Guardate un po’ che cosa ho trovato: il trailer del geniale, emozionante Riccardo III Anni Trenta di Richard Loncraine, con lo strepitoso Ian McKellen…
E quando dico “Anni Trenta” intendo che ci è ambientato. Il film è del 1995.
E buona domenica.
il Blog di Chiara Prezzavento
Guardate un po’ che cosa ho trovato: il trailer del geniale, emozionante Riccardo III Anni Trenta di Richard Loncraine, con lo strepitoso Ian McKellen…
E quando dico “Anni Trenta” intendo che ci è ambientato. Il film è del 1995.
E buona domenica.
Non ho finito.
Per poco – proprio poco – ma non ho finito – e adesso devo interrompere per un paio di giorni, e credevo proprio che avrei finito, e invece no.
Natch.
E così comincia a sembrare che non sia del tutto impossibile finire la prima stesura entro il termine che mi sono fissata.
E comincia a sembrare anche che la prima stesura debba sforare il limite delle 12000 parole, ma diciamo la verità: si sapeva.
Incidentalmente, lasciate che vi dica che, dalla lettura integrale e approfondita dei Sonetti, ci si fa l’idea che Shakespeare, se ‘è alcunché di biografico in questa storia, dovesse essere un rompiscatole di tre cotte. Mi sa tanto che oggidì e la Bruna Signora e il Bel Giovane lo denuncerebbero per stalking…
Ad ogni modo, il sipario è vicino.
Bisogna ammettere – e lo ammetto con particolare gusto perché sono nel bel mezzo di un giro di prove, con tutto ciò che questo comporta – che il teatro è perfetto da romanzare. Col suo sforzo collaborativo, con i suoi edifici vasti e complicati, con il leggendario cattivo carattere dei suoi praticanti, con la sua turbolenta storia sociale, e con il suo carattere generalmente pittoresco, si presta a fare da argomento e da ambientazione – o anche solo da incidente.
Episodi incidentali di teatro si trovano in una varietà di romanzi. Mi vengono in mente la recita di Natale delle sorelle March in Piccole Donne (tutto fatto in casa, dal testo ai costumi), o ancora le pantomime scolastiche in Stalky & Co. e il Goldoni in Compagne di Collegio. Tutti ricordi d’infanzia: Kipling detestava le recite scolastiche, a differenza della Mascagni, e Louisa Alcott giocava “al teatro” con sorelle e cugini La breve carriera teatrale di Nicholas e Smike in Nicholas Nickleby è meno ludica, ma nondimeno basata sulla passione teatrale di Dickens, instancabile attore dilettante. Diverso è il caso di Jane Austen: in Mansfield Park, Fanny* rifiuta di partecipare alla recita organizzata dai suoi cugini – divertimento moralmente deplorevole, e nell’incompiuto romanzo epistolare giovanile The Three Sisters, la richiesta di attrezzare un salone a teatro è presentata come la peggiore stravaganza di una ragazza decisa a sposarsi per denaro.
Poi ci sono romanzi incentrati su arte, vocazione e vita di un attore o un’attrice. La Musa Tragica, di Henry James, con
l’ascesa di Miriam da aspirante di scarso talento a genio delle scene, è in realtà una complicata riflessione su talento, passione, tecnica, arte, ispirazione e vocazione. La Diva Julia (Theatre), di Maugham, è – tra le altre cose – un ritratto ironico e disincantato del mondo teatrale londinese. Personalmente adoro Julia che copia sorrisi e atteggiamenti dai quadri. Penny Parrish comincia come un allegro romanzo per adolescenti, ma la cronaca della gavetta e carriera teatrali di Penny (e del suo matrimonio con un autore-regista) mi è sempre parsa incongruamente realistica rispetto all’inizio.
Altre storie hanno il teatro non solo per sfondo e cornice, ma anche per argomento. Ne Il Capitan Fracassa, Gauthier racconta con abbondanza di particolari vita, difficoltà e avventure di una compagnia di attori girovaghi nella Francia del Seicento, mentre La Barca Dei Comici, che non è un romanzo, ma parte dei Mémoirs di Goldoni, descrive con vivacità la vita teatrale dell’epoca. Qualcosa del genere fa anche Rafael Sabatini, quando aggrega il suo Scaramouche a una delle ultime compagnie di Commedia dell’Arte nella Francia quasi-rivoluzionaria. E poi c’è anche Dumas nel Kean, col suo protagonista prim’attore ottocentesco, ma ne riparliamo più sotto.
Nel mondo anglosassone c’è poi tutta una vasta produzione di romanzi incentrati su autori ed attori del teatro elisabettiano. Anthony Burgess (quello di Arancia Meccanica) ha dedicato un romanzo ciascuno a Shakespeare e Marlowe, e Bryher ha distillato la sua passione per l’epoca in The Player’s Boy – ma sono solo due dei tantissimi: dalle storie per ragazzi ai gialli, ai romanzi biografici ai fantasy, il teatro cinque-seicentesco sembra avere ispirato di tutto.
Gialli, si diceva, e allora sconfiniamo dal periodo. Agatha Christie ha spesso attori tra i suoi personaggi – di solito gente sregolata, superstiziosa, egocentrica e/o avida, che tende a non finire troppo bene (Tredici a Tavola, anyone?). Marta Hallard, l’amica dell’Ispettore Grant di Josephine Tey, è una celebre attrice, mentre Ngaio Marsh ambientava un giallo dopo l’altro a teatro, perché era un’insegnante di recitazione e regista. E della Marsh citiamo Death at the Dolphin (che mi piace tanto anche perché il protagonista è un giovane playwright che si vede affidare un teatro restaurato da dirigere, cominciando con la produzione di una sua commedia di argomento Shakespeariano…) o il meno roseo e più realistico First Night, che non si legge tanto per scoprire il colpevole, quanto per il ritratto della vita teatrale dell’epoca. In anni più recenti, Candace Robb ha incentrato parzialmente il suo Il Mistero Della Cappella sulle rappresentazioni sacre preparate dalle corporazioni nell’Inghilterra medievale, e Deryn Lake inizia una delle avventure del farmacista-detective settecentesco John Rawlings con la morte del prim’attore del Drury Lane. Anche le avventure di Cat Royal – destinate ai ragazzi – si possono considerare gialli avventurosi di ambientazione ottocentesca e teatrale. Se poi vogliamo qualcosa di davvero bizzarro, Point of Dreams, di Melissa Scott e Lisa Barnett, è un giallo-fantasy ambientato in una specie di Rinascimento alternativo, la cui trama è tutta incentrata attorno al complicato allestimento di una tragedia con risvolti politici.
La Commedia della Vita (Morality Play), di Barry Unsworth, è tutta un’altra cosa. Parte romanzo storico medievale che descrive la transizione dai Misteries di argomento religioso a forme di teatro più articolate, parte giallo in cui una compagnia di attori risolve un caso di omicidio, parte riflessione sul teatro come strumento di conoscenza – assolutamente favoloso.
E poi c’è qualcosa di diverso: il teatro nel teatro, o metateatro. Teatro che racconta se stesso. Per esempio il Piramo e Tisbe messo in scena da Bottom e compagnia nel Sogno Di Una Notte Di Mezza Estate. Assai meno gaia è la tragedia che Amleto fa rappresentare come trappola per lo zio Claudio, resa ancor più meta dalle riflessioni sull’arte dell’attore (What is he to Ecuba? And what is Ecuba to him?) e dalla possibile polemica contenuta nelle raccomandazioni registiche del principe – c’è chi ha voluto vederci una bordata diretta allo stile declamatorio di Edward Alleyn e dei suoi seguaci. E che dire de Il Critico di Sheridan, satira distribuita con gaio e imparziale abbandono tra attori, direttori di scena, patrons e critici? Scendendo di un altro secoletto scarso troviamo Dumas e il suo Kean, dramma biografico cum riflessione sulla condizione dell’artista, nonché sulla forza dell’arte e della finzione. Per la cronaca, il sottotitolo Genio e Sregolatezza non è casuale, e la faccenda non va a finire veramente bene, nonostante l’apparente trionfo dell’amore su tutto il resto. Chez nous, a questo gioco ha abbondantemente giocato Pirandello – Questa Sera Si Recita A Soggetto, Sei Personaggi In Cerca D’Autore**, Enrico IV, Trovarsi, solo per citarne qualcuno. La finzione è straniamento, l’attore perde la sua identità nella continua finzione, e c’è sempre un prezzo per l’identificazione con il testo o i personaggi. In ambito anglosassone, sapevate che avrei citato Jeffrey Hatcher, con il suo relativamente recente Compleat Stage Beauty – dramma che parte dalla fine dei boy players nella seconda metà del Seicento per parlare di arte e identità – e son tutt’altro che rose e fiori. Rumori Fuori Scena, di Michael Frayn, è tutt’altro tipo di metateatro, un divertissement di variazione sul tema, giocato sulle dinamiche di una compagnia teatrale male assortita, molto più nello spirito dello smontare il giocattolo che della riflessione sul suo funzionamento.
Non è una lista completa, ovviamente, ma dà un’idea, spero, della quantità e varietà di storie che si possono raccontare a proposito di gente che, per mestiere e talvolta per diletto, finge in pubblico di essere altra gente.
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* Fanny è l’unica eroina austeniana che trovi insopportabile – ma non posso esimermi dal ricordare qui una “lettera al direttore” in cui, nei primi Anni Ottanta, un’insegnante lamentava con la redazione di Famiglia Cristiana la mancanza di un’adeguata produzione teatrale per fanciulle, perché era sconcertante e di cattivo gusto far recitare insieme bambine e bambini…
** Curiosità: alla fine degli Anni Quaranta, Ngaio Marsh portò una compagnia di allievi in tour per tutta l’Australia con un Otello e Sei Personaggi. Scelta molto coraggiosa, premiata da successo.
Somnium Hannibalis ritorna, nella bellissima cornice del sagrato di San Lorenzo. Scaricate qui l’invito.pdf.
E così siamo arrivati alla cosiddetta trilogia popolare – e lasciate che vi dica che la cosiddetta trilogia popolare non mi piace. Chiarito questo, parliamo di Rigoletto, che in origine era Triboulet ne Le Roi s’amuse, di Victor Hugo.
Che a Verdi Hugo piacesse, s’era già visto – e in realtà questo dramma gli piaceva ancor più dell’Ernani. Nella figura del padre-buffone di corte, deforme e cinico, ma pronto a farsi di pastafrolla quando si tratta della figliola, vedeva un personaggio quasi shakespeariano per complessità e grandezza. E il perno della storia lo trovava nella maledizione – quella maledizione che il padre della disonorata Diane de Poitier scaglia sul buffone irriverente, e che colpirà con micidiale precisione all’ultimo atto.
Per cui, non del tutto incomprensibilmente, Verdi e Piave (povero Piave!) quest’opera la volevano intitolare “La Maledizione”. In fondo è tutto lì, giusto?
Ma la censura non approvava, e compositore, librettista e presidenza della Fenice si ritrovarono a dover danzare in circoli attorno alle dissennate pretese del pubblico pudore: niente maledizioni, per primissima cosa. E niente Francia, merci beaucoup. E niente re che si divertono, chè i sovrani non possono essere spregevoli seduttori di vergini quindicenni. E, heaven knows why, niente sacco all’ultimo atto…
La selva che negli uffici di polizia era entrata appasionatamente hughiana, ne uscì insipida e mutilata al punto che Verdi minacciò di rescindere il contratto, perché lui quel semolino illogico non voleva né poteva musicarlo.
Così alla fine si cedette sul titolo, per far posto al nome italianizzato del protagonista, e si cedette sul Re di Francia, che si mutò in un generico Duca di Mantova (trasparente allusione al solito Vincenzo), e si smussarono gli angoli del libertinaggio, si capitozzarono il destino dell’equivalente locale di Diane de Poitier e il cinismo del seduttore scoperto… Però si tenne il sacco.
E se Mantova funzionasse agli occhi dei censori asburgici come una sorta d’inoffensiva Curlandia dell’Impero, se il sacco fosse una pretesa funzionale, qualcosa su cui poter dare l’impressione di cedere in cambio di altro, son cose che, temo, non sapremo mai – ma tant’è.
Curiosi di vedere ciò che, alla fin fine, Piave riuscì a salvare* e Verdi potè musicare? Andiamo a incominciar.
Atto Primo
E cominciamo con una festa a Palazzo Ducale, e il Duca che confida allegramente a un cortigiano di avere a) un intrallazzo sotto mentite spoglie con una misteriosa fanciulla di basso rango, gelosamente custodita da un amante altrettanto misterioso; b) un interesse più che teorico per la bella moglie del conte Ceprano.
Contemporaneamente? Embe’? Lo sappiamo che questa o quella per lui pari sono a quant’altre d’intorno si vede… E a questo punto è già chiaro che il Duca non è uomo da farsi scrupoli di sorta. E il suo buffone, il gobbo Rigoletto, ha l’abitudine di divertirsi e divertire il Duca e tutta la corte alle spalle dei mariti malserviti come il povero Ceprano… 
In fondo, è soltanto questione di tempo prima che, nonostante la noncurante protezione del Duca, qualcuno decida di fargliela pagare – tanto più che i cortigiani, tutti chi prima o chi poi abrasi dall’umor cinico del buffone, gli hanno appena scoperto… un’amante segreta!
Ma intanto entra il conte di Monterone, a chiedere giustizia per l’onore violato della figlia… e quando il Duca lo respinge e Rigoletto si fa beffe di lui, il vecchio gentiluomo maledice il Duca e, già che c’è, anche il buffone – serpente che d’un padre ride al dolore.
E Rigoletto è scosso.
Tanto scosso che più tardi, mentre rincasa per i vicoli bui di Mantova, è ancora lì a ripetersi che quel vecchio maledivalo… Se lo sta ancora ripetendo quando gli si avvicina Sparafucile, bravo Borgognone, assassino freelance, pronto a liberare da nemici e rivali scomodi con discrezione, efficienza e prezzi modici.
Rigoletto lo rimanda per la sua strada, ma non senza essersi fatto un appunto – perché non si sa mai. E comunque, non si sente poi tanto diverso dal sicario: l’uno col pugnale, l’altro con la lingua, non feriscono tutti e due? Ma se lui è cinico e crudele, in fondo, è colpa del fato che lo ha voluto deforme, buono soltanto a fare il buffone, considerato men che umano, il giocattolo del Duca, odiato e disprezzato da tutti… c’è da stupirsi che si rivalga mordendo dove può? Certo che forse adesso ha morso un nonnulla troppo, perché questa maledizione… ah, questa maledizione!
Ma distraiamoci un momento dalla maledizione, perché è giunta l’ora di scoprire il segreto del nostro antieroe. Ebbene, i cortigiani si sbagliavano di grosso: il buffone non ha un’amante, ma un’adoratissima figlia, che vive da reclusa, ignora nome, provenienza e professione del suo malinconico padre, non ha idea di chi fosse la sua defunta madre, non esce mai di casa se non per andare al tempio, ha una governante con le istruzioni più severe – e per di più, povera ragazza, si chiama Gilda**.
Ma si direbbe che a qualcuno sia sfuggito qualcosina, perché a un tratto si sentono passi nel vicolo, e Rigoletto si allarma, e il Duca in incognito entra nel giardinetto e… che vediamo! La governante, supposta dragonessa, accetta una borsa dal misterioso giovanotto. Così il misterioso giovanotto è libero di nascondersi tra gli alberelli e assistere al congedo di Rigoletto dalla figlia (Sua figlia!), e alle remore di Gilda, che ha taciuto al padre l’esistenza del misterioso corteggiatore…
Ma guardate un po’? Il misterioso corteggiatore… è qui! Noi riconosciamo subito il Duca, ma Gilda non sa nemmeno come si chiami e, seppure un nonnulla bouleversée, è preda facile per la melata parlantina di Vincenzo… Ma proprio quando la candida Gilda sta per cedere al falso studente, ecco che si sentono dei rumori, delle voci, delle governanti che tornano…
Tenero e frettoloso congedo, poi il Duca s’invola, Gilda si sdilinquisce un po’, ed ecco, nella viuzza, i cortigiani guidati da Ceprano. Ricordate che meditavano di rendere a Rigoletto pan per focaccia? Ebbene, eccoli qui per rapirgli quella che credono la sua bella amante. E quando inciampano proprio in Rigoletto che, inquieto, è tornato verso casa, gli fanno credere di voler rapire la contessa di Ceprano. Sollevato, Rigoletto si presta al gioco – e manco s’accorge che, col pretesto di mascherarlo, i cortigliani lo bendano, gli fanno credere di girar mezza Mantova e poi si fanno reggere la scala mentre scavalcano il muro e rapiscono Gilda. 
Ed è chiaro che, pur essendo un baritono, Rigoletto non è proprio un’aquila di mare.
Quando si accorge di essere bendato e beffato, i buoi sono abbondantemente scappati – portandosi la povera Gilda. A Rigoletto non rimane che costatare la sua stupidità e l’avvenuto rapimento e, come usa in finale d’atto, svenire.
Atto Secondo
Torniamo a Palazzo Ducale, volete? E scopriamo il Duca in agitazione terribile – perché, chi l’avrebbe mai detto? – il rapimento di Gilda lo ha sconvolto. Comincia a pensare di amarla davvero, questa ragazzina che gli fa quasi desiderare la virtù… solo che non sa dov’è. Ed è occupato a torcersi musicalmente le mani quando i cortigiani arrivano ridanciani e, contravvenendo a tutte le regole della buona narrazione, ripetono tutto quel che abbiamo visto accadere nell’atto precedente. E il Duca fa due più due e, per lo stupore generale, si precipita a consolare la rapita.
“Povero Rigoletto,” commentano i rapitori, cui pare che la faccenda vada assumendo contorni un nonnulla preterintenzionali.
Ma parli del diavolo, e spunta la coda: ecco Rigoletto in persona, che finge (malissimo) di nulla, e cerca Gilda, e interroga senza parere, e s’informa sul Duca… ci vuole un paggio importuno per far esplodere la situazione. E quando Rigoletto reclama non l’amante, ma la figlia, i cortigiani restano, come suol dirsi, di carta.
Adesso sì che siamo andati sul preterintenzionale.
Rigoletto maledice i cortigiani – vil razza dannata – e cerca di forzare la porta del Duca, ma gli altri lo fermano, e allora Rigoletto cambia musica e supplica e implora ma, prima che qualcuno possa decidersi a cedere, irrompe Gilda, piangente e vergognosa, perché… be’, lo immaginate.*** Si direbbe che, quando credeva di soffrire di un attacco di virtù, il Duca esagerasse i suoi sintomi…
Rigoletto caccia via i cortigiani e conforta la figlia – e si vede che questo è un atto così, perché anche Gilda si dà all’esposizione, ri-raccontando la faccenda del corteggiamento in chiesa e in giardino, che noi abbiamo in parte già sentito raccontare, e in parte visto succedere.
Orrore orror.
Rigoletto vuole soltanto vendetta, tremenda vendetta e, al passaggio di Monterone, scortato dalle guardie alle segrete, giura di portare a compimento la maledizione che il vecchio signore ha scagliato sul Duca. E sapete qual è il guaio? Che Gilda, tortorella, è ancora innamorata del vil seduttore, e supplica il padre di perdonare… Ma voi ce lo vedete, all’opera, un padre che perdona il seduttore della figliola? Sipario, va’…
Atto Terzo
A casa di Sparafucile. Ora, tanto vale dirlo adesso: a Mantova abbiamo una “Casa
di Sparafucile” in cima al ponte di San Giorgio. In realtà una volta era la dogana, e adesso è un ostello. Abbiamo anche una “Casa di Rigoletto” che, altrettanto ovviamente, non è nulla del genere, ma i nomi sono entrati nell’immaginario cittadino e nella toponomastica, perché sì – e se il merito è più della censura asburgica che della ditta Verdi&Piave, pazienza.
Ad ogni modo, dicevamo: casa di Sparafucile, proprio mentre scoppia un opportunissimo temporale – con tanto di macchina del tuono da libretto. Rigoletto ci ha trascinato Gilda per guarirla dalla sua infatuazione per il Duca. La poverina lo crede ancora innamorato di lei, ma quando lo vede arrivare in incognito, chiedere una stanza e del vino, cantare che la donna è mobile, e corteggiare con buona lena la bella e spudorata sorella di Sparafucile…
“Quando vede tutto ciò, si ravvede,” direte voi. “O meglio, dovrebbe ravvedersi, ma essendosi questa un’opera…”
E invece, o malfidenti, pare proprio che si ravveda. Ed è indubbiamente strano, ma nel corso di un bel quartetto (che è la mia fetta preferita di quest’opera), la nostra ragazzina vede il Duca dichiararsi schiavo dei vezzi della bella figlia dell’amore – che per parte sua non si lascia incantare troppo – e, per oca ingenua che sia, non può non rendersi conto che il suo innamorato non è precisamente degno di fiducia.
Credendola guarita, Rigoletto la spedisce a casa a vestirsi da uomo e partire per Verona, dove la raggiungerà. Non che Gilda sia contenta, ma noi la guardiamo obbedire, mansueta come pochi soprani innamorati…
Oh well. Mentre il Duca si sistema per la notte, Sparafucile esce incontro a Rigoletto, che gli versa la caparra – metà dei venti scudi di tariffa – e promette di tornare più tardi per gettare nel lago il cadavere del Duca, una volta che cadavere sia.
Ma che farà mai questo Vincenzo alle donne? Anche alla pur smaliziata Maddalena pare un peccato far fuori questo bel giovanotto così gaio. Ed è pur vero che gli affari sono affari…
Ed è proprio qui che arriva Gilda, vestita da uomo, sragionante e trascinata dall’amore – giusto in tempo per sentire fratello e sorella che discutono se ci sia modo di salvare il bel ragazzo senza rimetterci dieci scudi. Maddalena sarebbe per uccidere il gobbo, tenersi gli scudi che avrà addosso e gettare lui nel lago, ma Sparafucile insorge: lo crede forse sua sorella un ladro e un bandito? Rigoletto ha pagato e ha diritto alla lealtà del sicario. Quel che si può fare, perché anche i sicari hanno un cuore tenero quando le sorelline lacrimano – ed evidentemente la lealtà è trattabile – è che, se per caso qualcuno dovesse arrivare, lo si può uccidere al posto del giovanotto.
Ma chi arriverà mai, protesta lacrimando Maddalena, in una notte così buia e temporalesca?
E questo decide Gilda: traditore o no, ama il Duca e morirà per lui.
Il Duca è un mascalzone che le ha mentito, l’ha violentata e si è rapidamente consolato altrove? Fa nulla. Il povero Rigoletto è destinato a morirne di crepacuore? Pazienza. Da buon soprano, la scervellata bussa alla porta, Sparafucile si arma, Maddalena fa entrare l’ospite inatteso… tuoni, lampi, buio in scena.
Passa una mezz’oretta, il temporale scema, e Rigoletto se ne arriva gongolando sulla sua vendetta compiuta. Altro che buffone – gliel’ha fatta vedere lui, al Duca…
Allo scoccare della mezzanotte, Sparafucile e Rigoletto si scambiano rapidamente saldo in scudi contro sacco pieno, e il Nostro si avvia per gettare il supposto cadavere nel Mincio. Non si accorge che è leggerino per essere un uomo? Si direbbe di no e, se è tentato di dare un’occhiata, ci rinuncia nell’urgenza di far sparire il corpo. E butterebbe il sacco a fiume, gongolando ancora sulle bizzarrie del destino, e le attuali rispettive posizioni del potente e del buffone, e la dolcezza della vendetta, se all’improvviso, in lontananza, non sentisse la voce del Duca: la donna è mobile, you know, qual piuma al vento…
Uh oh… ma allora chi diavolo c’è nel sacco? Noi lo sappiamo già: Gilda – non del tutto morta. Segue una di quelle scene in cui lo straziato genitore supplica la figlia di non morire, e lei chiede perdono e promette di pregare dal cielo e poi, esaurito il fiato restante, Gilda trapassa.
Torna il tema – quasi un leit motiv – della maledizione…
“Ah, la maledizione!” ulula Rigoletto, strappandosi i capelli.
Sipario.
E sì, fu un successone. Dopo gli spigoli di Stiffelio, Verdi era tornato almeno in
parte sui suoi passi: Rigoletto è un borghese intento a difendere la figlia, ma il vilain è un sovran(ell)o, la scena distribuita tra feste ducali e taverne diroccate, la trama piena di agnizioni, amori segreti, scambi di persona… il pubblico ne andò matto – per la storia e per la musica.
In seguito le censure qua e là fecero del loro meglio per rendere innocuo il dramma, e a Roma ribattezzarono persino il protagonista in Viscardello – nell’intento, posso solo indovinare, di rimuovere ogni associazione con il ben più scandaloso Triboulet dell’originale francese…
Ma, nonostante tutto, Rigoletto rimase e rimane ancora, una delle più popolari, più citate e più eseguite opere verdiane.
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* Sarà forse per questo, che Piave – povero Piave – apostrofa il Benevolo Lettore in questi termini commossi:
Per circostanze speciali sento il bisogno di raccomandare alla tua indulgenza, piucch’altro mai, questo mio lavoro, e spero di non ingannarmi, confidando che non sarai per negarmela. Vivi felice.
** Che cosa non andasse nel Bianca tradotto dall’originale, non arrivo a divinarlo…
Seamus Heaney legge Blackberry Picking:
Buona domenica e buon settembre.
Vi ho parlato molte volte di Seamus Heaney.
Vi ho parlato della sua profondità, delle sue meravigliose poesie, del suo sguardo acutissimo e gentile.
Vi ho raccontato della sua umanità e delicatezza d’animo, della sua conversazione scintillante, della sua cultura sterminata, del suo gusto per la vita e del suo sorriso pronto.
Vi ho detto che era intenso, curioso, infaticabile. Vi ho detto del suo rigore artistico e morale, della sua devozione alla poesia, della sua instancabilità nel porre e porsi domande, della sua capacità di affascinare platee intere.
Vi ho messi a parte di che straordinario privilegio fosse lavorare con lui – come interprete, guida e traduttrice – e di che genere di hero-worship avessi sviluppato nei suoi confronti.
Da ieri mattina, ve lo dico con grande commozione, Seamus Heaney non c’è più.
La morte di un poeta come lui significa lo spegnersi di una fiamma per tutta l’umanità. Per noi che lo abbiamo conosciuto, alla luce che vien meno si accompagna un’infinita tristezza.
Ma un poeta come lui lascia un’eredità di versi, di pensiero, di domande, di idee, di bellezza e di esempio.
E meravigliosi ricordi – lunghe e felici disamine sulla funzione di un trattino, o momenti in cui, con una parola, sollevava appena il velo dalla bellezza perfetta di una poesia, rivelando un lampo d’ispirazione o un ricordo famigliare…
Ed è così che voglio ricordarlo: mentre racconta, con il sorriso luminoso e gli occhi gentili e saggi, e la bella voce ghiaiosa – sempre profondo, sempre illuminante, sempre poeta in ogni sua parola.
Questo post è una collezioncella di link che vi volevo segnalare. Li ho raccolti qua e là, pensando di postarci sopra, e poi ho sempre rimandato…
Ma oggi è la volta buona. Consideratela una versione settembrina e studiosetta di quel vecchio post sul grand tour virtuale…
Allora, per prima cosa, JSTOR. JSTOR è nato nel 1995 come archivio digitale di pubblicazioni accademiche ad uso di università e biblioteche. Con gli anni, mentre le collezioni si facevano sempre più vaste, si è visto che anche i ricercatori individuali, gli storici della domenica e gli avidi lettori desideravano di poter accedere a questo genere di materiale – soprattutto quelli che, come noi, abitano a desolante distanza dalla biblioteca universitaria più vicina. Così, dallo scorso anno, JSTOR ha aperto il programma sperimentale Register&Read: ci si registra gratuitamente e si ottiene accesso a una selezione delle collezioni, da cui si possono leggere online fino a tre articoli ogni due settimane – con la possibilità di acquistare i singoli articoli da conservare. Per accedere con meno restrizioni a una selezione più ampia, da settembre sarà possibile acquistare un Jpass, una sorta di abbonamento mensile o annuale. E oer ora non ho idea del prezzo – ma sospetto che, soprattutto se si è interessati a scienze sociali, storia e letteratura, la ricchezza delle collezioni possa giustificare la spesa.
Poi ci sono le collezioni del National Trust , ovvero un ricchissimo archivio di immagini (quasi settecentottantamila) di opere d’arte, oggetti di design, libri antichi, strumenti musicali, gioielli e altri tesori contenuti nelle numerosissime dimore d’epoca d’Inghilterra. Le riproduzioni, pur non enormi, sono ottime, e si possono esplorare in base a diversi criteri: per luogo di appartenenza, per secolo o anno, per categoria, per autore… Perfetto per documentarsi su che genere di mobili, posate o abiti usassero nel tale o talaltro anno – a patto di nutrire questo genere di curiosità a proposito dell’Isoletta…
Di Internet Archive forse vi ho già accennato in qualche post, ma non ne abbiamo mai parlato diffusamente – e invece ne vale davvero la pena: è uno sterminato archivio di testi, film, musica, audio files audio (ci sono anche i radiodrammi!), siti web, immagini… Sterminato, in continua espansione e del tutto gratuito. Ci si registra e si cerca – that simple. E c’è anche la WayBack Machine, che raccoglie e conserva milioni di pagine web che non esistono più – una notevole consolazione e spesso un’utilissima ultima spiaggia nella complessiva inafferrabilità della rete.
E altre vastissime e varie collezioni (seppure con uno slant non del tutto incomprensibilmente americano) si possono consultare sul sito della Library of Congress: libri, stampa, film, immagini, manoscritti, musica, giornali radio, cataloghi di mostre, fotografie – il tutto ricercabile con una varietà di criteri, e la possibilità di farsi assistere via mail (o anche via chat) da uno staff esperto, competente e disponibilissimo.
E se poi invece, con l’approssimarsi di settembre, vi venisse voglia di rimettervi a studiare, perché non provare con i corsi online del Massachussets Institute of Technology, disponibili su OpenCourseWare? Economia, Letteratura, Ingegneria, Medicina, Tecniche Teatrali, Matematica, Scrittura Creativa… sono pochi gli argomenti su cui non ci sia un corso a disposizione. Si scaricano dispense, bibliografie ed esercitazioni, e poi si fa da sé.
Tornando sul nostro lato della Tinozza, ci sono le Capital Collections, archivio digitale delle immagini dei musei e biblioteche di Edimburgo – dove, per esempio, potete vedere in dettaglio e da molto vicino le opere della Scultrice Misteriosa.
E per finire, a titolo di dessert, Books Should Be Free, con questo nome un nonnulla demagogico, è una collezione di libri elettronici. I titoli, tutti nel pubblico dominio, sono disponibili in una varietà di formati e per lo più anche in forma di audiolibri. Nulla che non si possa trovare sul Project Gutenberg, se volete, ma più comodo a ricercarsi per genere – perché a volte si ha semplicemente voglia di un giallo o di un romanzo storico…
Ecco qui. E non finirò mai di ripeterlo: non è meraviglioso, pur standosene in un paesino di campagna nelle pianure nebbiose, poter accedere a intere biblioteche lontane tutto un oceano?
Periodo ipotetico dell’irrealtà estrema:
Se fosse appena un po’ saggia, la Clarina cercherebbe di finire la prima stesura entro il 6 di settembre.
*L’enunciatore di periodi ipotetici esce di scena sospinto dal fragore delle risate generali.*
Nel dubbio, meglio mettersi al lavoro…