche parte. A qualcosa di scritto. You know, storie.

E se non succede, magari è il momento di sfidarsi a farlo. Darsi una scadenza, vera o artificiale. Un ruolino di marcia.

E stavo vagamente considerando proprio questo quando sono inciampata in Julie Duffy e la sua favolosamente dissennata idea. Una storia al giorno. Per l’intero mese di maggio. Naturalmente la prima reazione è stata una risatina scettica. Figurarsi – una storia al giorno! Assoluta follia… come potrei mai fare una cosa simile? Sono mesi che esito, mugugno, strologo e buridaneggio sul mio nuovo progetto di flash fiction, e tutto quel che ho da mostrare sono due storie e mezza… figurarsi se potrei mai…! Oh do come on! Impensabile. Improponibile. Dissennato. Nemmeno da pensarci.

Epperò…

Certo che…

Magari…

“Regole flessibili”, eh?

Hm…

E se…?

No, no – nemmeno a pensarci. Discorso chiuso. Passiamo oltre.

Anche se…

Oh, wait!

Tre storie la settimana si potrebbero quasi considerare fattibili…

Solo prime stesure…

Se mi ci mettessi di buzzo buono…

Se…

Se…

Se…

E no, perbacco. Nemmeno per idea.

Ok, lo faccio.

Ed eccomi qui. Oggi è il quarto giorno e ho finito la prima stesura della mia quarta storia. Piccole storie, tra le 500 e le 750 parole – ma d’altra parte è proprio quello di cui ho bisogno*. Pratica. Disciplina. Costanza. Perseveranza. Non-procrastinazione.

E naturalmente, proprio il giorno prima che la sfida iniziasse, si è riaperta una questione che avevo quasi data per defunta, e invece è viva, vivissima, e promettentissima, e assai impegnativa… vi farò sapere – per il momento vi dico solo che c’è anche quella, e darà parecchio da fare. Contemporaneamente a Story a Day, naturalmente, perché è così che vanno le cose a questo mondo, giusto? Non prima, non dopo: tutto adesso.

Il che spiega perché, come vi dicevo all’inizio, sono di corsa.

Ah well, tant’è. Sono in ballo – e adesso si balla, che diamine!

E se qualcuno avesse voglia di raccogliere il guanto e aderire alla sfida… perché no? C’è la sfida in sé, ci sono i prompt quotidiani escogitati da seri autori… Avanti, buttatevi: trovate tutto qui.

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* Ma voi potete scrivere altro. Racconti di qualsiasi dimensione, capitoli, scene, poesie… Le regole sono davvero fluide – finché non le avete stabilite.

scrittura · teorie · tradizioni

Prima che si chiuda il sipario…

E questa volta non inizierò il post con una stupefatta constatazione su come – oh dear! – sia già la fine di dicembre, di come gennaio sia già dietro l’angolo… no, stavolta non lo farò affatto.

Inizierò invece osservando come, d’abitudine, qui su SEdS si facciano bilanci e consuntivi alla fine di novembre, perché con novembre d’abitudine finisce il mio Writing Year. Dicembre è per le carole, il pudding, il piccolo artigianato natalizio, gli ospiti e la generale frenesia festiva… d’abitudine.

D’abitudine – ma non quest’anno.

Quest’anno si è scritto anche a dicembre: la dodicesima storia, cose per il teatro, altre faccende piuttosto promettenti, di cui spero potremo parlare presto… non che si sia scritto tutti i giorni – anzi: il mio calendario di scrittura ha tanti buchi che sembra colonizzato dalle talpe. Però si è scritto un po’, ed è più di quanto abbia scritto in dicembre da non so quanti anni a questa parte. Mi è piaciuto scrivere in dicembre? Ni… Non ho mai obiezioni a scrivere un po’ di più, sia chiaro – ma farlo in questa maniera “quando si può” mi mette un nonnulla d’ansia. O meglio: l’ansia non me la mette affatto scrivere “quando si può”: è non scrivere quando non si può che mi getta in qualche genere di sconforto… All else apart, avevo deciso di infilare in dicembre un ulteriore piccolo adattamento – e non l’ho fatto. Non ho nemmeno iniziato, nemmeno creato il file all’uopo in Scrivener. E badate, era una decisione del tutto irragionevole: non so come potessi pensare di farcela… A un certo punto è stato irrevocabilmente chiaro che non ci sarei mai riuscita e ho accantonato l’idea – il che è stato un anno di buon senso, ma non la più piacevole delle cose. Quindi non so dire come andrà l’anno prossimo – ma di certo, se mi deciderò per un altro Writing December, le cose andranno programmate meglio.

Per il resto… non posso nemmeno fare i conti con i buoni propositi di quest’anno – perché ai primi di gennaio ero talmente influenzata che non li ho nemmeno fatti. Si direbbe che per il 19 abbia navigato a vista.

A meno che non consideriamo un buon proposito le dodici storie – e allora ci siamo, perché le ho scritte. Tutte e dodici. Qualcuna meglio, qualcuna peggio – ma ci sono.

E non solo le storie, perché ho scritto con una certa intensità, quest’anno. La mia prima sceneggiatura cinematografica feature-length, che alla fine dei giochi è troppo, troppo, troppo lunga. Dovrò sfrondarla, o cambiare prospettiva in qualche modo, o trovare la maniera di ridurla a dimensioni accettabili. Ecco un’altra cosa da fare per il ’20.  E poi tre traduzioni/adattamenti – di varie dimensioni, di vari argomenti, da varie lingue – tutti destinati ad andare in scena nell’anno nuovo. Ne parleremo di volta in volta.

E poi c’è quest’altra cosa… non posso ancora scendere in dettagli – o a dire il vero non so se posso, ma diciamo che ancora non voglio… anche di questo parleremo ma, per farla breve, ho cominciato a mandare Là Fuori il mio romanzo, e ci sono stati sviluppi di natura inaspettata, e la cosa ha condotto a scrivere parecchio, e chi può dire che cosa abbia in serbo il fato capriccioso? Ecco – so che non è spettacolarmente chiaro – ma per ora mi fermo qui.

E non è come se potessi lamentarmi nemmeno del lato teatrale delle cose: una serie di commissioni andate a buon fine, la mia prima piccola regia autonoma in Campogalliani con Caramelle per la Piccina, il felice e richiestissimo ritorno sulle scene di Canto di Natale…

Un buon anno, nel complesso.

Se proprio volessi lamentarmi di qualcosa, potrei mormorare che sono uscita poco dalla mia zona di sicurezza. A meno di voler considerare escursioni i diversi racconti di ambientazione contemporanea nella mia dozzina di storie… so che non sembra – ma per me scrivere robe contemporanee è davvero poco confortevole. Nondimeno l’ho fatto, e più di una volta – e quindi, tecnicamente… ma non mi pare che basti. Bisogna far di meglio, non vi pare?

Otherwise, un buon anno, nel complesso. E voi, o Lettori? Soddisfatti del vostro Diciannove?

Adesso c’è questo Venti pronto da spacchettare… Anno nuovo, decade nuova. Ah well. Rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare!

 

scribblemania · scrittura

Dicembre, andiamo…

NovDecAvete visto? Non so dalle vostre parti, ma qui è il 30 di novembre.

Domani inizia dicembre*, il tempo delle carole, della caccia ai regali e del piccolo artigianato natalizio. Domani si fa il pudding… well, anche dopodomani si fa il pudding, perché ci vuole più di un giorno – ma dopodomani sarà il 2 di dicembre**, e quindi non ci sarà più bisogno di constatare quel che si constata fra oggi e domani: in dicembre non si scrive.

O almeno, io non scrivo – a meno che non germogli qualche idea per un racconto natalizio o per un minuscolissimo play del genere che prevede agrifogli nella scenografia***… Ma a parte questo, in genere, tutto il resto viene accantonato fino a gennaio. Si può dire che il mio writing year duri undici mesi? Si può, eccome. È una buona idea in assoluto? Probabilmente no – ma tant’è.

writer-vintage-woman-line-drawing-sm-flippedEd è per questo che, da qualche anno in qua, uso novembre – il mese che Oltretinozza è il National Novel Writing Month – per portare a compimento qualcosa che mi è rimasto indietro nei programmi per l’anno declinante. Una scadenza artificiale, artificialissima – ma che bisogna dire? Funziona. Funziona in un modo che è del pari soddisfacente e frustrante – perché da un lato tende a risultare in stesure finite; dall’altro, se posso farlo a novembre, perché non posso farlo il resto dell’anno?

Anche se, va detto, quest’anno non mi posso lamentare come mi lamentavo in anni passati. Tutto sommato, quest’anno ho terminato definitivamente il romanzo e l’ho portato in Scozia; ho tradotto, adattato e visto andare in scena Canto di Natale; idem dicasi per Puck delle Colline; ho scritto tre racconti – uno dei quali ha vinto un premio…  e poi c’è questa faccenda che, se tutto va bene, finirò oggi: la seconda stesura di un play che sto scrivendo di mia iniziativa. Nel senso che non ne ho parlato con nessun regista o attore: l’ho scritto e basta, e poi lo proporrò. Ne esisteva già una prima stesura – completata, ironia della sorte, il novembre scorso. Dopodiché… well, diciamo che un play senza destinazione precisa è come un trenino locale: deve cedere il passo a tutto il resto. Però mi piangeva il cuore ad averlo lì, abbozzato, incompleto e non del tutto soddisfacente… hence, novembre. NovNov

Solo che poi ho perso tempo, ho fatto altro, ho procrastinato… e quando mi sono seduta con il taccuino per fare un ruolino di marcia, metà del mese se n’era già andata in tutt’altre faccende e vago senso di colpa – e io ero ferma all’Atto Primo, Scena Prima. E ci sono rimasta per un bel po’, riempiendo quotidianamente il ruolino di amare constatazioni del genere “Disastro”, “Questa scena non vuole scriversi” e “Non farò mai in tempo.”

Poi, come accade, la scena ha preso una forma ragionevole, e le altre in seguito hanno avuto la grazia di creare meno problemi, e – se tutto va bene – entro questa sera dovrei poter chiudere il sipario sul play. Non che sia pronto per il palcoscenico, sia chiaro: solo una stesura da presentarsi a qualche regista e, all’occasione, da mettere in workshop.

E poi… poi basta. Domani è dicembre. Pudding. Decorazioni. Carole. Biscotti alle spezie. E tutto quanto. Se ne riparla a gennaio.

E voi, o Lettori? Voi scrivete in dicembre? Avete scritto in novembre?

 

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* Chi l’avrebbe mai detto, eh?

** Really, Clarina – la tua abilità nel mettere le date in fila è straordinaria…

*** Oh dear. L’ho detto – e… è un salmone quello che vedo davanti a me?

scribblemania

Atto Primo, Scena Prima

jo-writing-norman-rockwellBigia mattina autunnale. La Clarina siede a gambe incrociate sul divano di pelle più comodo che mano umana abbia mai cucito, con The Beastie* in grembo e La Meraviglia Soriana acciambellata accanto. Sembrerebbe la condizione ideale per scrivere, nevvero? E invece la Clarina non scrive affatto e fissa ferocemente lo schermo (che non è bianco in senso stretto) e borbotta tra sé. Fuori scena odesi il cloppete-cloppete-clop di Novembre che passa al galoppo.

La Clarina (borbotta) – Atto Primo, Scena Prima… Atto Primo, Scena Prima… Atto Primo, Scena Prima…

La Meraviglia Soriana – Mrgnao?

C – Atto Primo, Scena Prima…

Lo Spirito di Monsieur D – E se tu, o Donna, ti schiodassi di lì?

C – Hmf… Atto Primo–

D – Ho detto: e se tu, o Donna, ti schiodassi di lì?

C – Ho sentito benissimo – e mugugnato in risposta per significare che non si può.

D (ariosamente) – Oh, non si può! Tchah!

Act 1C – Non si può. Quel che avviene nelle scene successive dipende molto da quel che avviene in questa, sì?

D – Immagino di sì.

C – E allora come faccio a occuparmi delle scene successive senza aver martellato questa in una forma ragionevolmente definitiva?

D – Ah, non so – ma d’altra parte non mi pare che tu stia martellando alcunché in alcuna forma… Sbaglio?

C (geme) – Nnnnno…

Lo Spirito di M. – Forse, se–

D (come se il poveretto non avesse aperto bocca) – E perciò – anzi, hence, come dici tu, visto che devo essere circondato da anglofili – lo dico ancora: passa oltre, passa oltre!

C – Oh dear…

M – E se tu provassi a fare una lista di–

D – Oh, smettila, Scudiero! Una lista… mica deve fare la spesa dal droghiere! Una lista… tchah!

C – Disse l’uomo che le liste se le faceva fare da qualcun altro.

D – Che vuol dire? Non sottilizziamo.

reviseC – E comunque ho già una struttura della scena in forma di cartoncini sulla lavagnetta di sughero. Ecco.

D – E comunque fissare fissare la lavagna di sughero è esattamente come fissare la pagina bianca e mugugnare: tanto deleterio quanto improduttivo. Fai qualcosa, parbleu!

C – Ma davvero, non posso passare oltre, non finché… E poi non… E quel che è peggio… Oh, Spiriti, oh Meraviglia Soriana – è un disastro! Oggi è il 24 e sono ferma all’Atto Primo, Scena Prima: non finirò mai la seconda stesura entro la fine del mese! Disastro, sciagura, rovina!

MS – Meow!

M – Ventitré–

D – Buono, Scudiero. Lascia che si abbandoni al melodramma. Il melodramma è salutare.

M – Sì, ma ha detto che è il ventiquattro, e invece oggi è solo il ventitré–

D – Dettagli, dettagli! (Alla Clarina) – E tu, fai qualcosa! Vai a camminare su una scogliera, aggrappati a una tenda, contempla cupamente l’abisso…

CoutureC – Hm… E se invece cercassi il nome di una sarta parigina di grido e il colore di moda per gli abiti da ballo nel 1849?

M – Quello potrei–

D – Più sicuro delle scogliere, immagino.

M – Sì, dico: quello forse potrei scoprirlo io, perché–

D – Oh, l’uomo dei dettagli! No, lascialo fare a lei, Scudiero – sennò torna a mugugnare.

C – Ecco. Giusto. Appunto. Non andreste via tutti, per favore? Tranne la Meraviglia Soriana. Grazie.

D – Ah ça, alors…

M – Ah, sì. Giusto. Scusa. Scusa. Era solo… Vado. Vado–

D – Scudiero! L’on décampe, eh?

Lo Spirito di Monsieur D. sparisce in una nuvoletta rosea e vagamente offesa, mentre quello di Monsieur M. si eclissa mestamente tra le quinte. La Clarina sospira, scuote il capino, apre il motore di ricerca e si mette a caccia di dettagli modaioli e parigini di metà Ottocento.

C – Allora… Cou-tu-rière… Parisienne… 1849…

MS – Mrgnao.

Odesi fuori scena Novembre che galoppa, galoppa, galoppa.

Sipario.

 

 

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* Vi rassicurerà sapere che The Beastie è il portatile piccino picciò della Clarina, non il Mostro di Lochness.