Somnium Hannibalis

Dietro Le Quinte

“E com’è venuto, dopo tutto, il colpo di stato? Era bello da vedere?” mi chiede M. (Annibale). E non lo so: ero in scena anch’io, ricordi?

Non me ne ricordavo più, ma da dietro le quinte non si vede nulla! Avevo sperato di vedermelo dalla platea, il mio spettacolo, ma naturalmente no, avendo io ereditato la parte di un giovane mercante cartaginese – durante il colpo di stato del 201 a.C.

Tuttavia posso dire che: a) con il pubblico davanti, il tutto ha acquisito un ritmo meravigliosamente sciolto, fluido e liscio; b) una volta aperto il sipario, il tempo comincia a scorrere in modo diverso, tutto rotola per la pendenza giusta e, prima di accorgersene, è già l’ultima scena; c) sto scrivendo cose solo limitatamente sensate, ma sono ancora un tantino lessa dopo un’ultima settimana di prove, di pasti saltati, d’insonnie, di patemi, arrabbiature, colpi di panico e sorprese. Ho bisogno di molte ore di sonno, grazie. Ah, e poi d): sono risalita su un palcoscenico per la prima volta dopo quasi quindici anni (e con scarso preavviso, if any at all), e mi è piaciuto moltissimo – quella specie di corrente tra la scena e il pubblico, il senso di sospensione, l’attesa tra le quinte, il ritmo del dialogo, il momento giusto, ma proprio giusto per dire quello che bisogna dire…

Ma è evidente che il mio mestiere resta quello di scrivere storie se, nella frenesia della giornata, qualche lobo del mio cervello ha trovato il tempo di cucire una storia addosso al mio mercante.

Per adesso è tutto. Spero di avere presto qualche fotografia da postare. Stasera si ricomincia a lavorare per la replica del 5 giugno.

Somnium Hannibalis

Il Gran Giorno

Oggi è il gran giorno. Mancano dodici ore – minuto più, minuto meno.

Sto iperventilando.

Voglio emigrare – voglio emigrare a Tuvalu, o qualche altro posto senza teatri. Ieri alla generale (o era la tecnica? Ma se era la tecnica, quando facciamo la generale? E se era la generale, quando facciamo la tecnica?) è successo di tutto. Questo dovrebbe essere incoraggiante, in un certo senso. Voglio dire, da che mondo è mondo, una prova generale infelice conduce a una prima stratosferica, giusto?

Speriamo.

Nel frattempo posso dire che alcune scene, che ho visto oggi per la prima volta con le luci a posto, sembravano altrettanti quadri spagnoli. E questo è bene. La musica non mi piace alla follia, ma fa lo stesso: ho constatato che non interessa troppo a nessuno se a me piace o no la musica… Il telo per le proiezioni è stato un salvataggio dell’ultimo minuto – o meglio, lo sarà domani, quando sarà stato sistemato definitivamente. Stasera ne è crollato metà, ma sono dettagli.

La cosa più pittoresca e allarmante, però, è che ho raccattato per strada una parte. Oh, una particina, sia chiaro: cinque battute rimaste scoperte per un forfait medico-famigliare dell’ultimo minuto. “Tanto tu la sai a memoria, no?”

Come dicevo, sto iperventilando.

Più tardi, all’ora in cui la gente normale va a pranzo, io me ne vado a teatro, e la regista mi passa al tritacarne nel tentativo di farmi sembrare parte dello spettacolo, anziché una pezza.

Pensatemi, stasera. Pensatemi dietro le quinte in trepida attesa; pensatemi mentre mi mangio le unghie tra una fila di lance e un tavolino empire; pensatemi inopinatamente in scena con addosso un costume in prestito, nella scena con le luci di taglio che sembra rubata a El Greco; pensatemi con lo stomaco pieno di farfalle e poi – si spera – pensatemi in proscenio, all’esterno della riga, a raccogliere gli applausi insieme agli Histriones.

E questa, Signori, – tanto per parafrasare Annibale – sarà una notte felice.

considerazioni sparse · pennivendolerie

Battaglia Navale

Questa bella foto è opera di Claudio Gobbetti, e ritrae l’affondamento della flotta viscontea a Governolo nel giorno di S.Agostino del 1398 – ricostruito per il son-et-lumière “La Notabile Fabbrica”: i Viscontei andarono all’assalto del borgo fortificato di Governolo, lungo il fiume Mincio, nell’intenzione di muovere su Mantova, ma – come racconta l’ingegnere seicentesco Gabriele Bertazzolo, “i difensori mandando loro addosso le acque per mezzo della Chiusa, gli affogarono quasi tutti nelle fosse, e la maggior parte de’ principali soldati e capitani […] Ed alla fine il Visconti vi perdé si può dire tutto l’esercito, con 34 pezzi di bombarde, forse 50 galeoni, ed altre barche armate, con tutti i i padiglioni, baliste, catapulte, carriaggi, vettovaglie, ed altri armamenti di guerra, con tanti migliaia d’uomini e soldati a piedi ed a cavallo, poiché anche quelli, che si trovarono in luoghi, ove non arrivarono le acque, furono presi e morti.W%20-%20DSC04511b.jpg

 

Lo spettacolo (di cui ho curato testi e regia) è andato in scena nell’estate del 2008, per celebrare l’inaugurazione del restaurato Manufatto del Bertazzolo-Pitentino.

grilloleggente

Pag. 319

Finito! Se piace agli dei della letteratura, ho finito L’Eleganza del Riccio.

Allora, ammetto che il finale mi ha sorpresa. Ho temuto abbastanza a lungo che la Portinaia finisse con lo sposare Monsieur Ozu, e…

C’est bien, prima di proseguire lo faccio di nuovo: se non avete letto L’EdR fermatevi qui, volete? Anche se credete di non leggerlo affatto, anche se vi rifiutate a priori di sfiorarlo anche soltanto con l’orlo della veste, questa serie di post è la prova che non si può mai dire. E qualora doveste leggerlo, credetemi, sarete lieti di avermi dato retta e di esservi fermati qui.

Detto ciò, è vero: twist in the tail. La morte di Renée è giunta inaspettata: proprio quando sembrava che la vita della Portinaia fosse destinata a cambiare, ecco che ci si mettono un impulso generoso e un furgoncino della lavanderia. Renée muore serena in quello che forse è il miglior momento possibile, sulla soglia della felice risoluzione. Ho sempre pensato, indipendentemente dal Riccio, che un passo dalla piena realizzazione sia l’apice della perfezione – e che tutto quello che viene dopo tenda ad essere una fregatura. Renée, tutto sommato, non finisce male: è finalmente in pace con sé stessa e con i suoi fantasmi, è rasserenata e raddolcita, ha scoperto di essere capace di amare e ha in mano la promessa della felicità. Risparmiarsi la quotidiana realtà da Mme Ozu, la reazione del condominio, un drastico cambiamento di abitudini a cinquantaquattro anni – o qualunque altra forma di piccola meschinità dovesse seguire il Momento Perfetto non è poi così male, almeno in via teorica. Muriel Barbery regala a Renée la Portinaia la felicità incorrotta, la promessa senza la disillusione, la vigilia senza l’indomani, e non sono cattivi doni da fare a un personaggio.

Mi è piaciuto, allora? Sono disposta a dire che dopo tutto il libro mi è piaciuto più di quanto pensassi?

Temo di no.

Per quanto apprezzi l’impianto concettuale del finale, restano un paio di fatti che me lo inacidiscono alquanto. Per cominciare, il complesso da sorella morta della Portinaia, di cui leggiamo per la prima volta – e del tutto out of the blue – a pagina 280 o giù di lì. C’è il pianto liberatorio con la IDI, apprendiamo che le spinosità di Renée si devono alla morte della sorella sedotta e abbandonata, e la cosa sembra finire lì. Venticinque pagine più tardi, abbiamo un secondo pianto liberatorio, stavolta con Monsieur Ozu in un ristorante giapponese: apparentemente, quello con la IDI non era stata sufficiente. E può darsi che sia solo questione della mia conclamata durezza d’animo, ma questa catarsi a puntate per me non funziona. Finisce con l’annacquarsi, col non essere veramente significativa nessuna delle due volte – al punto che, dopo avere letto la versione sushi, sono tornata indietro a rivedere la versione IDI, perché mi pareva di essermi persa qualcosa. Di essermi persa la rilevanza dell’intera faccenda, ad essere sincera: questa motivazione da melodramma appiccicata sopra tutto questo lungo disquisire di arte, filosofia e camelie mi fa davvero un po’ l’impressione dei cavoli a merenda.

Poi c’è tutto questo repentino affratellamento con la IDI. Possibile che si siano ignorate per dodici anni e all’improvviso vadano da sospettoso vicendevole scrutinio al gemellaggio d’anime in un paio di settimane? Tanto che la Portinaia consideri la IDI una sorta di figlia spirituale e la IDI si senta sconvolta e trasformata dalla morte della Portinaia? Anche supponendo che simili epifanie possano accadere nella realtà (e lo ammetto in via puramente teorica e con un certo scetticismo), in un libro suonerebbero meglio se fossero preparate con qualche anticipo.

E infine, com’era penosamente ovvio fin dal principio, la IDI non si suicida affatto: ha trovato nell’amicizia con la Portinaia il buon motivo per vivere. Posso dire che l’avevo detto?

Quindi, insomma, l’ho letto. L’ho letto tutto, sono partita prevenuta e strada facendo non ho trovato gran motivi per cambiare opinione. E’ senz’altro un libro astuto, ma a parte questo trovo pochi meriti da riconoscere a Mme Barbery. LEdR è una miscela di luoghi comuni, arte&filosofia in pillole, captatio benevolentiae mascherata da tutt’altro e acidità sociale, il tutto confezionato con occhio decorativo e una punta di snobismo.

Evidentemente se si deve giudicare dal successo enorme, la ricetta funziona.

grillopensante · memories · teorie

Viaggio a Izu

Questa storia risale alla mia vita precedente, ma rimane indicativa del mio rapporto con la letteratura giapponese…

Ero stata invitata a “un evento teatrale in un giardino, una cosa che deve assolutamente tenersi al tramonto” e, incautamente**, avevo detto di sì. Ieri sera, trascinandomi appresso M., ci sono andata. M., dato il dettaglio del tramonto, temeva vagamente che ci saremmo ritrovati a dar retta a qualche matto che crede di vedere le fate… alla fin fine, non aveva proprio tutti i torti. A parte il fatto che solo in loco abbiamo scoperto che l’invito contemplava una quota di partecipazione di 10 euro a cranio, c’era una tizia, un’organizzatrice, che si comportava come una sacerdotessa di Apollo in procinto di officiare, e che ci ha sgridati più di una volta perché non eravamo disciplinati e ha ripreso molto severamente la gente che è arrivata in ritardo…

Alla fine (con mezz’ora di ritardo sull’ora prevista e, cosa che ha mandato fuori dai gangheri la piccola pizia, sul tramonto), ci hanno riuniti in un giardino, fatti sedere e ammoniti di starcene in religioso silenzio. Per terra c’erano una stuoia giapponese, uno sgabellino di legno e varie ciotole coperte. Dopo un po’, da quella che in un primo momento avevamo preso tutti per un oleandro tardivamente coperto per l’inverno, è saltato fuori un attore vestito più o meno da Giapponese il quale, dopo essersi piazzato sulla stuoia, ha cominciato a recitare un racconto giapponese, appunto. Come avevamo appreso dai fogli che ci erano stati distribuiti, si trattava di Viaggio a Izu.* Devo dire che l’attore era molto bravo, molto immedesimato e molto raffinato. Persino l’accento francese, pur nettissimo, non era affatto fastidioso. Solo che…

Confesso che avevo già cominciato ad allarmarmi quando avevo letto sul foglietto esplicativo che occorreva “dimenticare i ritmi del racconto occidentale”… Forse sarebbe stato più pertinente dire che occorreva dimenticare la nozione di ritmo affatto. Il racconto si è rivelato un’incredibile pezza non solo senza ritmo, ma senza trama, tutto uguale e pure banalotto. Suppongo che fosse delicatissimo e poetico e tutto quello che si può volere ma sinceramente, quando ho visto sull’orologio di M. che erano le nove e i personaggi erano ancora a Shimoda, mi è venuta una certa qual malinconia. Se il racconto si chiama Viaggio a Izu era segno che dovevano arrivare a Izu, e invece dopo un’ora erano soltanto a Shimoda, che non è Izu… poi ho afferrato che Izu non è una città, ma una regione che comprende Shimoda, per cui a Izu c’erano già, grazie al cielo… nondimeno c’è voluta un’altra mezz’oretta… e intanto faceva sempre più freschino e le zanzare e le pampogne volavano tutt’attorno… Enfin, per il sollievo generale, il protagonista è rimasto senza soldi e ha preso, sia pur tra mille patemi, la nave che doveva riportarlo a Tokio. Allora abbiamo applaudito tutti compuntamente, abbiamo rimesso in moto le membra intorpidite, ricacciato in sede le mandibole slogate nello sforzo di non sbadigliare…

Ci sarebbe stato anche il rinfresco, ma noi ce ne siamo venuti via digiuni perché ci pareva di esserci rinfrescati abbastanza.Tra parentesi, perché mai fosse così indispensabile tenere tutto l’ambaradan proprio al tramonto non è stato chiaro per nessuno. Il commento di M., appena fuori portata uditiva del resto della comitiva, è stato che uno di questi giorni mi strangolerà lentamente…
Comunque è stato istruttivo, su un duplice fronte: da un lato, è evidente che l’eccesso di rarefazione, poesia e delicatezza è soporifero, specie se dilatato oltre ragionevolezza; dall’altro, catch me again ad accettare certi inviti senza informarmi minutamente sul come, il cosa e il perché!!
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* Nel frattempo ho scoperto che si tratta di un racconto di Yasunari Kawabata. All’epoca, evidentemente, ero troppo esulcerata per preoccuparmi di annotare chi fosse l’autore.
** Nella mia vita precedente usavo un sacco di avverbi.

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grillopensante

Il Giappone e io

220px-Great_Wave_off_Kanagawa2.jpg“Ma non ti piace il Giappone?” chiede I., che sta seguendo il mio diario di lettura per L’Eleganza del Riccio.

Allora, chiariamo: ci sono aspetti della cultura giapponese che m’incantano. Per lo più si tratta di aspetti visivi e di mores, come la pittura del periodo Edo, il modo di accostare i colori e le consistenze, la cerimonia del tè, anche nelle sue forme più semplici, la grazia delle giapponesi (la mia compagna di corso M., a Londra, mi chiamava Claire-San e c’è un’adorabile anziana signora in kimono che vedo all’opera a Vienna, e ogni volta mi sorride perché anni fa le ho raccolto la busta degli occhiali che le era caduta per terra), le infinite sfumature dei suffissi di cortesia, il modo in cui imparano a disegnare, i giardini (anche se non vorrei un giardino giapponese), la ferrea solennità dei ritratti degli ammiragli, l’ikebana, l’origami e tutte queste combinazioni di grazia e precisione…

Narrativamente parlando, però, sono un animale occidentale fino al midollo. In una storia ho bisogno – e intendo proprio bisogno – di uno o più archi che conducano da un punto A a un punto B attraverso un concaternarsi logico di cause ed effetti, di azioni e conseguenze e, tra A e B, qualcosa deve essere cambiato (o, se non è cambiato, qualcuno deve pagare il prezzo del mancato cambiamento). La storia che manca di tutto ciò, per me, non è una storia.

E sia chiaro: questa è una preferenza del tutto personale, ma non trovo piena soddisfazione nell’accostamento un po’ vagabondo di elementi pur pieni di poesia e di grazia, nell’inserimento qua e là di elementi squisiti che però non conducono la storia da nessuna parte, nei ritmi dilatatissimi e laschi – anzi, diciamolo: nell’assenza di ritmo narrativo come lo intende l’Occidente.

Una scrittura del genere non mi soddisfa indipendentemente dall’origine: non è che non mi piaccia perché è giapponese, ma queste caratteristiche che compaiono in tanta narrativa e cinematografia giapponese me ne rendono difficile la digestione.

Tutto qui.    

 

grilloleggente

Pag. 198

Tra le prove tutte le sere e l’opera a Zurigo, non ho avuto molto tempo, ma tant’è: pag. 198.

E così Monsieur Ozu è arrivato, e non solo è proprio il regista*, ma essendo un artista giapponese (e non un Occidentale ottuso) ha sgamato Renée al primo colpo. Però, essendo un Giapponese delicato e gentile (e non un villanzone occidentale) ha aspettato qualche giorno prima di sgamarla ancora di più* e invitarla a cena.

A cena, sì. E allora abbiamo assistito a una trasformazione à la Cenerentola, con Manuela (la domestica portoghese, ricordate?) nelle vesti di fata madrina. Come sia andata la cena, ancora non lo so, perché Renée, sulla soglia dell’appartamento di Monsieur Ozu, si è bloccata in estatica contemplazione della copia di una natura morta fiamminga, e questo ha dato la stura a una serie di considerazioni teoriche sull’Arte che Mme. Barbery cerca di contrabbandare come un rallentamento del ritmo narrativo a fini di suspence.

In realtà, Mme Barbery sta tentando di contrabbandare un sacco di cose, a questo punto. Il fatto che proprio Monsieur Ozu venga ad abitare proprio al n° 7 di Rue de Grenelle mi sta anche bene, perché è il genere di straordinario incidente per cui esiste la sospensione dell’incredulità. Che anche lui sia un cultore di Tolstoj, che il gatto Lev compaia proprio al momento giusto, che un’inquilina sia lì per fare proprio la domanda che dà a Renée l’occasione di tradirsi con l’incipit di Anna Karenina, che la prima cosa che si vede aprendo la porta sia una natura morta – genere che Renée ama alla follia, anche se non l’abbiamo mai saputo prima di adesso – be’ tutto questo comincia a sembrarmi un po’ tanto da ingoiare. La mia incredulità comincia a sentirsi precariamente sospesa, e potrebbe franarmi in testa da un momento all’altro.

E poi, naturalmente, c’è l’Insopportabile Dodicenne Innominata. Avete notato che è stata promossa da Dodicenne Innominata a Insopportabile Dodicenne Innominata? Ecco, naturalmente la IDI ha fatto subito amicizia con M. Ozu, il quale, altrettanto naturalmente, l’ha invitata (sola tra i condomini) a prendere il tè insieme alla sua migliore amica, è affascinato dalla sua conversazione e la mette a parte delle sue elucubrazioni sulla Portinaia. Ora, vediamo un po’, risalendo in senso inverso (e saltando la conversazione). La Portinaia, prima di Ozu, la IDI l’aveva nominata una volta per sbaglio. All’improvviso, scopriamo che ci ha fatto su dei pensieri, che le ha visto un libro di filosofia nella borsa della spesa, che la sospetta di non essere quello che vuole sembrare, che la crede dotata dell’eponima eleganza del riccio. A little abrupt. Ma credo che mi si voglia indurre a pensare che la IDI fiorisce sotto la benefica e benevola influenza di M. Ozu, perché altrettanto all’improvviso scopriamo che la IDI ha, dopo tutto, una migliore amica. Stupiti, vero? Dopo essersi atteggiata ad asociale completamente isolata per metà abbondante del libro, la cara ragazzina c’informa dell’esistenza di Marguerite, la sua migliore amica da due anni, mezza francese e mezza nigeriana, “dal punto di vista concettuale e logico non un fulmine”, ma allegra, bella e dalla battuta sempre pronta.

Non so ancora se Marguerite conterà un granché nell’economia generale del romanzo; per adesso sospetto che sia solo parte dell’arredamento. Voglio dire: Monsieur Ozu, lo si è detto, è giapponese, come pure la sua adorabile nipotina Yoko; Marguerite è per metà nigeriana; Paul N’Guyen, il giovane, capace e bel segretario di M. Ozu, è per metà vietnamita**, la domestica Manuela è portoghese, e questi sono (con le note eccezioni della Portinaia e della IDI), i soli personaggi del romanzo provvisti di finezza d’animo, freschezza vitale e bontà di cuore. Capita l’antifona?

Insomma, mi sembra di annaspare vieppiù tra luoghi comuni, luoghi comuni e altri luoghi comuni che né il finto rude candore dell’autodidatta, né la supponenza finto-ingenua dell’infanzia superdotata, né la robusta dose di affettazioni multiculturaliste riescono a rendere meno comuni. E dire che Renée mi piaceva, all’inizio… ma credo di averlo già detto altrove: sebbene mi piaccia essere condotta a spasso per molte pagine, mi aspetto di essere condotta a spasso con garbo, sottigliezza e rispetto, grazie.

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* Se a qualcuno interessasse, Renée si è tradita citando Tolstoj, del che ha dato la colpa a un caso lampante d’insaputo freudiano.

** Renée riconosce alla metà europea di N’Guyen i seguenti meriti: alta statura, zigomi slavi, occhi chiari. Le qualità spirituali sono tutte vietnamite. D’altra parte, nemmeno la mamma del giovanotto è francese, ma bielorussa: chissà se un Bielorusso conta come un Occidentale?

*ETA: Argh! Ennò, no, no! M. Ozu non è il regista, dopo tutto. E’, pensate un po’, un lontano cugino!! Arrossisco fino alla radice dei capelli… potrei dire che sono stata indotta a crederlo, potrei dire molte cose, ma il fatto è che non ho prestato attenzione. Quindi sono qui che pontifico e poi mi lascio sfuggire i dettagli. A riprova della mia buona fede, tuttavia, invece di emendare il post alla chetichella per nascondere la mia storditaggine, ammetto tutto pubblicamente. Deducetene quello che volete: o, per quanto mi sforzi, proprio non riesco a lasciarmi prendere a sufficienza da questo libro, oppure la mia non è un’analisi affidabile. Your choice, a questo punto.

grillopensante

Storie nelle Storie

Siccome ieri sera sono andata a vedere e sentire (ho sempre difficoltà a scegliere il verbo giusto per l’opera) Thomas Hampson che cantava l’Evgeni Onegin di Tchaikovskij, si discuteva se si tratti o meno di una storia di presunzione punita.

Sì, naturalmente, perché Evgeni – per ennui o poco meglio – rifiuta con supponenza l’amore della giovane e ingenua Tatjana quando la conosce in campagna, ma poi, ritrovandola maturata, raffinata e principessa a Mosca, è lui a innamorarsi e lei a rifiutarlo. Evgeni capisce troppo tardi che sono proprio le qualità della ragazzina di campagna a fargli amare la principessa, ma lei adesso è la moglie leale di un altro uomo. Per cui sì: lui si credeva molto dappiù, ed è punito con perfetto contrappasso.

“Ma come, non è una storia d’amore, allora?”

Ecco, è questo il punto. l’Onegin è anche una storia d’amore, anzi, più d’una considerando anche Olga e Lenskij; ed è anche una storia di amicizia (Evgeni e Lenskij), di rimorso, di peso delle convenzioni sociali, di rinuncia, di maturazione, di occasioni perdute…

Le buone storie tendono a non essere mai storie di una cosa sola. La complessità che fa di una storia un piccolo mondo nasce dalla stratificazione di temi diversi e correlati, dall’incrociarsi e ostacolarsi (più o meno volontario) degli scopi contrastanti di diversi personaggi, e dal modo in cui ciascun aspetto illumina o modifica parzialmente gli altri.

Il povero Lenskij è un poeta e sogna un idillio campagnolo con Olga, la sorella allegra di Tatjana. Nel primo atto Evgeni non sa troppo bene che cosa vuole, ma la sua annoiata vaghezza di propositi finirà per scontrarsi tragicamente con il sogno di Lenskij. Tatjana, considerata una specie d’intellettuale da amici e vicini, appare ad Evgeni come il prototipo della piccola provinciale cresciuta a romanzi. Il fatto che Evgeni incarni l’uomo ideale che Tatjana ha atteso e sognato rende ancora più amaro il gelido rifiuto di lui… E via dicendo, in un continuo intersecarsi di prospettive. Ed è questo che fa dell’Onegin una buona, soddisfacente, ricca e commovente storia.

Non tutte le storie complesse sono necessariamente belle, ma di sicuro una storia di cui, alla domanda “di che cosa parla?” si può rispondere con una parola soltanto, faticherà molto di più a catturare il cuore del lettore – e a tenerlo prigioniero.