libri, libri e libri

Dieci Libri Ridanciani

Quando E. mi ha chiesto di consigliargli un libro allegro, uno di quelli che ti fanno scoppiare a ridere ad alta voce in treno e tutti ti guardano male, qualcosa che risollevi il morale per pura ridancianeria, gli ho raccontato di Wagner che diceva di avere sghignazzato per tutto il tempo che era servito a comporre i Maestri Cantori di Norimberga.

“Mi stai consigliando di leggere il libretto dei Maestri Cantori di Norimberga?” ha domandato E., scoccandomi di traverso un’occhiata dubbiosetta anzichenò.

E no, naturalmente non gli stavo consigliando nulla del genere. Era solo una piccola storia cautelativa, atta a mostrare che va’ a sapere che cosa farà ridere chi…

Ciò detto, E., eccoti 10 libri che hanno mi hanno fatta esplodere in cachinni in luoghi e casi del tutto inappropriati. In nessun ordine particolare:

1) Gerald Durrell. E qui non si tratta affatto di un libro solo. La mia famiglia e altri animali, L’uccello beffardo, Un albero pieno di koala, Luoghi sotto spirito, e una mezza dozzina di altri. Memorie, romanzi e raccolte di racconti – uno più nonsense e spassoso dell’altro.

2) Tre uomini in barca e a zonzo (per tacer del cane). Di J.K. Jerome. Con una predilezione speciale per il cane Montmorency, per George e per la scena dei bagagli. Ma a dire il vero, anche le uova strapazzate di Harris. Oh, e J. alle prese con l’enciclopedia medica… e come dimenticare i formaggi? Ecco, appunto. Il che mi porta a…

3) To say nothing of the dog, di Connie Willis. Che al precedente è ispirato. Non è tradotto, temo, e forse la lingua non è delle più accessibili – tanto più che, oltre ad essere divertente, è un’intricatissima storia di viaggio nel tempo. Ma credete, ne vale la pena. Oh se ne vale la pena. I think I have difficulty distinguishing sounds

4) The wooden overcoat, di Pamela Branch. Nemmeno questo è tradotto – ma è l’ultimo, prometto. È qualcosa di simile a un giallo, ma più che altro… Immaginatevi La congiura degli innocenti spostato nella Londra postbellica, con una ridda di personaggi equivoci, figlie di colonnelli*, ballerini classici, immigrati ungheresi, derattizzatori, giallisti/fotografi – con le tessere per il razionamento e cadaveri che spuntano da tutte le parti.

5) La sovrana lettrice, di Alan Bennet. C’è sempre un pelino di amarezza, con Bennet, ma questa è una delle sue storie più sorridenti, con un’adorabile regina Elisabetta in primo piano e tutto intorno una fauna protocollare facile allo sconcerto. Oh, e una sorpresa finale.

6) I racconti di Kipling. E qui parliamo, lo ammetto di a mixed bag. Il fatto è che le raccolte – con la possibile eccezione delle ultime che tendono al cupo – sono caratterizzate da una varietà estrema. Quando s’inizia un racconto non si sa mai che cosa aspettarsi, e quando lo si finisce non si sa mai che cosa verrà dopo. India britannica, desolati fantasmi, verde Inghilterra, secoli passati, lacrime, risate, partite di polo, massoneria, ur-steampunk con le macchine volanti? Ma quando si ride, si ride sul serio.

7) Guareschi. Oh, guarda: un autore italiano! Lo so, lo so… Ma sul serio, Guareschi. Cose come il Corrierino delle famiglie, oppure Vita in famiglia, e l’irresistibile Vita con Giò. Sarà perché lo trovo così nonsense, certe volte… oh. Ci sono ricascata.

8) La Diva Julia, di Somerset Maugham. Ok, torniamo sull’Isoletta e non ne parliamo più. Julia è una meraviglia. Cinica, lucida, spietata con se stessa e con tutti, vanitosa e irragionevole, primadonna in tutto e per tutto, perennemente occupata a studiare l’effetto che produce sul prossimo – e a commentarlo tra sé… Adorabile.

9) Talismano d’amore, di Georgette Heyer. E per favore non fatevi sviare dal titolo tradotto (l’originale, per la cronaca, è l’assai meno purpureo The talisman ring). Ci saranno, è vero, due matrimoni in vista all’ultima pagina, ma c’è ben poco di sentimentale in questa sarabanda di francesine melodrammatiche, contrabbandieri dilettanti e gentildonne di campagna con un senso dell’umorismo.

10) Lampi d’estate, di P.G. Wodehouse. Ma anche Intrigo a Blandings… e sì, preferisco il ciclo di Blandings a quello di Jeeves. Anche solo per l’uso del linguaggio e l’umorismo vagamente stralunato. Non so, per esempio Lord Emsworth, che conosce a menadito la genealogia dei suoi maiali da competizione, ma tende a farsi sfuggire piccoli particolari come prole e nipoti. Oppure la divagazione sulle orecchie di Ronnie Fish che non sembrano conchiglie di alabastro…

Ecco qui. Nove Isolani su dieci – mi rendo conto, ma non so troppo bene che cosa farci. Sono stata tirata su così.

E voi? Che cosa vi fa scoppiare a ridere a voce alta in treno – e poi tutti vi guardano male?

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* Onestamente, una delle categorie più bistrattate da scrittori e sceneggiatori…

scribblemania · teatro

PBD

Sedevo in biblioteca, vagamente infelice, e fissavo lo schermo della Bestiola, e mi sentivo un po’ stupida, perché l’acqua salata non andava bene.

E non ci andava in maniera un nonnulla incomprensibile.

Voglio dire, teatro, personaggi, argomento e vicenda after my own heart – anzi, per dire il vero, un tema su cui rimugino da mesi e mesi che finalmente trova forma… e non andava bene.

Un nonnulla deprimente, non vi pare?

E allora, in un momento di esasperazione, ho aperto un’altra pagina di Scrivener, e ho cominciato un’altra scena. Una scena diversa. Una scena più avanti. John Masefield e il Mozzo sono entrati in scena e…

Miracolo!

L’acqua salata ha preso il suo corso, in quel modo improvviso che risolleva il cuore, e in men che non si dica ho completato una scena che non solo è del tutto soddisfacente in sé, ma cambia le cose con il resto del play.

Un cambiamento piccolo e significativo – che prima mi era sfuggito, ma è proprio quello che ci vuole. L’acqua salata si è riallineata, e adesso tutto va come deve andare.

Ah…

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Ernani

I Lombardi a Milano erano andati benone, ma quando approdarono alla Fenice di Venezia, l’accoglienza fu molto, molto, molto più tiepida. Nondimeno il conte Mocenigo, direttore del teatro, propose a Verdi un contratto per un’opera.

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoVerdi non disse di no e, con un librettista nuovo, si mise alla ricerca di un soggetto che gli piacesse. Il librettista nuovo era Francesco Maria Piave – del quale avremo modo di riparlare – e la scelta dei due cadde su un dramma storico di Victor Hugo, una vicendona spagnuol-cinquecentesca chiamata Hernani, celebre per avere scatenato a Parigi una furibonda querelle tra classicisti e romantici…

Non doveva essere facilissimo lavorare con Verdi. Le sue lettere al povero, inesperto Piave e al segretario della Fenice che faceva da tramite tra i due, sono estremamente istruttive. Non mi sognerei mai di se(c)care un poeta per fargli cambiare un verso, protesta Verdi, salvo poi tempestare per pagine intere su quel che Piave deve o non deve fare. Le raccomando la brevitànon so capire perché voglia fare un cambiamento di scena nell’atto terzo…. per l’amor di Dio non finisca col Rondò

Per un librettista alle prime armi dovette essere qualcosa a metà strada tra un incubo e un addestramento intensivo, ma è davvero interessante vedere come Verdi fosse attentissimo a ogni piega narrativa e drammaturgica in vista di quel che era praticabile in teatro e musicalmente efficace.

Che cosa uscì da questo passaggio di Piave al tritacarne? 

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoNe uscirono quattro atti truci e un nonnulla gonfi – persino per gli standard operistici… Lasciate che vi racconti.

Atto I – Il Bandito.

Il coro in apertura stavolta è composto di banditi che, in mancanza di meglio, si risollevano il morale col vino e il gioco. Ma quando il loro capo, il giovane Ernani, confida loro che la fanciulla del suo cuore sta per essere costretta a sposare il suo vecchio zio, gli allegri compari come un sol uomo si dichiarano pronti a rapire la nobile Elvira.

Elvira che, nel frattempo, si strugge nel castello dello zio e promesso sposo. Dove, dove, dov’è Ernani? Perché non viene a liberarla? Ha un bel gorgheggiare sulle gioie del matrimonio il coro delle ancelle (e vi pareva che potesse mancare il coro preimeneale?), Elvira è d’umor cupo.

Né è di grande aiuto l’arrivo di Don Carlo– no, non quel Don Carlo. Un altro, seppure imparentato. In fondo siamo soltanto nel 1519, giusto? Questo Don Carlo qui è (per ora) il re di Spagna e, guarda caso, è anche lui innamorato di Elvira. Essendo lui un baritono, però, lei non ne vuole sapere, e accoglie le sue avances strappandogli il pugnale dal fianco e minacciando di uccidere entrambi. Fateci caso: non è l’ultima volta che Elvira fa di queste minacce…

Ma sul più bello chi balza dentro dalla finestra?

Ma Ernani, ovviamente. I due giovanotti* si guardano in cagnesco e se ne dicono quattro. Ernani è bandito e orfano grazie alle tenere cure del predecessore e padre di Don Carlo. Vieni, adunque, disfidoti** o re! Elvira si mette in mezzo e minaccia di pugnalarsi se non la piantano – again. Peccato che Don Carlo provi pietà e qualche simpatia per l’aspirante vendicatore, che ha intenzione di lasciar fuggire. giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugo

Il che, a voler vedere, leverebbe parecchio vento alle vele e ai febbrili proclami di Ernani, per non parlare dei propositi suicidi di Elvira, but never fear. Giusto per non farci mancare nulla, ecco che arriva anche il vecchio Ruy Gomez da Silva, basso della varietà nobile-ma-tirannica. Sarà l’età, ma Silva non riconosce il nemico pubblico numero uno, e nemmeno – cosa più grave – il suo sovrano. Però s’infuria, non del tutto incomprensibilmente, per la presenza di due baldi giovani nella stanza della sua promessa sposa, e li sfida entrambi a duello.

O li sfiderebbe, se non arrivasse molto a puntino uno scudiero reale a svelare l’identità di Don Carlo. Ops. Mentre Silva si profonde in scuse, il re dimostra di non essersi dimenticato i suoi propositi di misericordia. Con una scusa fa allontanare e fuggire Ernani – che pianta una grana, reitera giuramenti di vendetta nei confronti del re e poco manca che Elvira debba spingerlo tra le quinte per evitare che si faccia decapitare lì dov’è.

Don Carlo dice di volersi consultare con Silva sulle sue chances di ottenere la corona imperiale, il coro rapsodizza sulle virtù dell’augusto giovinotto, Silva comincia masticando amaro e finisce entusiasmandosi per le prospettive del suo sovrano, Elvira lamenta la sua sorte e le ancelle commentano che no, proprio non ci siamo – e cala il sipario.

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoAtto II – L’Ospite

E rieccoci qui, col coro che canta le gioie dell’imminente matrimonio tra Elvira e Silva. Sì, ancora – non fateci caso, o meglio, fatecelo. Le cose in quest’opera tendono a succedere più di una volta.

Per esempio, arriva di nuovo Ernani, in vesti di pellegrino, e di nuovo Silva non lo riconosce. Non si direbbe che essere Grandi di Spagna stimoli granché i neuroni, vero? Ma quel che a Silva manca in fatto di cervello è compensato in senso dell’onore. Quando il pellegrino chiede ospitalità, il nobile veglio gliela promette con la stravaganza di termini che ci aspettiamo in questo genere di circostanza, e già che c’è lo mette a parte del suo imminente imene. Al che Ernani perde un nonnulla la testa, si svela, ci mette tutti a parte del fallimento della sua ribellione (che ne sarà stato degli allegri compari dell’Atto Primo?) ed esorta Silva a consegnarlo al re per ottenerne il favore.

Mille guerrier m’inseguono
Siccome belva i cani…
Sono il bandito Ernani,
Odio me stesso e il dì.

Elvira inorridisce, ma Silva ha promesso ospitalità, ricordate? A lui non importa granché che Ernani voglia morire: è ospite e lo si proteggerà – contro il re, se occorre. E se ne va per andare a predisporre le difese.

Ora, ricordate quel che si diceva sulla saggezza di lasciare da soli soprano e tenore? Dapprima Ernani respinge Elvira che, in fondo, ha colto sul punto di sposare Silva per la seconda volta in due atti. Ma poi lei gli racconta come, credendolo morto, avesse deciso di fingere obbedienza solo per pugnalarsi sull’altare. Again. E a noi viene da chiederci se pugnalarsi nelle sue stanze non fosse abbastanza dimostrativo, ma Ernani va in estasi. E com’è ovvio, nell’istante in cui i due si abbracciano rientra Silva, che giura vendetta. Again. giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugo

Ma chi è che giunge alla guarnitissima porta di Silva in questo terribile momento? Nessun altro che il re. Again. Ma stavolta il re è all’inseguimento del ribelle sconfitto, e Silva è in un bel pasticcio: deve salvare Ernani – perché ha promesso di farlo e perché se lo consegna poi non può più tagliarlo a striscioline di persona. Così Ernani viene precipitosamente nascosto in una cavità dietro un ritratto – appena in tempo.

Entra Don Carlo, comprensibilmente sospettoso, e piuttosto alterato dopo che Silva ammette di avere il bandito nascosto da qualche parte, ma rifiuta di consegnarlo. Promettendo di stanare le idre della ribellione dai merlati covi col ferro e col fuoco, Don Carlo ordina una perquisizione lampo del castello, e dopo qualcosa come un paio di minuti il coro se ne torna lamentando che, benché del castello si sia esplorata ogni latebra più occulta, Ernani non si trova. Il re non è contento, e finirebbe male se Elvira non arrivasse a supplicare mercede. Supplica per due versi. Due. E Don Carlo cede – non senza decidere di portarsela dietro come ostaggio per la buona fede dello zio.

Silva non è contento, ma che può farci? Tra l’altro non sa che il re ha intenzioni a proposito di Elvira. Questo glielo dice Ernani quando esce da dietro il ritratto, e i due giurano vendetta. Again. Solo che questa volta giurano insieme. Ernani chiede di essere della partita e, siccome Silva non si fida molto di lui, offre in pegno la sua vita. Dà a Silva un corno da suonare nell’istante in cui lo vorrà morto:

Se uno squillo intenderà,
Ernani morirà.

E una volta stipulato questo allegro patto, Silva raccoglie i suoi cavalieri, Ernani i suoi banditi (ah, ecco dov’erano finiti! Non lontano…) e tutti se ne partono invocando sangue e vendetta. Sipario.

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoAtto III – La Clemenza

Siamo ad Aquisgrana, signore e signori, nella cripta dove è sepolto Carlo Magno. Don Carlo si aggira attorno alla tomba del suo role model per a) soprendere i cospiratori che cospirano (e che altro?) contro di lui; b) attendere l’esito della Dieta che deve scegliere il nuovo imperatore; c) rimuginare sulla natura del potere.

E qui Piave inanella tre perle di cui devo mettervi a parte. Che stanno facendo gli Elettori? Ebbene,

Cribrano i diritti cui spetti del mondo la corona…

Ovvero, vagliano chi abbia più diritto alla corona imperiale. E come vuole Don Carlo essere avvisto, casomai spettasse a lui?

Tre volte il bronzo ignivomo
Della gran torre suoni…

E questa potete usarla alle feste, promettendo un premio in caramelle a chi indovina che il bronzo ignivomo è poi solo un cannone. E mentre aspetta le tre cannonate, Don Carlo rimugina e filosofeggia. Che sono mai scettri, dovizie, onori, bellezza e gioventù? Sono, sappiatelo…

Cimbe natanti sovra il mar degli anni.

Ed è meraviglioso sentire Placido Domingo (che era stato impostato come baritono) raccontare di come avesse cantato l’aria in questione a un concorso, pregando non tanto di cantare bene, quanto che nessuno si sognasse di chiedergli che diavolo fossero le cimbe. Ci voleva più di un dizionario comune per scoprire che si tratta di barchette…

Ma non divaghiamo e torniamo alla nostra cripta, dove entrano quatti quatti i cospiratori, con gran sfoggio di parole d’ordine, giuramenti e scambi d’informazioni a beneficio del pubblico. Dopodiché questa gente ammantellata procede ad estrarre a sorte il fortunato regicida – e indovinate a chi tocca? A Ernani, si capisce. Silva cerca di farsi cedere il biglietto vincente, ma figurarsi se Ernani si lascia sfuggire l’occasione di vendicare il babbo defunto.

Ma… è un bronzo ignivomo quello che sento tuonare in lontananza – una, due e poi tre volte? Ebbene sì. Don Carlo si palesa per lo sgomento generale, solo che non è più Don Carlo. Adesso è… Carlo Quinto!*** giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugo

Entrano elettori, cavalieri e dame (Elvira compresa), e ormai è un po’ tardi per fare alcunché. I cospiratori sono arrestati e divisi: conti, duchi e grandi in generale sono condananti a morte. Ed è qui che apprendiamo che Ernani non si chiama affatto Ernani. Siccome un’opera non è un opera senza almeno un’agnizione, si scopre che il giovanotto è in realtà Don Giovanni d’Aragona – e quindi può morire con i suoi pari.

Ma non dimentichiamoci di Elvira, per favore. Elvira si getta ai piedi del re – no, pardon: dell’imperatore e supplica. Again. Carlo Quinto esita un filo di più dell’ultima volta, ma non molto. Dopo tutto vuole essere un sovrano virtuoso, e che c’è di meglio che cominciare con un atto di clemenza? Tutti graziati, tutti salvi e, per buona misura, che Ernani ed Elvira convolino a giuste nozze. Tutti esultano – tranne, non del tutto incomprensibilmente, lo scornato Silva. E sipario.

Atto IV – La Maschera

Ci siamo spostati a Saragozza, nel castello di Don Giovanni d’Aragona. Il coro giubila in vista del matrimonio… again. Quel che cambia è che stavolta lo sposo dev’essere Don Giovanni, e che a gettare un’ombra sulla canora letizia del coro si aggira un uomo intabarrato e mascherato di nero. Chi credete che sia?

Ma intanto Elvira e l’ex Ernani si compiacciono delle loro mutate circostanze e dell’imminente imene… non l’hanno ancora imparato che in quest’opera le nozze non vanno a buon fine? E infatti, mentre tubano, s’ode un lontano suon di corno.

Ve lo ricordate, il corno? Ernani/Don Giovanni sì, e allontana con una scusa la perplessa Elvira. Entra Silva paludato di nero, con il corno, una coppa di veleno e un pugnale. E l’ex Ernani… avreste detto che si gettasse ad adempiere al suo giuramento con l’impeto dissennato che ha dimostrato per tre atti? Be’, no: l’ex Ernani esita, vacilla, rilutta e tergiversa. Oh, per favore, è stato tanto infelice per tutta la vita e adesso gli si dischiudono le porte della gioia… non potrebbe Silva, almeno, ripassare domattina?

giuseppe verdi, francesco maria piave, ernani, victor hugoMa no, Silva è implacabile. Nemmeno il ritorno di Elvira, questa supplicatrice professionista, lo smuove di un soffio. Anzi: è proprio perché Elvira lo ama che l’ex Ernani deve morire… E insomma, un gentiluomo spagnuolo non può sottrarsi ai dettami dell’onore. Il giovinotto affera il pugnale e procede all’atto sanguinoso. Poi canta ancora per un po’**** per dissuadere Elvira, che vuole pugnalarsi. Again. E poi, avendo fatto tutto quello che un tenore deve fare, Ernani muore tra le braccia della sua sventurata fanciulla. Silva si compiace, Elvira sviene. Fine.

Successone, applausi, chiamate. E altrettanto a Milano e poi a Parma – dove si allungò il terzo atto a beneficio del tenore russo Nicolai Ivanov. E successo fu dovunque Ernani arrivasse – ma sapete chi non apprezzò affatto? Victor Hugo che, avendo concluso il suo dramma con il triplice suicidio di Hernani, Doña Sol (Elvira) e Don Ruy Gomez (Silva) trovava il finale sciaguratamente annacquato…

 

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* Se, stando a Hugo, Ernani ha vent’anni, Don Carlo ne ha 19 stando ai libri di storia.

** Disfidoti. No, davvero. Un giorno ci chiamerò un gatto…

*** Non ve l’avevo detto che era parente dell’altro Don Carlo?

**** “Si vede che non si è mica preso il polmone,” commentò in dialetto romagnolo il mio anziano vicino di posto, a Vigoleno di Verlasca.

cinema · musica

Scaramouche Muto

rafael sabatini,scaramouche,ramon novarro,movies silentlyPerché prima del giocattolone in technicolor del 1952 – quello con Stewart Granger e la più alta densità di duelli della storia del cinema – c’era stato, nel 1923, un film muto diretto da Rex Ingram, con Ramon Novarro nel ruolo eponimo…


E allora volete che non diamo nemmeno un’occhiatina alla versione silenziosa? Figurarsi! Per cominciare, i titoli di testa con una fetta di musica originale di William Axt e Leo Kempinksi:

E qui Danton che infiamma le folle, con quella che sospetto essere la musica rimaneggiata da Jeffrey Silvermann per il DVD:

E per finire, una spassosa e puntuale recensione comparata delle due versioni (completa di un sacco di immagini tratte da quella silenziosa…) da quel favoloso sito che è Movies, Silently.

E questo è, alas, tanto vicino quanto si può andare a vederlo, il film muto – perché il DVD esiste ma non è codificato per le nostre latitudini…

Oh be’, chi lo sa. Magari in qualche futuro. Per ora vi auguro buona domenica.

teatro

Lo Spirito Del Bardo Alla Clarina

E poi ci sono volte, o Clarina, in cui nemmeno io ci posso fare nulla – con tutto che sono lo Spirito del Bardo. E allora è inutile che tu mi supplichi di tenerti la man sul capo, o che tu indossi e cincischi in continuazione la Life of Shakespeare in miniatura che ti fa da portafortuna teatrale…

Sono lo Spirito del Bardo, o sciagurata ragazza, mica un incrocio tra Santa Rita e Superman!

Quel che posso fare è esprimermi per via di segni – e devi ammettere che non li ho fatti mancare. Di tutto è capitato in questo giro di prove: incidenti, litigi, forfaits, spostamenti d’orario, sostituzioni avventurose, assenze,  incomprensioni, date incerte, compensi dimezzati, ruzzoloni da autoveicoli adibiti al trasporto di vegetali, raffreddori, allergie, dubbi degli organizzatori, psicodrammi di varia natura… praticamente vi stavo abbattendo uno per uno… che potevo fare di più – a meno di ricorrere all’omicidio?

Una compagnia appena più assennata avrebbe colto lo hint e trovato una scusa per defilarsi. Ma no, voi no. Avete persistito con l’inscalfibile pervicacia di un branco di lemming – e non venirmi a dire, o Clarina, che non è colpa tua. Quando la sapiente Atena ha dovuto rinunciare, non hai forse accettato di coprire il buco? E quando siete rimasti senza la fida nutrice Euriclea a tre giorni dalla rappresentazione, non sei stata forse tu a suggerire una soluzione di ripiego che prevedeva, of all things, del playback?

Per cui, quando domenica mattina ti sei ritrovata nel bel mezzo di una piazza assolata, davanti a un tappeto di un rosso che interferiva con la navigazione aerea, circondato da colonne doriche di polistirolo e appoggiato contro una rumorosissima fontana, avrei anche potuto commuovermi davanti al tuo sgomento. Avrei potuto – ma non l’ho fatto perché, o insensata creatura, eri colpevole quanto e più degli altri.

E poi, se anche mi fossi commosso, che avrei potuto farci?

Che avrei potuto fare mentre rinegoziavi entrate, uscite e movimenti con metà del tuo cast? Che avrei potuto fare mentre l’altra metà del tuo cast tardava, tardava e tardava per i più svariati motivi? E, bada bene, non solo gente veterana ed esperta, ma anche qualche nuova leva disperatamente bisognosa di un’ultima prova?

Che poi, diciamocela tutta: tu per prima eri disperatamente bisognosa di un’ultima prova, perché avevi ereditato il ruolo da poco, perché eri nervosa come tre gatti in un sacco, perché c’erano treni merci di cose che volevi sistemare, perché continuavano a chiederti perché non volevi le lance in scena, perché alcune fette dello spettacolo non erano mai state provate – ma proprio mai, non una singola volta…

E che avrei potuto fare mentre chiosavi un copione annotato a beneficio della persona fortunosamente reclutata per badare alla musica – visto che tu, essendo in scena, non potevi occupartene?

E che avrei potuto fare quando, finalmente riunito il cast nell’aula consiliare del locale municipio (of all places…) ha avviato uno stracciolino di prova, se così vogliamo chiamarla, e le tre fanciulline che facevano le ancelle di Penelope continuavano a sgusciare via appena le perdevi di vista per andare a truccarsi in bagno?

E a questo proposito, chi l’avrebbe detto che, anatrella che non sei altro, sapessi come si fa ad amministrare una sfuriata? È proprio vero che l’ira della gente che si arrabbia di rado fa più effetto… Ammetto che è stato divertente vedere come tutti ti giravano attorno in punta di piedi, dopo.

E tu continuavi a cincischiare il tuo ciondolo shakespeariano, ma ripeterò ancora una volta: che potevo farci?

Lo Spirito del Bardo non ha controllo sull’affluenza agli spettacoli. Non è colpa mia se c’erano quattro gatti seduti sulle sedie (pochine) che i municipali avevano disposto al di là della strada. Né è colpa mia se, sulla strada lasciata libera, la gente seguitava a passare a piedi e in bicicletta, mangiando il gelato e facendo conversazione… Non sono, o Clarina, un vigile urbano.

E a proposito, ti sei accorta che avevi un occhio molto più truccato dell’altro? Ma forse nessuno se ne è accorto. Forse erano tutti ipnotizzati dall’arancione vivido del tuo peplo. Atena, la dea dell’ANAS. Che poi, a dire il vero, una volta visto sul tappeto rosso, quasi non si notava nemmeno quello…

Ma non divaghiamo, non divaghiamo.

Lo Spirito del Bardo non ha controllo nemmeno sulle campane. A nessuno era passato per il capo di avvertirvi che alle cinque in punto le campane avrebbero cominciato a squillare con gaio abbandono sopra le vostre teste – continuando per non meno di cinque minuti, mentre tu cercavi d’impedire ai tuoi attori di cercar di farsi sentire lo stesso…

Probabilmente è stata una buona idea ricominciare daccapo. Anche se il vento e l’acqua…

Ma si capisce che lo Spirito del Bardo non ha controllo nemmeno sul vento che soffia nei microfoni, né sul chioccolare delle fontane – che i microfoni stessi raccolgono con micidiale sensibilità. E parlando di microfoni, no: lo Spirito del Bardo non ha un briciolo di controllo nemmeno sui fonici che si prendono su e vanno a passeggio durante gli spettacoli, e meno ancora sugli archetti che non funzionano, trasformando Telemaco, Demodoco, la spudorata Melanto e, a tratti, anche la sapiente Atena, in mimi a tutti gli effetti pratici.

Per non parlare delle colonne doriche di polistirolo che rotolano come birilli alla minima provocazione… oh, non te n’eri accorta? Sì, forse eri in scena, quando è successo alle tue spalle. Due volte. I tuoi le hanno rincorse e rialzate. E non so se vuoi sentirtelo dire, ma è stato spassosissimo. E, ça va sans dire, anche su questo lo Spirito del Bardo non ha controllo.

Sui tuoi attori che, incuranti dei tuoi cenni frenetici a bordo tappeto, sbagliavano un’entrata e un’uscita dopo l’altra e recitavano da un pochino a orribilmente al di sotto delle loro possibilità, avresti dovuto avere più controllo tu.

Vero: non avevate provato abbastanza, e c’era troppa gente nuova, e avevate dovuto modificare troppe cose all’ultimo momento – ma lascia che te lo dica, o ragazza: non è che aveste proprio sempre l’aria di sapere quel che facevate.

Oh, e le lance.

Avresti potuto anche aspettartelo: a M. & C. (associazione a delinquere) le lance in scena piacevano proprio tanto – no matter che tu avessi detto di no, no e no. Per cui i Proci che cercavano disperatamente le armi e le avevano bene in vista sono riusciti più che un po’ buffi. E sì, so che, avendo ripetuto più e più volte che non volevi lance in scena ti aspettavi che non ci fossero lance in scena, e so che te ne sei accorta solo al momento fatidico, con un tuffo al cuore…

Di nuovo, avrei potuto commuovermi – ma non l’ho fatto. Serves you right. Così impari a dare per scontato che la gente faccia quel che dice la regista supplente…

E quindi sappi, o Clarina – ma direi che lo sai già – che i pochi applausi che avete preso erano più di quanto meritaste. Credo che il pubblico si sia intenerito un pochino per la combinazione di débacle fonica e campane. Quelle, dopo tutto, non erano colpa vostra.

Il resto sì.

Per cui, alla fin fine, tutto quello che puoi fare di questa esperienza raccapricciante è trarne insegnamento. Si spera che tu e la compagnia tutta abbiate imparato che a volte, se è appena possibile, è il caso di dire di no. Che chiunque abbia detto che Lo Spettacolo Deve Andare Avanti si sbagliava. Che quando non si è pronti non si è pronti. Che non si può sempre far conto sui miracoli dell’ultimo istante.

Che quando lo Spirito del Bardo si danna a far piovere segni inequivocabili, forse è il caso di dargli retta.

E sì, tu l’avevi detto, e non una volta sola, ma è chiaro come il giorno che non l’hai detto con sufficiente energia, non credi? E sperando che, se non è stato piacevole, sia stato almeno istruttivo, prende congedo e ti augura giornate con meno travasi di bile,


Lo Spirito del Bardo

 

 

scribblemania

PBN

Crisi nigerrima.

Sapete quel momento in cui si comincia a chiedersi come si è mai potuto pensare di scrivere una storia del genere?

Quando si ha l’impressione di essersi scritti in un angolo – e di non avere la più pallida idea di come uscirne?

Quando più si strologa e si elucubra, più si ha la sensazione di annodarsi?

Ecco.

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: I Lombardi

…alla Prima Crociata.

Se già quello del Nabu(c)co(donosor) era considerato un titolo tipograficamente lungo, figuratevi questo…

giuseppe verdi, temistocle solera, i lombardi alla prima crociata, tommaso grossiE il libretto era di nuovo di Temistocle Solera.

Ci si trovava bene, Verdi con Solera – figlio di un magistrato imprigionato allo Spielberg, educato a Vienna, fuggito da scuola per unirsi a una troupe di funamboli tzigani*, poeta, musicista, impresario teatrale, antiquario, neoguelfo, agente segreto, riorganizzatore di polizia in Egitto** e, soprattutto, librettista.

E Solera aveva occhio. Dopo il Nabucco aveva saccheggiato un poema epico di Tommaso Grossi – I Lombardi alla Prima Crociata. Grossi, vedete, era un poeta e romanziere occasionale, che intendeva scrivere una nuova Gerusalemme Liberata – solo più aggiornata e scorrevole. Francamente non saprei dire se i Lombardi fossero più scorrevoli e aggiornati della Gerusalemme, ma di sicuro furono un bestseller. Oggi ci si caverebbe un film, nel 1843 ne fecero un dramma e poi un’opera. 

Un’opera piena di ammenicoli religiosi: non solo la crociata del titolo, ma anche un subisso di preghiere e processioni, nonché un battesimo. Tanto che furono le autorità religiose a richiedere l’intervento della censura… Avremo modo di riparlare di Verdi&censura – ma con i Lombardi andò bene. Quando già Solera e Verdi cominciavano a sudare freddo, il capo della polizia in persona richiese perentoriamente una sola modifica al primo atto: l’Ave Maria in teatro non si poteva cantare. Prima che Verdi, feroce anticlericale, potesse inalberarsi, Solera parafrasò la preghiera in un capolavoro di diplomatica bizantineria che dimostra come, a volte, non ci volesse poi moltissimo a danzare attorno alla censura… 

Ma, Ave Maria a parte, che genere di storia avevano messo insieme Grossi e Solera? Vediamo un po’.

giuseppe verdi, temistocle solera, i lombardi alla prima crociata, tommaso grossiL’Atto Primo si apre con il consueto coro che, questa volta, funge anche da espositore. Siamo nel Duomo di Milano nel 1097, e apprendiamo che il nobile Arvino (incidentalmente il capo designato dei crociati lombardi) è occupato a perdonare in tutta solennità il fratello Pagano, esiliato a lungo per avere cercato di uccidere il fratello per i begli occhi di Viclinda. Adesso che Viclinda è moglie di Arvino e che gli anni sono passati, Pagano si dichiara pentito e rientra a Milano.

Non è che il coro si fidi molto – e a dire il vero non ha tutti i torti. Pagano non perde tempo a confidarsi con il suo bieco scudiero Pirro: altro che perdono! Lui (Pagano) era un bravo ragazzo, ma respingendolo Viclinda ha fatto di lui una bestiaccia*** e adesso che tutti ne paghino le conseguenze. Pirro la prende allegramente, e promette sangue insieme a un’allegra combriccola di sicari che imperterriti, tacenti, d’un sol colpo in paradiso l’alme altrui godon mandar… 

Ma qualcosa va storto. Mentre Viclinda e la figlia Giselda, che si sentono ancor l’anima tutta tremante, fan voto di andare pellegrine a Gerusalemme se nulla di brutto accade ad Arvino, Pagano e Pirro irrompono, incendiano e assassinano – e tentano di rapire la scalpitante e presumibilmente vedovata Viclinda. Ma Arvino appare a difendere la sposa… 

E allora chi è che è morto sotto il pugnale di Pagano?

Ma Folco, il vecchio padre di Pagano e Arvino!

Ops…

Arvino, Viclinda e i coro maledicono il parricida – che si maledice anché da sé, e non avrebbe obiezioni a lasciarsi uccidere dal fratello. Ma Giselda intercede, e il coro conviene che una vita di rimorso è una punizione peggiore della morte…

Sipario. giuseppe verdi, temistocle solera, i lombardi alla prima crociata, tommaso grossi

L’Atto Secondo si sposta nel palazzo di Antiochia, dove il tiranno Acciano e i suoi lamentano l’arrivo dei ferocissimi crociati guidati da Arvino. Intanto il principe Oronte spasima per una bella prigioniera cristiana che, la sua criptocristiana madre Sofia lo (e ci) informa, è disposta a ricambiare il suo puro affetto solo se lui si converte. E adesso? Dosi massicce di conflitto interiore? Macché: lo sappiamo tutti come sono i tenori… Apparentemente, la bella prigioniera val bene una messa…

Ma spostiamoci per un attimo nella caverna un santo eremita vive in solitudine e in attesa dei crociati, cui vuole unirsi per cercare riscatto ai suoi peccati. Noi, che ne sappiamo più della maggior parte dei personaggi perché abbiamo letto il libretto, sappiamo benissimo che il santo veglio è Pagano – ma Pirro non lo sa. Ricordate Pirro, che era così disinvolto in fatto di omicidi? Ebbene, si direbbe che abbia avuto anche lui una crisi di coscienza, e così si è fatto musulmano, diventando il custode della porta di Antiochia. Però adesso preferirebbe riscattarsi anche lui. Ottimo, dice l’eremita, che ha riconosciuto il suo ex scudiero – e non ne è stato riconosciuto a sua volta: perché non apri le porte della città ai crociati?

Neanche Pirro – che pure è un basso – ha molto spazio per i dubbi nella sua composizione: senza nemmeno domandarsi se sia bello tradire la gente che lo ha accolto a beneficio della gente che ha a suo tempo tradito, abbraccia il piano. E bisogna dire che Pagano sia molto cambiato, perché nemmeno Arvino, arrivando molto opportunamente a ricevere notizia della breccia nella sicurezza di Antiochia, lo riconosce affatto. Ah, i prodigi di una barba di stoppa e un po’ di cerone…

giuseppe verdi, temistocle solera, i lombardi alla prima crociata, tommaso grossiSe sapessero che i crociati sono in arrivo, forse le ancelle dell’harem di Acciano perderebbero meno tempo e meno fiato a dileggiare la bella straniera che ha fatto innamorare il principe Oronte eppure sospira notte e dì. E chi può mai essere la bella straniera, se non Giselda – che evidentemente in pellegrinaggio c’era andata davvero, ha perso la madre, è stata fatta prigioniera e si è innamorata (orror!) di un nemico e di un infedele?

E Giselda dovrebbe essere contenta dell’arrivo dei crociati, giusto? Dopo tutto sono i suoi, dopo tutto vengono a liberarla… ma no. Quando Sofia le annuncia che Oronte è morto in battaglia, la nostra fanciulla prorompe in maledizioni. Ora: è uno dei misteri buffi dell’opera quello per cui la gente non sente quel che viene cantato a mezzo metro di distanza, ma arriva dall’altro capo di Antiochia/un continente/l’orbe terracqueo giusto in tempo per udire quel che non dovrebbe. E così Arvino entra, ode, inorridisce, maledice la figliuola ritrovata – e l’ucciderebbe sui due piedi, se non intervenisse l’eremita, sant’uomo, pieno di simpatia per gli eccessi che amore&dolore dettano a Giselda.

Essì, i soprani ne passano di tempo a farsi rinnegare e disconoscere per amore… ma sipario. giuseppe verdi, temistocle solera, i lombardi alla prima crociata, tommaso grossi

Comincia l’Atto Terzo, e ci siamo spostati nella Valle di Giosafat, in vista (lontana) di Gerusalemme. Qui i crociati seguitano ad avanzare, ma Giselda non è felice, e così è uscita per una passeggiatina ristoratrice nel deserto – dove trova… indovinate un po’? Oronte! Travestito da cavaliere lombardo! Oh giusto ciel!

Ma non era morto? E no, era solo ferito e adesso, braccato e malconcio, vuol solo rivedere Giselda e poi morire. Sennonché, non bisogna mai sottovalutare il cuore di un soprano: Giselda è pronta a fuggire con lui – ovunque e comunque. Due cuori e una caverna. E un corsiero arabo per la fuga.

Arvino arriva troppo tardi per fermarli e ri-maledice la figlia. Un’altra volta. E già che c’è, ri-maledice anche il fratello che, qualcuno lo informa, è stato visto aggirarsi per il campo cristiano…

Possibile, ci chiediamo noi, che nessuno abbia capito che Pagano è l’eremita e l’eremita è pagano? Possibilissimo: siamo all’opera, ricordate?

Cosicché non ci stupiamo poi troppo nemmeno quando Giselda barcolla in una grotta in riva al Giordano sorreggendo Oronte ferito**** e ci trova di nuovo l’eremita, pronto a convertire in articulo mortis il giovanotto – che poi muore, cristiano e felice, tra le braccia della sua fanciulla.

Disperazione, lacrime a fiotti, conforti religiosi, sipario.

giuseppe verdi, temistocle solera, i lombardi alla prima crociata, tommaso grossiEd ecco l’Atto Quarto. Giselda, non incomprensibilmente, non ha preso benissimo la dipartita di Oronte, e ha somatizzato in un febbrone da cavallo. Tanto che Arvino, convocato dall’eremita, si commuove e pente di avela maledetta. Tanto più che poi Giselda vede in sogno Oronte, che le svela dove trovare l’acqua per dissetare i Lombardi che, attorno a Gerusalemme, stanno morendo di sete.

E mentre muoiono di sete, cantano O Signore dal Tetto Natio, il coro più celebre dell’opera – con cui, secondo me, Verdi&Solera speravano di ripetere lo hit del Va Pensiero… Ma mentre lamentano la lontananza da casa e l’abbattimento dello spirito, ecco Arvino, Giselda e l’eremita, ad annunciare l’impresa rabdomantica: acqua! Acqua! Acqua!

E non è che i Lombardi bevano, ma l’idea dell’umidità basta a rianimarli e spingerli in battaglia – e fuori scena.

E si direbbe che vincano, perché nell’ultima scena, dopo lungo rumore di battaglia, rientrano trionfanti. Oddìo, forse un po’ meno trionfanti di quanto potrebbero essere, perché l’eremita è ferito, e tutti se ne dolgono assai. Persino quando il moribondo si svela, tutti restano commossi oltre ogni dire. Persino Arvino, di fronte a tanto pentimento e a tanto riscatto, si scioglie. Cosicché Pagano redento può morire beato tra le braccia del fratello e della nipote, mentre i Lombardi eponimi celebrano la vittoria e la presa di Gerusalemme.

E, per l’ultima volta, sipario.

 

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* No, davvero…

** No, davvero.

*** Suona familiare? Abigaille, anyone? E non è l’ultima volta che sentiamo questo genere di giustificazione.

**** È ancora la ferita della battaglia che si è aggravata? O una nuova raccattata durante la fuga? Buona domanda.

cinema · musica

Moon River

Di fretta. Sono in partenza per una ventura teatrale.

Non lo dico nemmeno più che stavolta, stavolta sarà un disastro. Lo so che nessuno mi crede – ma stavolta… Non ho nemmeno l’energia di invocare lo Spirito del Bardo. 

Oh well. Musica, d’accordo? L’incantevole Audrey Hepburn che canta Moon River.

Buona domenica e buon giugno – and wish me luck. Magari una volta o l’altra poi forse chissà magari vi racconto…

elizabethana · lostintranslation · Poesia · virgilitudini

Marlowe, Shakespeare, Heaney – Varie Ed Eventuali

Vi avverto: questo post è destinato a serpeggiare un pochino – di qua e di là.

christopher marlowe, william shakespeare, seamus heaney, lucius etruscus, questione del vero autorePer prima cosa, quattrocentovent’anni e un giorno fa, Kit Marlowe – il poeta elisabettiano – andava incontro alla sua prematura sorte a Deptford, nella casa di Eleanor Bull.

Eleanor Bull non era affatto un’ostessa come usava credersi, bensì una rispettabilissima vedova dalle connessioni un po’ allarmanti, se si considera che era cugina di  Lord Burleigh, l’onnipotente Lord Tesoriere della Grande Bess. Perché, vedete, Burleigh si era anche annesso la rete di spionaggio del defunto Francis Walsingham, di cui Kit doveva far parte in qualche maniera…

christopher marlowe, william shakespeare, seamus heaney, lucius etruscus, questione del vero autorePer cui, ricapitolando: una spia (o ex spia) muore nella casa della cugina dello spymaster, mentre si trova in compagnia di un’altra spia e di due agenti di basso rango… Aggiungeteci il fatto che Kit era in quella che adesso chiameremmo libertà vigilata, con accuse di blasfemia e sedizione pendenti sul capo, e che morì per una coltellata frettolosamente ascritta a legittima difesa. Una lite per il conto, dissero i tre compari, rendendo testimonianza su una serie di eventi dalla dinamica… bizzarra.

Per cui no, non sono una marloviana – vale a dire che non credo affatto che Kit sia sopravvissuto e fuggito sul Continente a scrivere il canone shakespeariano. Però, se vogliamo parlare di omicidio, mi trovate disponibile.* christopher marlowe, william shakespeare, seamus heaney, lucius etruscus, questione del vero autore

Oh… ho detto canone shakespeariano? Sì, l’ho detto. E l’ho detto perché un paio di giorni fa Lucius Etruscus di Fantasy Magazine ha pubblicato il suo Mistero Shakespeare, un interessante e tutt’altro che scontato saggio sulla Questione del Vero Autore. Lucius esplora la faccenda con un taglio letterario ma piuttosto inconsueto. In appendice trovate un’intervista all’ineffabile John Underwood/Gene Ayres, l’autore dell’altrettanto ineffabile Libro Segreto di Shakespeare, e una mia scampagnatina shakespeariana. Potete scaricare gratuitamente l’ebook in formato ePub da questa pagina.

christopher marlowe, william shakespeare, seamus heaney, lucius etruscus, questione del vero autoreE parlando di poeti e di pubblicazioni recenti (ve l’avevo detto che avremmo serpeggiato…), parliamo anche di Seamus Heaney – Virgilio Nella Bann Valley, edito all’inizio del mese da Tre Lune. Ci trovate la mia traduzione del bellissimo discorso con cui Heaney accettò il Premio Virgilio nel 2011, la traduzione e analisi delle due versioni della virgiliana Bann Valley Eclogue ad opera di Giorgio Bernardi Perini, un’intervista al poeta, e un saggio di Massimo Bacigalupo su come una traduzione de L’Aquilone pascoliano diventò A Kite For Aibhìn. Ho lavorato molto a questo libro, come traduttrice e curatrice, e trovo che possa essere una buona introduzione alla poesia di Seamus Heaney. Se foste interessati, trovate lumi sul sito dell’editore – qui.

 

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* E se vi piacciono le storie di spionaggio, vi consiglio in proposito l’intricato, documentatissimo e, alas, non tradotto The Reckoning: The Murder of Christopher Marlowe di Charles Nicholl.