cinema

Diesel

“…E nel film su Annibale che uscirà…” dice M.

“Cosa? Cosa? Che film?” dico io, drizzando le orecchie.

“Sai, quello che esce nel 2011…”

“Quale dei due?!” strillo, e il mio oscuro riferimento a La Nemica di Nicodemi va del tutto perduto, ma fa lo stesso. M. mi guarda con occhi tondi e chiede come sarebbe a dire due? “Denzel Washington o Vin Diesel?”

“Non Denzel Washington,” pronuncia M., dopo averci pensato un po’, e io gemo nel mio modo più melodrammatico. Sia chiaro, nemmeno Denzel Washington sarebbe stato la mia prima scelta per interpretare Annibale, ma Vin Diesel…

“Vin Diesel!!” pigolo, “Vin Diesel!!!”

“Non ho idea,” M. scrolla le spalle, perplesso di fronte alla mia disperazione. “Mai coverto. Chi è?”

“Uno che non cambia mai espressione – mai, nemmeno per sbaglio…”

“Oh…” M. comincia a vedere la tragedia. “E’ che se lo produce lui, il film, sai…”

Oh catastrofe, delitto, sacrilegio, ecatombe! Magari sono prevenuta, non lo so, ma ho tanto idea che questo film sarà un’avventurona approssimativa, truculenta, con gli eserciti fatti al computer e un Annibale che procede torvo e allucinato, mascella digrignata e spada in pugno. Se non avessero inteso di sacrificare tutta la complessità del personaggio all’azione, avrebbero scelto qualcun altro, giusto? E se uno con il curriculum di Vin Diesel si sogna di autoprodursi un film sul più grande condottiero dell’antichità, è così malevolo da parte mia pensare che abbia in mente proprio solo gli elefanti e le battaglie all’arma bianca?

Ossignore…. Vin Diesel! Sbaglierò, ma per il momento – così, sulla fiducia – sono in lutto.

scrittura

Fulminante

“La scrittura del romanzo ha tre regole. Sfortunatamente nessuno sa quali siano.”

(William Somerset Maugham)
E siccome dal 9 al 15 di maggio si tiene la Reading Is Fun Week, la donna che si è lasciata sfuggire la Giornata Mondiale del Libro (due volte) tenta di redimersi segnalando un libro del meraviglioso autore in questione:
La Diva Julia, di W. S. Maugham, Adelphi, 2000, ben tradotto da F. Salvatorelli.
Come la lettura di questo delizioso libro abbia costituito uno dei più grossi shock della mia vita – il genere di colpo che ti stronca sul nascere ogni velleità di scrivere – è una storia che racconterò un’altra volta…
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Perché invece oggi l’editor di testo non voglia saperne di spaziarmi i paragrafi è uno di quei misteri che lascio risolvere a gente più sveglia di me.

grilloleggente

Pag. 113

Uffa.

Dopo la meravigliosa – sì, meravigliosa! – scena della seconda nascita di Renée a scuola mi ero illusa: ecco la poesia, ecco la bellezza, ecco che finalmente ci siamo…

E invece no. Archiviata la faccenda in una paginetta, si è tornati a girare in tondo. Kant, il gatto Lev, un condomino, l’altro condomino, i poveri & i ricchi, la Manuela portoghese, il tè al gelsomino, l’ottusità imperante… Ieri sera ho chiuso sull’ampiamente irrilevante sottocapitolo in cui la Portinaia e la diciannovenne Olympe (finalmente una condomina che si salva, ma è una dolce ragazza che vuole fare la veterinaria in campagna) discutono con dovizia di particolari la cistite idiopatica da stress della gatta Constitution.

Questo mi ha fatto sorridere, ma non per meriti del libro in sé: il fatto è che ce l’ho anch’io il gatto con cistite idiopatica da stress*, con pari divertita esasperazione del veterinario e mia.

Detto ciò, tuttavia, nelle ultime tre righe di questo capitoletto è giunta la prima cosa che somigli, anche da lontano, a un svolta della trama: la notizia che la neo-vedova del quarto piano (o è del sesto? Francamente non tengo il conto) vende l’appartamento. Anche senza la quarta di copertina sarei arrivata a dedurre speranzosamente che questo preluda all’arrivo di un nuovo e significativo condomino. Avendo letto la quarta in questione, suppongo che si tratti di Monsieur Ozu. Sarà poi il regista giapponese del cui lavoro la Portinaia è tanto éprise? Sarà un parente? Sarà un omonimo? Stiamo a vedere.

In ogni caso è un Giapponese, e quindi si preannunciano ulteriori diluvi di camelie sul muschio, tè al gelsomino ed altre espressioni di nipponica raffinatezza, perché se qualcosa si è chiarito in queste cento e tredici pagine, è che la Portinaia, la Dodicenne Innominata e Mme. Barbery adorano all things Japanese.

Tant’è che anche l’andamento narrativo di questa storia è molto giapponese**: come si spiegherebbe altrimenti che, a un terzo del libro, non abbiamo ancora fatto altro che predisporre la scena e sistemarci dentro i personaggi? Ripeto: il primo snodo della trama è a pagina 113, e dovete ammettere che, per una persona ossessionata dalla fabula come la sottoscritta, c’è di che lacrimare un pochino…

E intanto lo snodo c’è stato, il che non è una precisa garanzia del fatto che ce ne saranno altri, ma tirem innanz.

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* E guai a chi è anche solo tentato di suggerire che la colpa dello stress sia mia, per averlo chiamato Udrotti.

* Una volta o l’altra vi narrerò l’epica storia di come mi ritrovai esposta a Viaggio a Izu.

anglomaniac · libri, libri e libri

Libri In Regalo

Mi è capitato qualcosa che mi ha riportata alla lontana infanzia.

A titolo di regalo di compleanno tardivo, sono stata rapita e condotta in libreria, con l’ingiunzione di scegliere “dei libri”. Da anni acquisto la maggior parte dei miei libri su Internet (adesso, poi, li scarico direttamente sul Kindle), e quindi già la cosa in sé è stata molto sul genere tè-al-tiglio-e-madeleine. Ho girellato tra gli scaffali con quel senso di anticipazione e di scoperta che un tempo apparteneva alle sere di Santa Lucia – assoluta delizia!

E alla fine ho scelto Il Grande Gioco, di Peter Hopkirk, una magnifica storia della guerra di spionaggio tra Inglesi e Russi in Asia Centrale – praticamente lo sfondo di tante storie di Kipling! – e L’Uomo Dagli Occhi Glauchi, di Patrizia Debicke Van der Noot, romanzo storico incentrato su un meraviglioso ritratto tizianesco e sul servizio di spionaggio di Robert Cecil. 

E’ stato un incantevole regalo di compleanno. O di non-compleanno, se vogliamo virare sul carroliano – e io vorrei, perché il tutto è stato davvero un po’ nonsense.

Per di più, sabato è arrivato per posta The Infernal World of Branwell Bronte, di Daphne Du Maurier, e quindi adesso ho una piccola pila di tre libri che voglio tanto leggere, ma al momento non ho davvero tempo: se ne stanno lì, uno sopra l’altro come sirene rilegate, mi guardano ogni volta che passo nelle vicinanze, ammiccano, mi chiamano… Leggici, leggici, leggici! Lascia perdere il Riccio, dimenticati quel che devi recensire, prenditi una vacanzuola dalla storia bizantina. Leggi noi, noi, noi…

Per ora resisto, legata alla sedia maestra e con striscioline di to-do-lists appallottolate nelle orecchie. Fino a quando? Non si sa. 

Spigolando nella rete

Teatrini

L’audio è in Olandese, ma non è del tutto rilevante. Ammirate, siore e siori, questo incantevole teatro giocattolo appartenuto, nel tardo Settecento, al barone Slingeland, e ancora funzionante con il meccanismo originale del XVIII Secolo. Inutile dire che quando sono stata ad Amsterdam non lo sapevo, altrimenti nulla mi avrebbe trattenuta dall’assistere a una delle piccole rappresentazioni che mostrano i quattordici meravigliosi scenari completi di luce di candela, onde in movimento, nevicate e altri prodigi assortiti…

Oh, come ne vorrei uno! Buona domenica a tutti.

grillopensante · pennivendolerie · scrittura

Arte & Mestiere

Più o meno sapevo che questo post avrebbe avviato un principio di dibattito, perché l’argomento tocca corde tese (molto tese) tra l’immaginario collettivo e la cruda realtà, o almeno una certa percezione della cruda realtà.

L’idea generale sembra essere che la scrittura consista nell’aprire il proprio cuore e versare il contenuto sulla carta. Messy, se lo chiedete a me, e del tutto irrealistico, ma profondamente radicato. Per contro, il concetto che scrivere sia un mestiere che s’impara, che ha i suoi principi, le sue teorie, le sue astuzie, le sue tecniche e i suoi strumenti, fa inorridire molta gente. Addirittura, come si evince dai commenti a questo post altrui, l’uso di strategie viene visto come qualcosa di sleale o disonesto.

Credo che sia necessario fare una distinzione: da un lato c’è la tecnica della scrittura propriamente detta, dall’altro c’è il mercato editoriale.

La tecnica è la cosa che, quando abbiamo sedici anni e riempiamo vecchie agende di racconti scritti a biro, ci fa rabbrividire. Non c’è da stupirsi visto che viviamo in una temperie culturale istericamente ansiosa di porre tutta l’enfasi possibile su spontaneità, istinto, ispirazione e natura. Poi qualcuno dovrebbe prendersi la briga di spiegarci, mentre cresciamo, che spontaneità, istinto, ispirazione e natura da soli non bastano. Nemmeno il talento basta, se vogliamo perché, come l’elettricità, se non è incanalato, disciplinato e convogliato attraverso i giusti strumenti, non accenderà mai nessuna lampadina. Qui, badate bene, non stiamo parlando di genio, che segue regole tutte sue e non è classificabile. Parliamo invece di una combinazione di attitudine, gusto e immaginazione, che deve essere educata e disciplinata. Disciplina, altro tabù culturale: guai a dire che la pratica dell’arte richiede disciplina… o meglio, questo non è del tutto vero. E’ generalmente accettato che eseguire lavori altrui richieda applicazione e fatica. Tutti si aspettano grandi quantità di pratica e di sforzo da una ballerina classica o da un pianista, ma quando dall’esecuzione si passa alla creazione, ecco che torna alla ribalta l’immagine dell’artista libero, spontaneo e spettinato che lavora febbrilmente sotto la spinta irresistibile dell’ispirazione. Ebbene, sorpresa: l’immagine è carina, ma fasulla. Narrare una storia è una questione di logica, di causa ed effetto, di conseguenze e di estrema consapevolezza. Narrarla bene, poi, richiede di saper calcolare con accettabile precisione l’effetto di ogni singola parola, figura retorica e frase. E questi sono strumenti che s’imparano. S’imparano leggendo molto, provando a riprodurre, sperimentando strade nuove, leggendo ancora, studiando, scrivendo e riscrivendo, rileggendo ad alta voce, leggendo ancora un po’ studiando ancora di più… E’ il lavoro di una vita, se si fa sul serio. Ma, così come c’è differenza tra chi strimpella il pianoforte per il proprio piacere e chi si esibisce come concertista, allo stesso modo c’è differenza – una differenza nettissima – tra l’impegno richiesto a chi scrive per sé e chi pubblica.

E questo ci porta al mercato. Il mercato è molto, molto competitivo. Il mercato dovrebbe fornire una forma di selezione naturale. Il mercato non sempre funziona come dovrebbe, almeno non dappertutto e non a tutti i livelli. Il mercato non è una sudicia invenzione dei nostri tempi barbari e globalizzati – il mercato è sempre stato recipiente e stimolatore dell’arte, fin dalla prima occasione in cui qualcuno è stato pagato per una creazione artistica. Provate a contare quanti Caravaggio sono stati dipinti su commissione, e quanti perché il pittore si era svegliato in preda una piena alluvionale di spontaneità, istinto, ispirazione e natura.  Ma non divaghiamo e torniamo alla scrittura. Il mercato essendo quello che è, gli scrittori sviluppano strategie che integrano nella scrittura forme, diciamo così, di marketing. I Tre Ganci sono una di queste strategie, e il loro scopo non è quello di costringere con l’inganno l’ignaro lettore-pastorello a spendere i suoi sudati quattrinelli una porcheriola rilegata in brossura, ma di catturare l’attenzione di un potenziale acquirente bombardato da un’enorme quantità di offerte. L’onestà in scrittura è questione dai molteplici livelli, perché se non mi piacesse essere condotta in tondo per un po’, non leggerei romanzi, ma mi aspetto di essere condotta in tondo con finezza, grazie. Tuttavia, è onesto offrire sempre la migliore scrittura che si è in grado di produrre, in termini di struttura e di stile. Ciò detto, però, l’attenzione del lettore va guadagnata e mantenuta. Catturare il lettore, trascinarlo dentro la mia storia, tenercelo fino alla fine e lasciarlo andare desideroso di averne ancora, non è disonesto: è il mio mestiere. Cosa mi fa presumere che il mio stile, per quanto mi sforzi, sia così superiore a quello di chiunque altro da darmi l’incondizionata attenzione del lettore senza nessuno sforzo? Beata ingenuità, direi, e forse un soffio di presunzione.

Insomma, nel momento in cui decido di pubblicare una storia, essa assume una sua forma di vita indipendente da me. Dal punto di vista di questa vita, quanta gente legge la mia storia, quanta gente la legge fino in fondo, quanta gente la apprezza davvero, non sono questioni irrilevanti: sono rilevantissimi numeri che il mio libro dovrà contendere ad altri libri a colpi di molti tipi di superiorità e di appeal. E dunque, se voglio mandarlo Là Fuori, devo anche equipaggiarlo per la lotta.

libri, libri e libri

Pag. 35

Dunque, l’ho iniziato. L’Eleganza del Riccio, intendo. E a titolo di segno di buona volontà, ci ho anche messo uno dei miei segnalibri preferiti (nastro di seta color porpora con un motivo a foglie)

Solo che, essendo una persona più furba della media, ho qualcosa che se non è un’influenza ci somiglia molto – a maggio! – e quindi al momento non sono una lettrice più fulminea del creato universo.

Quindi, sì: pagina trentacinque in tutto e per tutto. Allora, la Portinaia tutto sommato m’intriga, mentre per ora la voce della Dodicenne Innominata suona… non so, in qualche punto della scala tra fasulla e pretenziosa, ma comunque irritante. Il contrasto tra la vacuità, la meschinità e la grossolanità sostanziale dei ricchi da una parte, e dall’altra l’amore per la conoscenza e la signorilità innata (anche se talora dissimulata) dei poveri mi sembra un po’ insistito. Magari è presto per dire, ma di sicuro è molto insistito nelle prime trentacinque pagine. Sospendiamo il giudizio, e ci mancherebbe.

Di sicuro, per un libro che si scaglia con tanta veemenza contro i luoghi comuni, l’inizio mi sembra singolarmente zeppo di luoghi comuni (l’idiotino di buona famiglia che si gasa leggendo Marx, la grazia inattesa del rugbista maori, la domestica portoghese, l’incompresa profondità dei manga…) ma può ancora darsi che sia un’impressione creata con uno scopo preciso, magari un ribaltamento, un twist di qualche genere. Stiamo a vedere.

Per ora non sono conquistata. Però, prima di chiudere il libro, ieri sera ho dato uno sguardo all’inizio del capitolo successivo: ricordi di scuola della Portinaia, parrebbe. Ripeto: la Portinaia m’intriga. Qui vit verra.

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Oh, e siccome il paragrafo che segue si qualifica come spoiler, i tre o quattro altri platanicoli che, come me, non hanno ancora letto il Riccio, faranno bene a fermarsi qui.

Ad ogni modo, la Dodicenne Innominata ha precise intenzioni suicide, a meno che non trovi qualcosa di tanto bello (umano, animale, vegetale o minerale) da convincerla che vale la pena di vivere. Perché ho il forte, fortissimo sospetto che questo qualcosa finirà con l’essere qualche tipo di amicizia con la Portinaia assetata di conoscenza e bellezza? Hm… talk of telegraphing a story!

libri, libri e libri

Bandiera Bianca

E va bene, mi arrendo.

Cedo alla forza dei numeri.

Di solito non leggo i libri circondati da troppo hype. Non ho letto La Solitudine dei Numeri Primi, non ho letto nemmeno un romanzo di Camilleri o di Faletti, ho abbandonato Va Dove Ti Porta Il Cuore a pagina sei, non ho letto Il Codice Da Vinci, ho evitato Baricco per quanto potevo, non ho letto Il Cacciatore di Aquiloni, non ho letto Gomorra… L’ho detto più di una volta: vivo su un platano. E, mi si fa notare, probabilmente sono anche un pochino snob.

Però adesso sono sopraffatta dall’entusiasmo e dallo zelo missionario di troppe persone di cui mi fido letterariamente, tutte convinte che la mia vita manchi di un quid di luce e gioia se non leggo Il Libro. E quindi, dopo molti mesi di fiera resistenza, ecco che capitolo. Mi arrendo senza condizioni, e stasera (prove permettendo) comincio a leggere L’Eleganza del Riccio.

Oddìo, magari proprio senza condizioni no: non cedo con buona grazia, temo. Mi ci sento un po’ trascinata kicking e screaming, e parto prevenuta. Lo so che è pessimo da parte mia, ma non posso tacitare quella vocina subdola che continua a sussurrarmi “non ti piacerà. Non può piacerti. Sai benissimo che non può piacerti, per costituzione, per forma mentis, per spirito di contrarietà. Ti verrà qualche violenta reazione allergica, ci puoi scommettere. A pagina 10 sarai annoiata; a pagina 40 sarai di umore sarcastico; a pagina 65 considererai seriamente di piantare tutto – e sarai arrivata così avanti solo perché, essendoti sbilanciata su SEdS, ti sentirai in dovere di…

Plaf!

E questo era il rumore del cuscino che ho appena schiacciato sulla Vocina Subdola, nel tentativo di zittirla.

Quindi, stasera comincio. E vi farò sapere, vi terrò aggiornati con un bollettino di lettura, perché poi magari sono capace di cambiare idea e trovarlo incantevole – a volte succede anche questo: sono irragionevole, ma non irragionevolmente irragionevole.

E adesso, a noi due, portinaia di Mme Barbery!

guardando la storia

Ei Fu… in Ucronia

Molti anni fa – neanche moltissimi, pensandoci bene: nel 2001 – ho partecipato a un gioco promosso da Rai Radio Tre. Si trattava di una versione del celebre What If, in cui si stabilisce un’ipotesi ucronistica e poi ci si ricama sopra. Cosa sarebbe successo se, invece di X fosse successo Y?

Il gioco è affascinante, e ha intorno tutto un genere letterario, il cui maestro indiscusso è Harry Turtledove. Avete presente il suo Per Il Trono d’Inghilterra, in cui la Envencible Armada, anziché affondare ingloriosamente, conquista l’Inghilterra, e Shakespeare si ritrova invischiato in un intrigo politico letterario per rovesciare l’occupazione spagnola? Assolutamente fantastico. In Italia c’è La Saga di Occidente, in cui Roberto Farnesi ipotizza un’Italia in cui il Fascismo non è caduto. Affascinante serie di speculazioni.

Se parlo oggi di tutto ciò è perché nel gioco radiofonico di cui dicevo all’inizio, l’ipotesi era che Napoleone fosse fuggito dall’Elba negli Stati Uniti (e per dissennata che l’idea suoni adesso, c’erano fumosi piani in proposito e cospiratori intenzionati a metterli in atto). Come sarebbe cambiata la storia europea?

La mia ucronia cominciava così:

Napoleone raggiunge gli Stati Uniti dove, con sua somma delusione, si ritrova circondato soltanto da gruppi di bonapartisti alquanto velleitari e non troppo bene informati che agiscono in semiclandestinità, concionano di Ideali Rivoluzionari e, in un patetico tentativo di segretezza, si affannano a chiamare il loro ospite “Mr.Goodside”…

Napoleone non moriva più a Sant’Elena il 5 maggio 1821, ma nell’America del Sud, quindici anni più tardi. E Alessandro Manzoni dedicava all’avvenimento un’ode intitolata Il Quattordici Settembre:

Ei fu. Di guerra il fulmine

nel Messico lontano

si tacque. E rugge il tuono

che mosse la sua mano,

che il suo voler, mancando,

dietro di sé lasciò.

 

Dorme la spoglia immemore

nell’or di Montezuma.

Gloria, potere ed impeto

svaniro come bruma,

e ‘l due volte imperadore

il capo alfin posò.

 

E via dicendo per altre quindici o venti sestine – che non ho scritto. Però, se qualcuno avesse voglia di leggere l’intera storia, la può trovare qui.

pennivendolerie

Epistolario MetaDickensiano Mignon

Ed ecco Nebbia, Pioggia, Tempeste & Aria Fresca (completo di un naufragio e un interludio svizzero) – Premio Speciale della Giuria a Stagionalia 2010.

Caro Mr. Dickens,

il mio amico Steerforth mi ha consigliato di scriverLe. Dice che, essendo il nostro Autore, Lei può far succedere le cose. Sarebbe di troppo disturbo per Lei farmi tornare a casa con la Mamma? Non è che non mi trovi bene a Salem House (anche se piove sempre, non tutti i maestri sono gentili, e il preside mi fa portare sulla schiena un cartello che dice “Attenti, morde!”), ma…

Il resto della storia è qui

Buona lettura!