musica

Buona Pasqua

pasqua, victimae paschali laudes

E musica, naturalmente. Data la mia risaputa predilezione per il Victimae Paschali Laudes, eccone una versione… à la parisienne:

Oltralpe giurano che è sempre Gregoriano. Si direbbe che il Gregoriano esista in più di un colore… 

Una serena Pasqua a tutti voi, o Lettori.

teatro

PBN

Due righe per dire che ASfC è partito in cerca di fortuna.

All’ultimo minuto possibile, tanto per cambiare.

A dispetto degli appunti smarriti.

Senza che abbia cambiato il titolo, alla fin fine.

Ecco.

Wish me luck.

bizzarrie letterarie · elizabethana · Storia&storie

L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare III

E il venerdì, più puntuale delle rondini a primavera, torna William Henry Ireland. Lo ritroviamo in spasmodica attesa della prima di Vortigern and Rowena a Drury Lane. La sua tragedia shakespeariana. Immaginatevelo, questo ragazzino di ventuno anni, che col peso della più maiuscola frode letteraria dei suoi tempi sullo stomaco, si torce le dita in un misto di sovreccitata anticipazione, sogni di gloria e terror panico.

E in mezzo a tutto questo, due giorni prima del fatidico debutto, Malone fece scoppiare la sua bomba editoriale.

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanEdward Malone era un altro bardolatra, un avvocato irlandese fiammeggiante e un pochino squadrellato a sua volta. In anni successivi lo si sarebbe scoperto colpevole di cose riprovevoli come furto e tagliuzzamento di documenti originali, ma nel 1796 aveva una considerevole reputazione – e la usò tutta per distruggere la collezione Ireland in quattrocentoventiquattro pagine di furibonda requisitoria illustrata con tavole fuori testo. Lo spelling dei supposti autografi, concionava Malone nel suo libro, non era elisabettiano; lo stile non era elisabettiano; una considerevole parte del lessico non era elisabettiana; le firme non somigliavano poi così tanto a quelle conosciute… tutto era falso, falso, spudoratamente e criminalmente falso.

Il libro fu un successo immediato, per cui immaginatevi che genere di pubblico riempisse platea e palchi del Drury Lane due giorni più tardi. Il teatro era pieno di giornalisti, curiosi e claques rivali: quella organizzata da Sheridan, quella voluta da Malone e varie altre a spese dell’uno o dell’altro giornale o fazione. E poi c’erano bardolatri di ogni colore, appassionati di teatro, fan di Kemble, partigiani degli Ireland e feroci maloniani… shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridan

È quasi un miracolo che i due primi atti riuscissero ad andare bene – e ad essere persino applauditi – in questa atmosfera incandescente. William Henry, nascosto nei camerini col cuore in gola, cominciava a sperare che dopo tutto, dopo tutto… e poi entrò in scena un attore giù di voce e lievemente buffo – e fu il disastro. Parte del pubblico non aveva aspettato altro: cominciarono gli sghignazzi, i lanci di bucce d’arancia, le contestazioni, gli insulti – e intanto gli attori s’innervosivano viepiù. Persino Kemble fu fischiato, e quando l’attore che interpretava il malvagio rimase incastrato sotto il sipario, in platea si scatenò una vera e propria rissa.

All’epoca non era cosa tanto inconsueta o tanto grave da far sospendere una rappresentazione, ma di certo il Vortigern non ebbe repliche – e la pur pilotatissima reazione del pubblico, con l’inglorioso naufragio della tragedia ritrovata, era tutta acqua al mulino di Malone.

Era finita. Nei mesi successivi critiche, dubbi e scherno fioccarono su Samuel Ireland, che tutti consideravano responsabile della frode – se frode era. Oh sì, c’era ancora chi credeva al sonetto, alla professione di fede e al pagherò, ma il Vortigern era stato un duro colpo, e la credibilità shakespeariana di Samuel era irreparabilmente franata a valle. In tutto ciò, il vecchio incisore biasimava suo figlio – ma non per avere falsificato alcunché, bensì perché non voleva presentargli Mr. H., il misterioso proprietario dei documenti, che avrebbe potuto chiarire tutta la faccenda…

Come suol dirsi all’opera, O umana cecità sei pertinace. Samuel non volle mai rassegnarsi all’idea che i suoi autografi fossero falsi. E quando William Henry, sfinito dalla tensione e dalla vergogna, finì per confessare, il padre non gli credette. E non perché avesse fede nell’onestà di suo figlio, sapete, ma perché lo considerava troppo stupido per avere architettato – e meno ancora realizzato – un piano del genere.

È la beffa finale. È ciò che fa di William Henry Ireland un personaggio semitragico. È il motivo per cui questa storia sarebbe perfetta per un romanzo…

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanWilliam se ne andò di casa per sposare una fanciulla dal passato interessante, che mantenne pubblicando romanzi gotici, le sue tragedie – e soprattutto, il suo più grande successo, un libro sulla sua incredibile frode. Inutile dire che suo padre era inorridito, non aveva la minima intenzione di essere scagionato in quel modo e anzi negava, negava e negava con ferocia che ci fosse alcunché di vero in quei deliri a stampa. Samuel Ireland morì nel 1800, convinto che la sua collezione shakespeariana fosse autentica e senza mai essersi riconciliato con quell’orribile ragazzo, quel figlio stupido e disonesto, la sua vergogna, la sua rovina, il più fatale errore della sua vita.

Depresso e diseredato, William seguitò a campare con i suoi romanzi gotici e le sue satire da poco, e un secondo libro sulla sua vicenda di falsario. Ma siccome anche allora vivere di scrittura non era soverchiamente confortevole, seguitò anche a integrare le entrate al modo che gli riusciva meglio: producendo falsi falsi autografi shakespeariani.

No, davvero.

Avete letto bene: falsi falsi autografi. Falsi dei suoi falsi. shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridan

Perché vedete, immagino che Samuel si rigirasse nella tomba, ma se non era riuscito a diventare celebre scrivendo, William aveva fatto centro nel momento in cui aveva confessato di avere condotto per il naso accademici, principi, scrittori e primi ministri. Non solo le sue Confessions furono un secondo successone, ma i collezionisti cominciarono a offrire discrete somme per i suoi falsi. Molti collezionisti. Tanti che, una volta esauriti i pezzi della collezione paterna – e la domanda continuando inabbattuta, William non vide ragione di deludere tanti ammiratori e rinunciare a una fonte di reddito. E allora cominciò a produrre manoscritti originali del Vortigern, dell’Enrico e del sonetto di Anne come se piovesse.

Falsi falsi.

Cosicché è vero, quando nel 1821 l’incorreggibile William Henry annunciò di avere scoperto il testamento di Napoleone, l’Inghilterra si fece quattro risate. E quando qualche anno più tardi se ne uscì con il carteggio tra Giovanna d’Arco e il Delfino, nessuno finse nemmeno di crederci.

Epperò, quest’Inghilterra smaliziata continuava a comprare i falsi falsi, e mi domando – mi domando…

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanMi domando se l’ex ragazzo stupido si aspettasse davvero di essere creduto con il suo falso Napoleone e la sua falsa Pulzella. Se non gli fosse solo parso il caso di ricordare all’Isoletta che lui era ancora lì, il pittoresco falsario confesso – e in tutta discrezione, qualcuno voleva per caso acquistare l’ultimo, ultimissimo falso shakespeariano che ancora gli restava tra le mani?

Oh, non saprei, ma dal ragazzino che marinava la scuola e si costruiva di nascosto armature di cartone e carta stagnola, potrei anche aspettarmelo. E mi piace figurarmelo così, William Henry, mentre il sipario si chiude: un po’ triste, al pensiero di quel padre che non era capace di credergli, ma con un accenno di sorriso beffardo e un po’ storto mentre fa marketing delle sue frodi e delle sue bugie.

See? Not so very stupid after all, am I?”

scrittura · Vitarelle e Rotelle

Istitutrice Privata – O Giù Di Lì

Da un un mese e mezzo ho un lavoro come… mah, se non suonasse tanto bruttino quanto pretenzioso, direi come writing coach.

Tutto è nato da una valutazione – uno di quei manoscritti che un autore invia per averne un parere dettagliato. E il parere non era, temo, dei migliori. C’era qualche idea, qualche intenzione, ma l’esecuzione lasciava molto, molto a desiderare – tanto da soffocare la buona idea iniziale.

Questo è un genere di verdetto che si formula con tutto il tatto possibile, cercando di far passare il concetto che voler scrivere è condizione necessaria ma non sufficiente per saper scrivere, che c’è tutta una tecnica, che… Insomma, il repertorio abituale – ma con grazia. 

Le reazioni possono variare. Dal gelido ringraziamento al commosso entusiasmo*, dagli insulti alla richiesta di valutazione di una seconda stesura sei mesi più tardi… E poi c’è R. che, dopo avere letto la valutazione, ha deciso che se c’è una tecnica, allora lui la vuole imparare.

“Ma non voglio fare un corso di scrittura: ne ho già fatto uno, ed era una cosa un po’ new age. A posteriori vedo che non ho imparato granché. Voglio qualcuno che mi segua personalmente, che mi mostri punto per punto quello che non va, e mi aiuti a migliorarlo, che m’insegni la tecnica…”

E così adesso stiamo facendo qualcosa che sta a metà tra un editing molto approfondito e un corso di scrittura individuale. R., che credeva di cominciare a riscrivere subito la sua novella riga per riga, è rimasto sorpreso iniziando da teoria ed esercizi, e al momento è nella fase del Millepiedi di Kipling – non sa più troppo bene quale sia la prima zampa da sollevare per camminare… Però è un millepiedi molto entusiasta. Dice che sta scoprendo un sacco di cose di cui non sospettava nemmeno l’esistenza. Comincia a vedere archi narrativi dappertutto, si sorprende a descrivere a mente tutti i posti in cui si trova. Ha una comprensione nuova della complessità della scrittura, della consapevolezza e del pensiero che ci vogliono.  Per cominciare è qualcosa, direi.

E dal mio punto di vista, tutto ciò è molto istruttivo.

Tenere corsi di scrittura a una quindicina di allievi è interessante e rivelatore, ed è stato fondamentale per sistematizzare il mio approccio alla scrittura – ma il feedback è sempre un po’ quel che è. Non sono tantissimi gli allievi disposti a “fare i compiti”, perché il timore dell’analisi, del giudizio dell’insegnante e dei compagni, è sempre forte. Col risultato che seguire davvero il progresso degli allievi durante il corso non è facile. Invece con un singolo è tutto molto diverso. Di volta in volta si lavora su un aspetto particolare, si comminano esercizi, li si corregge in dettaglio, li si fa rifare se occorre, e poi si combinano le tecniche nuove in quello che, se tutto va bene, sarà un pezzo della nuova stesura. E si tocca con mano quel che funziona e quel che no. 

È stimolante. È rivelatore. È istruttivo. È di notevole soddisfazione. E sarà molto utile per il prossimo corso da quindici che mi capiterà. E per la mia scrittura, anche – il che non guasta proprio mai.

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* Sì, non spessissimo, ma succede anche questo.

scribblemania

Il Club Delle Tre Pagine

Molti anni fa, quando ero una fanciulla con più tempo libero di quanto ne abbia ora, volevo avviare con la mia amica P. un gruppo di scrittura chiamato The Three Pages Club.

La faccenda doveva funzionare così: ogni due mesi, a turno, un membro avrebbe proposto tre regole. Tre regole di qualsiasi tipo: contenuto, forma, restrizioni, temi o elementi narrativi obbligatori, stile, registro, tono… Nel corso del mese successivo, ciascun membro avrebbe scritto un racconto della lunghezza approssimativa di tre pagine, rispettando le regole in questione. Alla fine del mese, tutti i racconti sarebbero stati caricati sull’apposito sito o blog – strettamente riservato ai membri del gruppo. Per il mese successivo si sarebbe letto, discusso e offerto critica costruttiva. Dopodiché il membro successivo avrebbe dettato le sue tre nuove regole, ricominciando daccapo il gioco. Chi dettava le regole era, per i suoi due mesi di carica, deputato a moderare la discussione. Qualora qualcuno avesse proposto una regola manifestamente impraticabile, gli altri membri avevano la possibilità di bocciarla se avessero raggiunto l’unanimità in proposito. Se fosse ammissibile o no bocciare più di una regola per tornata era ancora materia di discussione quando il progetto naufragò.

Scarse adesioni, dubbi sulla procedura, timore che un mese di tempo fosse troppo poco per scrivere, timore che un mese di tempo fosse troppo per rimanere motivati e coesi, terrore che la discussione degenerasse prima o poi in rissa…

Sinceramente mi dispiace ancora un pochino che the TPC non sia mai andato in porto. Mi attraeva la combinazione di gruppo di scrittura, possibilità di esplorare il rapporto tra vincoli e creatività, e società giocattolo.

Se avessi tempo, mi piacerebbe riprovarci. Ma d’altra parte, se avessi tempo mi piacerebbe riprendere a sciare e cavalcare, prendere lezioni di disegno, viaggiare di più, studiare il Tedesco come si deve… Suppongo che il TPC resterà nel fumoso reame delle idee irrealizzate. Però, se qualcuno di voi avesse voglia di mettere in pratica, si accomodi pure.

Magari poi fatemi sapere come è andata.

teatro

Una Borsa?!

Venerdì sera ho fatto una delle mie visite agli Histriones, e li ho trovati che rileggevano, of all things, L’Importanza di Chiamarsi Ernesto, di Oscar Wilde.

Ora, vedete, vent’anni fa, proprio sotto la direzione di G.-la-Regista, ho recitato Lady Bracknell – e mi sono divertita tanto… Così, nonostante abbia fatto fermi propositi di non recitare più, quando ieri sera mi hanno proposto di leggere Lady Bracknell, non ho saputo resistere. A maggior ragione perché c’era anche B., che vent’anni fa faceva Cecily. E allora è stata una serata nostalgica, ma molto divertente.

E così ho pensato di mettere qui una fettina di un vecchio film, con Edith Evans e Michael Redgrave che fanno rispettivamente Lady Bracknell e Jack/Ernest…

Adoro questa cosa. Ecco.

E buona domenica a tutti.

scribblemania

In Nessun Posto, A Nessun Patto, In Nessun Modo

Non è che posti di sabato pomeriggio per divertimento.

È un momento di afflizione dopo l’ennesima campagna di ricerche a vuoto – afflizione unita al sospetto di potermi arrendere: ASfC proprio non si trova.

ASfC (titolo provvisorio, a quanto pare), è un atto unico da trenta minuti, l’equivalente teatrale di un racconto breve.

ASfC a dire il vero ha visto la luce come racconto (lunghetto) e poi, sulla via di diventare un radiodramma, ha cambiato idea ed è diventato un atto unico da trenta minuti o giù di lì. Nel mondo anglosassone c’è un mercato per questo genere di cose. Ci sono concorsi. E infatti ASfC è in Inglese.

Ed è passato attraverso una biblica quantità di revisioni, rimaneggiamenti e riscritture più o meno drastiche. Fra qualche secoletto, quando sarò una scrittrice celeberrima e defunta, il dottorando che vorrà fare la sua tesi sulla genesi di ASfC, troverà tante fasi della genesi stessa, e tante versioni del racconto, del radiodramma e del play, da compilarci un volume d’enciclopedia.

Ma tutto ciò non sta né qui né là, e il punto adesso è: dove, dove, dove diavolo è la mia ultima  stampa annotata di ASfC?

Sono dodici o quindici paginette stampate sul retro di vecchie fotocopie di atti di un convegno di medicina pediatrica, e annotate in color ocra. Molto annotate. Per un po’ di giorni, un mesetto fa, me le ero portate dietro ovunque, quelle paginette, arrotolate nella borsetta in modo da essere pronte per una sessioncina di strologamenti dovunque e quandunque capitasse. E dei risultati non ero affatto insoddisfatta.

Forse c’eravamo – quasi. Si trattava di rivedere le modifiche, ristampare il tutto un’altra volta e, se tutto andava bene e con un’ultima revisione, essere pronti per un concorsetto o due Oltremanica.

Cosa che ho rimandato ripetutamente – altre scadenze, altre impellenze, stupidità pura – e adesso che il termine incombe e che sarei pronta per occuparmene, ASfC non si trova più. In nessun posto, a nessun patto, in nessun modo.

Sono tre giorni che cerco con l’ossessiva metodicità di una talpa, e il risultato è sempre lo stesso: nulla.

Il che si deve, almeno in parte, al fatto che sono disordinatissimaa. Sono costituzionalmente incapace di rimettere alcunché dove lo avevo preso. Così appoggio quel che ho in mano sulla prima superficie disponibile – senza nemmeno preoccuparmi troppo che sia orizzontale – e carte, libri, dischi, quaderni e fogli sparsi si stratificano e stratificano e stratificano fino alla volta successiva in cui ci sono ospiti in arrivo.

E anche allora, non è che metta ordine in modo utile o ragionevole: mi limito ad afferrare tutto ciò che è in vista e non dovrebbe, e lo infilo in posti che a volte sono vagamente ragionevoli e più spesso no.

E quindi ASfC potrebbe essere dovunque in una casa che ha le dimensioni di una piccola caserma. Sempre che non sia stato gettato via inconsultamente.

E il termine si avvicina. E io ho bisogno dei miei appunti. E tutto sommato, se anche mi fossi ricordata della scadenza che ho perduto, non sarei riuscita a mandare ASfC comunque, ma non è una gran consolazione.

Prima di pranzo, c’è persino stato un momento in cui ho creduto di avere trovato. Ero così intenta a credere di aver trovato, che ho impiegato una decina di secondi a rendermi conto che non solo la storia era sbagliata, ma il colore era sbagliato, la formattazione era sbagliata, why, la lingua era sbagliata.

E quindi doom, gloom, despair.

E adesso che ho riversato la mia furia e il mio avvilimento in un post*, credo che mi farò una tazza di tè, mi ricomporrò e mi rimetterò a cercare.

Vi farò sapere come va.

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* È da mercoledì che ogni tanto mi produco in frenetici cinguettii in proposito, ma siamo arrivati al punto nulla meno di qualche centinaio di parole può fare al caso…

bizzarrie letterarie · elizabethana · Storia&storie

L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare II

Rieccoci qui, e riecco William Henry Ireland.

Lo avevamo lasciato – ricordate? – a mangiarsi le unghie in attesa degli esperti di cose shakespeariane che dovevano esaminare i suoi autografi del bardo.

Ebbene, i due studiosi arrivarono, esaminarono, cogitarono, mormorarono, interrogarono un tremebondo William, elucubrarono ancora un po’ e, alla fne, dichiararono i documenti autentici.

shakespeare,william henry irelandCon tutta la Londra bene, capitanata da gente come il principe di Galles, il primo ministro Pitt e James Boswell, che fioccava nel suo salotto per vedere le reliquie autenticate, Samuel Ireland era al settimo cielo. Ma chi aveva l’impressione di vivere in un sogno era William Henry.

Ce l’aveva fatta.

E se ce l’aveva fatta, perché fermarsi?

Il parto successivo fu un sonetto d’amore dedicato ad Anne Hathaway, poi vennero dei libri a stampa annotati a margine, e poi addirittura un manoscritto del Re Lear– ma non una copia fedele dal First Folio, oh no. Perché vedete, se Shakespeare aveva un difetto agli occhi dei suoi adoratori di epoca georgiana, era il suo humour di grana non proprio finissima. E così, nel copiare, il nostro giovanotto non seppe trattenersi dal purgare il tutto, anticipando in questo i celebri fratelli Bowdler. E non v’immaginate la gioia pubblica nello scoprire che dopo tutto il Cigno di Stradford era più fine dei suoi ribaldi curatori postumi… shakespeare,william henry ireland

Londra, con Samuel in testa, sembrava intenzionata a bere qualsiasi elaborata fandonia William preparasse. Doveva essere una sensazione inebriante per il ragazzo troppo stupido per ricevere un’istruzione, lo scrivano di ripiego, il figlio insoddisfacente. E se tutti avevano creduto al suo sonetto, se il suo Lear sanitizzato era piaciuto persino più dell’originale, che cosa gl’impediva di lanciarsi in qualcosa di più grosso ancora? Qualcosa di suo?

E fu il Vortigern.

shakespeare,william henry irelandUn inedito, capite? Vortigern e Rowena, per la precisione. Una tragedia storica tratta dal buon vecchio Holinshed, fonte d’ispirazione per tutti i tragediografi elisabettiani. Samuel Ireland, in brodo di giuggiole, montò una campagna pubblicitaria e vendette i diritti a nessun altro che Richard Sheridan, , perché rappresentasse la straordinaria trouvaille al Drury Lane, con l’astro delle scene, John Kemble, nel ruolo del protagonista.

Tutto sembrava predisposto per il trionfo segreto di William, vero? Peccato che Sheridan cominciasse presto ad avere dei dubbi. Peccato che una tragedia intera fosse tutt’altro che qualche sonetto e una manciata di versi cambiati. Peccato che Kemble annusasse il falso…

Le prove si trascinarono, e intanto la straordinaria fortuna di William cominciava a mostrare la corda. Procurarsi la carta antica e l’inchiostro finto-antico diventava difficile e sospetto, e ci fu un terribile pomeriggio in cui un amico, piombato nello studio legale a sorpresa, trovò William intento con tutto l’armamentario per la falsificazione, c’era il celebre avvocato bardolatra Edward Malone che cominciava a gettare dubbi sugli autografi, c’era l’occasionale articolista che si faceva beffe dell’approssimativo Inglese elisabettiano di William, c’era Samuel che voleva a tutti i costi conoscere il misterioso Mr. H…. e sapete che cosa era peggio di tutto? Dopo il primo moto di entusiasmo, Samuel aveva perso interesse per il ruolo di suo figlio nella faccenda. A lui interessavano gli autografi, e anzi, semmai era un po’ impaziente nei confronti di William, che non ne portava a casa con sufficiente regolarità.

shakespeare,william henry irelandCredo che a questo punto il nostro giovanotto cominciasse a sentire tutto il suo piano sfilacciarglisi tra le dita – ma che poteva fare? E poi c’era il Vortigern. William voleva convincersi che, una volta rappresentato con successo il Vortigern, tutto si sarebbe sistemato. Nessuno avrebbe più osato dubitare, e suo padre si sarebbe ritenuto soddisfatto. Sì, per fortuna c’era il Vortigern.

E consolandosi con l’idea della prima imminente, William Henry continuava a scrivere come un dannato. Non posso fare a meno di farmi qualche domanda sul suo principale. Che cosa credeva che facesse il suo scrivano, da solo tutto il giorno nello studio? Si sarà pur accorto che il lavoro legale non procedeva granché… Possibile che non avesse il minimo sentore della nuova frode shakespeariana che si consumava sotto il suo tetto? Un altro dramma storico, nientemeno: un Enrico II.

shakespeare,william henry ireland, john Kemble

E questa volta il nostro falsario aveva le idee un po’ più chiare, e il nuovo lavoro era più articolato, più complesso, più solido, senza le ingenuità e gli angoli tagliati del Vortigern. Era quasi un peccato non avere atteso un po’, non avere imparato un po’ meglio il mestiere prima di gettarsi in pasto ai teatri… Ma ormai era fatta. Nonostante i tentennamenti di Sheridan e il sarcasmo di Kemble, la prima era stata fissata per il 2 di aprile del 1796 – e William voleva esserne certo: il successo del Vortigern avrebbe travolto tutti e tutto.

Come andrà la prima del Vortigern? Come accoglierà il pubblico londinese l’inedito giovanile del bardo? Riuscirà il nostro eroe a trionfare ancora una volta?

Scopritelo nel prossimo episodio de… L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare!

grilloleggente

Il Teorema Di Sheherazade

Va bene, parliamo di serie.

L’atteggiamento logico sarebbe quello di cominciare con il primo libro della serie e poi continuare nel giusto ordine. Talmente logico che per molto tempo non mi sono nemmeno posta il problema.

Né, d’altra parte, posso dire di avere letto moltissime serie.  Sì, c’è la soddisfazione di ritrovare personaggi, ambientazione e vicende che si sono apprezzati. E on the other hand c’è sempre il pericolo d’indigestione. Ho ricordi men che piacevoli del ciclo di Shannara – che a un certo punto ho abbandonato per un motivo che ancora oggi trovo ragionevolissimo: non ne potevo più.

In compenso ci sono stati O’Brien, Forester e Cornwell, che ho letto con molto piacere dal principio alla fine – ed è possibile che sia anche una questione di genere. A mio timido avviso, sia O’Brien che Forester scrivono meglio della Rowlings, però ammetto che il diluvio di gergo navale o militare possa irritare quanto la sovrabbondanza di Quidditch – uno dei motivi per cui, pur avendo letto tutto Harry Potter, l’ho fatto con crescente impazienza e, se devo dire la verità, di sette tomi viepiù spessi, me ne sono piaciuti solo due.

Naturalmente non era solo questione di sport: il mio problema era la ripetitività dello schema, anno scolastico dopo anno scolastico… E perché, nonostante questo, li ho letti tutti e sette? Per la natura delle serie, concepite per trascinare il lettore di volume in volume, coniugando la rassicurante riconoscibilità dello schema con la curiosità solleticata. Ma guarda, il nostro eroe si è cacciato nei guai un’altra volta: riuscirà a uscirne? E in quali altri guai lo precipiterà la soluzione di questi? Il principio è sempre lo stesso (problema – soluzione – problema più grosso…), solo che è spalmato su un numero variabile di volumi. Ed è pur vero che una ciliegia tira l’altra proprio per la ragionevole certezza che anche la prossima sarà una ciliegia. Poi a volte la successione di ciliegie diventa un po’ troppo rassicurante – ma è una percezione soggettiva e comunque non è detto che ci si riesca a staccare pur avendo l’impressione di cominciare ad annoiarsi.

Che dire? La narrazione seriale è concepita per generare dipendenza. Sheherazade, anyone? La mia teoria è che dopo un volume è perfettamente possibile piantare tutto, dopo due diventa difficile, e dopo tre ci si può considerare perduti.

E badate, parlo di un volume, due volumi e tre volumi – non del primo, secondo e terzo…

Perché credevo che fosse il caso di leggere le serie in ordine cronologico – con la possibile eccezione dei gialli d’ambientazione contemporanea – ma comincio a ricredermi.

Dacché scrivo per HNR, però, mi capita di entrare in una serie da… well, da dove capita che serva una recensione. E talvolta mi irrito fin dapprincipio, come nel caso di Edward Marston, che scrive gialli storici in quantità industriale e in una collezione di periodi, l’uno più interessante dell’altro, ma poi li scrive tutti uguali, vaghi nell’ambientazione, piatti nei personaggi*, legnosi nei dialoghi e tutt’altro che al di sopra di errori ed anacronismi. E allora poco importa da quale volume abbia iniziato: mi sono ritrovata a leggere un singolo volume a caso di non una, non due e nemmeno tre, ma quattro serie di Marston, e non ho il minimo desiderio di vederne altri.

Ma quando invece mi capita di essere catturata, poco importa da dove ho iniziato: torno al principio e proseguo. Con risultati di varia natura, perché vado constatando che la redazione di una serie attraversa varie fasi, man mano che l’autore trova la sua voce, fa esperienza e poi comincia a stancarsi.

Così per esempio ho scoperto gli elisabettiani Carey Mysteries di P.F. Chisholm a partire dal quarto volume, sono tornata indietro, li ho adorati tutti e adesso, dopo avere finito il quinto, continuo a sperare che l’autrice ne scriva ancora un po’. E lo stesso è stato per i bellissimi gialli ottoman-ottocenteschi di Jason Goodwin.

Con le indagini di Abigail Adams di Barbara Hamilton, invece, ho cominciato dal secondo volume che ho trovato un po’ lento, ma ho apprezzato l’ambientazione nella Boston prerivoluzionaria abbastanza da fare un altro tentativo. E il primo volume si è rivelato molto più fresco ed efficace. Non sembra un gran buon segno, vero? Esiste un terzo volume, ma esito perché non so se credere a un lapse momentaneo o a una rapida disillusione. E per di più, mi par di capire che nel terzo giallo sia assente il mio personaggio prediletto, il Tenente Coldstone**.

E sì, considero la sparizione o mancanza di un personaggio particolare una questione di una certa rilevanza all’interno di una serie. Per dire, Fratello Cadfael (scoperto al terzo volume) mi piace molto, ma non riesco a trovarci troppo gusto quando manca Hugh Beringar, e lo stesso vale per Martin Wirthir nelle avventure di Owen Archer (iniziate dal secondo volume). Tornare indietro, in entrambi i casi, è stato di relativa soddisfazione: ho scoperto che non ero poi troppo interessata ai primordi in cui l’autrice non aveva ancora creato il sidekick adatto***.

Per Tancred a Dinant, il cavaliere normanno di James Aitcheson, è stata uan faccenda diversa. Il secondo volume mi è piaciuto tanto da indurmi a procurare il primo, salvo scoprire che trama, caratterizzazione e voce cigolavano sotto il peso dell’inesperienza del giovane autore. Inutile dire che, dato il miglioramento drastico, in questo caso sarò ben felice di veder comparire il terzo volume.

Sulle avventure navali di John Pearce, di David Donachie****, lettura recentissima, I’m of two minds. Premetto che avere cominciato dal nono volume non è stata la migliore delle idee, e forse non l’avrei fatto se non fosse stato per esigenze di redazione. Sia chiaro: la storia pregressa è gestita piuttosto bene, e il lettore non viene lasciato in dubbio su chi sia chi, chi voglia cosa e perché. Il problema è che questo nono episodio è più che altro una transizione, con il protagonista che chiude la missione precedente e si prepara per la successiva – e non è che succeda granché. E quel poco che succede ha l’aria di essere un po’ grautito… Dopodiché i personaggi sono davvero buoni, l’ambientazione accurata e vivida, i dialoghi efficaci, e i precedenti stuzzicano la mia curiosità. Sono alquanto tentata. Staremo a vedere, ma può darsi che ricominci.

E con questo non voglio dire che vada sempre così, perché ci sono serie come i gialli seicenteschi di Judith Rock e quelli di Nicola Upson con Josephine Tey per detective, o Sorcery&Cecelia, i fantasy Reggenza di Wrede e Stevermere – tutte serie che ho cominciato dal principio, dal volume 1, come la maggior parte della gente sensata… Upson probabilmente la abbandonerò, ma con le altre intendo continuare: buone fin dall’inizio e ancora niente delusioni.

La morale di tutto ciò? In primo luogo, si direbbe che quando sostengo di non leggere serie io menta. In secondo luogo, scrivere serie richiede una serie di competenze e astuzie distinte da quelle necessarie a scrivere un romanzo singolo, o anche una trilogia che racconta una storia compiuta.

Bisogna saper dosare i propri effetti e le proprie vicende su un numero non necessariamente prevedibile di volumi. Bisogna incuriosire il lettore senza spiazzarlo troppo. Bisogna dargli l’impressione di sapere dov’è (o non si fiderà abbastanza per comprare il prossimo volume) pur elargendogli il giusto tipo di sorprese al momento giusto (o si annoierà e non comprerà il prossimo volume). Bisogna architettare ogni volta un finale che sia soddisfacente e al tempo stesso tale da catapultare il lettore verso il volume successivo. Bisogna amministrare i loose threads, lasciarsi aperte abbastanza strade per il futuro e al tempo stesso non disperdersi e mantenere la storia generale sensata e coerente. Bisogna scegliere bene i propri personaggi – e badare a quando li si toglie di scena*****. Bisogna calibrare bene il passo. E bisogna essere certi di aver voglia di scrivere più o meno indefinitamente su un certo personaggio, mantenendolo attraente quanto basta. Può durare a lungo  – e allora si corre il rischio di annoiarcisi – o può durare poco, e allora immagino che sia dura abbandonare personaggio e ambientazione…

E bisognerebbe consentire al lettore di cominciare da qualsiasi parte, avendo l’impressione di leggere un libro che sta in piedi da solo e, al tempo stesso, di volerne sapere di più, molto di più…

Una volta a un seminario ho sentito un agente americano dire che in una serie, con ogni volume vendi il volume successivo. La mia impressione è che un buon singolo volume possa vendermi tutta la serie – ma il mio criterio fondamentale è questo: mi aspetto di leggere un romanzo, non una fetta di qualcosa di più grosso, senza inizio né fine, thank you very much.

E voi? Leggete serie? Vi lasciate catturare? E cominciate dal principio o fa lo stesso? Vi capita di entrare da una porta laterale – e poi restare? Che cosa vi fa adottare una serie? Che cosa ve la fa abbandonare?

 

 

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* Quanto detesto i suoi protagonisti bidimensionalmente ipercompetenti…

** Sì, un inglese. Un magistrato militare inglese. A me nelle storie coloniali tendono a piacere gli Inglesi. Fatemi causa.

*** Anche se in realtà, nel caso di Martin Wirthir forse la definizione di sidekick non è del tutto adatta. Nel secondo volume è più probabilmente un foil.

**** Che è poi Jack Ludlow, e anche Tom Connery.

***** Acida per via di Coldstone? Io? Non capisco come vi sia potuto venire in mente…

Vitarelle e Rotelle

Idee

N. ha dodici anni e vuole fare la scrittrice. Legge tanto, ha buoni voti nei temi, tiene un diario, inizia racconti e non sempre li finisce… Scommetto che siamo in molti a riconoscere il territorio.

Però il mio problema sono le idee. Io voglio scrivere, solo che non so che cosa scrivere. A volte mi vengono in mente delle cose, però sono già state scritte, oppure appena mi metto a pensarci vedo che non sono davvero storie.* Dove si trovano le idee? Come si fa a farsele venire?

Ah, N.! Le idee…

Adesso magari non mi credi, ma se perseveri lungo questa strada verrà il giorno in cui avrai più idee che tempo per scriverle. Molte più idee che tempo. Chissà se hai mai visto quel vecchio documentario della BBC sul mestiere del documentarista. A un certo punto racconta la storia di una troupe che voleva riprendere i salmoni occupati a risalire non so più quale fiume. Decisero di piazzare un operatore con cinepresa sul fondo – e un altro a riprendere gli sforzi del primo. Ed è così che abbiamo le immagini di un cameraman inglese degli Anni Cinquanta seduto sul fondo di un fiume e travolto dai salmoni. Gli arrivavano addosso fittissimi e senza posa, tanto che il poveretto non riusciva a manovrare la macchina da presa, e poteva solo cercare di difendersi schiaffeggiando salmoni… 

Ecco, lo ripeto: magari adesso non ci credi, ma verrà un giorno in cui ti sentirai seduta sul fondo di un fiume a schiaffeggiare idee per impedire che ti facciano deviare troppo da quel che stai facendo.

Come succederà? Quando succederà? Succederà quando comincerai a vedere idee dappertutto. Quando, in ogni circostanza (anche le meno adatte) ti chiederai “come potrei scrivere questo?” Quando non riuscirai più a leggere un libro o guardare un film senza che almeno un pezzo del giocattolo ti faccia spalancare gli occhi e pensare che ehi! ci vuoi giocare anche tu. Quando guarderai gli estranei seduti di fronte a te in treno chiedendoti dove stiano andando. Quando invece di studiare storia ti perderai a strologare storie su Anna Comnena, i tercios spagnoli e Michael Faraday. Quando le figure minori negli angoli dei quadri, le sottotrame dei romanzi ottocenteschi, i servizi al telegiornale, le leggende locali le vecchie copertine sulle bancarelle e la musica intrasentita in una strada sconosciuta non la pianteranno di sussurrare. Quando ti sveglierai nel cuore della notte per annotare un sogno. Quando, navigando in cerca di documentazione, ti smarrirai per la rete inseguendo qualcosa di completamente diverso e così narrabile. Quando ogni lapsus, ogni frase udita male, ogni assurdità, ogni paio di parole accostato per caso prenderà la forma di una storia. Quando ti commissioneranno un lavoro e tu dirai che non è il tuo genere, e poi non avrai pace finché non l’avrai scritto…

E allora riempirai taccuini e hard disk di idee di cui al momento non sai che fare – oppure lo sapresti benissimo, ma davvero non hai tempo. E tirerai un sacco di accidenti, e pregherai per avere giornate di trentasei ore, ma non vorrai mai che sia diverso.

È tutto qui, N. Leggi, studia la teoria, impara quali sono i pezzi con cui si costruisicono le storie e come li si combina, e guardati attorno. Abituati a vederli dappertutto, i pezzi – e senza nemmeno accorgertene, ti troverai seduta sul fondo del fiume, felicemente intenta a schiaffeggiare salmoni… er, volevo dire idee.

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* Non è bello quando una dodicenne vi scrive che ha imparato dal vostro blog che ci sono storie e poi ci sono cose che non sono storie?