musica · teatro

Lohengrin

In onore dell’apertura della Scala, l’altra sera, un po’ di Wagner, volete? Il meraviglioso preludio del Lohengrin, nell’esecuzione dei Wiener diretti da Kempe.

E non è per rovinare l’atmosfera, ma non so trattenermi dal raccontare questa storia; si narra che una volta, al Metropolitan di New York, la barca-cigno sia scesa dal cielo al momento culminante dell’ultimo atto e poi, per qualche eccesso di zelo dietro le quinte, se ne sia ripartita vuota e in anticipo verso le regioni celesti. Lasciato a piedi, il tenore (credo che fosse Lauritz Melchior) guardò sconsolato la barca che se ne volava via, poi si voltò verso il pubblico e domandò: “A che ora è il prossimo cigno?”

Applausi oceanici – manco a dirlo.

Cercate di non perdere l’ultimo cigno, e buona domenica.

grilloleggente · libri, libri e libri

Swordspoint – A Melodrama Of Manners

ellen kushner,swordspoint,fantasy of manners,mannerpunkSwordspoint, di Ellen Kushner, è stato a lungo nella mia To Read List, e poi per un po’ nel Kindle. Finalmente è giunto in superficie, ed è stato una piacevolissima lettura.

E non è un libro troppo facile da definire in termini italiani – come prova questo dialoghetto tra me e R., cui ne cantavo le lodi.

“Ma che genere è, di preciso?
“Fantasy, direi.”
“Magia?”
“No.”
“Draghi, elfi, whatnot?”
“No…”
“Fantasmi, vampiri o altra gente non del tutto morta?”
“Be’, no…”
“Malvagi malvagissimi e ammantellati di nero alla conquista del mondo?”
“Nnno… Nulla del genere.”
“E allora, scusa se chiedo, che cosa lo rende fantasy?”

R., admittedly, non legge fantasy di nessun tipo, però ricorda vividamente il mio ormai remoto periodo tolkieniano, e il più recente gusto per il fantasy storico, originato con Susanna Clarke – e quindi si aspetta, se non proprio elfi e draghi, qualche genere di magia. O almeno qualche animale parlante. O semmai le sorti del mondo in bilico.

Ma in Swordspoint – a Melodrama of Manners non c’è proprio nulla di tutto ciò.

C’è una città senza nome, una capitale elegante e raffinata con dei sobborghi non proprio raccomandabili, retta da un’oligarchia nobiliar-mercantile. L’atmosfera è anglo-francese, un po’ Reggenza, con particolari raccolti tra Cinque-, Sei-, Sette- e primo Ottocento, cuciti insieme in maniera liscia e convincente. Ci sono i tessitori che scioperano, ci sono i berretti di velluto e le parate di barche sul fiume, ci sono le università e i teatri, ci sono i bassifondi pericolosi, ci sono le missioni diplomatiche in oriente, ci sono i giardini formali, le carrozze, i ricevimenti, l’impossibilità di fidarsi di alcunchì, intrighi politici galore – e soprattutto ci sono i duelli, a metà tra la moda e la necessità sociale.

Perché vedete, gli spadaccini sono pittoresca gente di talento senza pedigree. Gente che, ad averne i mezzi, s’ingaggia come guardia del corpo, come accessorio decorativo o per regolare in modo più o meno letale dispute e vendette, secondo un intricato codice d’onore.

E il giovane Richard St. Vier, che è lo spadaccino più quotato della sua generazione, si ritrova coinvolto in una rete di omicidi politici e faide incrociate da cui persino lui, che in genere può permettersi di scegliere i suoi ingaggi, faticherà a salvare vita, reputazione, principi e un amante* pericolosamente squadrellato.

Ecco qui. Visto? Niente magia**, niente vampiri, niente destini del mondo – nemmeno una doppia luna o della tecnologia stramba… E però è fantasy, con la città senza nome, con l’epoca collage, con i nomi fattiapposta. Quasi come se Kushner non avesse trovato nessun secolo e nessun posto adatti all’avventura storica che voleva raccontare, e avesse deciso di crearseli da sé, cucendo assieme un po’ di Dumas, un po’ di Thackeray, un po’ di Austen, un po’ di Heyer, un pizzico di Hope, una spruzzatina di Dickens, un filo di Laclos…

A ovest della Manica (e della Tinozza) hanno un nome per questo genere di cose – anzi due: Fantasy of Manners, e anche Mannerpunk, con tutta una collezione di autori come Emma Bull, Susanna Clarke, Caroline Stevermere, P.C. Wrede – per limitarmi a citare quelli di cui ho letto almeno qualcosa.

Qui fatichiamo a considerarli fantasy, non sappiamo bene che cosa farne e in genere, nel dubbio, non li traduciamo.

Per cui, se vi fosse venuta voglia di leggere dell’ottimo fantasy inconsueto con sfumature vagamente storiche, una scrittura favolosa, personaggi interessanti e tonnellate di calchi letterari da individuare per gioco, dovete rassegnarvi a farlo in Inglese – e lo trovate, ad esempio, qui.

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* Senza apostrofo. L’omosessualità maschile è diffusa e (ciò che non è cinque-, sei-, sette- né ottocentesco) socialmente accettata a tutti i livelli.

** Anche se mi si dice che in un seguito la magia faccia la sua comparsa. Ancora non ho letto, ma così sulla fiducia, quasi mi dispiace. Il mondo senza nome funzionava così bene… Staremo a vedere.

editing · pennivendolerie

Il Mestiere Dell’Editor

In questo post si parlava, tra l’altro, di editing ed editor. E proprio a proposito di queste bizzarre creature. S. rimuginava:

Ma perché esistono? Non sarebbe più utile giudicare la capacità dello scrittore di sfornare il prodotto “chiavi in mano”? 

Ecco, in realtà non proprio. La pubblicazione non è un esame di buona scrittura – e meno ancora di buona sintassi e grammatica. E lo scrittore novellino capace di sfornare un romanzo “chiavi in mano”, tirato a lucido e pronto per la pubblicazione è una specie di araba fenice. Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Però provate a immaginare un buon romanzo scritto così così. Ottima storia, personaggi accattivanti, atmosfera perfetta – e sintassi spaventosa. Meglio gettare tutto alle fiamme o meglio mettere all’opera qualcuno che addomestichi la consecutio temporum?

Uno così non è uno scrittore, dite? Non saprei. Facciamo un esempio illustre. Quando si ritrovarono sulla scrivania il manoscritto di Jane Eyre, da Smith, Elders & Co. si resero subito conto di avere per le mani qualcosa di notevolissimo. Però lo spelling del misterioso Currer Bell era atroce, e la punteggiatura pareva sparsa con il salino, tanto era erratica e selvaggia*. Se a pagina quattro George Smith avesse deciso che Bell non sapeva scrivere e avesse gettato tutto nella stufa, quello sarebbe stato il funerale vikingo di Jane Eyre. Invece Smith fece disdire tutti i suoi appuntamenti, lesse (faticosamente) tutto in un giorno e una notte e l’indomani scrisse a Currer Bell offrendo un contratto di pubblicazione. Dopodiché mise al lavoro il protoeditor William Smith Williams, e tra loro due resero leggibile la notevole prosa di Charlotte, procurando a Smith, Elders & Co. un best seller, e un classico alle generazioni future.

Altre volte invece si tratta di buchi in una trama altrimenti buona, di lungaggini, di magagne dovute all’inesperienza dell’autore. A parte tutto il resto, si può anche pensare che lavorando con un buon editor l’autore possa imparare dai propri errori – cosa che potrebbe in teoria fare anche da solo, ma diventa più facile e più costruttiva se qualcuno gli punta il naso nella direzione giusta.

Esempio non strettamente narrativo – ma siamo in zona: in teatro si fa workshop. Una volta giunto a una ragionevole stesura, l’autore si procura un po’ di attori (oppure, se è fortunato, la stessa compagnia che metterà in scena il lavoro) e li guarda fare una specie di lettura drammatica del testo. In genere si tratta di una lettura in piedi con il copione in mano, in modo da vedere come funziona. Questo non solo perché ci sono cose che sono perfette sulla carta e disastrose in scena, ma anche perché attori e regista hanno più esperienza e una percezione migliore della meccanica teatrale. Hanno occhio per le implausibilità, orecchio per le rigidità e le lungaggini. E l’autore… be’, l’autore dovrebbe limitarsi a prendere appunti e trarne beneficio, reprimendo tutti gli istinti omicidi.

E nessuno pensa male dell’autore teatrale che passa i suoi testi a questo specifico tritacarne. Magari non molti sanno che succede – e forse in Italia, tanto per cambiare, succede meno che nel mondo anglosassone – ma tant’è. Non è poi così diverso dall’editing.

Provate a immaginare l’editor come una specie di regista, che media tra l’autore e il pubblico, forte della sua conoscenza della meccanica. Perché la scrittura è un mezzo espressivo e come tale, piaccia o no, ha una meccanica, dei principi, un funzionamento. Ed è su questo che l’editor lavora.

Poi c’è una legittima, legittimissima domanda successiva: dove si ferma l’editor?

[… S]arei felice di poter leggere quello che l’autore di un romanzo pensava fosse la stesura definitiva, prima che un editor gli spiegasse che cosa io avrei voluto leggere,

rimuginava ulteriormente S.

Ah, well, questa è un’altra faccenda. Tutti abbiamo sentito storie come quella di Gordon Lish & Raymond Carver (i cui racconti, ripubblicati in forma pre-Lish dopo la sua morte, erano… be’, tutt’altro), o quella di Susannah Clapp & Bruce Chatwin (che di suo non era affatto terso e stringato come lo conosciamo e amiamo)… E peggio ancora, tutti abbiamo sentito storie molto più truci, perché non tutti gli editor sono Lish o Clapp. Il problema è che ci sono cattivi editor, editor così così, editor criminali e buoni editor che lavorano al servizio di politiche editoriali tra l’aggressivo e il criminale**, tese alla standardizzazione di un prodotto.

Quello dell’editor è un mestiere come un altro. Ok, forse un po’ più misterioso della media – perché in fondo si tratta di lavanderia glorificata, ed è il genere di faccenda che sarebbe molto meglio, a mio timido avviso, praticare dietro le quinte. E forse anche un po’ più indefinito e indefinibile della media, perché può funzionare in tutta una varietà di modi, dal leggere il Riot Act ai congiutivi sballati fino a rimaneggiare/amputare/ricucire la storia.

Resto però dell’idea che, per rispondere a S., gli editor esistano perché un buon editing può fare molto per un buon testo imperfetto. E che la miglior definizione del mestiere l’abbia data Arthur Plotnik:

Voi scrivete per comunicare ai cuori e alle menti altrui quello che vi brucia dentro. E noi editiamo per eliminare il fumo e far brillare il fuoco.

 

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* E lo stesso valeva per Ellis e Acton Bell. Quando consideriamo che si trattava in realtà delle Misses Brontë, tre insegnanti/istitutrici, intenzionate ad aprire una scuola tutta loro…

** Se volete sorridere (un po’ storto) in proposito, leggetevi La Storia Del Lupo, di Davide Mana.

scribblemania · teatro

PBN

Fòs eghéneto! happy ends, teatro

Happy Ends ha finalmente il suo finale nuovo.

Più amarognolo, più appuntito, assolutamente privo di zucchero – perfetto. Ed essendo le cose come sono, si è trascinato dietro anche un inizio nuovo e assai migliore.

No, ok: perfetto è una parola grossa, e comunque tra domani e dopodomani il ruolino prevede un serio lavoro di limatura, ma per il momento gioite con me: alla maggior parte degli effetti pratici, il sipario è calato sulla seconda stesura.

romanzo storico · Storia&storie

A Lume Di Candela

candele, luce di candela, romanzo storico, ricercaChiamiamola… boh, ricerca sul campo?

Qualche giorno fa una combinazione di guasto alla rete elettrica e giornata corta e bigia – come si conviene in vista del solstizio d’inverno, d’altra parte – mi ha costretta a un viaggetto nel tempo per un pomeriggio e parte di una sera.

Fuoco per riscaldamento e candele per luce e, una volta esaurita una batteria che per vari motivi era quasi scarica di suo, niente computer. E così ho lavorato, letto e scritto a mano nella stanza con il caminetto – e a luce di candela.

Non è che non fosse mai successo prima, ma stavolta ho preso appunti su gioie, practicalities e improbabilità dell’illuminazione a fiamma libera, e ve ne rendo partecipi. 

candele, luce di candela, romanzo storico, ricerca1) La luce di candela è fioca. Molto. Due candele accese in una stanza 5×5 arrivano agettare un cerchiolino di luce gialla grande abbastanza per una pagina e lasciano il resto della stanza nella semioscurità. A patto di tenere la fiamma bene alimentata, si legge meglio accanto al camino – a patto di sedere in basso e tenere il libro orientato nel modo giusto. E provandoci si acquisisce una nuova comprensione della storia del piccolo Kipling che si rovina gli occhi leggendo di nascosto alla luce di un fuoco magro. Nonché un nuovo rispetto per tutti quegli scrittori che hanno prodotto capolavori a lume di candela… On the other hand, anche senza voler leggere, scrivere o cucire, la quantità di luce è limitatissima. Vista da un’altra stanza attraverso una porta a vetri, la luce di due candele è un pallidissimo alone bigio, e vista attraverso una finestra da una distanza qualsiasi, ci vuole spirito d’osservazione per rendersi conto che la stanza non è al buio. Con quattro candele (un lusso sfrenato) le cose migliorano un po’, ma occorre alimentare seriamente il camino (altro lusso) per avere anche solo un po’ di quella luce dorata che “piove dalle finestre” o “splende nelle fessure della porta” in tante descrizioni.

2) La luce di candela è instabile. Voi sospirate sui tormenti del protagonista e la fiamma tremola. Voi girate pagina e la fiamma sussulta. Voi urtate involontariamente la gamba del tavolo e la fiamma vacilla. Qualcuno si muove a tre passi di distanza e la fiamma ballonzola. Qualcuno pare una porta e la fiamma sternutisce, crepita, soffia, fa del melodramma e mostra la sua disapprovazione riducendosi a un lucignolo clorotico. E tutto questo senza contare gli spifferi. Casa mia è abbastanza vecchia da avere spifferi e correnti in ogni dove – specie nelle notti di vento. E uno spiffero è sufficiente a dare le convulsioni alla fiammella. E se può essere graziosa a vedersi con le sue intemperanze, una fiammella convulsa non fa proprio nulla per facilitare la lettura. A volersela portare in giro, poi, la candela è infelicissima. Occorre proteggere la fiamma con una mano, se non si vuole che si spenga al primo angolo voltato – e salire le scale con una candela e le gonne lunghe è scomodo, pessimo per la reputazione e francamente pericoloso. Provate, o signore, a reggere candela e gonne e proteggere la fiamma con la normale dotazione di mani, senza mostrare le caviglie e senza darvi fuoco. Provate – e ricordate che proprio non volete lasciar spegnere la candela, perché una volta spenta…

3) La luce di candela è scomoda da procurarsi. I fiammiferi sono stati inventati negli Anni Trenta dell’Ottocento e commercializzati più tardi. E anche ad averli, basta che siano un po’ umidi per rendere l’operazione di accendere una candela assai poco agevole. Figurarsi con l’acciarino – ma in realtà la cosa più comune era accendere al fuoco o a un’altra candela. Il che significa che, se la candela si spegne a metà scala, non resta che andarsene a dormire nel buio pesto, oppure tornarsene a tentoni al camino o all’altra candela, riaccendere e ricominciare daccapo l’ascesa. candele, luce di candela, romanzo storico, ricerca

E tutto ciò, badate, è stato sperimentato usando candele di cera d’api, di buona qualità e con lo stoppino industriale che non è necessario smoccolare. Figuratevi quando si trattava di candele di sego o, peggio ancora, di stoppini di giunco immersi nel sego – e quelli avevano tutta una collezione di problemi di durata, di colature, di odori…

Ma per il sego credo che mi fiderò dei romanzi altrui, perché non sono certa di voler fare la prova.

Non credo proprio.

Non penso…

O Forse…

Magari una volta sola…

Hm. Qualcuno ha idea di dove potrei procurarmi una candela di sego?

musica

Some Nights

Sala d’attesa. Radio. E a dire il vero se ne farebbe anche a meno, perché si vorrebbe approfittare della (lunghetta) attesa per leggere  un po’, ma la radio rompe un po’ le scatole…

E poi capita una canzone mai sentita prima, con un ritmo abbastanza attraente perché valga la pena di smettere di leggere per un attimo e ascoltare. E già che ci si è, afferrare un po’ di parole in vista di una ricerchina.

E una volta a casa si fa la ricerchina, si trova la canzone e poi la si posta nel domenicale spazio musicale del blog…

Per cui, ecco qui:

Buona domenica.

commercials · pessima gente

Il Tuo Sogno È Possibile

È un po’ che non parliamo di pubblicità, vero?

D’altra parte, è un po’ che non vedo passare campagne su cui valga la pena di scrivere qualcosa. È il periodo. I tempi essendo quelli che sono, le aziende investono meno in pubblicità, riciclano vecchie campagne, sfruttano molto più a lungo quelle che hanno e, sospetto, quando ne commissionano una nuova ricorrono ad agenzie meno costose.  

Impera, naturalmente, il ricatto morale: nulla è superfluo o voluttuario se ci sono di mezzo i figli. Ho visto oggi per la prima volta la pubblicità di un antipiretico/antinfiammatorio – che a dire il vero poi così voluttuario non parrebbe, ma ai Ragazzi del Marketing è parso più sicuro impostare la campagna come quella del Voltaren. Ricordate? Questa volta si afferma che raffreddore e influenza non ti permettono di occuparti di Loro come dovresti. Ma prendi, oh prendi Influmed “e torni a fare il papà”.

I padri così così sopportano stoicamente l’influenza. Un buon padre prende Influmed.

Yes, yes, I know. È ricatto morale tanto bieco quanto maldestro, è usare l’artiglieria pesante per sfondare una porta aperta – e per di più è copiata pari pari dalla campagna del Voltaren… Ma parliamo invece di manipolazione come si deve – spudorata e sottile al tempo stesso.

pubblicità, porscheVi è capitato di vedere la paginata della Porsche?

È uscita la settimana scorsa su un certo numero di quotidiani nazionali*, fatta apposta per attirare l’attenzione e incuriosire, con l’automobile incorniciata dal testo a caratteri colorati – e nemmeno leggibilissimissimi, se proprio vogliamo. E si comincia a leggere, e presto si nota che è qualcosa di diverso dal consueto…

Vogliamo dargli un’occhiata? Vediamo un po’…

Il tuo sogno è possibile,

E fin qui nulla di particolarmente originale. Ne abbiamo visti un sacco, di questi: profumi, abbigliamento, viaggi, gioielli, altre automobili… l’idea del sogno accessibile è vecchia come il commercio – semmai potremmo sollevare un sopracciglio considerando il grado di accessibilità di una Porsche, ma attenzione…

…non ucciderlo, è la cosa più importante per te.

Ed ecco che, a metà della prima riga, siamo già usciti dal territorio consueto con questo tono più che un po’ melodrammatico. Sottotesto: se uccidi il sogno che è la cosa più importante per te, O Consumatore, è come se uccidessi un pochino te stesso – quanto meno quella parte di te che sogna. Ouch.

Non farti frenare dalle tasse sul lusso.

Ma non sentirtici male, O Consumatore, chè la colpa non è tua, non sei tu il sognicida. È questo governo cupo e ferreo, che non vuole lasciarti spazio. Che soffoca la tua individualità, punisce la tua intraprendenza, che impila sensi di colpa sulla tua gioia di vivere. Ma tu, O Consumatore, non lasciarglielo fare.

Se ti fermano per un controllo lasciali fare. Se sei in regola, andranno a controllare quelli che non lo sono.

Ecco, io guido una Ka trilustre e non lo so – ma mi si dice che, alla guida di un’auto di lusso, le probabilità di essere fermati per controlli siano molto più alte. Di nuovo, è questo Grande Fratello tetro e gretto che dà per scontato che, se puoi permetterti una Porsche, tu sia un ladro – e allora ti punisce e ti vessa. Ma tu non badarci, O Consumatore.

Se la tua fantasia sono io, non reprimerla.

Altra chiamata all’azione, e per la prima volta ci accorgiamo che l’automobile – anzi, scusate, l’Automobile parla in prima persona. È, O Consumatore, una faccenda personale: tu – sì, proprio tu! Ribellati a questa mentalità, non uccidere il sogno, non reprimere la fantasia. Non lasciarti imporre azioni negative. Uccidere, reprimere: bad for you

La vita va vissuta con passione, altrimenti cosa ci rimane?

Anche la passione è una di quelle parole onnipresenti in pubblicità – dal gelato all’automobile, dal sugo per la pasta al gioiello componibile, passando per i liquori e la biancheria intima… Ma badate bene, perché dietro la buona vecchia passione è nascosta la bordata vera e propria: altrimenti cosa ci rimane? In questo mondo triste, traballante e un po’ squallido, O Consumatore, non abbiamo altro. È una questione di vita o di morte – interiore. 

Il 50% di quello che spendi per me va allo Stato che dovrebbe stimolare a possedermi e a esserti riconoscente perché, comprandomi, contribuisci con coraggio allo sviluppo di cui tutti parlano.

E che poi, diciamocelo, O Consumatore: che diavolo vogliono da te e da me? Comprarmi è un atto di coraggio, di fiducia nel futuro, un contributo a quello sviluppo di cui tutti parlano – e per il quale si fa così poco. E in cambio, lo Stato vuole farti passare per irresponsabile capriccioso – manco ti stessi comprando un set di rubinetti d’oro massiccio tempestati di rubini! Invece io sono

Essenziale, tecnologica, e moderna;

Sono una scelta intelligente. Una scelta di classe. Il meglio che ci sia. E tu lo sai bene, perché…

…con me hai vissuto i safari africani, le 24 ore di Le Mans e le tue serate a teatro.

Nella realtà o nell’immaginazione, non importa. Perché io, O Consumatore, lo so che hai gusti raffinati: viaggi, sport esclusivo, cultura… 

Il mio design è senza tempo e già futuro,

Ah, già: sono anche un investimento a lungo termine. Non sarò un modello sorpassato nel giro di un anno. Che cavolo, io…

…sono amata perché vivo la realtà senza l’eccentricità della moda.

Sono stabile. Sono duratura. Sono amata. Sono riconosciuta. Sono un modo di vita, non una moda. Oh, e chiariamo bene un’altra cosa.

Non sono veloce. Se si rispettano i limiti.

Magari vorranno considerarti un criminale in potenza solo perché puoi disporre delle mie fantastiche prestazioni, ma quel che conta è la tua scelta individuale di non infrangere i limiti. Perché tu sei responsabile – checché ne dica chi vuol fare di ogni erba un fascio. Ma è tutta facile e astiosa demagogia, perché in realtà…

A questa Italia ferma servono i cavalli che io ho e che devi avere anche tu.

Te lo ripeto, O Consumatore: la mia energia e la tua audacia sono la ricetta giusta.

I sogni non sono un lusso.

No, perbacco. I sogni sono un diritto. Io sono un sogno. Ergo, possedermi è un diritto. E te lo ripeto ancora: a dispetto di tutto quel che ti dicono, di tutti le coperte bagnate che cercano di gettarti adosso tassandoti, vessandoti, demonizzandoti e spingendoti in mezzo alla massa, tu ricorda sempre questo:

Il tuo sogno è possibile!

Punto esclamativo.

Il tuo sogno è possibile.

Tosta, don’t you think? Spudorata, finto-candida, mirata con molta cura, modellata su sentimenti diffusi, ferocetta a tratti, manipolativa oltre ogni dire, finemente travestita da cri de coeur, rischiosa in potenza, con tanto sottotesto da verniciarci un ponte – e tanto fuori dal coro da farsi notare di sicuro.

Essendo i tempi quelli che sono, non ho proprio idea di quanto terreno possa trovare un discorso del genere, ma, parlando in termini di scrittura e nient’altro, era ora che si vedesse una campagna con qualche barlume di audacia e di cattiveria.

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* Solo carta stampata – da leggersi e meditarsi.

libri, libri e libri · Storia&storie · Utter Serendipity

Il Pitta Ritrovato

alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda manoUn paio di settimane fa ero a Bologna e, a tre passi dalla stazione, mi sono imbattuta in un gruppo di bancarelle di libri usati.

E sapete tutti come funzionano queste cose. Ci s’infila con l’intenzione di dare soltanto un’occhiatina, e poi ci si perde tra le enciclopedie vecchie, i fondi di magazzino, le scatole di volumini grigi della vecchia BUR, gli arnesi illustrati che pesano come una piastra di ghisa…

Ed ero in questa felice condizione quando l’occhio mi è caduto su un volume Anni Cinquanta della Romantica Mondiale Sonzogno.alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda mano

No – aspettate a sghignazzare.

Con questo nome allarmante, la RMS era una collana di avventure miste assortite – assortitissime. Ci si trovavano abbondanti dosi di Sabatini, Orczy, London e Zane Grey, un po’ di Ridder Haggard, i Libri della Giungla di Kipling, l’occasionale Stevenson, Conan Doyle o Sienckiewicz (purché ci fossero spade), una discreta quantità di Conrad, Le Quattro Piume di Mason, Cappa e Spada* di Achard… Insomma, vi fate un’idea, giusto?

Per quel che posso vedere, in tutto ciò di autori italiani ne compaiono due soltanto. Uno è il principe Valerio Pignatelli della Cerchiara – pittoresco personaggio di suo, soldato, diplomatico, spia, avventuriero e autore di diversi romanzi di cappa-e-spada incentrati sull’antenato e dragone napoleonico Andrea Pignatelli. 

alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda manoL’altro è Alfredo Pitta, traduttore attivissimo, autore di gialli sotto lo pseudonimo di Norman Charger e, per l’appunto, di almeno una mezza dozzina di cappa-e-spada dai titoli pittoreschi come I Cinque Falchi, Santajusta, Fior di Sogno, Castelmalo, Il Liberatore, La Scala Vermiglia… E dico almeno perché i primi cinque titoli li ho trovati via OPAC, ma il sesto non risulta semplicemente perché non fa parte delle collezioni di nessuna biblitoeca, ma esiste. È la mia trouvaille bolognese.

Trecentosedici pagine di avventure di alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda manoSigismondo “Cordifoco” Malatesta, a iniziare con una di quelle scene in cui i mercenari tedeschi progettano il rapimento di una donna e imprecano pittorescamente e si dicono l’un l’altro cose che dovrebbero già sapere come nella prima scena di un’opera**. Il tutto rilegato in brossura rosso vermiglio, con una sovraccoperta illustrata*** e, alas, malandatella.

Confesso di avere dato soltanto un’occhiatina per ora, e magari sarà una lettura da vacanze natalizie, ma il ritrovamento in sé è stato una piccola delizia. Autore di cui sapevo e seguito a saper pochino, finestrella su un’altra era del romanzo storico italiano****, bancarella, serendipità, di-chi-sarà-stato-questo-libro…

alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda manoPotrei sospirare un poco sul fatto che, come adesso, tanto negli Anni Trenta quanto negli Anni Cinquanta l’autore italiano di avventure storiche era una bizzarra e rara specie aviaria. Sì, potrei sospirare – ma per questa volta diciamo di no, e limitiamoci a compiacerci delle gioie molteplici delle bancarelle di libri di seconda mano.

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* Leggenda vuole che da questo romanzo abbia preso nome il genere. Come la maggior parte di queste storie, non è proprio così. Il coniatore fu in realtà Ponson du Terrail, ma Achard e il suo editore avevano un miglior senso del marketing.

** Il paragone non è casuale. Lo scorso anno, sempre a Bologna e in circostanze non del tutto dissimili, ho comprato il libretto di una sconosciutissima opera dei primi del Novecento, la cui prima scena era piena di mercenari tedeschi che imprecavano pittorescamente e progettavano il rapimento di una donna…

*** L’intenzione è di aggiungere un’immagine – quando il mio scanner risuscita o si reincarna. Luci di taglio, conci di pietra, il protagonista e il suo sidekick feriti – o forse moribondi? Gasp! – lunghe ombre a proseguire sulla costa e, sul retro, la scala del titolo, giù per la quale corre un rivolo di sangue… Credo che l’illustratore debba essere Guizzardi.

**** O quanto meno d’avventura storica. Mi par di capire che il buon Pitta non esca poi troppo di strada, ma potrei sbagliarmi. Semmai ne riparleremo a lettura avvenuta. E l’era è proprio un’altra, visto che si tratta di una riedizione di un romanzo del 1937.

_________________________________________alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda mano

Ah, una nota d’altra natura: qualche tempo fa, un lettore occasionale mi scrisse una mail in cui chiedeva lumi su Pitta. Risposi che non avevo gran lumi… Ecco, questo è un lumicino nuovo, unitamente al fatto che credevo Pitta solo un traduttore di gialli e cappa e spada, ma apparentemente ha tradotto anche una certa quantità di Conrad… Se ripassa di qui, o Lettore Occasionale di cui non possiedo più l’indirizzo, ecco che la metto a parte.

 

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grilloleggente · meme

Premio UNIA

La colpa è di Davide Mana di strategie evolutive, che mi ha girato il Premio Unia, un meme libresco di quelli cui non mi so sottrarre, perché – forse ve ne sarà sorto il sospetto – una volta che mi si è avviata a parlare di libri, per farmi smettere occorre abbattermi a sediate*… E vi dirò, sospetto che UNIA sia un acronimo di qualche tipo, ma non arrivo a scioglierlo né per deduzione né per ricerca. Qualcuno ha idea?

Ma nel frattempo, grazie, Dr. Dee. Fo la riverenza e rispondo alle sette domande.

1. Qual è il primo libro che hai letto in assoluto?

Nel senso de “Il Primo Libro Grosso E Senza Figure”? Il Richiamo Della Foresta di Jack London, nell’estate dei miei sei anni, dopo vaste quantità di fiabe illustrate e Corriere dei Piccoli. Non posso dire che mi sia piaciuto alla follia, ma la soddisfazione! Quasi più una prova iniziatica che una lettura.

2. Hai mai fatto un sogno ispirato a un libro che hai letto? Se sì, racconta.

Tutto il tempo. Anche lasciando da parte gli incubi da fantascienza e da cose improbabili, una volta ho sognato dettagliatamente Fanny ed Eliza della Cena ad Elsinore di Blixen/Dinesen; un’altra volta di scambiare quattro chiacchiere con una vicina di posto in autobus che sosteneva di essere Penny Parrish; un’altra ancora di recitare la parte Bianca Trao in una riduzione di Mastro Don Gesualdo – e naturalmente non mi ricordavo le mie battute… Ma in realtà mi capita piuttosto spesso. 

3. Qual è la prima cosa che ti colpisce in un libro? La copertina, la trama o il titolo?

Ah… non lo so. No, sul serio. Delle copertine diffido ferocemente. Chi non si è mai lasciato trascinare da una bella copertina e poi è rimasto deluso, alzi la mano. Le copertine sono subdole e malvagie. Le copertine sono tendenziose. Detto questo, mettiamola così: il mio emisfero destro corre al bel titolo con il gaio abbandono di un capretto su un pendio di erba tenerella – e intanto il mio emisfero sinistro sceglie in base alla trama, thank you very much

4. Ti è mai capitato di piangere per la morte di un personaggio?

Cyrano, Giovanni Drogo, l’Henry Morgan della Santa Rossa, Sydney Carton. E poi, anche se non è proprio la morte di un personaggio, c’è il finale de La Cripta dei Cappuccini, con Franz von Trotta che grida Gott Erhalte! nella notte ventosa…

5. Qual è il tuo genere preferito?

La maggior parte di quel che ha a che fare con la storia. Romanzo storico tradizionale, saggistica storica, ucronia, giallo storico, fantasy storico… parlatemi di qualche secolo passato, e le probabilità che mi facciate felice sono ragionevolmente alte.

6. Hai mai incontrato uno scrittore?

Mi è capitato di incontrare Antonio Scurati, Bernard Cornwell e Toni Morrison, ma soprattutto… er, vi ho mai raccontato di quando ho fatto da interprete, guida e autista per Seamus Heaney? E c’erano anche Marie Devlin Heaney e Peter Fallon. E non esagero dicendo che è stata una delle Esperienze della mia vita.

7. Posta un’immagine che rappresenta cosa significa per te le lettura

premio unia, lettura, libri

Ma anche…

premio unia, lettura, libri

E per finire, dovrei passare premio e testimone ad altri sette blogger.Allora, vediamo un po’…

. Alessandro Forlani
. Marta Manfioletti
. Danilo Zanelli
. Della di Quartello’s Kitchen
. Mattia Nicchio
. Marta Traverso
. Patfumetto

E, o gente senza blog, se volete rispondere qui sotto nei commenti, siete più che i benvenuti.


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* Venerdì sera, durante una cena, un’ospite mi ha incautamente chiesto lumi sulla questione del Vero Autore. E gli altri – qualcuno per amara esperienza, qualcuno allarmato dal luccichio nelle mie pupille – si sono gettati come un sol ospite sulla linea del fuoco, hanno preso a gomitate la malcapitata e hanno dirottato la conversazione sulla tregua fra Israele e Gaza. Safer ground, you know.

elizabethana · scribblemania

PBN

No, non ho scritto un bottone, però ho riletto i primi due capitoli della mia storia di fantasmi che ancora non ha un titolo – ma scrivere tutte le volte che ancora non ha un titolo comincia ad annoiarmi, per cui parliamone come di GK, volete?

Ad ogni modo, ho riletto i due primi capitoli, e sapete una cosa? Non mi dispiacciono affatto. Sono ancora molto crudi e pieni di spigoli vivi, come tutte le prime stesure, ma tutto sommato potrebbe andare molto, molto peggio.

Per cui adesso tutto quel che devo fare è aggiungere altre cinquantamila parole circa e finire la dannata storia, giusto?

Giusto?