libri, libri e libri · Spigolando nella rete

Settimana Internazionale del Libro Elettronico

Ci crediate o no, questa (7-13 marzo) è la International Read an E-Book Week.

Senza Errori di Stumpa partecipa segnalando dal Progetto Manuzio:

Come le Foglie, di Giuseppe Giacosa: amaro dramma in quattro atti su ciò che dissolve le famiglie e ciò che le tiene insieme.

Le deliziose Poesie di Giuseppe Giusti, piccole satire ottocentesche, tra cui Sant’Ambrogio e L’Amor Pacifico.

Ancora poesie, con Guido Gozzano: farfalle, salotti, viaggi in India… (scorrere fino in fondo alla pagina).

L’istruttivo Breviario dei Politici del Cardinal Giulio Mazzarino (per una volta, non fidatevi di Dumas: Sua Eminenza era una testa fina!)

e, per restare in tema e in periodo, le Memorie del Cardinale di Retz, quel Monsignor de Gondi che di Mazzarino fu nemico.

E poi la (bizzarra, lo ammetto) raccolta italiana del Project Gutenberg, buona per scoprire autori che non avete mai nemmeno sentito nominare, abbastanza divertente anche solo da scorrere.

Buona lettura!

 

 

 

 

considerazioni sparse

Festa della Donna

charlotte-bronte-image.jpgFrancamente non l’ho mai festeggiata granché: non sono una femminista, e non ho nessunissima obiezione quando un uomo mi cede il passo alla porta.

Ciò detto, per l’occasione, piccola storia letteraria al femminile.

La promessa della famiglia Bronte non era Charlotte né Emily, e tantomeno Anne. La promessa era l’unico figlio maschio Branwell, il ragazzo brillante, pieno di fascino e di talento, che studiava pittura e pubblicava le sue poesie sulle riviste. Poi andò a finire che Branwell non combinò mai nulla di buono e morì alcolizzato, mentre le sue sorelle diventavano l’astro del mondo letterario inglese. Scandaloso astro: dapprima pubblicarono sotto gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell, scelti con cura per sembrare nomi maschili, ma non troppo. Le nostre ragazze avevano l’impressione che gli editori avrebbero più facilmente preso sul serio degli aspiranti scrittori, ma non volevano nemmeno spacciarsi completamente per uomini… Victorian feminine delicacy. Solo che i loro romanzi erano così potenti, così audaci e così originali che persino i supposti “Fratelli Bell” furono accusati di grossolanità. C’era talento, dicevano i critici, ma rozzo. S’intuiva benissimo l’opera di tre autodidatti di poca educazione, tre giovanotti dalla fantasia spontanea e priva di finezza, con una volgare propensione ad occuparsi degli aspetti più sgradevoli dell’umana natura…  E invece erano le tre figlie zitelle del Reverendo Bronte. Venne il momento in cui, nonostante la feroce resistenza di Emily, l’anonimato andò a farsi benedire, e la notizia della vera identità di Currer, Ellis e Acton Bell sollevò nuovo scalpore: come potevano tre giovani signore scrivere così poco fini? Poi, in realtà, soltanto Charlotte fece in tempo a diventare davvero famosa da viva, ma era brutta, timida e non vestiva alla moda. Insomma, visto che non era un uomo, Charlotte avrebbe potuto almeno essere una romanziera tutta glamour. Forse al pubblico sarebbe piaciuto sapere che Charlotte aveva rifiutato il corteggiamento del suo giovane e bell’editore George Smith perché era innamorata di un uomo sposato in Belgio… ma Miss Bronte teneva i suoi segreti per sé, e se ne stava nelle sue brughiere, e non faceva nulla per essere alla moda.

Insomma, eccola qui, la nostra eroina: una scrittrice di genio, tosta in una maniera quieta e tutta sua, tanto indipendente quanto poteva esserlo una donna della sua epoca, appassionata senza scandali (a mimosa.jpgparte quelli letterari…), determinata nel perseguire i suoi sogni a dispetto degl’impedimenti posti dal suo sesso, dalla sua condizione sociale e dall’isolamento geografico. Niente rivendicazioni, niente sguaiatezze, niente trasgressioni: solo una donna che ha lasciato il segno con i suoi libri, a forza di talento, perseveranza, disciplina e passione. Non è un bel modello femminile, per un 8 marzo?

Oggi Tecnica

Randy Ingermanson: Intrigo Internazionale

Ultimo appuntamento (per ora) con Randy e le sue analisi in Tre Atti e Tre Disastri. Stavolta si parla di Hitchcock, e si scopre, per esempio, che il titolo originale di Intrigo Internazionale è North by Northwest

Trama e struttura di Intrigo Internazionale

Intrigo Internazionale è generalmente considerato uno dei migliori film di Hitchcock. Proviamo ad analizzarlo con la Struttura in Tre Atti e la Struttura in Tre Disastri.

Nel PRIMO ATTO, il pezzo grosso pubblicitario Roger Thornhill (Cary Grant) viene rapito dai malvagi, che lo hanno scambiato per Roger Kaplan, il funzionario governativo che sta cercando di spedire a processo il Malvagio n° 1, Phillip Van Damm. Thornhill riesce a scappare, ma quando la polizia non crede alla sua storia, decide di fare qualche ricerca su Kaplan, cosa che lo conduce al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, per incontrare un certo funzionario ONU d’alto rango.

Ecco il DISASTRO n° 1: i malvagi uccidono il funzionario ONU in modo da far sembrare che sia stato Thornhill, il quale adesso deve sfuggire non solo ai malvagi, ma anche alla polizia. Questo evento genera il resto del film, perché a questo punto Thornhill può solo consegnarsi (lasciandoci senza storia) oppure scappare. Naturalmente, Thornhill scappa.

Nella prima metà del SECONDO ATTO, Thornhill prende il treno per Chicago, dove vuole cercare il misterioso George Kaplan. Quello che non sa è che non c’è nessun Kaplan, ma solo un’identità fasulla creata dai Federali che danno la caccia all’arcimalvagio Mr. Van Damm. Sul treno Thornhill incontra e seduce una bellissima ragazza bionda, Eve Kendall. Ora, quando scopriamo che la signorina Kendall è in lega con Van Damm, siamo tentati di assumere che questo sia il secondo disastro, ma non è così: non può costituire un disastro fino a quando Thornhill non lo scopre, e a questo punto lui non lo sa ancora. Tanto che, quando arrivano a Chicago, la Kendall lo spedisce in una strada di campagna deserta, per “incontrare George Kaplan”.

Il SECONDO DISASTRO arriva finalmente quando Thornhill viene attaccato da uno di quegli aerei che spargono il fertilizzante. Mentre l’aereo passa e ripassa bassissimo sopra la sua testa, è chiaro che Thornhill ha capito che la Kendall lo ha cacciato in una trappola mortale. Questo è il disastro.

Nella seconda metà del SECONDO ATTO, Thornhill torna a Chicago e scova Eve Kendall. Lei gli sfugge, ma lui la ritrova a un’asta, insieme al malvagio Van Damm, e a questo punto tutte le carte sono in tavola. I malvagi circondano Thornhill, che si salva facendosi arrestare dalla polizia. Quella di gettarsi in braccio alla polizia di Chicago è la classica mossa disperata, che però produce un effetto del tutto indesiderato quando i poliziotti consegnano il loro prigioniero al Professore, l’ufficiale federale che comanda l’operazione contro Van Damm. Il Professore cerca di reclutare Thornhill, che però non è interessato ad aiutare i Federali. O almeno, non lo è fino a quando…

Nel DISASTRO n° 3, il Professore rivela a Thornhill la verità: Eve Kendall è in realtà l’agente che il Governo è riuscito a infiltrare nell’organizzazione di Van Damm, e che adesso si trova in terribile pericolo, perché Van Damm sospetta di lei a causa delle azioni di Thornhill. Il nostro eroe è costretto a decidere: se lascia perdere, non c’è più storia; se decide di cooperare con i Federali, ecco che si tuffa nel Terzo Atto. E Thornhill si tuffa.

Nel TERZO ATTO, Thornhill affronta Vand Damm e Eve Kendall in un ristorante vicino al Monte Rushmore. La Kendall spara a Thornhill e scappa con Van Damm in una casa isolata in montagna. Thornhill viene portato via in ambulanza, e solo allora scopriamo che era tutta una messinscena: la pistola era caricata a salve, Thornhill sta benone e Eve Kendall, avendo riguadagnato la fiducia di Van Damm, è libera di completare la sua missione. Ma Thornhill si rifiuta di starsene a guardare, e segue Van Damm e la Kendall fin nel nascondiglio, dove scopre che il malvagio ha subodorato l’inganno della fanciulla, e ha tutta l’intenzione di ucciderla. Ma Thornhill interviene e salva Eve: il bene trionfa, i malvagi si esibiscono in pittoreschi tuffi giù dal Monte Rushmore, e tutti vivono felici e contenti.

Come al solito, i DISASTRI n° 1 e 3 servono come snodi cruciali tra i vari atti, mentre il DISASTRO n° 2 serve a sostenere la tensione e impedire che il Secondo Atto si afflosci nel mezzo. Intrigo Internazionale è una storia ben strutturata e ben raccontata. Hitchcock, con buon senso, ha piazzato il suo solito cammeo nella primissima scena, mantenendo la sua tradizione personale senza rischiare d’interrompere il flusso della storia distraendo il pubblico con la sua apparizione: nella prima scena, quando la storia non è ancora cominciata, non c’è ancora nessun flusso da interrompere, giusto?

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Blurb: Randy Ingermanson, romanziere pluripremiato, “Quello del Fiocco di Neve”, pubblica mensilmente The Advanced Fiction Writing E-zine per più di 19,000 lettori. Per imparare mestiere e marketing della narrativa, catturare l’occhio degli editor, e divertirsi facendo tutto ciò, visitate http://www.AdvancedFictionWriting.com.

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grillopensante · pennivendolerie · Somnium Hannibalis

Didattica – Teatro 0-0

L’ennesima richiesta richiesta di modifiche al testo da parte degli Histriones è degenerata in weekend (lungo) di massiccia riscrittura. Confesso di avere dormito assai poco, da giovedì a questa parte.

E’ andata a finire che ci eravamo lasciati con una pièce funzionale, molto didattica e rigorosamente cronologica, e la notte scorsa alle quattro meno venti ho spedito alla compagnia un testo alquanto modificato: niente più elefanti, niente più Alpi, niente più Capua, niente più Taranto, niente più veterani numidi e colonne d’oro… Il tutto asciugato a una domanda (perché Annibale non ha preso Roma dopo la battaglia di Canne?) e a una risposta che non è storica, ma è poetica.

Stasera, alle prove, sono arrivata in ritardo apposta, e ho trovato gli Histriones schierati attorno al tavolo, che rimuginavano sul testo nuovo e, palesemente, nutrivano propositi omicidi. Be’, la regista no: la regista è entusiasta. Dice che adesso è teatro. Il committente (sì, c’è un committente) non è felice. Dice che sarà anche teatro, ma non è più un’esperienza didattica. Gli attori sono divisi: per lo più preferiscono la stesura nuova, ma mi odiano un pochino perché credevano di dover studiare qualche modifica, non un testo nuovo…

Ora, io so benissimo che il committente ha ragione. Il progetto contemplava fin dal principio una fruizione scolastica, e quindi richiedeva una narrazione della storia di Annibale che fosse cronologica e di facile comprensione. Lo so bene, e lo sapevo anche mentre scrivevo la mia nuova stesura. Lo sapevo al punto che, negli intervalli ho anche preparato le modifiche che mi erano state richieste sulla versione vecchia.

Diciamocelo: la stesura nuova è stata una piccola follia, fatta perché è più bella, perché è come l’avrei voluta dall’inizio. E fatta anche per dimostrare che non era colpa mia se la versione originaria suonava come una versione dal Latino. Se in quaranta minuti devo comprimere una dozzina di scene cum voce narrante, è ovvio che non posso ambire a vette di profondità e scavo psicologico, ma non mi sentivo molto creduta. E allora ho fatto questa cosa con meno scene, meno gente, meno proiezioni alle spalle, meno orpelli in generale, e più Annibale.

Ora non so come andrà a finire: ci siamo lasciati discutendo, e il committente deve interpellare altra gente coinvolta nel progetto, e comunque c’è sempre la versione modificata. Però… Suono molto perfida se dico che sono contenta di avere scritto la nuova stesura, di avere gettato nel panico la compagnia e il committente? Forse non se ne farà nulla, ma ho visto molte occhiate concupiscenti piovere sulla mia stesura scritta di notte. Quella non didattica, quella teatrale. Quella bella.

 

scrittura

Ciascuno le sue

Tips-for-writers-001.jpgLo so che è in Inglese, ma è talmente brillante che vale la pena di leggerlo persino con qualche traduttore automatico, semmai…

Sto parlando di questo fantastico articolo apparso su The Guardian, in cui vari scrittori, gente del calibro di Margaret Atwood, Roddy Doyle, Neil Gaiman e P.D. James, rimuginano su quali siano i segreti della buona e/o felice scrittura.

Il punto principale sembra essere per tutti: scrivere, scrivere, scrivere! Ma c’è davvero un po’ di tutto, e non si può dubitare che sia gente che sa quel che dice.

Buona lettura.

Oggi Tecnica

Randy Ingermanson: Il Mercante di Venezia II

Riecco Randy, con la seconda parte dell’analisi de Il Mercante di Venezia, completa di considerazioni su Shakespeare, l’antisemitismo e l’arte. [La prima parte è qui]

Il Mercante di Venezia (Parte II)

Shylock.jpgNella seconda metà del Secondo Atto, Bassanio se n’è andato a corteggiare la sua Porzia, e ha successo! Nel frattempo, a Venezia, i termini del prestito scadono e Antonio non è in grado di ripagare Shylock, che quindi chiede di riscuotere la libbra di carne pattuita e si rivolge al Doge per avere giustizia. Quando Shylock sostiene che un annullamento dell’accordo violerebbe la legge su cui si fonda la prosperità di Venezia, il Doge accetta di deliberare sul caso. Intanto, il neo-sposo Bassanio, viene a sapere in che razza di pericolo mortale si trova Antonio, e si affretta a tornare a Venezia con 6000 ducati (di Porzia) per riscattare il prestito del suo amico.

Il DISASTRO n° 3 si produce al processo, quando Bassanio offre a Shylock 6000 ducati – il doppio dell’ammontare del prestito – e Shylock li rifiuta, insistendo che è suo diritto riscuotere la garanzia in natura, ed è questo che avrà: una libbra di carne tagliata dal petto di Antonio. Anche questo disastro è assolutamente critico per la storia: se Shylock accettasse il pagamento, e Antonio si salvasse così facilmente, non solo la storia finirebbe qui, ma anche tutto quello che è successo prima perderebbe di significato. E’ la decisione di Shylock a creare il Terzo Atto: senza di essa, la storia perderebbe tutto il suo interesse.

Nel Terzo Atto, la bella Porzia arriva al processo travestita da giovane avvocato, e assume la difesa di Antonio. Si discute il caso, e Porzia sbalordisce il Doge affermando tranquillamente che la legge è chiara: a Shylock spetta la sua libbra di carne. Ma quando Shylock sfodera il pugnale e si prepara a riscuotere, Porzia gli fa notare che il suo credito ammonta a una libbra di carne e nulla di più: non può prendere nemmeno una goccia di sangue. Shylock perde la causa, ed è condannato a sborsare metà del suo patrimonio. (Poi c’è un buffo epilogo in cui Bassanio ritorna a Porzia senza fede nuziale…)

La storia è perfettamente strutturata in tre atti, con tre disastri equidistanti tra loro, secondo il punto di vista di Bassanio. Come abbiamo visto, Bassanio è il protagonista nominale, ma devo dire che le mie simpatie, più che a lui o ad Antonio, vanno a Shylock. Antonio non perde occasione di comportarsi crudelmente con Shylock, se non quando vuole da lui denaro o misericordia, e non ha nessuna ragione per la sua crudeltà, se non un odio nei confronti dell’Ebreo. Anche Shylock è crudele con Antonio, quando preferisce la libbra di carne al riscatto del prestito, ma ha un motivo ben definito: cerca vendetta per come è stato trattato. Tra i due, Shylock è l’uomo migliore.

Il Mercante di Venezia ha generato un dibattito infinito: Shakespeare intendeva ritrarre gli Ebrei come inferiori e bestiali, facendo di Shylock un esempio archetipico dell’usuraio ebreo assetato di sangue, o voleva denunciare l’antisemitismo del suo tempo mostrandolo in tutta la sua deumanizzante ignominia?

Io sospetto che Shakespeare abbia lavorato un po’ in entrambe le direzioni. Da una parte mostra Shylock come un essere umano vero e complesso, insultato dall’antisemitismo, ingannato dalla figlia, fatto oggetto di sputi, insulti e furti. Questa è una denuncia. D’altro canto, però, Shakespeare caratterizza Shylock sopra le righe, caricando lo stereotipo del “perfido Ebreo” con la pretesa di riscuotere la libbra di carne. Per di più, la struttura della trama chiaramente ha il suo eroe in Bassanio, perché tutti i punti di svolta, che dividono ordinatamente la storia in quattro quarti pressoché equivalenti, sono individuati dal suo punto di vista. Se cerchiamo i punti di svolta che costituiscono i disastri dal punto di vista di Shylock, la suddivisione è molto meno netta e regolare. Da un punto di vista strutturale, non c’è modo di definire Shylock l’eroe di questa storia.

E allora, Shakespeare era antisemita? Io credo di no. Secondo me, le parole sull’umanità degli Ebrei messe in bocca a Shylock sono quelle di un anti-antisemita. Forse fare di Bassanio l’eroe del dramma era una sottile ironia, calcolata per non essere colta dalle masse – e mettere Shakespeare al riparo da reazioni inconsulte delle masse stesse.

Potrei obiettare a me stesso che Shakespeare è stato fin troppo sottile con la sua ironia, tanto che ancora oggi, nel mondo anglosassone, si definisce “shylock” un usuraio assetato di sangue, e non è certo un complimento. Il mio spirito umanitario dice che Shakespeare avrebbe dovuto essere più aperto e coerente nella sua denuncia, ma il mio spirito di narratore dice che, se lo fosse stato, non avrebbe avuto nulla da raccontare, perché tutta la trama dipende da quel DISASTRO n° 3 in cui Shylock rifiuta di essere clemente e pretende l’applicazione della legge.

 Insomma, Shakespeare aveva bisogno di un compromesso per far passare il suo messaggio: “Se ci ferite, non sanguiniamo forse?” Non è che il compromesso mi piaccia, ma da un punto di vista puramente narrativo, non vedo come avrebbe potuto evitarlo.

Se non altro, non è responsabile per quelle povere ragazze a seno nudo nella gelida notte veneziana!

 

Somnium Hannibalis

Ma l’Autore No

Prove con gli Histriones, ieri sera.

Da un lato, è meraviglioso. Avevo dimenticato come fosse questa fase in cui si discute dell’intonazione, dello spessore, del colore di ogni parola, della melodia di ogni arco, e le frasi prendono vita, prendono forma, prendono consistenza: germogliano. E vederlo succedere a qualcosa che io ho scritto è del tutto elettrizzante.

D’altra parte, però… Mi viene spontaneo, qualche volta, dire che no, che Annibale e Antioco non sono affatto amici, anzi. Antioco, forse, lo avrebbe voluto all’inizio, perché ammirava enormemente Annibale, ma poi si è accorto che l’altro voleva usarlo, e allora ogni incontro fra i due è diventato una partita d’astuzia e di crudeltà, e tanto più adesso che Antioco teme di sentirsi chiedere dai Romani la consegna di Annibale…

E la regista dice di no. Dice che la riduzione è un’altra cosa rispetto al libro. Dice che nell’economia della riduzione il legame fra questi due uomini deve essere diverso, una specie di amicizia distaccata e riluttante, se proprio voglio, ma qualcosa di simile all’amicizia.

E lo so che una volta che è scritta e pubblicata, ogni singola parola cessa di essere mia, e che gli Histriones fanno il loro mestiere nell’interpretare il Somnium, nel darne una lettura scenica, dinamica… Lo so bene, tante grazie. Però mi pare che sarebbe tutto più facile se lo facessero da qualche altra parte, non so, a San Giovanni in Persiceto, completamente fuori dal mio controllo. Perché, a differenza di quegli autori che sono placidamente defunti da qualche secolo, la sottoscritta è viva e vegeta, e fatica molto ad adottare il debito distacco.

Io conosco le motivazioni di Annibale, di Antioco, di Himilce, di Maarbale… e che diamine: li ho scritti io! So come pensano, so che voce hanno, so su cosa è verosimile che facciano dell’ironia e che cosa invece prendono maledettamente sul serio. Solo che non sono la regista. E quindi, pur avendo facoltà di dare suggerimenti, non devo aspettarmi che vengano raccolti. E se so, razionalmente, che è giusto così, se sono affascinata dal modo in cui le mie parole (o almeno, le parole che io ho scritto) prendono direzioni inaspettate, comincio però a credere che sarà dannatamente dura restarmene seduta a guardare mentre lo fanno.

Avevo allegramente detto di aspettarmi una sfida stimolante… Credo che non sarò delusa – ma si direbbe che sfida sia la parola operativa, qui.

grillopensante · scrittura

Cambiamento Irreversibile

Holly, la mia writing teacher americana, dice che a dare spessore al conflitto e alle motivazioni dei personaggi è il cambiamento irreversibile.

Per capirci, supponiamo che Janey si faccia inavvedutamente tingere i capelli di rosa shocking: tutti (lei compresa) trovano che stia malissimo, e lei è molto angosciata dalla faccenda, la sua migliore amica la prende in giro, il suo ragazzo le dice ripetutamente quanto poco le doni quel colore… Sì, il conflitto c’è, ma poi i capelli crescono, Janey se li taglia molto corti, trova che il nuovo stile le doni assai, fa pace con l’amica del cuore e con il ragazzo… fine. Non precisamente una storia di spessore, giusto?

Supponiamo, tuttavia, che il meschinissimo datore di lavoro di Janey colga il pretesto dei capelli rosa per licenziarla (diciamo che J. lavorasse per un’impresa di pompe funebri: il rosa shocking è singolarmente indatatto, giusto?), che l’amica del cuore la prenda in giro piuttosto crudelmente davanti a tutti, che il litigio con il ragazzo si faccia drastico… Dopo averci pianto sopra ed essersi commiserata un po’, Janey decide che forse aveva sbagliato tutto fin dapprincipio: con la supposta amica c’era in realtà solo un legame superficiale, e a pensarci bene, il ragazzo non aveva mai tollerato troppo che lei facesse alcunché senza la sua approvazione. E il lavoro… era sicuro, era tranquillo, ma era veramente quello che voleva? E da qui si apre ogni genere di possibilità: Janey, con i suoi capelli rosa, potrebbe fare la cameriera in un pub intanto che cerca un lavoro di suo gusto, potrebbe decidere di lasciare definitivamente il ragazzo prepotente che pure ama molto*, potrebbe trovare il coraggio d’inseguire i suoi sogni, fare un provino per un musical, fare della gavetta, trovare le amicizie e l’amore della vita… D’accordo, nemmeno questo vincerà il Nobel per la letteratura, ma di sicuro il conflitto è un po’ più consistente, giusto?

E il punto è che nel primo caso sapevamo tutti (e Molly per prima) che i capelli rosa sarebbero stati un problema transitorio; mentre nel secondo caso i capelli rosa sono altrettanto transitori, ma scatenano una serie di effetti irreversibili: il licenziamento, la rottura con l’amica, il rivelarsi della vera natura del giovanotto… Molly non può tornare indietro, e quindi il modo in cui va avanti diventa all’improvviso molto più interessante.

Poi non è così semplice, in realtà.

In Via col Vento, la Guerra di Secessione sconvolge il mondo di Rossella. Però, mentre tutto le frana attorno, lei si rifiuta di accettare l’irreversibilità del cambiamento: vuole ricostruire Tara com’era prima, continua a credere che Ashley finirà con l’amarla, in pieno bombardamento di Atlanta vuole soltanto tornare a casa, passa allegramente sopra due successive vedovanze e tre maternità, si affanna per recuperare la sua vita agiata e felice…  Il punto del conflitto è proprio questo: Rossella vs. i cambiamenti irreversibili. Nemmeno si accorge di cambiare (e in parte maturare, ma non molto) a sua volta, tanto è occupata a rivolere tutto com’era prima.

Per contro, in Lord Jim, nessuno sembra considerare irreversibile il guaio di Jim, tranne lui. Sì, è vero, la sua patente di ufficiale mercantile è perduta dopo l’incidente del Patna, ma forse si sarebbe potuto evitare anche quello, se solo si fosse difeso affermando di avere obbedito agli ordini. Tuttavia, a Jim importa meno della patente che della macchia indelebile sulla considerazione che ha di se stesso, ed è da quella macchia che scapperà per tutta la sua vita, sempre nella direzione più sbagliata possibile, finendo col perdere rovinosamente anche la redenzione che pure si è procurato. E’ Jim a considerare irreversibile il cambiamento, e a bruciare dietro di sé, uno dopo l’altro, ponti che sarebbero ancora perfettamente utilizzabili.

E in generale, la letteratura è piena di gente che cerca di riportare le cose com’erano, di recuperare quello che ha perduto: le loro storie ci toccano e ci coinvolgono di più se non è possibile. E allora, o i nostri eroi riescono a ottenere qualcosa d’altro, e abbiamo un lieto fine; oppure non ci riescono. Oppure ancora muoiono nel riuscirci: come Maggie e suo fratello Tom che, nel Mulino sulla Floss, superano l’astio che li aveva divisi solo sul punto di morire insieme.

E quindi, forse, qualificherei l’affermazione: a dare spessore al conflitto (e di conseguenza alle storie) può essere sì il cambiamento irreversibile, ma anche la tensione fra il cambiamento irreversibile e la volontà dei personaggi di recuperare ciò che il cambiamento irreversibile ha spezzato.

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* Bisogna assolutamente che lo ami, e possibilmente che lui abbia anche delle buone qualità che rendano difficile lasciarlo, sennò dov’è il conflitto? Nella peggiore delle ipotesi, può avere plagiato Janey, o può avere il modo di ricattarla… Oh, dear. Sto degenerando in direzioni vieppiù d’appendice, vero? Questo esempio dei capelli rosa non mi fa bene.