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Entered From The Sun – The End

Finito.

Finito e sono molto perplessa. No, non è vero: dovrei essere perplessa, perché non ho capito moltissimo. Ho capito che è stato Sir Walter Ralegh a ingaggiare Barfoot, il quale, in una bellissima serie di scene notturne concitate e sospese, va a rapporto e spiega che secondo lui a far uccidere Marlowe è stato Tom Walsingham.

Non sono sicura di aver capito se il committente di Hunnyman fosse lo stesso Tom Walsingham. Secondo Ralegh e Barfoot sì, per verificare se ci fosse modo di risalire fino a lui – ma, ripeto, non sono sicura. Ad ogni modo, Hunnyman non ha capito un bottone (men che meno l’esatta natura del servizio per cui è stato pagato). Al posto di Walsingham – sempre che sia davvero lui – non mi sentirei troppo al sicuro per non essere stata sgamata da un investigatore tanto inetto…

Non ho capito affatto la rilevanza della linea narrativa in cui il fantasma di Marlowe visita la vedova Alysoun, specialmente perché per fare svanire il fantasma stesso è bastato che Alysoun ne parlasse al Dottor Forman (senza nemmeno dirgli di chi si trattava). Fantasma timido?

Ho capito che la gente sveglia non necessariamente trionfa alla fine. Barfoot muore combattendo in Irlanda durante la campagna del conte di Essex; Alysoun, che si è fatta mettere incinta da Barfoot, si libera del povero Hunnyman, sposa convenientemente un giovane apprendista, sembra avere ottenuto tutto quel che voleva, e poi muore di peste con marito e prole. Il misterioso poeta-narratore in prima persona è morto, assassinato dagli uomini del misterioso-giovanotto-che-forse-è-Walsingham (era al servizio di Ralegh, lui, e tutta la faccenda l’ha narrata da morto). Hunnyman riprende la sua vita d’attore in una compagnia di giro particolarmente scalcinata e, parecchi anni dopo, lo troviamo installato in un maniero di campagna, scoprendo che ha sposato un’altra vedova e, alla morte di lei, ha ereditato castello e terre, su cui regna con benevolenza se non con particolare sagacia, generoso, amato da tutti, finalmente soddisfatto e del tutto dimentico di Marlowe.

Insomma, ricapitolando: la trama ha senz’altro un inizio, ma se ha un mezzo non me ne sono accorta, e la fine è solo vagamente imparentata con l’inizio; l’arco narrativo non c’è; i punti di vista sono più di quanti riesca a contarne – e neanche sempre individuabilissimi; i personaggi entrano ed escono di scena senza un briciolo di logica e agiscono per motivi non sempre comprensibili; il linguaggio è eccentrico e convoluto, con punte sperimentali ai limiti dell’azzardo sintattico; il finale non conclude la storia in modo soddisfacente, non risponde davvero alle domande sollevate all’inizio, non mostra cambiamento ed effetti del cambiamento causati dallo svolgersi della vicenda… se Garret avesse deliberatamente scritto un libro con tutte le caratteristiche che mi irritano nel profondo, non avrebbe potuto fare di meglio. Eppure…

Eppure mi è piaciuto alla follia. I want more. E per di più, voglio saperlo fare anch’io – qualunque cosa fosse. E forse, qualche volta, sono un pochino intransigente nella mia ossessione per la fabula? Ecco, tra le altre cose, Entered From The Sun mi porta ad ammettere che magari, forse -talvolta – molto raramente e appena un pochino, tanto quanto se ne potrebbe mettere sulla lama di un coltello – può anche capitare che lo sia.

tradizioni

L’Anello di Monaco

anellodimonaco.jpgEssendosi giornata di festa, piccolo post gastro-storico in omaggio a P., che è molto, molto ghiotta di questo dolce natalizio tipicamente mantovano.

Cominciamo col dire che si tratta di una pasta lievitata con un buco nel centro, una specie di ciambellona di pasta brioche (fatta con quantità di burro assolutamente peccaminose) farcita con un ripieno a base di frutta secca e zucchero, coperta di un velo di marmellata di albicocche e poi di un serio strato di glassa reale. Praticamente un’arma di distruzione di massa, squisitissima e reperibile nelle pasticcerie di Mantova e dintorni a partire da novembre.

L’Anello di Monaco è conosciuto anche come Anello del Monaco, e questa minima variante di preposizione è più significativa di quanto possa sembrare, perché ha a che fare con le diverse storie sull’origine di questo dolce.

Una, in tutta probabilità apocrifa, lo vuole parto dell’estro di un frate cuciniere dell’Abbazia di San Benedetto in Polirone. In qualche punto imprecisato del secondo Settecento, questo buon Benedettino si sarebbe annoiato di infornare sempre la stessa ciambellona casereccia e avrebbe deciso di sperimentare con un impasto che contemplava carote e patate fermentate e un ripieno di mandorle e noci tritate con lo zucchero cotto. Graziosa storia, ma non troppo plausibile.

Più circostanziata sembrerebbe la versione che attribuisce la leccornia ad Adolf Putscher, pasticciere giunto a Mantova dalla Svizzera tedesca nel 1798 (Visitate la Repubblica Cisalpina?) per aprire il suo forno in Piazza del Purgo*. Ma – domanda logica: che c’entra lo Svizzero con il monaco?

Ed ecco intervenire non tanto una terza versione della storia, quanto una variante della seconda, in cui al buon Putscher si sostituiscono dei più vaghi “pasticcieri bavaresi”, provenienti appunto da Monaco – dove, in effetti, s’infornano e mangiano il Nusskrantz e il Kugelhupf, dolci non dissimili.

E quindi? Nome d’origine geografica? E perché mai, se la versione più attendibile non ha molto a che fare con l’origine in questione? O lo Svizzero Putscher se n’è arrivato con una ricetta bavarese? O ha inventato (o qualcuno per lui) la simpatica versione monastica e locale in un’operazione di ur-marketing? O in realtà è tutto molto più semplice ed è solo una questione di colori (à la cappuccino**)? 

P. direbbe che non è del tutto fondamentale, ma è una buona questione da ponderare lungamente durante la demolizione di una o più fette del dolce in questione: sembra più benedettino, più elvetico o più bavarese? Dammene un’altra fettina, che non riesco a capire bene…

Come che sia, buon Otto di Dicembre!

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* Oggi Piazza Marconi – incidentalmente lo stesso luogo del duello fatale tra Vincenzo Gonzaga e James Crichton nel 1582.

** Altra storia controversa, a dire il vero, ma persino il postulatore della causa di beatificazione di Marco d’Aviano si è disturbato a smentire la storia che vorrebbe il Beato inventore del cappuccino.

musica

Una Sera Alla Scala

Da La Scala di prima, di Raul Radice.

la-scala.jpg“Alla Scala […] si va soltanto in serate che sono vigilia di vacanza, e soltanto se si è accuratamente vestiti. Da casa al teatro il tratto di strada è breve e lop si percorre a piedi, senza affrettarsi (si è usciti per tempo) ma con una tendenza incoercibile ad allungare il passo almeno fino al momento di entrare in Santa Margherita, quasi per timore di trovare la Scala chiusa, non importa per quale ragione.

Che sollievo, oltrepassando il monumento a Carlo Cattaneo, vedere accesi i globi collocati sulla terrazza che sovrasta il portico d’ingresso a livello del ridotto dei palchi. In quella luce calda che invade la strada quanto è lunga pare di cogliere non si sa bene quale saluto, un ‘benearrivato’ di cui più avanti, durante la guerra, si sarebbe avvertita la mancanza.

Dopo quella prima accoglienza si poteva nuovamente rallentare il passo, salire senza troppo affannarsi le scale che non finivano mai, sostare davanti al guardaroba, e finalmente sedere al proprio posto con l’ammonimento di non lasciare cader niente in platea. Del resto la mamma custodiva nella borsetta, insieme al libretto dell’opera (di cui si sarebbe poi letta qualche riga ad alta voce) le caramelle che ScalaInterno520x543.jpgavrebbe elargito una alla volta; e il cannocchiale, quello sì strumento pericoloso, non usciva dalle mani del babbo. Al più qualche volta il babbo lo poneva , a turno, davanti agli occhi dei ragazzi, senza tuttavia abbandonarlo mai. Ma di fatto i ragazzi avevano altro a cui pensare. Essere arrivati con qualche anticipo consentiva di vedere i palchi affollarsi a poco a poco, di osservare da quella altezza vertiginosa come era vestita la gente entrata in platea; quali posti occupavano, uno o due alla volta, gli spettatori accompagnati con tanta premura da inservienti stranamente vestiti; di contare i professori che via via entravano nel recinto dell’orchestra (tutti con la giacca a coda), una parte di esse con in mano strumenti dei quali si udivano per la prima volta i nomi (ce n’era uno buffo, il fagotto); e anche tentare di contare, ma era impresa disperata, quante erano le lampadine appese a grappoli al grande lume centrale. Un lume di proporzioni enormi, che al primo guardarlo incuteva paura suscitando la domanda di che cosa sarebbe accaduto se si fosse improvvisamente staccato dal soffitto, immediatamente seguita da un secondo interrogativo sul ‘come facevano a sostituire le lampadine fulminate’.

Intanto tutti quei suoni che confusamente salivano dall’orchestra diventavano più fitti, crescevano d’attimo in attimo fino a culminare nel momento in cui la sala era resa più splendente da altre luci improvvisamente accese. Ed ecco, all’improvviso, il silenzio che precede l’ingresso del direttore d’orchestra, l’applauso che lo saluta e il buio in sala. Ma là, alla ribalta, altra luce si diffonde sul sipario, trae nuovi riflessi dagli ori e dal rosso del velluto, segna una barriera oltre la quale apparirà scene-from-die-walkure.jpgun mondo magico in cui ogni cosa diventa sorprendente.”

E (stasera) a questo punto, sipario e… Die Walkure, allegerrima storia di adulterio, incesto, gelosia, disobbedienza, second-guessing, cavalcate, castigo e incantesimi – più o meno in quest’ordine – il tutto in meravigliosa musica. E il tutto per preparare il fatto che Sigfried, l’Eroe per eccellenza della Saga dei Nibelunghi, non solo è figlio di due fratelli, ma a un certo punto s’innamorerà di sua zia…

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Con un pensiero al signor G.G. che, tanti anni fa, mi regalò questo bellissimo libro, pezzo della sua sterminata collezione: Teatro alla Scala – dai laboratori al palcoscenico. La vita del più famoso teatro lirico del mondo, di Raul Radice e Giorgio Lotti.

cinema

Omaggio a Monicelli

Posso anche confessare di non essere una patita del cinema italiano, ma Monicelli è un caso a sé. Le storie, il fluido, naturalissimo passaggio da registro a registro, la capacità di modellare i suoi (grandi) cast, le atmosfere vivide, i meccanismi perfetti, i particolari umanissimi… Monicelli era un meraviglioso narratore.

L’Armata Brancaleone

i Soliti Ignoti

La Grande Guerra

pennivendolerie

10 Modi sicuri Per Farsi Bocciare Un Manoscritto Alla Prima Pagina

In linea di massima: va’ a sapere! Tutti conosciamo le raccapriccianti storie dei rifiuti ricevuti da autori poi non solo diventati celebri, ma considerati pilastri delle rispettive letterature nazionali – o dei rispettivi generi. Ci sono ottimi libri che non vengono accettati, ci sono buoni libri che non incontrano interesse, ci sono pessimi o mediocri libri che scalano le classifiche: può essere questione di tante cose, gusto che cambia, mercato, moda, mal di denti, spudorata fortuna… E allora non c’è molto da fare se non tentare, ritentare e ritentare ancora.

Detto questo, però, ci sono alcuni difetti che, fin dalla prima pagina, fanno molto per soffocare qualsiasi interesse o attrazione la storia possa esercitare – un po’ come un copriletto zuppo d’acqua gelida gettato in testa al lettore, avete presente?

Due diversi blogger, Chuck Sambuchino e Livia Blackburn, hanno affrontato il problema per Writer’s Digest – nella sezione dedicata agli agenti letterari. Distillando i loro sforzi combinati, e nella convinzione che in generale quello che repelle un agente faccia scappare a gambe levate anche un editor o un editore, eccovi dieci errori che sarebbe davvero meglio evitare:

1. Un prologo misterioso ai limiti dell’ermetismo e/o terribilmente aulico e/o minutamente espositivo e/o profetico-apocalittico, dopo il quale si passa a una scena in cui la protagonista è in cucina, occupata a friggersi un uovo al tegamino. Guai al prologo che fa pensare al lettore: ma perché sto leggendo questo?

2. Iniziare con dettagliate descrizioni di funzioni corporali, autopsie, amputazioni e altre consimile amenità. Sì, d’accordo: catturare il lettore, il fascino dell’orrido, il realismo… tutto quello che si vuole, ma l’idea di choccare il lettore in partenza ha cessato di essere originale ed efficace almeno tre decenni fa e, tolto l’effetto sorpresa, quel che rimane delle dettagliate descrizioni in questione sono la sgradevolezza e il ribrezzo – non il modo migliore di conquistare l’affetto del lettore. A meno che non stiamo parlando di un romanzo horror.

3. Un inizio lento. I personaggi sono in scena e, invece di fare cose rilevanti che avviino la storia e suscitino la curiosità e l’interesse del lettore, lavano i piatti e ricordano quell’estate del ’79 in spiaggia a Riccione, in cui non successe assolutamente nulla. Poi si preparano il caffè, guardano la pioggia attraverso la finestra, si grattano una macchia di calce dai jeans, pensano al noioso consiglio di classe del giorno prima, fanno uscire il gatto, si sentono soli… Sbadiglio – gemito – manoscritto accantonato definitivamente.

4. Un sacco di esposizione. Anche ammettendo che l’inizio in medias res sia un tantino sopravvalutato (specie al di fuori di certa letteratura di genere), un romanzo che per pagine su pagine suona come una guida turistica, una storia sociale o un trattato di psicologia difficilmente terrà molto a lungo l’attenzione del lettore. Questo vale anche per personaggi ancora sconosciuti che dialogano lungamente raccontandosi a vicenda cose epocali o tecniche che dovrebbero già sapere. Vale anche per il mentore che, chiuso in una biblioteca o seduto davanti al fuoco, trasmette quantità bibliche di conoscenza al protagonista.

5. Portare in scena un personaggio a pag. 1, renderlo interessante e simpatico, far sì che il lettore gli si affezioni e poi farlo morire a pag. 4 o, peggio ancora, relegarlo in un ruolo marginale. Il lettore non apprezza di essere spinto ad affezionarsi a vuoto. L’unica (cautamente) ammissibile eccezione è il migliore amico* che il protagonista passerà il resto del romanzo a vendicare – ma attenzione, perché questo genere di indagini/vendette è già stato scritto in quantità industriale.

6. Il sole [aggettivo] e [aggettivo] sorse [avverbio] nel cielo [aggettivo], [aggettivo] e [aggettivo], gettando [avverbio] la sua [aggettivo] luce [aggettivo] sulla [aggettivo] terra [aggettivo] e [aggettivo]. Ecco, a questo punto l’editor è già crollato sotto il peso degli aggettivi e non gl’importa più un granché di quanto possa essere buona la storia. E questo vale per ogni forma di prosa eccessivamente fiorita o poetica, per la punteggiatura creativa, per l’uso ingiustificato di termini aulici o, viceversa, per la riproduzione fonetica di accenti, dialetti e inflessioni. E’ un po’ come dotare ogni pagina di un cartellino pop-up che dice “ehi, visto come scrivo bene?”

7. Labirintiche introduzioni che lasciano il lettore a domandarsi che diavolo stia succedendo, un’irragionevole densità di parole in un’altra lingua (vera o inventata), personaggi che agiscono in maniera incomprensibile scambiandosi lapidarie battute di dialogo esotericissimo, scene iniziali che sembrano vere e poi si rivelano un sogno, tutto ciò che confonde e disorienta un lettore di normale intelligenza, tutto ciò che lo fa sentire stupido, trattato con sufficienza o imbrogliato, tutto ciò non va bene. E citare Umberto Eco non è un’attenuante.

8.Luoghi comuni, tanto dal punto di vista linguistico quanto narrativo. Se si comincia con uno scalcinato investigatore privato alle prese coi postumi di una sbornia, o con una prostituta dal cuore d’oro, o con il sole che spacca le pietre, o con due nemici alla resa dei conti, sarà bene avere smontato il luogo comune nel giro di un paio di paragrafi – non molti di più, o ci si sarà già perso l’editor per strada.

 9. Protagonisti che, mentre vengono strangolati, si perdono in minute descrizioni di ciò che provano, ciò che ricordano, ciò che capiscono, ciò che vorrebbero fare, ciò che potrebbe salvarli, ciò che purtroppo hanno trascurato di dire alla fidanzata… La gente non ha molto tempo per pensare in maniera coerente o lirica mentre viene strangolata, e se lo fa, forse non sta venendo strangolata davvero. In altre parole, il principio di verosimiglianza non si può violare impunemente nemmeno dentro la testa dei personaggi.

10. Errori di battitura, di grammatica, di sintassi. Questo in realtà dovrebbe essere il n° 1, perché in scrittura la forma è la sostanza, e perché nessuno considererebbe le torte di un pasticcere che non distingue lo zucchero a velo dal lievito, e perché non c’è ragione di pensare che una persona incapace di coniugare i verbi sia in grado di raccontare una storia per iscritto a livello professionale.

E so perfettamente che dozzine di meravigliosi romanzi contraddicono grandiosamente la maggior parte di questi dieci punti, ma sono lavori di una padronanza tecnica pressoché sovrumana e/o di genio. Una sovrana certezza che per noi e il nostro romanzo le regole non valgano tende ad essere il segno distintivo, più che del grande narratore, del dilettante onnirespinto. Nel dubbio, meglio sapere bene che cosa fa storcere il naso alla gente che decide e poi, semmai, correre rischi calcolati.

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* o la sorellina, o il padre putativo, o l’ancora amatissima ex moglie… ci siamo capiti.

grilloleggente

Entered From The Sun – Pag. 227

Forse comincia a vedersi qualcosa, ed era ora: si comincia ad avere l’impressione  che Hunnyman e Barfoot si occupino davvero di Marlowe e della sua morte. E’ chiaro che Hunnyman non andrà molto lontano: parla con qualche attore, discute le sue magre scoperte con la Vedova Alysoun (che è sempre svariati passi avanti a lui) e si ritrova con un numero crescente di domande e ben poche risposte. Barfoot, uomo più efficace, e con connessioni migliori, consulta documenti di cancelleria, parla con Gesuiti in carcere, fa due più due. Ad ogni modo, entrambi si sono fatti un’idea della fine di Marlowe – indimostrabili congetture – e nessuno dei due crede alla storia dell’incidente nella taverna.

Qualcosa che finge di essere un chiarimento: ricordate il misterioso narratore in prima persona? Ammette di essere stato vago ed elusivo, di essersi fatto passare per un veterano per avvicinare Barfoot e adesso,bontà sua, confessa di essere in realtà un poeta a sua volta. Un poeta fallito, ridotto a fare l’intermediario in affari dubbi… e se credete che questo semplifichi alcunché le cose, lasciate che vi dica che non è così. L’unico (vago) progresso è che possiamo far coincidere il narratore in I persona con uno dei personaggi narrati in III, e domandarci quale delle due forme stia mentendo più spudoratamente.

Ma la persona che mente di più, scopre di più e ha più segreti è decisamente Alysoun e, in premio, la signora vince un capitoletto in prima persona dal suo punto di vista – forse. Perché in realtà potrebbe anche essere nel punto di vista di Hunnyman, che la ascolta raccontare in prima persona una versione molto purgata del suo incontro con Barfoot. Ad ogni modo, Alysoun è estremamente attratta dal Capitano, Alysoun consulta ripetutamente il Dottor Forman (singolare personaggio storico, parte astrologo, parte medico, parte alchimista, parte scienziato, parte ciarlatano), Alysoun è visitata nei suoi sogni dallo spirito senza requie di Marlowe, Alysoun vede molto meglio di Hunnyman la pania d’implicazioni di tutta la faccenda, Alysoun forse conserva in casa un libello eretico singolarmente pericoloso, Alysoun mente a tutti.

Ho detto di avere qualche dubbio sul punto di vista di Alysoun, ed era un eufemismo. Sto diventando come i personaggi di Garret? Può essere. In realtà potrebbe anche essere uno squarcio di III persona oggettiva che registra il menzognero monologo che la Vedova offre al povero Hunnyman per sviarlo da altri pensieri. Il povero Hunnyman sembra destinato a questo genere di cose: qualche decina di pagine più tardi c’è un altro capitolo, Quel Che Ingram Frizer Aveva Da Dire A Hunnyman, che funziona esattamente allo stesso modo. Frizer, tra parentesi, è un personaggio storico: l’assassino di Marlowe, rapidamente perdonato per legittima difesa. Ci viene lasciato supporre che Hunnyman lo interroghi, ma il capitolo è un altro monologo. Frizer parla, ostenta, si giustifica, minaccia sottilmente, rievoca, mente, versa lacrime di coccodrillo, offre un prestito, sa più di quanto Hunnyman vorrebbe, vanta le sue buone connessioni e, nel complesso, non permette a Hunnyman di dire una parola. Il tutto in una voce individuale e diversa da tutte quelle che abbiamo sentito finora. ‘Cipicchia! Ma il punto di vista di chi è? Di Frizer stesso? Di Hunnyman che ascolta, soverchiato e muto? Della cosiddetta “telecamera” che riporta solo le parole (e le eventuali azioni, ma qui non ce ne sono)? Difficile a dirsi e, a seconda dell’ottica che si sceglie, il senso della scena cambia sottilmente. Ho già detto qualche volta che considero l’iridescenza una delle più affascinanti qualità che la scrittura possa assumere?

Sempre più complesso, sempre più intricato, sempre più impossibile da abbandonare: we are in for the duration.

Non Del Tutto Serio

Da Cozza A Diva In 10 Facili Passi

Dal N° 46 di Historical Novel Review – Novembre 2008. Traduzione mia.

LA STORIA E’ DONNA: dieci passaggi per trasformare la vostra Cenerentola in un’Eroina Perfetta, di Susan Higghinbotham.

C’è qualcosa che non va nella vostra protagonista femminile? Seguite questi dieci semplici consigli e, se non riuscite a tirar fuori un’eroina che fa sembrare Eleonora d’Aquitania una sguattera, allora è meglio che lasciate perdere la narrativa e torniate a scrivere quelle pessime poesie che componevate da ragazzini. (Inutile negare: sappiamo che le componevate. Vostra madre le ha ancora tutte in soffitta.)

1. Nessun personaggio femminile (o maschile, se è per questo) può essere più bello della vostra eroina – a meno che non sia destinato a una fine precoce e sanguinosa. 

2. Se la vostra eroina si sposa all’inizio del romanzo, lo sposo non può assolutamente essere degno di lei, nemmeno da lontano, e nessun matrimonio combinato può essere felice. Senza eccezioni. L’eroina deve trovare l’amore alle sue condizioni, e con l’uomo scelto da lei. Però, prima di trovarlo, può fare sesso in copiosa abbondanza – a patto di non rendersi mai ridicola.

3. La bellezza e il carisma della vostra eroina devono essere tali da non consentirle di entrare in una stanza senza che ogni singolo uomo eterosessuale presente reagisca come un cane antidroga in un magazzino pieno di cocaina. Se poi anche gli omosessuali fanno lo stesso, meglio ancora.

4. Qualche potere speciale, come la Mano Guaritrice o la Seconda Vista, è sempre un’ottima cosa, e aiuta molto nel creare un’eroina a tutto tondo. Attenti a non esagerare, però, o finirete col ritrovarvi una strega – tipo Elizabeth Woodwille, e questo proprio non va*.

5. Non si può pretendere che il lettore – anima semplice! – afferri da solo la bellezza, il fascino, lo spirito, la grazia, l’intelligenza, la vitalità e la tostaggione della vostra eroina. Per assisterlo in questo ci sono gli altri personaggi, che assolveranno questo compito fondamentale enumerando le virtù dell’eroina ogni venti pagine o giù di lì. (Fino a un massimo di trenta pagine, se il romanzo è lungo o ha ambizioni letterarie).

6. A un certo punto, la vostra eroina dovrà Salvare Eroicamente qualcuno o qualcosa. L’ideale sarebbe farglielo compiere: a) per mezzo dei suoi semi-miracolosi poteri di guaritrice; b) compiendo – travestita da uomo – una missione pericolosissima, oppure c) per mezzo delle sue straordinarie doti di guerriera, arciera** o amazzone.

7. La vostra eroina non può – proprio non può – partorire con un qualsiasi grado di facilità, perché è giunto il momento per lei di soffrire come nessun’altra donna ha mai sofferto prima, e di sopportarlo col massimo dello stoicismo e del coraggio. Potete, volendo, farle avere un aspetto orribile durante il travaglio, a patto di farle recuperare la sua botticelliana perfezione in tempo per allattare al seno il suo bimbo (compito che non va mai – mai! – delegato a una balia.

8. Ogni eroina è accessoriata con una devota confidente multiuso. La confidente è molto utile, tra l’altro, per: a) tessere le lodi dell’eroina quando non c’è nessun altro attorno per farlo; b) essere incantata della bontà dell’eroina, che si degna di notare una creatura inferiore come la confidente stessa. Guai alla confidente che mostra il minimo segno di personalità individuale: va eliminata immediatamente – prima di diventare una minaccia incontrollabile. Punti extra se, nel processo, la confidente usa il suo ultimo fiato per tessere le lodi dell’eroina.

9. Non importa quanto una particolare minoranza fosse universalmente impopolare all’epoca della vostra eroina: lei tratterà “quella gente” con aperto rispetto e tolleranza. Naturalmente, chiunque altro verrebbe ostracizzato per un comportamento del genere, ma non la vostra eroina,  che anzi ci guadagnerà in ammirazione generale.

10. In ogni guerra civile ci sono i Buoni e i Cattivi, e la vostra eroina deve essere dalla parte dei Buoni. A meno che, naturalmente, non sia impegnata in una Missione Eroica, nel qual caso può essere dalla parte dei Cattivi (purché in realtà li stia solo spiando – e lo stia facendo con notevole flair). Nota Bene: in nessun caso potete consentire alla vostra eroina di nutrire il benché minimo dubbio su chi siano i Buoni.

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Susan Higghinbotham sta lavorando a un romanzo ambientato durante la Gerra delle Due Rose, ed è in grande difficoltà con il punto 10. Però si sta impegnando al massimo.

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* NDT: E’ Elizabeth Woodwille (cognata di Riccardo III) che non va, non le streghe. Figurarsi, di questi tempi!

** Lo so che non è il femminile di arciere, ma abbiate pazienza…

Utter Serendipity

Del Surreale Nel Quotidiano (di Provincia)

A volte, in un posto o nell’altro, ti capita di sfogliare un quotidiano di provincia e l’occhio ti cade su un titolo, e ti domandi: a) ma come li recluta questa gente i titolisti? b) non ce l’hanno un redattore capo che si accorga di certe sublimi fioriture? E poi li annoti, i titoli in questione, perché alla loro maniera sono meravigliosi, sono folgoranti, ti mettono quasi in soggezione nella loro sfavillante assurdità.

Vi metto a parte di un paio di perle della mia collezione – titoli autentici, giuro: non ho aggiunto nemmeno una virgola.

Cominciamo con SI GETTA NEL FOSSO E LO SALVA

Salva chi? Salva cosa? Il fosso? Parrebbe, visto che, teoricamente, un pronome si riferisce all’ultimo sostantivo precedente… E a questo punto ditemi che non state proiettando un film mentale in cui il Protagonista si tuffa ad angelo in quaranta centimetri d’acqua fangosetta, gridando a tutti polmoni “Fosso! Fosso! Resisti, arrivo!” In una versione idro-agricola di Julia Hill, magari: ricordate la ragazza americana che viveva appollaiata sulla sequoia per impedire che fosse abbattuta? Ecco: il nostro Protagonista è uno così, un idealista amante dei piccoli ecosistemi che si oppone alle mire di un Bieco Consorzio di Bonifica intenzionato a sopprimere un vecchio fosso ormai desueto – un piccolo paradiso in cui pescetti, germani, ranocchie e garzette convivono in gaio idillio tra i fior di loto, le lenticchie d’acqua e le foglie di papiro. (C’è il papiro nei fossi? Non lo so: dalle mie parti i fossi sono molto fangosi e infestati dai gamberoni della Louisiana…) E che può fare il Bieco Consorzio di Bonifica? Interrare un fosso con un omino dentro? Hm… cattiva pubblicità, signori. E allora tecniche di dissuasione – tipo getti d’acqua, fari e musica ad alto volume di notte – ma il nostro eroe resiste, la sua storia comincia a richiamare l’attenzione dei media nazionali… eccetera eccetera, fino all’obbligatorio lieto fine.

Storia più triste: TRADITO DAL CANE SI SPARA A UN PIEDE

Altro che migliore amico dell’uomo! Questo voltagabbana di un rottweiler abbadona il suo pur affettuoso e attento padrone per… chi? Un macellaio? Un dirigente di banca con villa e tre ettari di parco? Un’anziana signora di manica larga coi biscotti? Una veterinaria bionda che fa jogging tutte le mattine? Il migliore amico del Protagonista? Anyway, il Protagonista… Che fai davanti al tradimento? Se ti tradisce l’amore della tua vita e sei incline ai gesti estremi, ti butti dal Pont Neuf nelle gelide acque della Senna; se ti tradiscono i tuoi alleati nella battaglia decisiva, imprechi un po’, offri retoricamente il tuo regno in baratto per un cavallo e poi ti getti nella mischia mulinando la spada; se ti tradisce il cane, forse una pallottola nella tempia è un tantino eccessiva: facciamo un piede, e non se ne parli più. In realtà, leggendo l’articolo, si scopre che il Protagonista è un cacciatore che, inciampando nel suo segugio, ha lasciato cadere il fucile, facendo accidentalmente partire un colpo – ma volete mettere?

Ecco, annoto questo genere di meraviglie perché sono notevoli di per sé e perché, se scrivessi questo genere di cose, potrei cavarne delle storie surreali. Come dire: non si sa mai dove si può pescare un’idea – ma certi titolisti fanno del loro meglio per venire in contro agli scrittori.

Oh, e by the way: idee alternative?

 

pennivendolerie · scribblemania

Potando “A Soul For Cunning”

Ieri credevo di passare una giornata di vacanza e di guardare Fire Over England. Credevo. Invece salta fuori – all’ultmissimo momento, si capisce – che i termini di un certo premio letterario a cui voglio tanto partecipare scadono martedì. E questa volta ho il racconto perfetto. Scritto per tutt’altro, è vero, ma assolutamente perfetto anche per questo. Così vado sul sito e, per prima cosa, constato un dettagliuzzo che proprio non ricordavo: massimo 5000 parole.

Cribbio.

E dico cribbio perché ASfC (il presunto racconto perfetto) è più lungo. Un bel po’ più lungo. E che si fa? O si lascia perdere o si passa la domenica a potare drasticamente. Io ho potato drasticamente, e la faccenda è andata così:

8.35 – Rapido calcolo: devo amputare 923 parole su 5923. Tanti auguri.

8.37 – Cominciamo con una seria rilettura…

8.50 – …e decidiamo che no, non è umanamente possibile. Il racconto funziona, è davvero piuttosto buono, e mi piace tanto così com’è, con tutti i suoi pezzi, parole, ramoscelli là dove li ho messi – ciascuno per una buona ragione. Fine della storia. 

9.15 – Però…

9.18 – Non è un peccato lasciar perdere? Mi piace questo premio, mi piace proprio tanto. Ci ho già provato diverse volte, con racconti che non erano buoni nemmeno la metà di questo. Hm.

9.20 – Ok, vediamo se non c’è davvero niente da fare.

9.21 – Ulteriore rilettura. E per dimostrare che faccio sul serio, faccio una copia di ASfC in un altro file .doc, pronto per essere potato. Mi sento come se stessi legando il mio gatto al tavolo della vivisezione.*

9.28 – A un certo punto della rilettura, mi viene l’uzzolo di contare quante parole ci sono in una pagina. Risposta: circa la metà di quelle che devo tagliare. Oh. E sì, è sempre circa un sesto del totale, ma così fa ancora più impressione.

9.31 – M’imbatto in uno speech tag particolarmente elaborato che in effetti potrei tagliare. Lo faccio, rileggo il paragrafo e… ehi! Scorre persino meglio! Adesso sono più vicina all’obbiettivo. Di ben 7 (sette) parole.

9.37 – Incoraggiata dal piccolo successo, ricomincio daccapo: leggo ad alta voce, elimino un aggettivo qui, una similitudine là…

9.45 – Continuo.

9.55 – Continuo.

10.03 – In uno sprazzo di lucidità mi chiedo dove credo di arrivare una parola alla volta, ma continuo. Sprazzo molto breve.

10.08 – Inciampo in un passaggio… non è un cattivo passaggio, ma forse non è del tutto necessario? Ci penso su, provo a sistemare mentalmente il paio di riferimenti che resterebbero in sospeso. Potrebbe anche funzionare.

10.14 – Agisco. Mica male, no? Hm. Però, anche sistemando qui e spostando là, la transizione suona forzatella anzichenò. Sono così grata a chiunque abbia inventato quella simpatica funzione ANNULLA. Ci avrei guadagnato 40 parole, ma tirem innanz.

10. 24 – Arrivo alla fine e, tutto sommato, non sono insoddisfatta della ripulitura. Peccato non averla fatta prima di spedire a GT… E siamo a 5486 parole. Non è favoloso? 437 andate; ne restano solo 486.

10.25 – Peccato che non siamo ancora a metà strada e non veda bene che cos’altro potrei tagliare senza menomare seriamente la storia.

10.26 – Per la seconda volta oggi, ci rinuncio. Proprio non c’è modo.

10.27 – Migro in cucina e comincio a dare una mano col Christmas Pudding: taglio la mela a pezzettini, spremo l’arancia e il limone, e sbaglio a pesare tre tipi diversi di uva passa- del che mi accorgo solo dopo avere innaffiato col brandy abbondanti quantità di frutta secca non necessaria. Il tutto, naturalmente, perché sono troppo occupata a rimpiangere di non partecipare al premio… Mi s’ingiunge di togliermi di torno e lasciar lavorare la gente, al che mi preparo un’altra tazza di tè. E c’intingo dentro due biscotti al cioccolato – mai una buona idea.

11.06 – Oh, che diavolo! Mi rimetto al computer, ben decisa a far vedere ad ASfC chi è che comanda. Dopo tutto sono già a metà strada, giusto? Che può mai volerci?

11.07 – Questa volta si fa sul serio – con metodo: pondero con cura la trama, passo in rassegna i personaggi in cerca di gente superflua, enuncio in un paragrafino il concetto originario, così da poter sfrondare tutto quello che non è strettamente attinente.

11.29 – Peccato che la trama sia già molto condensata, i personaggi soltanto due e il concetto tale da richiedere praticamente tutto quello che c’è per essere comprensibile. Ho lavorato per benino, sono stata stringata, essenziale, concentrata, non ho mai divagato e, quel che si poteva sfrondare, l’ho già sfrondato tra le 9.31 e le 10.24. Non è che andiamo molto bene.

11.30 – Adesso basta. Ricomincio da capo, brandendo un metaforico machete. Ogni tanto individuo un paragrafo o due che forse, con la debita cautela e una certa dose di sacrificio, potrebbero essere amputati senza eccessivo pregiudizio. Così ci penso tetramente per un paio di minuti e poi salta sempre fuori qualche ragione per cui non si può.

 11.47 – Però… però… All’improvviso trovo una sezione – un’intera sezione! – che, inclinata a quarantacinque gradi, tinta di violetto e guardata con la coda dell’occhio, potrebbe latamente definirsi una digressione. Una vasta digressione, anche: 415 parole, vale a dire nove decimi dei miei problemi risolti in un colpo solo – magari un po’ meno, considerando la necessità di coprire il buco con una transizioncella…

11.50 – A dire il vero, molta della roba in questione mi piace davvero. La tentazione, tuttavia, è forte…

11.56 – Ok, chiudiamo gli occhi e pensiamo all’Irlanda. CANC.

11.57 – Tra l’altro, a taglio effettuato, mi accorgo che ci sono altre 47 parole dispensabili, visto che servivano solo a introdurre quella che, tutto considerato, forse era davvero una digressione. CANC. CANC. E mi mancano solo 24 parole. Irlanda, aspettami!

11.59 – Però, pensandoci bene… Non è detto che ASfC debba rimanere per sembre sotto le 5000 parole, mentre invece una versione pre-sfrondamento (ripulità ma non amputata) potrebbe sempre farmi comodo, prima o poi. Dove ho letto che la lungimiranza è la virtù dei grandi? Annullo gli ultimi tre CANC, seleziono tutto, copio, incollo in un terzo file .doc, lo salvo con uno di quei nomi utili e significativi che non riuscirò a ricordarmi quando ne avrò bisogno**, torno al mio file, cancello di nuovo la digressione e mi sento molto più in pace con me stessa e il creato universo. Ora, quelle 24 parole…

12.11 – Mi si chiede se mi secca molto apparecchiare la tavola, nutrire il gatto e ricordarmi di prendere l’antibiotico***. Salvo accuratamente quel che resta di ASfC e mi dedico ad apprestare il desco famigliare.

13.42 – Mi rimetto all’opera. Per prima cosa faccio un conteggio parole e il computer mi dice 5016. Come sarebbe a dire 16? Non me ne mancavano 24? Colta da panico, controllo di non avere cancellato qualcosa di troppo… No, è tutto a posto, salvo la mia capacità di effettuare semplici calcoli aritmetici.

13.58 – Mentre controllo che i tagli non si siano lasciati dietro incongruenze, mi rendo conto che la soluzione più semplice è eliminare un altro paragrafo. CANC qualche riga e, come per magia, tutte le potenziali incongruenze da potatura sono prodigiosamente sparite. E per di più, il conteggio parole risulta 4953. E vai!

14.02 – Rileggo tutto da capo. Ad alta voce. Per sicurezza. E ogni tanto tagliuzzo ancora qualche fogliolina vagabonda.

14.12 – Ripristino una riga di descrizione che avevo eliminato con particolare riluttanza.

14.26 – Mi coglie il dubbio che, essendo adesso ASfC destinato all’Irlanda, forse sia meglio modificare lo spelling in British English. Tutto da capo, con l’aiuto del controllo grammaticale di Word.

14.39 – E a questo punto, credo proprio che ci siamo. 4568 parole. Salvo e lascio riposare per un’oretta – dedicandomi nel frattempo alla seconda fase del pudding.

16.27 – Se vi dicono che per la seconda fase del pudding basta un’oretta, non credeteci. Torno al computer, stampo la nuova versione di ASfC e, armata di tazza di tè e pennarello rosso, m’installo nella poltrona di fianco al fuoco per un ultimo controllino. Ci sono cose più facili che fare un ultimo controllino con 6 kg di soriano ronfante in grembo, ma pizzico nondimeno una virgola indebita, due errori di battitura e uno spazio doppio.

17.04 – Inserisco le correzioni, stampo un’altra copia e la piazzo sulla tastiera per l’ultimissimo controllo – domani mattina. In tutta franchezza, non voglio sentir nominare ASfC per almeno dodici ore, grazie.

E questo era ieri. Adesso mi dedico all’ultimissimo controllino e poi ASfC (versione breve) parte attraverso l’etere con destinazione Irlanda. Wish me luck!

 

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* Forse a questo punto, per evitare di sembrare isterica, farò bene a spiegare che ASfC è già stato revisionato, parzialmente riscritto, decapitato due volte, asciugato quanto si poteva e levigato con ogni cura – prima di essere mandato a Glimmer Train.

** Voi vi ricordereste qualcosa come polishedasfc.doc fra un anno o due?

*** L’avevo detto che da due settimane e un po’ sto godendo le gioie di una bronchite irriducibile?

cinema

Fire Over England

Fire-over-england-1937.jpgFire Over England è un film del 1937, arrivato anche in Italia con due titoli alternativi: Inghilterra In Fiamme e, meno a proposito, Elisabetta Regina d’Inghilterra (che, incidentalmente, è anche il titolo di un’opera di Donizetti). Il film è tratto da un romanzo omonimo di Alfred Edward Woodley Mason, uomo politico, agente del controspionaggio e prolifico autore inglese, che cito a dimostrazione del fatto che il mondo letterario, a volte, è proprio piccolo: noto per avere scritto Le Quattro Piume, Mason aveva studiato prima al Dulwich College, la scuola fondata dall’attore elisabettiano Edward Alleyn (tra l’altro, il primo Tamerlano di Marlowe), e tra i suoi compagni di studi c’era Anthony Hope, futuro autore de Il Prigioniero di Zenda.

Mi rendo conto che questo post sta assumendo l’andamento di un gioco di associazioni, per cui torniamo al film, che è un’avventurosa  storiellona tardo-cinquecentesca in cui compaiono per la prima volta insieme sullo schermo, Vivien Leigh e Laurence Olivier, entrambi giovani e bellissimi. Lei è una nipote fittizia di Lord Burleigh e dama di compagnia della Regina, e lui è un altrettanto fittizio soldato e spia al servizio della Regina stessa – di cui, dopo varie vicende di evasioni, naufragi e vendette, diventa un favorito. Ora, come ognun sa, la grande Bess non voleva che le sue damigelle si sposassero – e meno ancora i suoi favoriti. Sir Walter Raleigh e Bess Throckmorton, che sfidarono il doppio veto, lo pagarono con un soggiorno alla Torre e una più definitiva perdita di favore. Giusto per complicare un po’ le cose, il nostro giovinotto ha anche lasciato una fanciulla in Spagna, dove deve tornare sotto falso nome e a rischio della vita per sventare una congiura. E intanto Re Filippo prepara l’Armada…

Non ho trovato un trailer, ma qui c’è un collage di scene in cui Vivien Leigh, Laurence Olivier e Tamara Desni (la fanciulla spagnola) cantano The Song Of The Spanish Lady, ballata elisabettiana vera e propria. Dapprincipio ero rimasta impressionata, ma pare che non siano davvero loro a cantare.

E siccome qui c’è il film intero, e io ho ancora la bronchite, adesso sapete come passerò la mia domenica pomeriggio.