grillopensante · teatro

Non Solo Per Bambini

Con la prima che incombe, si discute se Bibi & il Re degli Elefanti sia per bambini oppure no.

E, se lo chiedete a me, sono tentata di dire di no. At the very least, non è solo per bambini. 

bibi e il re degli elefanti, accademia teatrale campogalliani, teatrino d'arcoÈ vero, ci sono gli elefanti parlanti, e le pulzelle, e gente uscita dai libri – ma sotto il linguaggio, il tono e i colori della favola, Bibi è costruita attorno a una serie di domande dannatamente adulte. Da un lato, questioni di come si reagisce di fronte alla malattia, di come si convive con la paura, di cosa costituisce la forza dell’individuo. Dall’altro, il ruolo dell’immaginazione nella crescita. E in mezzo c’è l’idea che l’uno e l’altro siano legati in modo molto, molto stretto quando la malattia colpisce un bambino.

E c’è anche un omaggio ai compagni immaginari, che alle nostre latitudini sono a tutti gli effetti pratici una specie protetta… Ne avevamo già parlato, ricordate? Mi troverete sempre pronta a spezzare una lancia in favore dei compagni immaginari – e ce n’è bisogno, a giudicare dalla diffidenza che li circonda. È davvero così necessario affrettarsi a confinare l’immaginazione dei bambini? Qualche settimana fa le maestre hanno bandito dall’asilo il compagno immaginario del mio figlioccio di tre anni e mezzo… un’età davvero matura per acquisire un senso della realtà, don’t you think?

Ecco, in B&RdE si sostiene che l’immaginazione non è una fuga, ma una fonte di forza di fronte alla malattia.

Questioni adulte – raccontate in un modo abbastanza bifronte. 

Da un lato c’è la favola, con la piccola Bibi, il suo elefante e la Pulzella. Dall’altro c’è la storia della mamma di Bibi, terrorizzata e fragile davanti alla malattia di sua figlia, e anche davanti a quel mondo immaginario che Bibi si costruisce per difendersi da una sofferenza che non capisce.

Non so fino a che punto questo sia paradossale, ma l’aspetto più difficile da centrare è stato quello fiabesco. Scrivere per i bambini è stata una bizzarra esperienza sotto molti punti di vista. Avevo editato storie per bambini, e quindi me n’ero occupata non solo da lettrice, ma scriverne una ha richiesto una serie di affascinanti esercizi: bisogna ricordarsi molto bene della bambina che si era, e scrivere per lei senza dimenticarsi che sono passati decenni tra quella bambina e i piccoli lettori odierni. Bisogna ritrovare il senso di magia che si vedeva racchiuso nelle storie – non necessariamente nelle favole, ma nel fatto che pagine bianche e parole nere contenessero ogni possibile genere di personaggi, posti e vicende…

Mi conforta nell’idea di esserci riuscita almeno un po’ il parere di A., che ha cinque anni e, dopo avere visto B&RdE ha chiesto a sua madre se poteva avere anche lei Bogus come amico immaginario. Ma di solito, quando il sipario si chiude e le luci si accendono in sala, non ci sono solo i bambini con gli occhi sgranati. Ci sono anche gli adulti con gli occhi lucidi.

Perché nonostante sia una storia di bambini, e nonostante Bogus, la Pulzella e il Piccolo Lord, questa non è solo una storia per bambini.

 

musica · teatro

Masquerade

Per nessuna buona ragione in particolare – se non perché The Phantom Of The Opera mi piace tanto e in questi giorni ho molta nostalgia di Londra…

Masquerade, dall’edizione celebrativa per i venticinque anni del musical, messa in scena all’Albert Hall.

E potrei raccontarvi di essere uscita dallo Her Majesty’s Theatre, a tarda sera, sotto la pioggia, una quindicina di anni fa, canterellando tra me questa canzone… Ma non lo faccio – e invece vi auguro una buona domenica. 

teatro · Vitarelle e Rotelle

Bibi Al D’Arco

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A volte capita di scrivere per un’occasione specifica.

Capita per il teatro, capita per le commissioni.

Si scrive con dei vincoli, e può capitare che siano vincoli di tempo. Cose come “E soprattutto, al massimo un’ora, non più di un’ora e guai a sforare oltre l’ora.”

A suo tempo è capitato con Bibi e il Re degli Elefanti, da presentarsi a un pubblico di medici, genitori e bambini a chiusura di un convegno di medicina pediatrica. Parte della platea aveva una lunga e impegnativa giornata alle spalle, parte del pubblico era piccino… E così Bibi è nata piccola.

E sia ben chiaro, non c’è assolutamente nulla di male nel limitare i tempi. A volte è necessità, a volte è buon senso, a volte funziona così.

Poi però capita che le compagnie riprendano in mano le cose e le portino in teatro, e ne chiedano… un po’ di più. Per fare una serata di teatro completa.

E allora si aggiunge, si amplia, si ramifica – a volte si popola un po’ di più. È interessante vedere che cosa si riesce a fare senza stravolgere proporzioni e atmosfera, e in genere è un’occasione per sviluppare qualche idea che nell’esecuzione originale si era dovuta sacrificare o era rimasta in un angolo.

La tentazione poi è quella di risistemare tutto… si riprende in mano il testo, giusto? Perché non approfittarne? Ecco, questa non è sempre la migliore delle idee, perché in genere la compagnia preferisce non dover imparare tutto a memoria daccapo, thank you very much – e anche questo è un limite salutare per evitare di avventurarsi in rimaneggiamenti dissennati e vagabondaggi tangenziali…

 

Ed è andata così anche per Bibi. Da un limite all’altro – una porta aperta con limiti. E sempre di più vado scoprendo che nulla stimola la mente come un limite entro cui lavorare. Ne sono usciti un quadro in più, nuovi personaggi, nuovi compagni immaginari… perché Bibi non è la sola ad avere amici speciali. Per cui, ad andare in scena la settimana prossima per un giro di quattro repliche, è una Bibi nuova – buona anche per chi ha già visto la versione breve.

Se siete a Mantova e dintorni, e se vi va, queste sono le date:

Giovedì    18 Aprile   ore 20.45
Venerdì    19 Aprile   ore 20.45
Sabato       20 Aprile   ore 20.45
Domenica 21 Aprile   ore 16.00

Info e prenotazioni presso il Teatrino di Palazzo D’Arco dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18 e 30. Telefono e fax: 0376 325363

Storia&storie

Almanacco Del Giorno Prima

Sono abbastanza vecchia per ricordare l’Almanacco del Giorno Dopo* e soprattutto quella rubrichina dell’Almanacco in cui si ricordava un anniversario storico dell’indomani…Traviata fin da piccina, se volete, ma a me l’Almanacco piaceva per due motivi: la musichetta e, appunto, quella rubrica che si chiamava Domani Avvenne.

Così, quando ho scoperto che digitando una data in Wikipedia si può ottenere un lungo elenco di anniversari storici, avvenimenti, battaglie, trattati, nascite e morti, la mia reazione è stata: Domani Avvenne!

E per qualche motivo, in qualche punto dell’ultimo anno, ho annotato nella mia agenda elettronica il link alla pagina Wiki del 9 aprile. E poi naturalmente me ne sono dimenticata, ma le agende elettroniche hanno questa maniera di spiattellarvi tra capo e collo questo genere di cose – visite dal dentista, anniversari di nozze, link da considerare per un post futuro…

E così, canterellando tra me la musichetta rilevante,  sono andata a vedere perché mai, tra tutti i giorni possibili, avessi annotato proprio il nove di aprile. In realtà un motivo c’è. Più di un motivo, perché il nove di aprile sembra essere una miniera di anniversari…

Oh, d’accordo: essendo il numero di giorni all’interno di un anno quel che è, la maggior parte dei giorni è una miniera di anniversari storici – ma per qualche motivo, il nove di aprile trabocca di anniversari che solleticano il mio interesse.

E allora, siccome è un genere di gioco che mi piace tanto, vi metto a parte.

537 Belisario, assediato in Roma, riceve finalmente i sospirati rinforzi, nella forma di 1600 arcieri a cavallo. Unni, per lo più – e non che i numeri siano ancora remotamente rassicuranti, ma Belisario è Belisario, e comincia immediatamente la campagna di micidiali sortite e contrattacchi che bloccheranno i Goti di Vitige là dove sono. Non è magnifico? Un generale barbaro che, con truppe barbare, difende Roma da barbari di altro colore… talk of crumbling empires.

1336 Nasce Timur. Timur Leng. Tamerlano. Che sì, lo confesso, a me interessa principalmente per via di Kit Marlowe, e delle tende bianche, rosse e nere, e dei cieli ardenti, e dei laghi di pece. E viene da chiedersi che cosa ne avrebbe pensato il conquistatore d’Asia da Smirne alla Cina, di questa tragedia fiammeggiante e grandiosa. Forse non si sarebbe divertito a vedersi ritrarre come un pastorello in partenza (in realtà era il figlio di un nobilotto di una tribù mongola turchizzata e islamizzata), e sarebbe inorridito più che un po’ davanti alla hybris miscredente del suo omologo letterario, ma credo che il vortice di battaglie, conquiste e trionfi gli sarebbe piaciuto.

1413 Enrico V è incoronato re d’Inghilterra. E ancora non lo sa di essere destinato ad avere Shakespeare come buona stampa nei secoli a venire. O for a Muse of fire! e We few, we happy few… eccetera eccetera.

1483 Muore Re Edoardo d’Inghilterra – il che magari non sarebbe poi così rilevante se, morendo, Edoardo non lasciasse una situazione terrificante. Figli bambini avuti da una moglie (Elizabeth Woodwille) impopolarissima di persona e per vincoli famigliari, incertezza generale e un fratello minore pericolosamente abile e popolare… Riccardo III, anyone

1492 Proprio mentre il mondo conosciuto è sul punto di allargarsi, muore Lorenzo de’ Medici, il Magnifico signore di Firenze – chi dice con la benedizione di Savonarola, chi dice con l’assoluzione negata. Oh, non saprei. Dato il tipo che era Savonarola, tendo a preferire la seconda ipotesi. Ci sono storici che la confutano furibondamente, ma dite la verità: quale versione funziona meglio da un punto di vista narrativo?

1585 Una spedizione organizzata da Sir Walter Rale(i)gh parte con destinazione Roanoke Island per fondare una colonia. Non finirà affatto bene. Tempeste, Spagnoli, Indiani, incompetenza, dissidi, malattie, fame e clima inclemente – tutto cospirerà a far naufragare la nuova colonia una prima volta in meno di un anno. Stremati, decimati e delusi, i coloni accetteranno un passaggio da Sir Francis Drake per tornarsene a casa. Andrà ancor peggio alla seconda ondata di coloni che, sbarcati a Roanoke nell’Ottantotto, spariranno nel nulla. Letteralmente. 

1626 Muore Francis Bacon. Giurista, diplomatico, forse spia, filosofo, scienziato, scrittore – e c’è chi insiste autore del canone shakespeariano. Anzi, a dire il vero Bacon è il capostipite dei cosiddetti Veri Autori… Che volete che vi dica? Dubito che questo notevolissimo personaggio abbia avuto il tempo materiale di scrivere tutte quelle tragedie, commedie, poemetti e sonetti e, anche senza quelli, vanta una carriera di tutto rispetto e notevole eclettismo.

1629 Nasce James Scott Duca di Monmouth, figlio illegittimo di Carlo II d’Inghilterra. Di sangue reale, protestante, coraggioso e pieno di fascino Stewart, Monmouth godrà di molte più simpatie di quante ne potesse sperare il suo acido e sospettoso zio Giacomo II. Abbastanza per essere sospettato più o meno automaticamente di tradimento e cospirazione alla prima occasione… E poi diventerà una self-fulfilling prophecy, e Monmouth ci proverà sul serio, sbarcando nel Dorset, sollevando il placido Ovest e marciando verso Londra… Non finirà bene affatto. Storia pittoresca e romanzata più volte. Così al volo mi vengono in mente il Martin Hyde di Masefield, il Micah Clarke di Doyle, il Captain Blood di Sabatini – e sono sicura di dimenticare qualcosa.

1742 Debutta a Dublino il Messiah di Haendel.

1757 Nasce Edward Pellew, futuro capitano di marina, e poi ammiraglio e poi Visconte di Exmouth. Eroe della guerra navale prima contro l’America rivoluzionaria, poi la Francia rivoluzionaria e napoleonica. Abbastanza significativo perché l’ex Impero, dall’Australia alla Jamaica, sia disseminato di isole e isolette che portano il suo nome. Probabilmente il modello per l’Horatio Hornblower di C.S. Forester, compare a centro palco o di straforo in una quantità di romanzi navali.

Ok, basta così. E ce ne sarebbero altri – perché davvero, il nove di aprile è una giornata notevole – ma basta così.

Ieri Avvenne. Che non suona affatto ossimorico come Domani Avvenne, ma fa nulla.

 

 

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* Sì, lo so, tecnicamente non occorre essere nati all’epoca della Quarta Crociata, perché è andato avanti fino ai primi anni Novanta, ma sono abbastanza vecchia, temo, per ricordarne i primi tempi, se non proprio gli inizi…

anglomaniac · Elsewhere · gente che scrive

Agatha & C. All’Indice

Davvero non so come mi sia potuto sfuggire – o forse lo so: gl’implumi delle mie tre classi si divertono un mondo quando, dopo ogni lezione, con micidiale infallibilità, si rende necessario rincorrermi per i corridoi perchè ho dimenticato in aula la cartella, la borsa, il computer, il giaccone o qualche scartafaccio assortito…

E non ho nemmeno quarant’anni. Che ne sarà di me quando ne avrò ottanta?

Oh well, non divaghiamo. Il punto è che quasi un mese fa è uscito il mio articolo sulle gialliste inglesi della Golden Age su L’Indice Online.

Christie, Sayers, Tey, Allingham, Heyer, Marsh… tutte quelle signore che scrivevano di delitti, e i loro detective di buona famiglia – una sorta di club per soli uomini, se non fosse per Miss Marple…

Ad ogni modo, seppur con ritardo, vi segnalo che l’articolo si trova qui.

Vi va di dargli un’occhiata?

musica

La Mer

claude debussy, la mer, n. c. wyeth

Ve l’ho detto che sono in una fase naval-marittima?

E allora oggi N.C. Wyeth e Debussy…

La London Symphony diretta da Gergiev.

Adoro Gergiev.

L’ho sentito dirigere dal vivo solo due volte, ma sotto la sua bacchetta tutto acquisisce un brivido di elettricità e di inquietudine…

Oh well, bando alle ciance: La Mer

E buona domenica a tutti.

Vitarelle e Rotelle

Al Momento Migliore, Al Momento Peggiore

Il momento migliore per fornire informazioni è quando il lettore è ansioso di saperle, ci diceva Karl Iglesias a un seminario.

E, aggiungerei io, quando possono causare la maggior confusione e/o il maggior danno possibile.

Prendete Dickens…

Sì, lo so, avevo detto basta Dickens, but bear with me. Vedrete che si tratta più di tecnica che di Dickens. le due città, charles dickens,

Prendete Le Due Città.

Prendete il Dottor Manette. Ecco, il Dottor Manette, so sappiamo fin dal capitolo I del Libro Primo, si è sciroppato quasi diciotto anni di prigionia alla Bastiglia. Ci è finito da innocente, ma non sappiamo perché. Nessuno lo sa. Nemmeno lui, perché mentre fabbricava scarpe da signorina nella cella n° 105, ha avuto tutto il tempo di perdere il lume della ragione.

Ma poi il buon dottore viene liberato, ritrova una figlia che era cresciuta credendosi orfana, e che è ben felice di riprendersi un genitore – per danneggiato che sia. E Lucie Manette, creatura luminosa fin dal nome, è quel che ci vuol per ricondurre all’ovile le sparse meningi del povero babbo.

charles dickens, le due cittàEd è chiaro che, mano a mano che recupera il senno, il Dottor Manette ricorda quel che gli è capitato. Però non lo dice a nessuno. Certo, ogni tanto ha una ricaduta e si rimette a fare scarpe. E certo, per quanto si sforzi, non è capace di farsi piacere fino in fondo quel pur bravissimo ragazzo del suo futuro genero, l’émigré francese Charles Darnay. Ed è pur vero che Charles ha per zio, il malvagissimo marchese di St. Evremonde, che è così curioso a proposito del medico liberato dalla Bastiglia. Ed è pur vero che, quando Charles vorrebbe rivelare al Dottore questi suoi sgradevoli vincoli famigliari, Manette lo supplica di non farlo fino a dopo il matrimonio con Lucie. Ed è vero anche che la terribile Madame Defarge si stupisce molto che una Manette possa sposare il nipote di un Evremonde.

E quindi ogni tanto ci si ricorda che c’è un mistero attorno alla prigionia del Dottor Manette. Un mistero che potrebbe riguardare in qualche modo Charles. Un mistero potenzialmente devastante per tutte le brave persone di questo romanzo. Un mistero che solo il Dottore potrebbe sciogliere…

Solo che non lo fa. Mai.

Ci sono mille occasioni in cui il Dottore potrebbe raccontare quel che gli è capitato a Lucie, a Charles, al Dottor Lorry – o a se stesso nelle notti insonni. Però non lo fa. charles dickens, le due città

Almeno non direttamente. Perché quando la rivelazione alla fine arriva, arriva sì dalle parole del Dottor Manette, ma sono parole scritte e dimenticate. Sono di Defarge a ritrovare e produrre il drammatico manoscritto che il Dottore aveva lasciato nella sua cella alla Bastiglia, piene di nomi, accuse, rabbia e maledizioni – contro gli Evremonde.

Maledizioni che adesso il Dottore vorrebbe non avere mai scritto, perché l’ultimo degli Evremonde è il marito della sua adorata figlia – ma è troppo tardi.

La rivelazione lungamente attesa, promessa e dilazionata alla fine arriva – per mano di altri – al momento peggiore, quello in cui serve a condannare senza appello il povero Charles nel suo terzo processo capitale nel giro di sette anni.

Ed è una lunga rivelazione, un’abbondanza di backstory che occupa quasi un capitolo – però il lettore non se ne irrita perché, oltre ad essere molto drammatica, la rivelazione, invece di essere solo un sacco di informazioni, è diventata una minacciosissima svolta della trama – e arriva in modo del tutto inatteso, nel momento in cui nessuno se l’aspettava più.

Nel momento peggiore per i personaggi, e nel momento migliore per il narratore e i lettori. Oh… e sì: anche il momento in cui i lettori sono davvero ansiosi di riceverla.

 

angurie

Cilecca

Uh, va be’…

Piccolo post estemporaneo e fuori ruolino, per costatare che il mio pesce d’aprile si è spiaccicato sul pavimento con rumore di semolino tiepido.

No, d’accordo: con rumore di fish pudding tiepido.

Ci ha provato solo Lanonresponsabile, e mi ha sgamata prima di subito. Mi si dice che mi sono tradita con la Curlandia & Semigallia…

Be’, per la cronaca, la Curlandia & Semigallia è assolutamente vera. Così come il duca Peter von Biron, la cessione alla Russia nel 1795, e persino la faccenda di Tobago.

Di fittizio c’erano soltanto il tentato coup e, si capisce, Zeni.

Ah no, anche Harald von Kettler è fittizio – per quanto i Kettler siano stati davvero la cosa più simile a una dinastia ducale che la Curlandia abbia mai conosciuto.

Ecco.

Pazienza, me ne faccio una ragione. I pesci d’aprile non sono decisamente il mio mestiere.

 

pessima gente · scrittura

Sulla Letizia Del Lieto Fine

Mi si fa notare che tendo a parlare – e scrivere – di lieto fine con lo stesso enfatico disgusto con cui parlerei e scriverei di scarafaggi, e adesso sento la necessità di spiegare un pochino.

Pare che non abbia mai avuto fiducia nel Vissero Per Sempre Felici E Contenti. Pare che, a quattro anni, dopo una lettura di Cenerentola con il finale canonico, continuassi a chiedere: ma proprio per sempre? Proprio proprio? E non succede più niente? Forse avevo qualche dubbio sulla capacità di Cenerentola, col suo passato da colf, di adattarsi alla vita di corte…

Ma di fatto, non posso fare a meno di chiedermi: e dopo? Siamo certi che a gennaio Scrooge non torni avaro e bisbetico? O che Lizzie Bennet e Mr.Darcy non si scoprano dopo tutto incompatibili? O che Sigognac non si vergogni un po’ di Isabella che per sedici anni è stata un’attrice girovaga? O che Lauretta e Rinuccio prima o poi non si lasceranno coinvolgere dall’ostilità fra le famiglie?

Insomma, di solito un lieto fine arriva o per conciliazione di estremi o per ricostruzione di un intero distrutto dalle circostanze. Tra la prima e l’ultima pagina ci sono stati guerre, rivoluzioni, drammi familiari, adulteri, crimini, separazioni e disastri misti assortiti, o almeno dovrebbero esserci stati. Il lieto fine è, nella migliore delle ipotesi, un equilibrio precario, e mi rifiuto di credere che sia definitivo.

Guardate Il Barbiere di Siviglia: il sipario si chiude con il Conte Almaviva che impalma Rosina, liberandola dal tutore tiranno. Eugè, giusto? Be’, non proprio, visto che all’epoca delle Nozze di Figaro il Conte è già un farfallone amoroso abituale. Si direbbe che il fine non sia stato poi così lieto. O, ancora meglio, si direbbe che il lieto fine sia una circostanza effimera e non una certezza incisa nella pietra.

Oppure Dobbin: per tutta la considerevole durata di Vanity Fair, William Dobbin ama in silenzio Amelia, la aiuta con discrezione e delicatezza in un’infinità di circostanze, la salva dal disastro finanziario senza farglielo sapere, sopporta devotamente ogni stupidità e mancanza di considerazione e via dicendo. Admirable fellow. Alla fine, Amelia si scopre innamorata di lui e lo sposa. Felici e contenti? Non proprio: dopo averla amata tanto a lungo, Dobbin scopre Amelia un po’ al di sotto di tanta devozione. Oh, continua ad essere ammirevole, resta un marito affettuoso e protettivo e tutto quanto, ma il lieto fine non l’ha reso felice*.

Morale? Il lieto fine ci manda a dormire più contenti per una sera, ma siamo franchi: come antidepressivo funziona solo fino alla prima piccola, semplice, ovvia domanda: e poi? E a parte questo, non è come se i finali tristi non fossero soddisfacenti. “Ti è piaciuto?” chiesero a mia madre, all’uscita dal cinema dove aveva visto Il Dottor Zivago, e lei: “Oh sì! Ho pianto tanto!”

Mi si dice che dico così in un affanno di autogiustificazione, perché i miei romanzi finiscono tutti maluccio anzichenò. Non saprei. Il mio primo protagonista, secoli fa, l’ho gettato sotto un taxi mentre partiva per arruolarsi nella Guerra di Spagna. Allora la mia amica F., una dei miei lettori sperimentali preferiti, m’informò sentitamente che ero un’omicida, e che non mi avrebbe mai, mai, mai perdonata. E infatti, quasi vent’anni dopo, ogni tanto me lo rinfaccia ancora. Non posso dire di essermi riformata, da allora, ma credo di avere delle attenuanti. Potrei dire, a parte il povero Ned, che è difficile scrivere romanzi storici incentrati su guerre, sollevazioni e assedi senza un conto vittime… Ma in realtà il punto è l’ineludibile piccola domanda: e poi? Che ne sarà dei miei personaggi dopo la fatidica paroletta di quattro lettere? In un certo senso – e se volete dire che è morboso, fate pure – uccidere i propri personaggi è l’unico modo di assicurarsi definitivamente del loro destino: una volta che sono morti, non può succedere loro più nulla, giusto?

Oddìo, forse non proprio, considerando la storia che sto scrivendo, in cui i guai del protagonista non fanno che raddoppiare in numero e grado nel momento in cui muore, ma in via generale e fantasmi a parte… Non tanto i cornicioni che cadono, quanto Pascoli, you know, e gli aquiloni, e l’unico, unicissimo merito che sia disposta a riconoscere al detestabile L’Eleganza del Riccio

Be’, d’accordo – non è detto e mi rendo conto che suona un po’ allarmante. Però diciamo che, mercato permettendo, e se non ci sono ulteriori volumi in programma, personalmente appartengo alla scuola di pensiero** secondo cui muore giovane chi è caro al suo autore.

E voi? Li assassinate, i vostri personaggi? E perdonate gli autori che assassinano i loro?

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* A titolo di paradosso, si può sostenere che Dobbin sarebbe morto più felice se l’avesse presa nelle costole a Waterloo, prima che – eccetera eccetera.

** In compagnia, a quanto pare, di Victor Hugo… 

Storia&storie

Diciannove Giorni Di Regno

La prima volta che mi sono imbattuta in Andrea Zeni è stato in una nota a pie’ di pagina in A Brief History of Liars, Frauds and Forgers, favoloso librino di James McBass (che come autore è sempre una garanzia), comprato a Edimburgo una ventina d’anni fa, poi prestato e mai più rivisto – e adesso, alas, introvabile.

Per cui cito a memoria, quando dico che McBass descriveva Zeni come a slightly dizzy character, until you consider how he managed to hold for nineteen days the ducal throne of Courland, out of sheer brazenness, good looks and presence of mind.

E se anche non fossi stata incline ad incuriosirmi di uno stordito capace di regnare per diciannove giorni per nient’altro che faccia di bronzo, bell’aspetto e mente pronta, c’era sempre la Curlandia. Possibile che il Granducato di Curlandia, equivalente montanelliano e coronato della repubblica delle banane, esistesse davvero?

Be’, no – però era esistito. Il Ducato di Curlandia e Semigallia, con questo nome da operetta, era uno di quei posti che non sapevano troppo bene se essere tedeschi o polacchi (o magari lituani…), creato a metà Cinquecento dalla dissoluzone dell’ordine dei Fratres Militiae Christi, o Portaspada, e sopravvissuto per qualche secolo, riuscendo persino ad accaparrarsi delle colonie in Africa ed America, compresa Tobago, poi venduta agli Inglesi. Naturalmente non era nemmeno il genere di posto che potesse durare indefinitamente. Vassallo nominale della corona di Polonia, lungamente governato da una nobiltà di origine e lingua tedesca ed esposto a tutti i capricci della Russia e alle intemperanze dell’Unione Polacco-Lituana, all’inizio della guerra di successione polacca il Ducato si ritrovò tra più incudini e più martelli di quanti ne potesse desiderare. Nel 1795 l’ultimo duca di Curlandia, Peter von Biron, cedette con gran sollievo titolo e ducato alla zarina Anna di Russia, che ne fece un governatorato. Oggi è una regione della Lituania.

E come c’entrava in tutto questo lo stordito e bel Zeni dal nome così italiano? McBass non dava altri dettagli, limitandosi a citare una fonte in Polacco – poco agevole a leggersi, a parte tutto… E dovete considerare che stiamo parlando di un’epoca più ingenua e più semplice, in cui non si poteva pescare nel mare magnum di Internet.

O meglio, si sarebbe anche potuto, solo che io non lo facevo. E bisogna dire che non mi interessasse poi troppo, a parte la fuggevole curiosità, perché sono passati anni prima che una citazione casuale (e montanelliana) della Curlandia mi riportasse in mente la bizzarra nota a pie’ di pagna.

Ormai si era nell’età della rete, e quindi era possibile, con una buona dose di pazienza e le giuste reti, pescare Nineteen Days Wonder, di Anna Rybak – che è polacca ma scrive in Inglese, e quindi non giurerei che si tratti della fonte di McBass.

Ad ogni modo, dalla Rybak si scopre che Andrea Zeni era un attore italiano della commedia dell’arte, nato a Venezia o a Treviso, e provvisto di due notevoli talenti: una straordinaria facilità nell’apprendere le lingue (pare che ne parlasse sedici) e un’infinita capacità di mettersi nei guai. Il che probabilmente spiega come fosse arrivato fin lassù sgusciando come un’anguilla d’incidente in incidente, eludendo creditori e mariti, avendo ucciso due uomini in duello e rubato i gioielli di una contessa, ed essendosi spacciato per professore di retorica all’università di Tubinga. Variegata carriera – ma il bello deve ancora venire. Com’è come non è, il nostro fascinoso poliglotta era a Mitau (oggi Jelgava) a fine 1794, giusto in tempo per venire in contatto con quella parte della nobiltà curlandiana cui i pencolamenti filorussi del Duca Peter non andavano per nulla a genio.

L’idea di questi scontenti non era neppure tanto originale: deporre un duca e metterne sul trono un altro in Curlandia era quasi uno sport nazionale – ma chi scegliere?  L’ideale, si ripetevano l’un l’altro, sarebbe stato un conveniente burattino, tanto grato ai suoi fautori da lasciarli governare di fatto in forma di consiglio ducale – e di sangue debitamente tedesco. Peccato, nevvero, che von Biron non avesse avuto figli dalla sua prima moglie tedesca di Germania?  Ed è qui che la faccenda si fa magnificamente dissennata, perché all’improvviso il figlio tedesco saltò fuori: il diciassettenne principe Konstantin von Biron, che si supponeva nato morto, e invece era solo stato rimosso dal padre, ansioso di divorziare dalla moglie tedesca per acquisirne una russa.

E indovinate chi era il redivivo Konstantin? Ma nessun altri che Andrea Zeni – che all’epoca doveva avere passato i venticinque anni, ma era singolarmente bello e capace di passare per un ragazzino. Fatto sta che tutti i Tedeschi di Mitau ingollarono come tanti merluzzi la storia del falso principe, e quando Harald von Kettler (incidentalmente il nipote di un precedente duca deposto), proclamò Konstantin duca, l’esercito accettò l’idea con allarmante entusiasmo. A Peter von Biron non restò che riparare nella città costiera di Windau, pronto a fare vela per l’Impero Russo in caso le cose si mettessero male.

E per un po’ parve proprio che dovesse andare così. Il Duca Konstantin assunse il suo ruolo con uno zelo che Kettler e i suoi cospiratori non dovevano trovare rassicurante – ma che potevano fare? Andrea Zeni poteva anche essere stordito, ma aveva fatto presto a capire che non c’era nessuno che potesse sbugiardarlo senza rovinarsi a sua volta…

Nei suoi diciannove giorni di regno il supposto ragazzino organizzò la difesa della città, ordinò che si fondessero le campane per farne cannoni, ricevette (e presumibilmente ingannò) un inviato prussiano, si nominò comandante di un reggimento, avviò i negoziati per il suo fidanzamento con una principessa  polacca e fondò persino un ordine cavalleresco, il Ducale Ordine della Carpa. Faccia tosta, bell’aspetto e mente pronta, indeed!

Furono diciannove giorni intensi – ma Zeni aveva fatto male i suoi conti. Per prima cosa non c’erano solo i reggimenti di stanza a Mitau, e almeno una parte dell’esercito era rimasta fedele al Duca Peter. Forse un’azione energica avrebbe potuto risolvere la faccenda, ma Kettler e i suoi non erano più così sicuri di voler rischiare tanto per un avventuriero inaffidabile, e per di più dal lato russo cominciavano ad arrivare segnali di inequivocabile impazienza…

Kettler fuggì in Prussia (con un certo numero di sodali appiccicati come remore), e un altro cospiratore perse la testa abbastanza da accoltellare Zeni/Konstantin. Nulla di fatale, e forse nemmeno questo sarebbe stato sufficiente a cambiare le sorti della Curlandia, se l’accoltellatore non avesse strillato ai quattro venti che il principe Konstantin in realtà era un commediante italiano… Quando Peter von Biron marciò su Mitau alla testa di una piccola armata e affiancato da un generale russo, i rivoltosi, che in tutta probabilità cominciavano a sentirsi un po’ stupidi, si affrettarono ad aprirgli le porte della città e a consegnargli l’usurpatore e impostore.

Il coup era fallito, e alla fin fine Kettler e i suoi erano riusciti soltanto ad affrettare la cessione della Curlandia all’Impero Russo.

E Andrea Zeni? Questa è forse la cosa più singolare, dice Anna Rybak. Si sa che fu imprigionato nella deprimente fortezza di San Michele, e che per un po’ continuò a sostenere di essere Konstantin von Biron, sommergendo il suo supposto genitore di lettere in cui implorava la clemenza paterna per un figlio pentito, punito e morente… Era davvero così grave la ferita? Non si sa, perché quelle lettere bugiarde sono l’ultima traccia di Andrea Zeni.

Se fosse graziato, se morisse in prigione, se riuscisse in qualche modo a fuggire resta un mistero. Dopo avere ingannato – seppur soltanto per diciannove giorni – tutta la Curlandia e buona parte dell’Europa orientale, dalla Prussia a San Pietroburgo, Andrea Zeni scompare dalla storia senza lasciarne traccia – come se non fosse mai esistito. O come se si fosse mimetizzato sul fondo, a mò di sogliola…

Bizzarra storia, nevvero?