anglomaniac · Spigolando nella rete

Il Cockney Che Conosceva Fate E Folletti

illustrazioni, arthur rackhamOggi sarebbe il 145° compleanno di Arthur Rackham, uno dei miei illustratori inglesi prediletti – l’uomo delle linee delicate e intricatissime, dei colori trasparenti e delle ombre vive, degli alberi animati, delle fate eteree e degli orchi brutti ma mai troppoo malevoli, delle silhouettes nere, della luce impalpabile, delle foreste misteriose…

Nel corso della sua carriera Rackham ha illustrato di tutto – da Cecil Rhodes ai Fratelli Grimm, da Antony Hope a Shakespeare, dall’Oro del Reno a Peter Pan, sempre meravigliosamente: ogni tavola è un tesoro di particolari inattesi e raffinatissimi, di dettagli realistici e linee stilizzate, amalgamati in un’atmosfera magica.

Mr. Rackham è stato stregato in culla, scriveva un recensore nel 1906. Mr. Rackham non sogna fate e folletti – li conosce.

E qui, se a questo punto ve ne pungesse vaghezza, c’è qualche link a cui trovare un’abbondanza di illustrazioni di Rackham:illustrazioni, arthur rackham

– Per cominciare, parecchi titoli illustrati al Project Gutenberg e all’Internet Archive.

– Un’Alice in Wonderland, edizione 1907, sfogliabile in rete o scaricabile in .zip su Bugtown.

– Una serie di belle gallerie online: Fairworx (menu dei titoli sulla sinistra), Innovated Life (annotata), Art Passions (ricchissima), Sur La Lune, The American Art Archive (solo una manciata di immagini, ma alcune abbastanza singolari).

– E per finire, l’immancabile Rackham Society.

A titolo di chiosa, sappiate che l’autoritratto in cima al post è intitolato A Transpontine Cockney.

scribblemania

La Trasvolata – PBN

Sì, è un Piccolo Bollettino Notturno – sotto nuovo nome, per distinguerlo dai Piccoli Bollettini Notturni relativi al play.

È da quando ho cominciato a strologare su questo progetto – una settimana di scrittura riservata a un romanzo nuovo – che ci penso in termini di Trasvolata, per cui bear with me.

Detto ciò, oggi è stata una buona giornata: una scena prevista, una scena imprevista ma soddisfacente, una transizione (o almeno parte di essa) per un totale di 4201 parole.

E per di più, quella che stamattina sembrava un’irrisolvibile complicazione di strade di posta e cavalli a nolo si è risolta in un’occasione per un po’ di conflitto interpersonale, tanto per mettere in luce tensioni e ordini di precedenza a Scadbury Manor. 

L’avere poi scoperto che a) se di Scadbury non rimane quasi nulla, si può però ragionevolmente pensare che somigliasse a Hightham Mote – che invece è ancora integro da vedersi – e b) Scadbury è ritenuto generico posto di fantasmi senza storie particolari è tutta glassa sulla torta.

Come dicevasi al § 3, una buona giornata.

scribblemania

Piccolo Bollettino Diurno

Rieccoci.

Stavolta è un romanzo. Ho deciso di concedermi una settimana di scrittura, e stavolta è un romanzo. Una storia di fantasmi – elisabettiani, tanto per cambiare.

L’obiettivo per la settimana è finire il Primo Atto, più o meno 25000 parole.

E per oggi, a dire il vero, siamo già un po’ indietro sul ruolino: 2901 parole…

Però c’è il fatto che sono due scene intere, e quindi forse il primo atto sarà qualcosa meno del previsto, almeno in questa stesura.

E poi ci sono tutti gli impicci dell’iniziare… Voce, ritmo, colore. So quello che voglio fare, ma devo ancora trovare le mie gambe.

Insomma, stiamo a vedere. Intanto il protagonista è entrato in scena ed è già in guai di tutto rispetto e, se credeva di averne già abbastanza, ci si sono messe anche le bizzarrie soprannaturali.

E questo non è ancora niente… *cue ominous music*

anglomaniac · gente che scrive · scribblemania

Sette Maestri Sette

Questa faccenda va girando di blog in blog quasi come un meme – ovvero quella cosa che vado ripetendo di non fare e poi invece ci ricasco sempre.

Ma il fatto è che, quando si comincia a parlare di maestri ideali, scrittori sulle cui opere ci siamo formati… come può una ragazza resistere?

A dire il vero, Ferruccio Gianola ha cominciato parlando di scrittori preferiti, ma poi Alex Girola e Davide Mana hanno aggiunto alla faccenda questo taglio vagamente jedi, e allora eccoci qui.

E siccome vedo che a numeri funziona alla ciascuno-per-sé, qui andiamo per sette, in un ordine vagamente cronologico – non tanto di lettura, quanto di consapevole apprenticeship

I. G. B. Shaw. Perché quando avevo dodici anni e mi chiedevano “che cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo “la commediografa”. E rispondevo così solo perché allora studiavo francese e non sapevo che esistesse la parola playwright, che mi piace tanto di più – ma non divaghiamo. Volevo tanto, ma in quella maniera informe, you know. Non era che non ci provassi, ma non avevo troppo idea. Poi, nell’estate dei miei quattordici anni, entra in scena Shaw, nella forma delle Quattro Commedie Gradevoli, edizione Anni Sessanta, BUR con la copertina rigida – di mia madre. Folgorazione. In particolare Cesare e Cleopatra e L’Uomo del Destino. Teatro a sfondo storico – proprio quello che volevo fare. E la costruzione dei dialoghi, e l’uso delle fonti, e il tratteggio dell’ambientazione storica, e il funzionamento teatrale…

II. Joseph Conrad. In un sacco di modi. La profondità cui si poteva spingere l’indagine psicologica. Le possibilità infinite dei punti di vista. La possibilità di raccontare una storia attraverso l’accumulo di prospettive. La cesellatura di un personaggio centrale. I dubbi e le domande senza risposta. L’intensità. E poi l’uso della lingua – e di una lingua appresa. È in buona parte per via di Conrad che scrivo in Inglese.

III. Patrick Rambaud. Rambaud non se lo ricorda più nessuno, credo. A un certo punto ha letto nella corrispondenza di Stendhal di un romanzo mai scritto. Allora ha preso l’ambientazione (una battaglia napoleonica), ha preso Stendhal in persona, ha preso una manciata di personaggi storici e ne ha cavato un bel romanzo. Nulla d’immortale, solo una buona storia ben raccontata, fedele alle fonti e romanzesca quanto bastava. All’epoca in cui mi trastullavo con l’idea di scrivere romanzi storici ed ero paralizzata dall’incertezza dei confini tra fonti e immaginazione, Monsieur Rambaud è stato piuttosto fondamentale.

IV. R. L. Stevenson. Ah, i narratori di Stevenson, inaffidabili anche quando sembra che non lo siano, sottilmente minati nella loro attendibilità, irragionevoli, opinionated, a volte nemmeno terribilmente intelligenti… O Lettore, a te il delizioso mestiere di trarre conclusioni. E poi Alan Breck e l’Appin Murder – un personaggio minorissimo e un processo celebre ripresi, rivoltati come guanti, dipinti a colori irresistibili e avventurosi là dove in origine si trattava di un figuro losco e di una vicenda cruda e grigia. Ah, saper indurre il lettore a voler credere a me – persino quando sa benissimo di non poterlo fare…

V. Rodney Bolt. Quando uno scrittore mi fa entrare da una porta saggistico-divulgativa con qualche pretesa, poi mi fa sospettare che si tratti di una parodia accademica, e infine mi scodella in pieno romanzo, quando fa tutto ciò con grazia, sottigliezza e intelligenza, quando mi conduce pei prati in questa maniera e non mi irrita nemmeno un po’, tutto quel che voglio è imparare a barare così a mia volta.

VI. Josephine Tey. Anche lei scriveva teatro in una maniera che mi piace molto, ma non è questo il punto. Il punto è La Figlia del Tempo, che è una riflessione sulla storia, il modo in cui si costruiscono, mantengono e smantellano le leggende nere e un sacco di questioni che mi stanno a cuore – ed è scritto nella forma di un giallo originalissimo, popolato di personaggi ben fatti che parlano in dialoghi scintillanti. Tecnica impeccabile, idee, spirito – e soprattuto il modo di raccontare le storie.

VII. Jeffrey Hatcher. Ci voleva qualcuno che mi scrollasse fuori dalla maniera di Shaw, ed è stato Hatcher, che scrive un teatro d’ambientazione storica vivido, spigoloso e pieno di ritmo, appeso a un cambiamento epocale per rendere tutto più irreparabile, thank you very much.

E poi sono sempre la solita che si dà dei numeri e non riesce a tenerli neppure per sbaglio, per cui lasciate che aggiunga ancora Emily Dickinson. E no, non scrivo poesia, ma la densità e iridescenza del linguaggio… non si può scrivere prosa in questo modo, ma il principio mi piace proprio tanto.

E voi? Chi sono i vostri mentori di carta?

cinema · musica

We’re Off To See The Wizard

Dopo questo burst, ho ricevuto richieste di chiarimenti, e allora ecco qui l’originale:

Con parole:

We’re off to see the Wizard, The Wonderful Wizard of Oz.

You’ll find he is a whiz of a wiz If ever a wiz there was.

If ever oh ever a wiz there was The Wizard of Oz is one because,

Because, because, because, because, because.

Because of the wonderful things he does.

We’re off to see the Wizard. The Wonderful Wizard of Oz.

Ma voi avevate mai considerato la possibilità che il Sentiero di Mattoni Gialli avesse dei bivi? Perché si fa presto a dire “Segui il Sentiero di Mattoni Gialli…”

Oh well, buona domenica.

gente che scrive

Il Gomito Di Tolstoj

tolstoj, stevenson, stephenie meyerNon è che agli scrittori si debba credere troppo. Gli scrittori ricamano, modificano, tirano a lucido, spostano, tirano e inclinano finché quel che raccontano non ha la giusta inclinazione e il giusto colore.

Per cui, quando Tolstoj raccontava di essersi appisolato sul divano un bel giorno, e di avere visto un gomito, e di avere immaginato attorno al gomito una bella donna triste in abito da ballo, e di aver finito col cavarne Anna Karenina, forse faremmo bene a prendere la storia con un granellin di sale? 

ma perché, poi?

Di sicuro la storia suona bene. C’è un che di russo e, al tempo stesso, un che di pittorico, non trovate? Il gomito, la posa malinconica, l’abito da ballo – tutto così adatto ad AK, forse persino un po’ troppo adatto, ed è per questo che siamo tentati di essere cinici… e comunque per quanto mi riguarda è una lotta perduta in partenza. Il fatto è che non voglio essere cinica. Voglio credere alla storia del gomito, thank you very much.

Così come voglio credere a Stevenson che disegna mappe per ingannare il tempo in un’estate scozzese particolarmente piovosa e a un certo punto, folgorato dalla mappa di un’isola, scrive Treasure Island in due settimane.

Il fatto che invece sia capacissima di essere cinica quando leggo di Stephenie Meyer che si sveglia dall’aver sognato Edward&Bella sdraiati in un prato a discutere d’amore – lei tutta ordinaria e lui tutto luccicante e vampiresco – probabilmente è una prova ulteriore della mia genre-snobbishness

Ma forse no, aspettate. Forse per questa volta mi salvo.

Perché la faccenda funziona così: c’è una grazia sottile nella storia di Tolstoj, che manca alla Meyer. La linea di un gomito – tutto qui. Il resto è farina del sacco dello scrittore, che ha intravisto una donna in sogno e le intreccia attorno tutto un romanzo. E lo stesso vale per Stevenson, con i suoi pirati che germogliano dalle linee di una mappa immaginaria. C’è un piccolo seme caduto da chissà dove – e poi interviene l’immaginazione dello scrittore.

E se l’intenzione della Meyer era di raccontare una storia simile, ha calcolato male i suoi effetti. Perché magari è anche vero – anzi guardate: in tutta probabilità lo è. Capita. Si sognano le scene, si sognano i personaggi. Scommetto che tutti abbiamo il nostro aneddoto in proposito*. Ma il fatto che sia vero non ha nulla a che vedere con la bontà della storia. Ms. Meyer ga schiacciato un pisolo post-prandiale, ha sognato un vampiro e una ragazzotta che si dolevano della difficoltà del loro amore, si è svegliata e a scritto Twilight, che parla di un vampiro e una ragazzotta eccetera eccetera.

Piatto. Banale. Ovvio. Non dico Twilight – sì, ok, anche Twilight, ma sto parlando della storia del sogno. Un po’ di grazia, perbacco. Un po’ di mistero. Un po’ di magia della creazione – e magari vorremo essere cinici, ma poi decideremo di non esserlo, perché da qualcuno che ci offre storie, è proprio questo che vogliamo: storie. Belle storie. Buone storie. Storie ben raccontate.

Per la realtà c’è il telegiornale.

________________________________________________

* Qui c’è il mio: Il Giglio e la Falce l’ho concepito nel passagio pseudosotterraneo di un parco a tema (don’t ask) in Vandea.

* Qui c’è il mio: viaggiavo su un trenino locale nell’ovest della Francia. Mi sono addormentata e ho sognato questa gente che danzava in cerchio attorno a un falò. E da quel ballo all’aperto è nato Il Giglio e la Falce.

* Qui c’è il mio: durante una nottata afosissima e insonne in un piccolo albergo francese, ho cominciato a strologare sulla storia locale, e sono emersi dal nulla i quattro fratell d’Aubray, i protagonisti de Il Giglio e la Falce.

editing · elizabethana · teatro

Piccolo Bollettino Notturno

Sono riuscita a prendere il primo raffreddore della stagione – e tentare di ignorarlo non ha funzionato. Nemmeno l’aspirina, finora, ha funzionato granché. Così adesso mi sento la testa piena di prosciutto cotto, cotone idrofilo e biglie di vetro.

E poi il raffreddore mi rende stupida.

Per cui oggi ho trafficato con una scena lunga che avevo già in parte sistemato durante il corso, e poi un’altra piccola – ma non c’è da fidarsi di quel che ho fatto.

Però a questo punto mi restano solo i due monologhi che aprono e chiudono il tutto, e la seconda stesura è finita.

Attraverso cotone, biglie e tutto, mi rendo conto che, raffreddore permettendo, domani potrebbe essere il gran giorno.

Festivaletteratura · grillopensante · libri, libri e libri

Festivaletteratura 5 – Pierre Bayard

festivaletteratura, pierre bayard, piero dorfles, danilo mainardiE per finire, Pierre Bayard.

L’uomo secondo cui per descrivere in profondità un posto occorre non esserci mai stati – come Chateaubriand, che rifiutava di visitare le rovine di Argos per non perdere la prospettiva. E specularmente Magris che, alla domanda “Che cosa si perde scrivendo?”* rispondeva, tra le altre cose, l’immediatezza. Perché per scrivere – e descrivere – serve la distanza. Serve il distacco. Serve la prospettiva, appunto.

Ma, soprattutto, Bayard è l’uomo dell’Interventismo Critico, pratiche di critica letteraria che manipolano i testi – pur senza modificarne una parola. Piuttosto si tratta di inclinarli a 45°, tingerli di violetto e giocarci una serie di what ifs paradossali, paradossalissimi.

La Critique Policière, per esempio, o “Critica d’Indagine” dalle nostre parti. Perché se nella realtà ci sono assassini che la fanno franca, che cosa impedisce che accada lo stesso in letteratura? E a badarci bene, siamo proprio sicuri che Edipo abbia ucciso Laio? O che il pur poco simpatico Re Claudio di Danimarca abbia ucciso suo fratello? O che Poirot e Holmes abbiano scoperto il vero colpevole ne L’Assassinio di Roger Ackroyd e Il Mastino dei Baskerville? Ecco, Bayard sostiene di no. Secondo lui in ciascuno di questi casi è possibile smontare il meccanismo e raggiungere una soluzione diversa da quella offerta dall’autore… Ma a che pro? Domanda Piero Dorfles – ottimo moderatore. Ebbene, dice Bayard, per scavare nelle complessità inattese di questi testi, e magari ristabilire la giustizia letteraria…

Ma d’altra parte, c’è ben altro che si può fare con un libro. E considerando che il titolo dell’incontro è “Il piacere di riscrivere i libri,” nessuno si stupisce più di tanto quando, in seconda battuta, Bayard proponte la Critica del Miglioramento. Chi non ha mai pensato che la Recherche proustiana o le opere di Lacan trarrebbero beneficio da qualche piccola potatura? Scherzi a parte, la ri-scrittura è una tradizione vecchia come le colline – vecchia come la narrativa stessa, e non c’è autore che non si sia riscritto, cambiando idea un sacco di volte, e generando testi fantasma ad ogni biforcazione – strade non percorse, come i futuri abortiti di Magris, oppure percorse e poi abbandonate. Personalmente, non posso fare a meno di pensare al Sigognac suicida che era nelle intenzioni di Gautier, oppure al Lord Jim di mezza età che emerge da un appunto scartato da Conrad…

Ma spingiamoci oltre, esorta Bayard. Proviamo, con la Critica della Riattribuzione, a supporre che l’Étranger sia opera di Kafka, anziché di Camus… E qui mi par di sentire rumor di punti interrogativi che s’infrangono contro i vostri schermi. A quanto pare, tutto nasce dall’amico serbo di Bayard, che vedeva nel libro in questione non una storia d’incomunicabilità, ma una contrapposizione individuo/sistema. Ed ecco che in quest’ottica, dovuta alle esperienze del lettore serbo, la storia si faceva kafkiana.

E per finire, se proprio vogliamo essere eccentrici, c’è anche la Critica Fantascientifica, secondo cui la letteratura non funziona linearmente in termini di spazio né di tempo. Secondo Bayard, è un fatto che molto scrittori hanno descritto in anticipo fatti futuri della loro vita – o morte, come è il caso di Pushkin, Lenskij e il duello. E su questo devo confessare qualche dubbio, perché un sacco di gente muore nelle opere di Pushkin, e quindi se fosse morto d’infarto si potrebbe dire che lo aveva prefigurato nella Dama di Picche, mentre se fosse morto folle o annegato se ne sarebbe potuto vedere il presagio letterario nel Cavaliere di Bronzo… Così come digerisco male il plagio in anticipo, secondo cui non sarebbe Freud a rileggere Sofocle, ma Sofocle ad anticipare Freud…

Ma non dimentichiamoci che tutto questo è un gioco d’ipotesi, e il plagio in anticipo è un’idea off-kilter che Bayard presta al narratore di Le demain est écrit, per porre delle domande e giungere ad affermare che nella percezione del lettore i testi s’influenzano a vicenda: dopo avere letto Freud, non guardiamo più a Sofocle con gli stessi occhi, e viceversa…

Così come non è davvero questione di leggere l’incendio di Atlanta e le paure di Rossella O’Hara alla luce di un’improbabile autorship tolstojana, quanto di riconoscere che lo stesso testo assume significati diversi a seconda dell’ottica in cui viene letto – e quindi perché non provare a ipotizzare un’ottica diversa?

Tutti i giochi e i paradossi di Bayard funzionano così: domande che, una volta poste, fluidificano la percezione del testo, spingono a considerarlo in modi nuovi e inattesi, e magari conducono a trovarci sfumature, complessità e ricchezze nuove.

***festivaletteratura, pierre bayard, piero dorfles, danilo mainardi

E io credevo a questo punto di avere finito, ma in realtà c’è stato ancora tempo e spazio per una visita alla bellissima mostra “Lettori” nell’atelier di Jori** e poi per la chiacchierata del Professor Mainardi – quello di Quark – che raccontava di essersi messo a scrivere gialletti etologici, divertendocisi un mondo e studiando per l’occasione le necessità della scrittura narrativa. “A un certo punto mi sono reso conto di avere scritto tre capitoli senza che ci fosse una singola riga di dialogo, e allora mi è venuto il dubbio: forse dovevo imparare la tecnica.” “Per il personaggio del giovane ricercatore mi sono ispirato a me stesso alla sua età, e d’altra parte ero la persona che conoscevo meglio. Ma la voce non funzionava, e allora mi sono fatto insegnare un po’ di turpiloquio contemporaneo dai miei studenti.”  “Il meccanismo della suspense, che è utilissimo anche quando si scrivono documentari, l’ho imparato da un saggio di Patricia Highsmith.” Simpatico, garbatamente brillante e pieno di self-deprecating humour, e ha concluso raccontando che si comincia a ipotizzare che le tigri possiedano un senso della proprietà – e un senso della vendetta. Molto kiplingiano, non vi pare?

Dopodiché una cena a suon di musica in Piazza Erbe ha concluso il mio Festivaletteratura 2012. Magari ne riparleremo nei prossimi giorni, ma intanto confermo il verdetto di venerdì: ho avuto modo di incontrare di nuovo Seamus Heaney, mi sono divertita, ho imparato, ho fatto qualche scoperta e ho portato via delle domande su cui rimuginare.

Non male, direi.

_______________________________________________

* Ne riparleremo…

** E anche di questo riparleremo.

____________________________________________________

Oh, e buon compleanno, G.