scribblemania · scrittura

Dicembre, andiamo…

NovDecAvete visto? Non so dalle vostre parti, ma qui è il 30 di novembre.

Domani inizia dicembre*, il tempo delle carole, della caccia ai regali e del piccolo artigianato natalizio. Domani si fa il pudding… well, anche dopodomani si fa il pudding, perché ci vuole più di un giorno – ma dopodomani sarà il 2 di dicembre**, e quindi non ci sarà più bisogno di constatare quel che si constata fra oggi e domani: in dicembre non si scrive.

O almeno, io non scrivo – a meno che non germogli qualche idea per un racconto natalizio o per un minuscolissimo play del genere che prevede agrifogli nella scenografia***… Ma a parte questo, in genere, tutto il resto viene accantonato fino a gennaio. Si può dire che il mio writing year duri undici mesi? Si può, eccome. È una buona idea in assoluto? Probabilmente no – ma tant’è.

writer-vintage-woman-line-drawing-sm-flippedEd è per questo che, da qualche anno in qua, uso novembre – il mese che Oltretinozza è il National Novel Writing Month – per portare a compimento qualcosa che mi è rimasto indietro nei programmi per l’anno declinante. Una scadenza artificiale, artificialissima – ma che bisogna dire? Funziona. Funziona in un modo che è del pari soddisfacente e frustrante – perché da un lato tende a risultare in stesure finite; dall’altro, se posso farlo a novembre, perché non posso farlo il resto dell’anno?

Anche se, va detto, quest’anno non mi posso lamentare come mi lamentavo in anni passati. Tutto sommato, quest’anno ho terminato definitivamente il romanzo e l’ho portato in Scozia; ho tradotto, adattato e visto andare in scena Canto di Natale; idem dicasi per Puck delle Colline; ho scritto tre racconti – uno dei quali ha vinto un premio…  e poi c’è questa faccenda che, se tutto va bene, finirò oggi: la seconda stesura di un play che sto scrivendo di mia iniziativa. Nel senso che non ne ho parlato con nessun regista o attore: l’ho scritto e basta, e poi lo proporrò. Ne esisteva già una prima stesura – completata, ironia della sorte, il novembre scorso. Dopodiché… well, diciamo che un play senza destinazione precisa è come un trenino locale: deve cedere il passo a tutto il resto. Però mi piangeva il cuore ad averlo lì, abbozzato, incompleto e non del tutto soddisfacente… hence, novembre. NovNov

Solo che poi ho perso tempo, ho fatto altro, ho procrastinato… e quando mi sono seduta con il taccuino per fare un ruolino di marcia, metà del mese se n’era già andata in tutt’altre faccende e vago senso di colpa – e io ero ferma all’Atto Primo, Scena Prima. E ci sono rimasta per un bel po’, riempiendo quotidianamente il ruolino di amare constatazioni del genere “Disastro”, “Questa scena non vuole scriversi” e “Non farò mai in tempo.”

Poi, come accade, la scena ha preso una forma ragionevole, e le altre in seguito hanno avuto la grazia di creare meno problemi, e – se tutto va bene – entro questa sera dovrei poter chiudere il sipario sul play. Non che sia pronto per il palcoscenico, sia chiaro: solo una stesura da presentarsi a qualche regista e, all’occasione, da mettere in workshop.

E poi… poi basta. Domani è dicembre. Pudding. Decorazioni. Carole. Biscotti alle spezie. E tutto quanto. Se ne riparla a gennaio.

E voi, o Lettori? Voi scrivete in dicembre? Avete scritto in novembre?

 

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* Chi l’avrebbe mai detto, eh?

** Really, Clarina – la tua abilità nel mettere le date in fila è straordinaria…

*** Oh dear. L’ho detto – e… è un salmone quello che vedo davanti a me?

scribblemania

Atto Primo, Scena Prima

jo-writing-norman-rockwellBigia mattina autunnale. La Clarina siede a gambe incrociate sul divano di pelle più comodo che mano umana abbia mai cucito, con The Beastie* in grembo e La Meraviglia Soriana acciambellata accanto. Sembrerebbe la condizione ideale per scrivere, nevvero? E invece la Clarina non scrive affatto e fissa ferocemente lo schermo (che non è bianco in senso stretto) e borbotta tra sé. Fuori scena odesi il cloppete-cloppete-clop di Novembre che passa al galoppo.

La Clarina (borbotta) – Atto Primo, Scena Prima… Atto Primo, Scena Prima… Atto Primo, Scena Prima…

La Meraviglia Soriana – Mrgnao?

C – Atto Primo, Scena Prima…

Lo Spirito di Monsieur D – E se tu, o Donna, ti schiodassi di lì?

C – Hmf… Atto Primo–

D – Ho detto: e se tu, o Donna, ti schiodassi di lì?

C – Ho sentito benissimo – e mugugnato in risposta per significare che non si può.

D (ariosamente) – Oh, non si può! Tchah!

Act 1C – Non si può. Quel che avviene nelle scene successive dipende molto da quel che avviene in questa, sì?

D – Immagino di sì.

C – E allora come faccio a occuparmi delle scene successive senza aver martellato questa in una forma ragionevolmente definitiva?

D – Ah, non so – ma d’altra parte non mi pare che tu stia martellando alcunché in alcuna forma… Sbaglio?

C (geme) – Nnnnno…

Lo Spirito di M. – Forse, se–

D (come se il poveretto non avesse aperto bocca) – E perciò – anzi, hence, come dici tu, visto che devo essere circondato da anglofili – lo dico ancora: passa oltre, passa oltre!

C – Oh dear…

M – E se tu provassi a fare una lista di–

D – Oh, smettila, Scudiero! Una lista… mica deve fare la spesa dal droghiere! Una lista… tchah!

C – Disse l’uomo che le liste se le faceva fare da qualcun altro.

D – Che vuol dire? Non sottilizziamo.

reviseC – E comunque ho già una struttura della scena in forma di cartoncini sulla lavagnetta di sughero. Ecco.

D – E comunque fissare fissare la lavagna di sughero è esattamente come fissare la pagina bianca e mugugnare: tanto deleterio quanto improduttivo. Fai qualcosa, parbleu!

C – Ma davvero, non posso passare oltre, non finché… E poi non… E quel che è peggio… Oh, Spiriti, oh Meraviglia Soriana – è un disastro! Oggi è il 24 e sono ferma all’Atto Primo, Scena Prima: non finirò mai la seconda stesura entro la fine del mese! Disastro, sciagura, rovina!

MS – Meow!

M – Ventitré–

D – Buono, Scudiero. Lascia che si abbandoni al melodramma. Il melodramma è salutare.

M – Sì, ma ha detto che è il ventiquattro, e invece oggi è solo il ventitré–

D – Dettagli, dettagli! (Alla Clarina) – E tu, fai qualcosa! Vai a camminare su una scogliera, aggrappati a una tenda, contempla cupamente l’abisso…

CoutureC – Hm… E se invece cercassi il nome di una sarta parigina di grido e il colore di moda per gli abiti da ballo nel 1849?

M – Quello potrei–

D – Più sicuro delle scogliere, immagino.

M – Sì, dico: quello forse potrei scoprirlo io, perché–

D – Oh, l’uomo dei dettagli! No, lascialo fare a lei, Scudiero – sennò torna a mugugnare.

C – Ecco. Giusto. Appunto. Non andreste via tutti, per favore? Tranne la Meraviglia Soriana. Grazie.

D – Ah ça, alors…

M – Ah, sì. Giusto. Scusa. Scusa. Era solo… Vado. Vado–

D – Scudiero! L’on décampe, eh?

Lo Spirito di Monsieur D. sparisce in una nuvoletta rosea e vagamente offesa, mentre quello di Monsieur M. si eclissa mestamente tra le quinte. La Clarina sospira, scuote il capino, apre il motore di ricerca e si mette a caccia di dettagli modaioli e parigini di metà Ottocento.

C – Allora… Cou-tu-rière… Parisienne… 1849…

MS – Mrgnao.

Odesi fuori scena Novembre che galoppa, galoppa, galoppa.

Sipario.

 

 

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* Vi rassicurerà sapere che The Beastie è il portatile piccino picciò della Clarina, non il Mostro di Lochness.

grillopensante

Sul Linguaggio dei Formaggi Altrui

FromageBleuAllora, riproviamo…

Il post che il Blogo Mannaro mi ha trangugiato l’altro giorno iniziava facendo riferimento a quest’altro post – e in particolare a questo commento di B.

Pensa a come i nostri dirimpettai d’oltralpe abbiano nobilitato il volgarissimo termine di ”formaggio verde” con il ben più armonico ”fromage bleu”.
Decisamente più invitante…

E io ammettevo il carattere tutto sommato più casalingo di “formaggio verde”, e la complessiva durezza del suono – un suono quasi marziale, a ben pensarci… fin troppo marziale per un formaggio? Certo, in confronto, le soffici sillabe transalpine, fromage bleu, si sciolgono in bocca – per rapprendersi di nuovo alquanto se le traduciamo in Inglese: blue cheese. O almeno così funziona per me, sulla base del suono – perché poi, se andiamo a considerare i colori, non posso davvero dire che il verde mi evochi muffe peggiori o più repellenti del blu. Però magari per B. è proprio così, e le venature blu non le fanno affatto la stessa impressione bruttina delle erborinature verdi? E che impressione avrebbe fatto le fromage bleu al piccolo A., che aborriva il formaggio verde ma adorava il gorgonzola?

LanguagePerché il punto, alla fin fine, è il fascino dello strato connotativo del linguaggio – quella rete fittissima di associazioni, iridescenze, echi, implicazioni e riverberi,  che ogni frase, ogni parola, ogni sillaba e ogni suono si portano dietro, attraverso cui si percepisce, filtra e utilizza il linguaggio. Ciascuno di noi possiede ed elabora costantemente una rete del genere – che in parte si sovrappone a quella altrui: l’ambiente a cui apparteniamo, il lavoro che facciamo, i libri che leggiamo, le lingue che parliamo, lo sport che pratichiamo contribuiscono a crearla, in modi che condividiamo con gente della stessa nazionalità, della stessa cultura, della stessa provenienza, che fa lo stesso lavoro, legge gli stessi libri, parla le stesse lingue – in un’infinita varietà di combinazioni individuali e più o meno generali. E a tutto questo va aggiunto il diverso grado di sinestesia (associazione di percezioni sensoriali diverse) che funziona per ciascun individuo…

Fascinating stuff – interessante da esplorare, prezioso per caratterizzare un personaggio o costruire una voce narrante, del pari favoloso e frustrante nel tradurre. Ah, le meraviglie del linguaggio! E dove si finisce per arrivare, partendo da un pezzetto di formaggio, non trovate?

 

scribblemania · Utter Serendipity

Ventisette Dischetti di Carta

DischettiIl mondo essendo quello che è, ho ritrovato in un cassetto ventisei dischetti di carta bianca – well, ventisette, in realtà – e non tutti sono dischetti perfetti. Avranno un paio di centimetri di diametro e, quando dico di carta bianca, intendo precisamente il colore, e non che siano blank. Perché il fatto è che su ciascuno c’è un’annotazione in blu o in arancione. Minuscole annotazioni in Inglese – qualcuna un nonnulla criptica, qualcuna meno.

A ripensarci, mi è venuto in mente che cosa siano: li avevo usati, un certo numero di anni fa, per mettere in ordine i pezzi di un play di ambientazione elisabettiana (ha!) – o almeno un atto del play in questione, credo. A un certo punto, esasperata dalle contorsioni serpentine della progressione logica, avevo annotato i punti salienti su altrettanti dischetti e mi ero seduta sul pavimento a cercare di dar forma alla cosa.

Con qualche successo, evidentemente: il play vive finito nel mio hard disk e non ne sono del tutto insoddisfatta – e, se non ha ancora trovato casa, ha ricevuto però un certo numero di commenti lusinghieri e incoraggianti.

But never mind. Il punto sono i dischetti. I dischetti di cui avevo dimenticato l’esistenza – e che, se qualcuno me ne avesse chiesto, avrei giurato di aver buttato via. Invece ecco che riemergono, con le loro annotazioncine blu e arancio… Un pochino criptiche, vi dicevo: tanto che, a guardarle così e a non avere riletto il play da tempo, potrebbero essere qualcosa d’altro interamente.

Potrebbero essere… prompts.

Dischetti2Mi sono accorta che, da soli o in compagnia, una volta staccati dallo scopo per cui erano nati, suggeriscono delle storie. E diciamo la verità: c’è qualcosa di meglio che potrebbero fare? Voglio dire, guardate la figura qui di fianco. Sono tre dischetti a caso, tradotti e riprodotti. Non vi suggeriscono storie? O quello da solo in cima al post: domare comete? Eh…

Persino il ventisettesimo dischetto, quello debateable – perché dice solo DCL? No! Francamente, a questo punto, non ho proprio idea di che diamine volesse dire DCL – e perché No!… Dammi Cento Lire? Devi Correre Lontano? Due Corsieri Lusitani? Dama Con Leopardo? Donald Certainly Lying? Sono ragionevolmente certa che non significasse nulla di tutto ciò – ma, di nuovo, ciascuna possibilità suggerisce almeno un pezzetto di storia, non vi pare? Dischetti3

Quindi sì: sono molto soddisfatta del mio ritrovamento, e pienamente intenzionata a farne uso. Li metterò in una scatoletta acconcia, e magari ne aggiungerò altri. Magari andrò a caccia di vecchie annotazioni criptiche, frammenti luccicanti e accostamenti inaspettati da trascrivere sui dischetti, e poi li terrò pronti per il bisogno. Come prompts per il freewriting, come gomitate nei momenti di fiacca, come scintille in scatola, come storie potenziali…

Non si sa mai quando si potrà avere bisogno di un dischetto, giusto?

considerazioni sparse · libri, libri e libri · scrittura

Di Zelo e di Passione

SchoolgirlE. pare aver trovato da divertirsi con il mio post a proposito di emozioni.

Il divertimento viene da anni di precedenti – in privato e in pubblico – a proposito della mia… anemozionalità narrativa? Sì, immagino che sia una definizione passabile: una certa qualità freddina della mia scrittura, una tendenza a far sobbalzare la gente sostenendo che scrivere non è questione di aprirsi le coronarie e versarne il contenuto sulla carta…

“Hai una mentalità da non-fiction,” dice E. “Anche quando scrivi narrativa.”

“Ah, ma in realtà io credo che un eccessio di emozione&passione sia deleterio anche in fatto di non-fiction,” ho detto io. “Ci farò un post.” E questo è il post. E abbia pazienza, E. – ma dobbiamo prenderla da lontano.

Allora, avevo dodici anni e il tema era “Un posto che ami particolarmente”. Oh letizia, oh contento! Avendo appena avuto il permesso di usare come studio una stanza vuota a casa di mia nonna – e di sistemarla come volevo – non mi pareva vero di poter scrivere un po’ in proposito. Mi dilungai per una quantità invereconda di fogli protocollo, descrivendo amorevolmente ogni libro sugli scaffali, ogni disegno e quadretto che avevo appeso alle pareti, ogni ninnolo su ogni mobile… Non avete idea di quanto ci rimasi male quando questo labour of love mi fruttò il voto più basso che avessi mai preso in un tema.

Fu il mio primo scontro con il fatto che troppo coinvolgimento nuoce gravemente alla salute della scrittura…school-book-swscan07510-copy-2

L’anno successivo, all’esame di terza media, tutti gli insegnanti si aspettavano da me un peana sulla Cavalleria Rusticana in playback in cui avevo interpretato Santuzza con un trasporto degno di miglior causa, e invece scelsi il tema sul significato delle Olimpiadi. Tutto si poteva dire di me, ma non che non imparassi dai miei errori: a un quarto di secolo di distanza, ricordo precisamente la Clarina tredicenne che vorrebbe proprio tanto scrivere dell’opera, ma decide di non giocarsi il tema d’esame per eccesso di passione.

Qualcuno a questo punto sghignazzerà concludendo che, a un quarto di secolo di distanza, con quella che qualcuno definisce la mia scrittura un tantino asettica, sto ancora pagando lo scotto di quel trauma infantile. Sghignazzi pure, questa gente, ma mi lasci illustrare ulteriormente il mio argomento.

Nel corso degli anni mi è capitato, per varie ragioni, di riprendere in mano due letture ginnasiali: i Promessi Sposi, che mi avevano lasciata indifferente, e l’Eneide che avevo proprio detestato. In entrambi i casi ho rivisto il mio giudizio, adorando Manzoni (mostly) e rivalutando – seppur con minore entusiasmo – Virgilio. E sì, bisogna considerare i vent’anni intercorsi e la mia mutata prospettiva, ma in entrambi i casi la mia giovanile insofferenza si può attribuire in parte ai commentatori troppo… appassionati.

eneide.jpgRenato Bacchielli, aulico traduttore in endecasillabi dell’Eneide, con le sue infinite effusioni liriche sull’elevatissimo carattere morale di Enea, sulla nobiltà del sacrificio di tante giovani vite e sulla luminosa sensibilità precristiana* di Virgilio, era un tantino insopportabile. Da adulta riconosco la sua passione per il poema e il fallimento dei suoi eroici sforzi di obiettività e li trovo solo un po’ irritanti. A quattordici anni detestavo di cuore, e probabilmente detesterei ancora se nel frattempo non avessi sperimentato di persona quel genere di ossessione.promessi%20sposi.jpg

Leone Gessi, poi, bellicoso e condiscendente insieme, con la lancia sempre in resta contro ogni pur timida critica nei confronti del Manzoni, è il tipo di commentatore che provoca travasi di bile. Come il re d’Inghilterra, Don Lisander can do no wrong agli occhi del buon Leone, che diventa specialmente acido con quei critici che si sognino d’ipotizzare un qualche eccesso di angelicità&soavità in Lucia o un filo di soverchia pietà religiosa. Considerando che Lucia Pefettissima Mondella e le dosi da cavallo di Provvidenza&Carità sono i due singoli aspetti dei PS che proprio non digerisco**, ancora oggi Leone Gessi riesce ad inquinare il mio apprezzamento del romanzo. Vedo bene (come non vedevo a quindici anni) che a trascinarlo sono lo zelo cristiano e la passione letteraria in parti uguali, ma ciò non mi rende più simpatico lui e a tratti, cosa più grave, rischia di mandarmi di traverso i PS.

In entrambi i casi, non posso fare a meno di pensare che un pizzico di distacco in più, un filo di emozione&passione in meno e qualche parvenza di obiettività avrebbero permesso alla giovanissima Clarina di farsi un’idea personale senza sollevare il suo spirito di contraddizione. E non importa che scrivere sia scrivere e commentare sia commentare. Sometimes less is more è un adagio molto, molto saggio in più di un senso.

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* His words, not mine.

** Merita menzione anche la conversione dell’Innominato, ma consideriamola compresa nel capitolo Provvidenza&Carità.

angurie · Genius Loci · scribblemania

Lo Spirito dei Luoghi

Sentite, è la settimana di Ferragosto, ci sentiamo tutti pigri – o almeno, io mi ci sentirei, ma le cose sono messe in un modo tale che non riesco nemmeno a prendermi la mia settimana di lettura…

E allora vi propongo di giocare. Un altro prompt da quel sito che vi dicevo:

PromptCities

E in realtà non penso affatto che Londra sia un monello adolescente – e, semmai, avrei detto che Parigi fosse più femminile di Roma – ma mi torna in mente un libro di Diana Wynne Jones che ho letto secoli orsono, la cui protagonista incontrava gli spiriti dei posti – tra l’altro Londra e Old Sarum… Era un passaggio singolarmente suggestivo, e all’epoca mi divertivo a immaginare gli spiriti dei posti in cui andavo. Il che può essere la stessa cosa che richiede il prompt qui sopra – oppure qualcosa di sottilmente diverso…

Che ne dite, o Lettori? Identità? Lo spirito dei luoghi? E, checché prescriva il post, non sentitevi limitati alla vostra città.

scribblemania

La Storia Riluttante

deadlinewrtOggi sono un nonnulla di fretta…

C’è una scadenza che incombe, e mi sono ridotta più all’ultimo minuto del solito. Avevo il bando fin dalla fine di marzo, e il termine scade il 20 – quindi diciamo la verità: è stato più o meno criminale mettermi a scrivere sul serio venerdì e finire la prima stesura dieci minuti fa.

Conosco gente che architetta, imbastisce & tira a lucido ottime storie in una manciatella d’ore con elegante nonchalance – ma non appartengo alla categoria. E sia ben chiaro: non appartengo nemmeno alle solenni coorti di Coloro Che Aspettano La Musa – dininguardi! Di regola, sono in grado di mettere insieme una storia secondo necessità e con una ragionevole quantità di strologamenti – e per di più ho taccuini interi di idee che vogliono essere scritte.

Ma questa volta… no.

procrastination-cloudsQuesta volta ho cominciato mesi fa con l’impressione di avere solo l’imbarazzo della scelta; poi ho deciso per l’ennesima faccenda elisabettiana – e dapprincipio mi sembrava anche promettente. Ci ho lavorato un po’, ho letto, pianificato, iniziato ad abbozzare – e mi sono accorta che, più ci lavoravo, meno mi convinceva. Oh well, mi sono detta, che sarà mai? C’è tutto il tempo… Il che era ancora del tutto vero alla fine di maggio, e non mi sono preoccupata nemmeno un po’.

Solo che dopo maggio è venuto giugno, e dopo giugno è iniziato luglio,  ed è diventato spaventosamente chiaro che non era uno dei casi consueti di procrastinazione tattica: non solo seguitavo a non scrivere – ma, ogni volta che provavo a mettermici sul serio (e succedeva spesso), era come se mi si aprisse un airbag tra le meningi, occupando a vuoto tutto lo spazio generalmente riservato all’elucubrazione di storie.

Frustrante e terrificante in parti uguali.

WritingE intanto i giorni passavano… finché la settimana scorsa, su consiglio di gente più saggia e più produttiva di me (namely Davide Mana, over at Karavansara), ho preso una giornata intera da dedicare al problema. Poi interissima non è stata – ma una certo numero di ore di solitudine, concentrazione, tazze di tè, freewriting e strologamenti per iscritto hanno portato a un’idea tanto bellina quanto praticabile. O meglio: a sviluppi tanto bellini quanto praticabili di un’idea che fino a quel momento era rimasta a poltrire pigramente.

Dopodiché, per qualche insondabile motivo, mi sono sentita a posto con la coscienza, e sono rimasta a contemplare la mia idea bellina&praticabile come se fosse un problema risolto… Finché venerdì mi sono svegliata di botto e ho cominciato a scrivere a singulti e strattoni, tra una visita dal veterinario e un servizio di maschera a Palazzo d’Arco, tra l’arrivo di un’opsite e il falegname da seguire…

E sì, dieci minuti fa ho concluso la prima stesura. È leggermente troppo lunga, e ho una lista di modifiche e necessità varie lunga una pagina, e c’è ancora parecchio da fare prima di venerdì – ma insomma, la prima stesura è presente all’appello, ed è già qualcosa.

Adesso sarà bene che torni al lavoro, però. Vi farò sapere.

grillopensante · memories

Apprendistato

GrandmammaandJaneQuando si considera per bene tutto, è chiaro che a fare di me una scrittrice è stata, in primissimo luogo, mia nonna.

Mia nonna che, quando ero piccola piccola, non mi raccontava mai due volte una favola nello stesso modo: aggiungeva e modificava e ambientava nel nostro giardino, e nei boschi di pioppi lungo il fiume – e m’invitava a fare altrettanto.

Mia nonna che, all’epoca in cui cominciavo a voler fare “la commediografa”, alle matinées domenicali al Teatrino D’Arco, mi sussurrava che, un giorno, avrebbero rappresentato i miei lavori su quel palcoscenico.

Mia nonna che si divertiva a immaginare espressioni bizzarre ed errori di stampa messi in pratica alla lettera.

GrandmotherMia nonna che, in vacanza in montagna o al lago, ricamava storie sulle persone che incrociavamo. In albergo o sedute a un tavolino di caffé per l’aperitivo, in fila per la funivia o in platea prima che iniziasse un concerto, si guardava attorno senza parere, individuava un soggetto e poi… Questi qui vicino alla fioriera. Guarda com’è imbronciata la signora: cosa mai avrà combinato il marito? Oppure la famigliola straniera qui davanti: perché sono venuti in vacanza in Italia? O com’è che il signore con il cane bianco è sempre da solo e non scambia mai una parola con nessuno? Ed eravamo capaci di passare ore a immaginare vite, pensieri, piani, gusti, occupazioni e whatnot per gli sconosciuti che ci capitavano attorno – sulla base di una maglietta, di un’espressione, di un accento, di una postura, di un pezzettino di conversazione…

E allora non lo sapevo, naturalmente, ma era tutto esercizio, tutto apprendistato. Era una mentalità che assorbivo – quella di osservare, interpretare e raccontare. La mia meravigliosa nonna amava leggere e amava le storie in questo modo attivo – anche se non scriveva. Probabilmente è un gran peccato che non lo abbia mai fatto, perché aveva la forma mentis giusta, oltre a vaste quantità di grazia e immaginazione e flair narrativo, e un tocco di senso dell’assurdo… Però, non so quanto intenzionalmente, ha dato l’imprinting alla sua unica nipote – del che, come per infinite altre cose, non le sarò mai abbastanza grata. Di sicuro scrivo per merito suo – ma forse, in un certo senso, scrivo anche un po’ per conto suo?

E voi, o Lettori? Che primo apprendistato avete seguito, sulla via della scrittura, della lettura, della musica, di…?

scrittura · Vitarelle e Rotelle

Sulla Saggezza Dello Stampare

printmachineE quindi sto stampando il romanzo per quella che comincio a sperare sia davvero l’ultima revisione… sì, ormai dovrei proprio togliere dalla barra laterale i contaparole delle prime stesure, perché ormai sono obsoleti anzichenò.

Anyway, grazie a quell’archeologia famigliare di cui vi parlavo – e che è ancora abbondantemente in corso – lo sto stampando sul retro di carta di recupero ritrovata. E ci sono stampe del Palcoscenico di Carta, prime stesure di racconti e di plays – ma anche robe di un’altra vita: prove d’esame di economia politica e una stampa mal riuscita del mio primissimo romanzo, tutto risalente ai miei anni pavesi…

printpaperNell’esame presi 25 allo scritto e non mi azzardai a tentare l’orale – e il protagonista del romanzo era, proprio come in quello in corso, un attore teatrale londinese di nome Ned. Persona diversa, secolo diverso, storia diversa – ma in qualche modo sembra appropriato, non credete?

Detto ciò, sto stampando.

Ho un paio di liste di cose da fare, e una lavagnetta di sughero con una specie di mappa del lavoro – e in teoria potrei fare tutto a schermo. Però… Anni fa seguii un corso chiamato How To Revise Your Novel, tenuto da Holly Lisle. Era un ottimo corso. Non che usi ancora tutto quel che avevo imparato – ma in parte sì, da anni e con soddisfazione. E una delle cose su cui Holly era particolarmente insistente era la necessità di lavorare su una copia a stampa.

Ora, che una copia a stampa sia indispensabile per la correzione delle bozze l’avevo già imparato a mie spese. È impossibile correggere le bozze sullo schermo, perché gli errori di stumpa, i pasticci di formattazione e le pulci di varia natura hanno un’abilità diabolica nello sfuggire quando sono su uno schermo: non c’è altro modo di catturarli che incatenarli su una pagina. È così e basta.

La revisione… well, credevo che la revisione fosse un cavallo di colore diverso – e in parte a volte tento ancora di crederlo – ma in realtà non è così. O almeno, lo è in modi che non fanno nessuna differenza dal punto di vista del dilemma schermo/stampa. PrintHow-to-revise-your-novel-61

Una buona vecchia stampa cartacea è di enorme aiuto nel lavoro preliminare, quando si tratta di cominciare a trasferire dalla teoria alla pratica il contenuto di tutte quelle liste e lavagnette di sughero. Un conto è sapere che devo rendere più individuale la voce del personaggio secondario X; un altro è sperimentare in proposito e trovare il modo giusto per farlo. E non so voi, ma se comincio a correggere sullo schermo, io mi perdo. Sistemo le quattro battute di pagina 45, poi X non ricompare più fino a pagina 128 (perché è davvero secondario) e, mentre rotello avanti e indietro, non ricordo più com’era esattamente la battuta che ho cambiato, e in che modo l’ho cambiata, e poi devo tornare indietro e poi avanti a vedere come ho reso l’accento del Devonshire di X – o se qualcuno ha già commentato in proposito – e poi decido che dopo tutto, se a pag. 128 faccio una certa cosa, è meglio che non ne faccia una simile a pagina 45, anche se poi così simile non era, a ben pensarci, e forse potrei tenere quella di pagina 45, oppure spostarla a pagina 128, sempre che lì non vada a cozzare con quel che dice il narratore, e… e… e…

Rendo l’idea?

PrintRevisionsSu una stampa cartacea il problema da risolvere è sempre lo stesso, ma posso fare annotazioni a matita e appiccicare post-it colorati, e tenermi davanti le due pagine  in questione contemporaneamente (senza doverle accostare, restringere o che altro…) e, quando avrò finito con questo particolare problema, potrò fare le mie correzioni e cambiamenti a schermo senza troppo timore di aver lasciato cadere tra le maglie qualcosa di rilevante.

 

E invece magari voi siete gente di preternaturale organizzazione, memoria visiva ed efficienza, e i problemi di tre paragrafi più sopra non vi fanno un baffo, e non avete il minimo bisogno di stampare alcunché… Buon per voi, in questo caso.

Ma se siete anche solo un pochino come me, è il caso di rassegnarvi. Stampare il malloppo e lavorarci sopra alla vecchia maniera è come leggere tutto quanto ad alta voce: una seccatura e, all’occasione, una noia – ma enormemente utile.

E, se posso azzardare qualche consiglio eminentemente pratico: a) ricordatevi che la cartuccia è esaurita quando non stampa più bene, non quando lo dice la stampante*; b) lavorate, a stampa avvenuta, su un tavolo bello grande; c) tenetevi sempre a portata di mano abbondanti quantità di tè.

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* Dite che è ovvio? Io l’ho scoperto soltanto oggi – e dopo che me lo ha fatto notare un gentilissimo signore che vende cartucce.