grilloleggente · Oggi Tecnica

Entered From The Sun – Pag. 145

Sì, dopo tutto non l’ho piantato lì, e dopo tutto anche il Capitano Barfoot è stato incaricato da altra gente (davvero?) di indagare sulla morte di Marlowe. A differenza di Hunnyman, Barfoot non accetta per paura o per avidità, ma perché è incuriosito e per proteggere gli interessi della sua famiglia. Tra parentesi, è vieppiù chiaro che Hunnyman è un caso senza speranza: un buon ragazzo che si crede molto più astuto e più cinico di quanto sia, alla completa mercé sia della vedova che del suo misterioso datore di lavoro – chiamiamolo Tom, per il momento. I have a fondness per Tom Walsingham, anche se forse nel 1597 non sarebbe stato considerato così giovane da descriverlo sempre come “un giovanotto”. E chiunque egli sia, il suo giudizio in fatto di investigatori è suscettibile di dibattito…

Ma non è di questo che volevo parlare.

Quello che mi fa diventare matta in questo libro sono i punti di vista. Tutto è cominciato con una narrazione in III persona a punti di vista alternati: Hunnyman, poi Barfoot, poi Hunnyman, occasionalmente Alysoun… salvo che poi ogni tanto s’infila altra gente, come un misterioso narratore in I persona che all’inizio si è presentato come “nulla più che un fantasma”, poi ha cominciato a sconfinare nei capitoli di Barfoot, e io credevo che fosse uno sporadico intervento autoriale, ma adesso sono sicura che non è così. Costui salta fuori ogni tanto come un pupazzo a molla, fa considerazioni e digressioni, moraleggia e ipotizza, si rivolge al lettore – why, in almeno un’occasione, per un po’, identifica il lettore con Barfoot… E quando il discorso si fa indiretto, a volte sembra essere lui che ascoltiamo.

Un fantasma… che sia Marlowe? Ma no: da un lato, l’autore ha descritto tutti i personaggi come fantasmi; dall’altro il narratore in I persona (che non è l’autore) ha elencato i personaggi comprendendo sé stesso e Marlowe (che in questa storia non avrà molto da dire per sé) come entità distinte. Ossignor!

A scuola c’insegnano a limitare funzionalmente i punti di vista. Ad essere molto cauti nel mescolare I e III persona (e ad evitare la II come la peste); ad essere coerenti nei tempi verbali; e soprattutto a non confondere il lettore – mai – e a non permettere che la scrittura abbia il sopravvento sulla storia. Ebbene, con Garret non ho mai la più pallida idea di chi parlerà nella pagina successiva – e ho smesso di considerare significativi i titoli dei capitoli), mi trovo chiamata in causa come in conversazione nei momenti più inaspettati, vengo sbalzata continuamente dall’immediatezza colloquiale del presente al distacco apparente del passato remoto, dal discorso diretto (come usa nei romanzi) al discorso indiretto caricato di ulteriori strati di significato, mi ritrovo a sbirciare le lettere di Barfoot per suo fratello, e per di più mancano deliberatamente un sacco di pronomi.

Sono confusa? Un pochino, a volte, ma non tanto quanto mi pare che dovrei esserlo nelle circostanze. Noto troppo la scrittura? La noto di sicuro, ma con golosa delizia. Il notarla mi trascina fuori dalla storia? No, accidenti, no! In qualche misterioso, alchemico, invidiabile modo, questa scrittura fa parte della storia, o forse è la storia… o quanto meno, è congegnata in modo tale da non farmi notare l’allarmante particolare che la storia in realtà non c’è.

Perché siamo, per l’appunto, a pagina 145 e non è ancora successo un bottone. O almeno pochi bottoni. A parte il fatto che Hunnyman spera di sistemarsi con la vedova e Barfoot aiuta segretamente i missionari gesuiti, ci sono le due indagini, ed è vieppiù evidente che, se qualcuno può scoprire qualcosa, quello è Barfoot, che sa come muoversi per le cancellerie, ungere le ruote giuste (o pizzicarle con la punta di un coltello), dissotterrare informazioni dai posti più improbabili. A parte questo, zero. In circostanze normali sarei furibonda e avrei già abbandonato la lettura. E’ chiaro che la scrittura iridescente, imprevedibile e densa di Garret non è una circostanza normale.

E non solo voglio continuare a leggere: voglio provare a fare altrettanto, cribbio!

romanzo storico

Promessi Sposi, Capitolo XXVI

220px-Cardinale%26DonAbbondio.jpgRicordate il Cardinal Borromeo, diffusamente incontrato nel Capitolo XXII? Ebbene, a cavallo tra i capitolo XXV e XXVI lo vediamo mentre riprende e rampogna il povero Don Abbondio per l’infelice parte che ha giocato in tutta la faccenda fin qui.

A Manzoni non era riuscito di rendere simpaticissimo il buon Federigo allora, e quattro capitoli più tardi le cose non migliorano apprezzabilmente. Se ne accorge anche l’autore, che apre il XXVI col seguente retorico dubbio: non ci sentiamo un po’ tutti a disagio con l’eccelso predicar d’amore e carità del CFB? Facciamoci coraggio col considerare che poi lui queste virtù le predicava davvero…

Sì, grazie: l’abbiamo visto nel XXII. Abbondantemente. Resta il fatto che per tutto il dialogo che segue è quasi impossibile non simpatizzare col povero curato in disgrazia, con la sua stizza a distanza nei confronti di Perpetua (che l’aveva detto!), coi suoi sapidi e umanissimi asides:

Anche questa gli hanno rapportata le chiacchierone,” detto di Lucia e d’Agnese;

Ecco come vanno le cose,” diceva ancora tra sé don Abbondio: “a quel satanasso,” e pensava all’innominato, “le braccia al collo*; e con me, per una mezza bugia, detta a solo fine di salvar la pelle, tanto chiasso. Ma sono superiori; hanno sempre ragione. E’ il mio pianeta, che tutti m’abbiano a dare addosso; anche i santi.”

ora vien la grandine,” mordendosi la lingua dopo essersi lasciato scappare che bisognava esser stati al suo posto davanti ai Bravi per capire…

E invece la grandine non viene, perché il CFB usa tattiche assai più sottili. Si turba, s’acciglia, fa mostra di accogliere l’implicito rimprovero: è giusto, nessuno può rimproverare se non con piena cognizione di non avere mai commesso il fallo che rimprovera. Che gli indichi Don Abbondio i suoi (del CFB) falli, e allora se ne potranno dolere insieme…

E che può dire Don Abbondio, se non che per carità! tutti conoscono la virtù somma del CFB… E’ ovvio che il CFB non ha mai conosciuto una debolezza simile a quella di Don Abbondio, non ha né avrebbe mai ceduto alle intimidazioni di nessuno! Vero e certo, nulla da dire – ma è proprio qui che interviene la fallacia logica del CFB, perché diciamocelo: se anche il CFB si fosse trovato di fronte i Bravi di Don Rodrigo (o qualche minaccia equivalente su scala maggiore), che diamine! Era un Borromeo, cugino di un santo in fieri, ben presto un vescovo e poi cardinale. Era un uomo autorevolissimo per nascita, per ruolo, per parentele e per carisma personale. Vien da pensare che non abbia tutti i torti Don Abbondio, con la sua considerazione irrispettosa: il CFB non sa di che cosa parla. Non sa nulla dell’essere piccoli, deboli d’animo, un po’ meschini e tremebondi, tutto sommato facili a colpirsi, e ancor più a spaventarsi. Ha davvero una virtù sovrumana da esibire, il CFB, ed ha ragione nel riprendere Don Abbondio – ma non è davvero un caso di quella suprema virtù del comando: pretendere dagli altri solo ciò che si pretende da se stessi.

Alla fin fine Don Abbondio è contrito, vergognoso, intenerito, dispiaciuto di sé – ma più ansioso di riparare che convinto di avere fatto la scelta sbagliata perché “in mezzo a que’ discorsi, ciò che stava piú vivamente davanti, era l’immagine di que’ bravi, e il pensiero che don Rodrigo era vivo e sano, e, un giorno o l’altro, tornerebbe glorioso e trionfante, e arrabbiato. E benché quella dignità presente, quell’aspetto e quel linguaggio, lo facessero star confuso, e gl’incutessero un certo timore, era però un timore che non lo soggiogava affatto, né impediva al pensiero di ricalcitrare: perché c’era in quel pensiero, che, alla fin delle fini, il cardinale non adoprava né schioppo, né spada, né bravi.”

Segue edificante paternalina sulla possibilità di riparare ai propri errori, e di come quelle rampogne abbiano addolorato il CFB ancor più che Don Abbondio… Come quando eravamo piccoli e, all’occasionale sculacciata, si accompagnava il classico “fa più male a me che a te”. Ci credevate, voi? Nemmeno io e quindi tutti, a proposito del CFB, possiamo concludere con Don Abbondio: “Oh che sant’uomo! ma che tormento!

Del resto del capitolo voglio notare solo due cose: Agnese che si sente fatta donna di mondo dalle circostanze (“[T]i vengo a prender io a Milano; io ti vengo a prendere. Altre volte mi sarebbe parso un gran che; ma le disgrazie fanno diventar disinvolti; fino a Monza ci sono andata, e so cos’è viaggiare. “) e l’ironico accostamento tra il duraturo interesse del Capitano Generale di Milano per i casi di Renzo fuggito nel Bergamasco e il rancore di Roma nei confronti di Annibale – tanto simile a quello tra Don Abbondio e il Principe di Condé all’inizio del Capitolo II.

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* A parte la mia predilezione per l’Innominato (rigorosamente pre-conversione) posso confessare di avere sempre parteggiato per il fratello del Figliol Prodigo e per le novantanove brave pecore piantate nel deserto mentre il Buon Pastore va alla ricerca di quella delinquente della Pecora Smarrita?

 

 

grilloleggente

Entered From The Sun – Pag. 87

E’ dai tempi dell’Eleganza del Riccio che non faccio un diario di lettura, così ho pensato…

Stavolta Entered From The Sun, di George Garret, un tempo poeta laureato della Virginia, nonché prolifico romanziere. Non ho mai letto nulla di suo, prima. Ho comprato questo romanzo perché: a) parla di Marlowe; b) il titolo è una citazione di Emily Dickinson; c) ne ho trovato solo due recensioni, una schifata e una estatica – ce n’era più che a sufficienza per decidermi.

La mia copia, prima di essere mia, apparteneva a una biblioteca di Dayton, nell’Ohio. Sì: dismesso da una biblioteca, e allora? Capita e non vuol dire granché. Le pagine non hanno un’aria sfogliatissima, ma la costa della rilegatura rigida è malridotta, come se qualcuno avesse letto il libro piegandolo per tenerlo con una mano sola. Un po’ un’impresa, perché Entered From The Sun è pesantuccio anzichenò – ma, a mio modestissimo e privato avviso, una tendinite è un castigo molto mite per la gente che tratta i libri (specie altrui) in questo modo.  

Alla fine del saluto dell’autore ero conquistata. “Abbiate pazienza con me, fantasmi – e benediteci tutti, vecchi amici ritrovati. Parlate con me. Parlate attraverso di me. Parlate a noi.” Mi piace.

Una rapida occhiata rivela che mi aspetta una serie di capitoli di lunghezza variabile, ciascuno con il suo titolo descrittivo. Come tutto ha inizio per Joseph Hunnyman. Entra il Capitano Barfoot. Attore e Soldato. Hunnyman Sotto Esame. Consideriamo il Capitano Barfoot. Eccetera. Mi piace che ogni capitolo abbia un titolo.

L’incipit è fantastico: punto di vista di Hunnyman, si alza da tavola ridendo, rapida e vividissima descrizione (colori, luci, odori, temperatura…), poi esce dalla taverna ed è… be’, non c’è altra parola: rapito. Uh!

Segue colloquio con misterioso giovanotto che commissiona al nostro Hunnyman delle indagini segrete sulla morte di Marlowe, il poeta, assassinato. Sono passati degli anni, tutti sanno cos’è successo, e che cosa può fare un povero attore senza ingaggio… Il giovanotto sconosciuto ha risposte per tutto – oltre a due scagnozzi armati fino ai denti e una borsa di denaro. Hunnyman – giovane, bello, vanesio, non particolarmente coraggioso, non eccessivamente onesto, scaltro e incauto al tempo stesso, infondatamente speranzoso, non sa troppo bene come rifiutare. E poi c’è William Barfoot è tutt’altro genere di uomo: gentiluomo, soldato veterano, cattolico segreto, caritatevole, violento, spregiudicato e sottile. So dalla quarta di copertina che anche Barfoot verrà incaricato di indagare sulla fine di Marlowe, ma finora di questo non si vede traccia.

Poi entrerà in scena la bella vedova Alysoun, amante di Hunnyman: manipolatrice, calcolatrice, fredda, ambiziosa, intelligente…

Peccato che a questo punto la lettura sia diventata un po’ laboriosa. Lo stile è notevole, la voce è molto personale e molto elisabettiana al tempo stesso… no, non davvero elisabettiana, ma un’eco convincente nel lessico, nelle costruzioni e nella forma mentis. Tutto molto bello, ma le costruzioni convolute o bizzarre, il continuo passaggio dal presente al passato e viceversa, l’alternarsi di dialogo diretto e indiretto e un’abbondanza di digressioni non aiutano.

Faticosetto – il che non mi ha impedito di leggerne un’ottantina abbondante di pagine prima di rendermi conto che, dopo l’incipit fulminante, non era più successo niente. Oh sì, so un sacco di cose su Hunnyman, adesso, e so che Barfoot ha dei segreti, e ho scarsa simpatia per la vedova, e non ho ancora capito chi siano i committenti delle due indagini. Che sia Tom Walsingham il giovanotto misterioso? A pagina 85 mi sono imbattuta in un capitolino intitolato “Complicazioni Del Tempo Presente: Abbigliamento”, costituito da una serie di citazioni di documenti dell’epoca in fatto di abbigliamento, appunto – e lì mi sono arresa. O quanto meno sono stata tirata fuori dalla storia abbastanza da restarne fuori.

Sono incuriosita, leggermente irritata, un po’ frastornata e forse solidarizzo un po’ di più col recensore scontento. Non so se ho davvero voglia di leggere altre centocinquanta e rotte pagine di questo. Anche se, anche se… Stiamo a vedere.

 

cinema

To Be Or Not To Be

Continuiamo con Lubitsch.

To Be Or Not To Be (che in Italiano è stato tradotto – va’ a sapere perché – come Vogliamo Vivere!) è una commedia nera e piuttosto meta, girata nel 1942. E’ ambientata in una Varsavia conquistata ma non sottomessa, dove una compagnia teatrale si barcamena tra i divieti della Gestapo e le azioni della Resistenza…

Aggiungete una primadonna (Carole Lombard al suo ultimo film) con un marito ancor più primadonna di lei, un ufficiale pilota di ritorno dall’Inghilterra, dei pesci rossi, un falso Hitler, Shakespeare, champagne e alto tradimento, nonché un elaboratissimo stratagemma, metateatro involontario, per così dire, sempre in bilico tra il disastro e il colpo di genio – tutto trattato con il celebre “tocco” di Lubitsch, elegantissimo e soavemente appuntito.

Qui c’è il trailer:

E qui la scena in cui, durante l’Amleto, Joszef Tura (“il più grande attore drammatico di tutta la Polonia”) rientra in camerino distrutto perché uno spettatore ha lasciato la sala durante il suo monologo.

“Dimmi, Maria: sto perdendo la mia presa sul pubblico?”

“Oh, tesoro, certo che no! Mi dispiace così tanto!”

“Ma se n’è andato!”

“Forse doveva proprio andare… forse non stava bene: potrebbe avere avuto un infarto!”

“Speriamo.”

“Forse, se fosse rimasto, sarebbe morto…”

“E forse è morto! Oh, tesoro, è così consolante!”

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Buona domenica!

 

commercials

Buon Compleanno, Italia

Così c’è questo spot sportivo-patriottico – lo avete visto? Mi si dice che preceda le partite di calcio, ma è evidente che lo passano anche in altre circostanze.

C’è una piazzetta indorata dal sole, con i vecchietti che giocano a carte, le donne sedute sulla porta e, soprattutto, i ragazzini che giocano a calcio – finché il pallone (di cuoio scuro, di quelli che forse si trovano ancora in qualche soffitta) non finisce sull’albero.

Nessuno, né i ragazzini, né i giocatori di briscola, né le presunte madri, fa anche solo finta di recuperarlo, il pallone. Gioco finito. I bambini fanno per andarsene sconsolati – tranne uno. Quell’uno ha sentito qualcosa nell’aria, quattro note fischiettate… e lui risponde fischiettando a sua volta, e guarda caso, la melodia è l’Inno di Mameli.

Mentre la banda del paese (che, si vede, guarda caso passava di lì in uniforme) attacca a sua volta l’inno, altri bambini si uniscono al primo e, quando la camera li inquadra da dietro, i numeri delle loro magliette formano due date. 1861 e 2011, ça va sans dire.

Ma il meglio deve ancora arrivare, nella forma di un drappello di Garibaldini a cavallo che caracollano entro la piazza, recuperano il pallone e lo restituiscono ai ragazzini festanti. Proprio in quel momento le Frecce Tricolori sorvolano in formazione. Luce vieppiù dorata, tripudio generale, il ragazzino dai capelli rossi augura “Buon compleanno, Italia!”, e la voce fuori campo declama “Nata per unire”.

So cute. Carino, ben fotografato, immerso in un’atmosfera di fiaba. E oleografico. E sentimentale. E un nonnulla confuso nel messaggio.

Dunque, ricapitoliamo: c’è questo luogo irreale, un’Italia da brochure turistica, placida, estiva, pittoresca e finta, senza macchine, con quest’aria di vacanza. Il pallone è come non si usa più da decenni, la piazzetta linda come uno scenario d’opera, e i bambini giocano per strada vestiti in uniformi candide, molto chic e immacolate. E di fronte alla piccola contrarietà, che fanno gli abitanti di questa cartolina? Nulla – però fischiettano l’Inno e, come per magia, ecco gli eroi in camicia rossa che risolvono tutto (namely: riprendono il pallone da un albero). D’accordo: è una fiaba, e chi l’ha scritta s’è dovuto arrabattare a coniugare in qualche modo calcio e Unità, perché così dev’essere quest’anno…

Però è una fiaba deboluccia, che cerca di compensare la mancanza di concetto con lo zucchero e i bei colori. Perché forse sarò densa, ma il concetto quale sarebbe? che la storia è fonte d’ispirazione e sostegno nelle avversità piccole e grandi del presente? Che passato e presente sono legati in una felice continuità d’affetti? Che i piccoli crescono più felici e migliori se sono consapevoli delle loro radici? Tutte ammirevoli idee che però, una volta afflosciate su un’immagine tanto leziosa, decadono a figurine vagamente edificanti. La storiellina simbolica è troppo piccola per la bisogna e fa cilecca. E se non fa cilecca, allora c’è di che preoccuparsi.

A volte anche il senso dello Stato è questione di buona scrittura. Mi piacerebbe tanto che l’Unità si celebrasse con misura e con senso delle proporzioni, con la consapevolezza che non tutti gli ambiti si prestano alle celebrazioni ed evitando di annegare il tutto in colate di melassa retorica e di ricatto morale… Mi piacerebbe che non si tentasse di farne una cosa carina.

Questo spot, ammetterete, non è che lasci troppo ben sperare.

pennivendolerie

Titoli – Non Abbiamo Ancora Finito

Pensavo che avessimo finito, in realtà, ma non posso non mettervi a parte del mio ultimo dramma personale in fatto di titoli.

Dunque, forse ricordate – o forse no – che sto revisionando, un po’ balzellon balzelloni, un romanzo in Inglese incentrato sull’ultimo (e fatale) assedio di Costantinopoli nel 1453. Forse ricordate anche che, a un certo punto, in uno di quegli episodi di deragliamento cosmico, il romanzo ha gettato la maschera rivelandosi per quello che è in realtà: due romanzi.

Quello che non sapete è che poi si è materializzata la possibilità di un terzo volume… er, sì: diciamo “crescita incontrollata” e non parliamone più. L’unica consolazione in tutto ciò era che avevo tutti i titoli. Tre titoli che mi piacevano proprio tanto, ciascuno perfetto per il rispettivo volume, ciascuno con le sue brave radici storiche, ciascuno rispondente addirittura a un certo schema di colori che avevo in mente…

The Red Apple, City Of The Moon, A Game Of Sorrows

Carino, no? Rosso, bianco e nero… è vero, mi mancano ancora un volume intero e due mezzi, ma sono dettagli: i titoli ci sono!

E invece dovrei saperlo che i titoli sono l’ultima cosa su cui si può fare conto… Che cosa vado a scoprire, infatti? Che qualche mese fa Shauna MacLean ha pubblicato un altro dei suoi bellissimi gialli storici ambientati nella Scozia del Seicento e lo ha intitolato… indovinate un po’? Ma A Game Of Sorrows, ovviamente!

E tutto sommato, con questo potrei ancora sperare di cavarmela – forse: è un sottogenere diverso dal mio, è tutt’altra ambientazione, ciò che, nel mondo anglosassone, potrebbe significare due tipi di pubblico abbastanza diverso perché il doppio titolo non conti poi troppo. Ma mi azzardo? Proprio non lo so. Richiedetemelo fra qualche mese.

E comunque, c’è di peggio, perché riguardando un vecchio numero della HNR che ti trovo? E davvero non so come potesse essermi sfuggito, ma, signore e signori, esiste già un romanzo sulla caduta di Costantinopoli intitolato The Red Apple.

Argh.

E così, invece di mancarmi un volume intero e due mezzi, mi mancano un volume intero, due mezzi e due titoli su tre. Non male, eh?

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Giusto per rendere la cosa ancora più amena: The Lulu Titlescorer, simpatico giochino statistico-nonsense assegnava a The Red Apple un 73% di possibilità di diventare un titolo best-seller. In realtà non significa nulla, se non che somiglia a titoli di libri che sono diventati best-seller, tant’è vero che l’altro The Red Apple non ha avuto successo (anche la recensione su HNR era pessima, tra l’altro). Resta il fatto che credevo di avere un titolo potenzialmente buono e invece nisba.

scribblemania

Cattive Abitudini

Nella scrittura, come in tutte le cose, ci sono buone idee e cattive idee. E, come in tutte le cose, non è così facile distinguere le une dalle altre, perché ci sono idee controproducenti tout court, e idee apparentemente pessime, che però per qualcuno funzionano come la panacea.

* Editare mentre si scrive, per esempio, è una pessima idea. Se pretendo di non procedere fino a quando pagina 1 non sarà perfetta in ogni sua virgola, allora posso star fresca. Confesso che per me c’è voluto del bello e del buono per imparare che una prima stesura è solo una prima stesura, ma prima di revisionarla è meglio averla completata. Un po’ per la cronica insicurezza degli scrittori, un po’ perché la procrastinazione può prendere le forme più disparate, un po’ (nel mio caso) per deformazione professionale, la tentazione di dare una sistematina anziché procedere è sempre forte. Particolarmente insidiosa, perché si ha l’impressione di lavorare e invece non è così. Provate a immaginare di limare il vostro primo capitolo alla perfezione, scrivere gli altri ventitre capitoli e, solo allora, accorgervi che il primo capitolo dopo tutto non vi serve…

* Scrivere a un computer connesso a Internet è un’altra abitudine non eccessivamente sana. Perché magari ci si stacca dal proprio .doc solo per un attimo, solo per controllare la data di fondazione di quel tal giornale milanese, ma poi da quello si divaga su un’affascinante storia della stampa nell’Italia pre-unitaria e, mentre si è lì, ecco il cinguettio che annuncia l’arrivo di una mail – che sia il cliente da cui si aspettano notizie con tanta ansia? Come si fa a non dare un’occhiata? Invece no, è gente che sostiene di non avere ricevuto la vostra fattura di agosto (e aspettano adesso a dirvelo?), seguita da una comunicazione via FaceBook a cui dovete assolutamente rispondere. E mentre siete lì, aggiornate il vostro stato per dire quanto vi è difficile concentrarvi stamattina, e poi controllate anche su Amazon, per vedere se vi hanno spedito il benedetto libro dall’America o no… Ehi! Ma non stavamo scrivendo?

* By the same token, ho fatto disinstallare dal mio portatile (le cui magagne di connessione ho lasciato volontariamente irrisolte) anche tutti i giochi. Chi non ha mai pensato di fare una piccola pausa con un solitario o una partitellina a Campo Minato? Dopo tutto, quando si è proprio bloccati, fare qualcosa di diverso per cinque minuti può essere una buona idea, no? Ne riparliamo quando i cinque minuti si saranno gonfiati in un’oretta buttata al vento.

* Questa non è una forma di procrastinazione come le altre, ma per me è un danno inverecondo: state scrivendo qualcosa che, per un motivo o per l’altro (diciamo una scadenza o autoimposizione), dovete proprio scrivere. E intanto vi germoglia un’idea per qualcosa di diverso e molto attraente. Qualcosa per cui non avete tempo, né adesso né nell’immediato futuro. Qualcosa che vi piacerebbe proprio tanto scrivere… Ma non si può, e allora ricacciate l’Idea Intrusa in un angolino buio e vi rimettete all’opera da bravi. Ma naturalmente l’II non vuole saperne di essere ricacciata in un angolino buio, e più tentate d’ignorarla, più vi piomba addosso a tradimento, sempre più interessante, sempre più ricca di possibilità. Allora cedete per un’ora: prendete il vostro quaderno (o file) delle idee e buttate giù l’Idea Intrusa con annessi e connessi – e probabilmente vi ritrovate con materiale sufficiente per una trilogia. Be’, adesso è lì, annotata con cura, pronta ad aspettare che siate liberi per occuparvene… E questo dovrebbe risolvere il problema. Per me, francamente, tende a non risolverlo affatto. anzi: sentendosi presa in considerazione, l’II seguita a germogliare in ogni possibile direzione, sviluppando boccioli troppo belli per essere ignorati… e così io apro in tutta buona fede l’atlante storico per controllare la diffusione delle linee telegrafiche del Regno di Sardegna nel 1857, ma poi com’è che mi ritrovo a contemplare una carta della Repubblica di Venezia nel 1468?

* Risultato delle cattive abitudini summentovate, prese singolarmente o in una qualsiasi combinazione, è spesso il ridursi all’ultimissimo momento. Di sicuro non è bello fare le quattro scrivendo furiosamente, notte dopo notte, nel tentativo di concludere l’opus entro mercoledì, eppure non posso fare a meno di ammettere che tende a funzionare. A parità di fattori, non c’è nulla come una bella scadenza incombente per rendere alacri e creativi e pervicaci fino alla fatidica paroletta di quattro lettere…

Il che sembrerebbe, tutto sommato, contraddire il succo di questo post, provando che la procrastinazione non è un vizio ma una virtù – conducendo come conduce a esplosioni di creatività da panico. Hm, non sono sicura che la logica di questa conclusione sia del tutto solida, ma al momento suona attraente.

Magari, cinque minuti per un solitario li ho, dopo tutto?

libri, libri e libri

12 Titoli Che Mi Fanno Sospirare

Si parlava di titoli, ricordate? Sono dell’idea che un titolo azzeccato possa contribuire non poco alle fortune di un libro, ma di certo un titolo infelice affossa qualsiasi cosa. Ci sono favolosi titoli – decisamente migliori del libro a cui sono appiccicati, che restano in mente secoli dopo che avete dimenticato il titolo del libro, o addirittura il libro non lo avete letto affatto, ma il titolo è talmente bello che vi rodete le mani per non averci pensato per primi…

Quali sono i vostri titoli preferiti? Non i titoli dei vostri libri preferiti, badate bene: solo i titoli.

Ecco i miei, confinandomi ai romanzi e in ordine assolutamente sparso:

* Per Favore Non Mangiate Le Margherite – anche se forse non è proprio quello che si dice un romanzo. Di Jean Kerr – un’autrice teatrale americana degli Anni Cinquanta e seguenti. Forse vi ricorderete non tanto di lei, quanto del film con Doris Day e David Niven tratto da questo libro – e potrei sbagliarmi, ma mi sa che ci fosse anche una serie televisiva. Ad ogni modo, è un titolo irresistibilmente nonsense.

* La Luna E I Falò – Pavese, e qui siamo al discorso che si diceva: non è che il libro sia nella mia lista dei Memorabili, ma evoca immagini notturne, luci che si mescolano, crepitare di fiamme, sentore di fumo e di rugiada… e sarà meglio che mi fermi qui, ma ci siamo capiti. 

* Il Vento Tra I Salici – Kenneth Grahame e idem come sopra. Evocativo, poetico, delicato, serotino. L’originale The Wind in the Willows ha il beneficio aggiuntivo dell’allitterazione, ma persino in traduzione suona proprio bene.

* Col Ferro E Col Fuoco – cambiamo genere del tutto con un Sienkiewicz meno conosciuto*. Titolone epico e cadenzato che suona come un verso senario (ancor più nell’originale polacco Ogniem i mieczem). Il super editor americano Sol Stein consiglia di strologarsi un titolo originale, memorabile, con un duplice strato di significato e magari in forma di pentametro iambico, e scherza solo in parte: ritmo e facilità di pronuncia rendono il titolo più facile da ricordare. Quando poi, come qui, si utilizza un modo di dire assurto a figura retorica, direi che si è fatto centro.

* I Tamburi Della Pioggia – vedi sopra, tutto sommato, ma un pizzico più inconsueto. E’ un’ottima cosa quando il titolo risveglia la curiosità del lettore. Che poi si tratti anche di un particolare cruciale della storia lo si scoprirà leggendo: decorativo, attraente e significativo.

* Musica In Una Lingua Straniera – di Crumey. Qui siamo sul sofisticato-cerebrale. Il senso emergerà leggendo, ma intanto questo apparente sfasamento di significato è interessante di per sé. “Ma come? Non si dice sempre che la musica è il linguaggio universale?” Appunto. Procedimento contrario, se vogliamo, a quello di Sienkiewicz.

* Cento Colpi Di Spazzola Prima Di Andare A Dormire – esempio da manuale di titolo migliore del libro**. Siamo di nuovo sulla decostruzione del luogo comune e dell’immagine consolidata. Reader Beware: questa prescrizione semi-ottocentesca da brave fanciulle sta per assumere un significato moooooolto diverso.

* L’Ombra Del Vento – Posto che Ruiz Zafòn non mi piace alla follia, questo titolo è semplicemente meraviglioso per forza evocativa, per poeticità dell’immagine. Un altro emistichio carico di suggestioni – e se poi ha un legame relativo con la storia, pazienza: è talmente bello!

* La Figlia Del Tempo – questo invece appartiene al genere citazioni. E’ Shakespeare a dire che la verità è figlia del tempo – concetto perfetto per un giallo bizzarro in cui strana gente “scopre”, con qualche secolo di ritardo, che Riccardo Terzo non era il mostro che si tende a credere. Josephine Tey è stata una precorritrice (forse persino un’iniziatrice) del furore di narrativa neo-riccardiana che ancora arde nel mondo anglosassone. Dieci punti in più per avere pescato il suo titolo proprio da Shakespeare, uno dei più accaniti anneritori di Riccardo. Giustizia poetica, anyone?

* Ritratto Di Signora / Ritratto Dell’Artista Da Giovane / Camera Con Vista – che sono tre libri diversissimi, ma il concetto dietro il titolo è lo stesso: espressione di uso consolidato in un tutt’altro campo applicata a una storia (nel suo complesso nei primi due casi, nel suo complesso e a un plot device nel secondo).

* Il Giuoco Delle Perle Di Vetro – è bello, singolare, incuriosisce ed è descrittivo senza parere, visto che il Giuoco in questione è un aspetto fondamentale della trama e, al tempo stesso, un elemento simbolico all’interno della storia. Naturalmente il secondo aspetto non è merito del titolo, ma l’insieme suona molto bene.

* La Linea D’Ombra – bellissima immagine per una storia iniziatica, carica di quelle connotazioni di dubbio e di ambiguità che in Conrad sono sempre centrali.

E bisogna dire che l’ombra mi piaccia proprio, perché, fuori concorso non essendo stato tradotto, cito anche The Book Of Air And Shadows, brutto libro scritto in bello stile che ho comprato a dispetto delle recensioni negative, indotta da nient’altro che il fascino del titolo. Dove si vede una di due cose, immagino: o io sono irreparabilmente squadrellata, o il titolo conta davvero.

E adesso è il vostro turno: quali sono i vostri titoli preferiti? Quali sono i titoli che vi sono piaciuti più del relativo libro? Quelli che vi hanno sorpresi, incuriositi, fatto dire: ah, diavolo di uno scrittore!*** Sono curiosa…

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* E che a me, francamente, piace più di Quo Vadis? Polonia, Seicento, Battaglie…

** In proposito, vi consiglierei questo post di Bottega Di Lettura.

*** O, più probabilmente, diavolo di un editor!

grillopensante · guardando la storia

Accuratezza Storica – Requiescat In Pace

Dal N° 50 della Historical Novel Review – Novembre 2009. Traduzione mia.

Dieci Idee Per Vivacizzare La Storia di Susan Higginbotham

rip.jpgSiete stanchi di scavare tra pile di volumi polverosi? Magari è ora di liberarsi di questo giogo – l’accuratezza storica. Lasciate perdere i tomi accademici, procuratevi qualche cioccolatino e un bicchiere della vostra bevanda alcolica preferita e seguite questi dieci facili consigli verso la LIBERTA’!

1. Mettete sempre in dubbio la legittimità della nascita di chiunque. Dopo tutto, la maggior parte dei bambini vengono concepiti in privato, per cui chissà chi era davvero nel letto di chi? Non fatevi scrupoli nell’affibbiare la paternità a qualcuno che era morto, decisamente troppo giovane o lontano mille miglia al momento del concepimento. Questa è narrativa, gente!

2. Alterate pure di una decina d’anni l’età di un personaggio storico, a seconda delle vostre necessità. Oltre ad aiutare con il punto 1, spesso la variazione aprirà tutto un mondo di possibilità per vivacizzare la vita sessuale dei vostri personaggi.

3. Un personaggio storico è morto in circostanze non assodate? Fatene un omicidio, e assicuratevi che il biasimo ricada su qualcuno che non vi piace.

4. Se non avete fatti sufficienti per sostenere un’affermazione, fatela lo stesso. Se i vostri lettori volessero prove, se ne starebbero in tribunale a seguire i processi, giusto?

5. Le teorie della cospirazione sono i migliori amici di un romanziere. Anzi, quelli che la menano con l’accuratezza storica sono parte di una vasta rete internazionale che cospira per tenere tutti quanti all’oscuro della Verità. (Rivelata qui per la prima volta)

6. Solo perché qualcuno è morto dieci anni prima di un certo evento, non è una buona ragione perché non dobbiate includerlo nell’evento stesso. Che si diano da fare, questi morti, invece di occupare spazio sotterraneo a ufo.

7. Se due persone hanno lo stesso nome, è il Cielo che vi offre l’opportunità di confonderli liberamente ad ogni pie’ sospinto. Visto che i loro genitori non hanno avuto la previdenza d’imporre alla prole un nome diverso…

8. Se non siete certi di un fatto, guardatevi bene dal controllarlo. Affidatevi al vostro istinto e dateci dentro, specialmente se con questo potete rovinare la reputazione di un personaggio storico.

9. Se un evento ha una spiegazione innocente e una spiegazione sinistra, la spiegazione sinistra ha l’assoluta precedenza. Ricordatevi: nessun personaggio storico merita il minimo beneficio del dubbio, a meno che non sia il vostro protagonista. (E solo se è straordinariamente bello)

10. Il fatto che nessuno storico abbia mai considerato l’ipotesi che un certo personaggio storico fosse un maniaco sessuale, un alcolizzato irrecuperabile o un omicida seriale, non è assolutamente una buona ragione perché non dobbiate farlo voi. E’ quella cosa chiamata immaginazione, sciocchini! A che vi serve se non la usate almeno un po’?

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Susan Higginbotham ha appena pubblicato il suo terzo romanzo, The Stolen Crown – ma avrebbe fatto mooolto prima a scriverlo, se solo avesse seguito queste dieci regole.