angurie

Pesca e Pesche

CompleatAnglerThorpeOggi facciamo (in ritardissimo) qualcosa di lievemente eccentrico e diverso dal consueto.

Sia il ritardo che l’eccentricità che l’argomento hanno… well, diciamo che hanno ragioni.

In primo luogo, vi ricordate di Izaak Walton e The Compleat Angler – il Perfetto Pescatore? Ecco, qui c’è un video che mostra le illustrazioni di una vecchia edizione. Sono affascinata… non tanto dall’idea che nel 1911 si pubblicasse ancora un manuale di pesca seicentesco… O forse anche da quello – ma soprattutto dall’idea che lo si pubblicasse illustrato.

Dite la verità: non immaginate ragazzini in vacanza in campagna – e questo libro sfogliato insieme al nonno la sera a titolo di premio se ci si è comportati bene, oppure nei pomeriggi piovosi? E cugini ormai adulti che nella libreria della  vecchia casa ritrovano il libro impolverato e… right, mi fermo qui. Questo cosa ha tutta l’aria di voler diventare una storia. Peach

E poi, sempre because, volevo mettere qui anche un pezzettino di James and the Giant Peach – ma mi sono accorta che è pieno d’insetti – e quindi, se proprio volete vederlo, bisognerà che vi rechiate altrove.

E buona domenica – o quel che ne resta.

gente che scrive · Storia&storie

Cavalieri di Malta

knights_of_maltaGli Ospitalieri di San Giovanni – in generale meglio conosciuti come Cavalieri di Malta, in narrativa appaiono in diversi colori, ma in genere non godono della nomea nigerrima che affligge altri ordini cavallereschi – primi tra tutti i Templari.

Ci sono pessimi Cavalieri di Malta, come Farnese, governatore dell’isola nell’Ebreo di Malta di JewofMalta.jpgMarlowe – un opportunista machiavellico e fedifrago, cui non pare nulla di brutto non solo vessare gli Ebrei (peccato veniale a fine Cinquecento – ammesso che peccato fosse affatto), ma anche di venir meno alla parola data con estrema facilità. Insomma, se il Barabas eponimo è l’antieroe della tragedia, non è che Farnese ci faccia una gran figura… Oh, d’accordo: nessuno fa una gran figura in questa storia – ma d’altra parte una delle tesi di Marlowe era che in fatto di religioni c’era poco da scegliere e, come si dice con colorita efficacia dalle mie parti, prendi uno e strozza l’altro…

Don_Carlos_Marquis_Posa__500x664_On the other hand, avete presente il Marchese di Posa? L’amico di Don Carlos, quello di animo nobile, fiero e disinteressato, il campione del libero pensiero che si guadagna l’ammirazione e l’affetto dell’algido Re Filippo, quello che alla fine – con più generosità che buon senso, if you ask me – si fa uccidere per salvare il suo amico? Ecco, all’opera di solito lo si dimentica, ma Rodrigo, Marchese di Posa, è un Cavaliere di Malta. Ed è il genere di giovanotto che a diciotto anni lascia gli studi per arrivare a Malta alla vigilia del Grande Assedio, presentandosi come uno “la cui croce è stata comprata, e ora viene a guadagnarsela. E se la guadagna eccome – battendosi valorosamente a Sant’Elmo e, dopo che il forte è perduto ai Turchi e tutti i suoi compagni sono morti, tornando a nuoto sull’isola a portare notizie vitali.

Tutto ciò per dimostrare che di Ospitalieri narrativi ce ne sono di buoni e di cattivi – ma d’altra parte, l’Ordine non aveva Sir Walter Scott a fare cattiva stampa. Ora, Sir Walter Scott può piacere o non piacere, ma non gli si può negare una capacità non comune nel creare miti duraturi. I Malvagi Templari, il Malvagio & Meschino Giovanni Senzaterra, la Guerra delle Due Rose e gli Scozzesi in kilt sono soltanto alcune delle ombre lunghe dei suoi romanzi – di quelle cose che non si sa se volerlo strangolare per i macelli storici che ha combinato, o ammirare la sua capacità di modellare la percezione della storia per secoli a scendere… knightssiege

E quest’uomo pericoloso non nutriva per i Cavalieri di Malta un briciolo dell’antipatia che invece riservava ai Templari. Anzi. Li trovava abbastanza simpatici e ammirevoli da voler dedicare un romanzo al loro exploit più celebre: il Grande Assedio di Malta del 1565. Ora, è vero che è più facile simpatizzare con gli assediati – e questo assedio in particolare fu una di quelle faccende che sembrano fatte apposta per un romanzo: poco più di seimila difensori che ricacciano indietro otto volte tanti Ottomani… Immaginatevi una seconda edizione di Costantinopoli 1453 – però vittoriosa. E in tutto questo i Cavalieri si comportarono bene e pagarono un prezzo piuttosto alto .

Quindi si capisce la simpatia di Scott, che partì con una manciatina di Spagnoli in vari gradi dell’Ordine, poi si spostò nel campo turco, e infine si stancò della storia che stava scrivendo, e virò sulla cronaca dei fatti, disinteressandosi dei suoi personaggi… Poi nel 1832 Scott morì, lasciando un po’ meno di ottantamila parole manoscritte di The Siege of Malta – talmente bruttine che un perplesso esecutore letterario si augurò di non vedere mai pubblicato un romanzo così poco all’altezza della carriera dell’autore.

SiegeSolo che poi si sa come vanno queste cose: un ultimo Scott? Uno Scott inedito? Uno Scott sepolto con il suo autore? E i lettori, allora? E gli studiosi? Tutto sommato, c’è da stupirsi che si sia aspettato il 2008 prima di arrivare a una pubblicazione. Meno sorprendente è il caos che ne seguì, con i filologi che si accapigliavano sulla trascrizione dell’illeggibile manoscritto, i recensori impegnati a dissezionare la qualità tutt’altro che eccelsa dell’insieme, e qualche purista indignato per la speculazione editoriale sugli ultimi sforzi di un autore decaduto. Perché il fatto è che The Siege of Malta non è davvero un granché. Dopo una serie di ictus e indebitato fino al collo, Scott non era più lo scrittore di un tempo, e The Siege, con la sua trama senza capo né coda e i personaggi abbandonati per strada, ha tutta l’aria di risentirne. D’altra parte, Scott si dichiarò soddisfatto del romanzo – ma non fece nessun tentativo di pubblicarlo prima di morire, il che probabilmente è significativo…

Piacevano davvero a Sir Walter Scott questi suoi ultimi personaggi, Don Manuel de Vilheyna, il giovane Francisco e Ramegas? O li aveva lasciati cadere perché dopo tutto non si trovava così bene con i Cavalieri di Malta come aveva creduto dapprincipio? Si sarebbe mai sforzato di finire il romanzo se non fosse stato per tutti i debiti che doveva pagare? Sono di quelle cose che non sapremo più, e forse – forse sarebbe stato davvero giusto e compassionevole lasciare il manoscritto pieno di correzioni là dov’era – chiuso in una biblioteca, nell’ombra di un uomo malato, infelice e smarrito, che aveva avuto il dono di plasmare l’immaginazione dei secoli a venire, e forse sapeva fin troppo bene di averlo perduto.

Genius Loci · posti

Genius Loci

Genius lociSto pensando che mi piacerebbe davvero riprendere e portare in giro Scrittori & Città, le conferenze che avevo tenuto due o tre secoli orsono alla UTE di Mantova. L’idea – credit where it’s due – era partita dalla signora Paola Donati, e io avevo contribuito al ciclo con cinque titoli. Bel tema, un sacco di possibilità interessanti, argomento che mi sta a cuore…. La ricordo come una bella esperienza.

E sì – l’argomento mi piace parecchio. Ho sempre creduto all’alchimia fra posti e persone: posti e persone si costruiscono a vicenda, cosa che ho imparato in un’altra vita, quando costruivo case. Oh, d’accordo: tetti di case, ma il concetto non cambia e vale ancora di più per le città.

Tutti noi siamo, almeno in parte, il prodotto dei posti di cui assorbiamo la cultura, il clima sociale (e anche quello meteorologico), le idee e le tradizioni, di cui sfruttiamo le opportunità o subiamo gl’inconvenienti. Lo scrittore, che per sua natura è una combinazione tra una spugna e un frullatore, oltre ad essere un prodotto dei suoi posti può diventare anche l’osservatore, l’interprete e, talvolta, persino l’artefice.

Pensiamo a Emily Brontë e alle brughiere dello Yorkshire. Emily amava le sue brughiere e le ha ritratte, ricreate e Lorna-Doonedrammatizzate nel suo romanzo con tanta efficacia che tutti noi associamo all’idea di brughiera la voce di Cathy che chiama Heatcliff nel vento. Attraverso Cime Tempestose, le brughiere di Emily sono diventate le brughiere di un sacco di gente che ha visto o non ha visto una brughiera per davvero.

Altre volte l’associazione non è solo geografica, ma anche storica. Pensiamo alle varie componenti sociali della Sicilia ottocentesca ritratte nei romanzi di Verga, di Tomasi di Lampedusa e di De Roberto, per esempio. Oppure all’idealizzazione romantica del Sud degli Stati Uniti alla vigilia della Guerra Civile compiuta da Margaret Mitchell in Via Col Vento. Perché non è affatto detto che lo scrittore debba essere obiettivo o scientifico: i romanzi non fanno cronaca, ritraggono un’era, un’atmosfera, un clima… in un posto specifico.

SalammboPoi ci sono autori vagabondi o cosmopoliti, autori che scrivono di molti posti che hanno visto, che non hanno mai visto o che hanno inventato, autori che ricercano sui libri, autori che immaginano, autori cui non importa molto del posto in cui si trovano. Byron ha trascorso molto tempo a Venezia, e la Venezia delle sue opere è deliberatamente una collezione di fondali d’opera, mentre la Grecia di Durrel è ritratta attraverso una spessa lente nonsense. Per contro, i Caraibi di Salgari sono pura fantasia, così come la Russia di Dumas e l’Italia della signora Radcliffe. Oppure c’è un Flaubert, che, prima di scrivere Salammbo, se ne va in Algeria e Tunisia, a caccia di colori e di luci: “…il cielo diventa di un verde pallidissimo e il mare si rischiara sotto questa grande striscia indefinita… ormai ci sono pochissime stelle, molto diradate; tutta la parte sud e ovest di Cartagine è di un biancore brumoso…” Ci si legge l’ansia puntigliosa di ricreare questo posto (una Cartagine ormai morta da venti secoli) quando sarà di nuovo in Francia, seduto alla sua scrivania.Utopia

Ci sono anche autori che inventano i loro posti: Swift e Lilliput, Thomas More e Utopia, Hope e la Ruritania, Cyrano e i Regni della Luna e del Sole. E il discorso appare meno peregrino quando si pensa a come questi posti inventati rispecchino, distorcano, idealizzino, mettano in parodia o in satira dei posti reali.

Infine ci sono autori che finiscono con l’incarnare un luogo perché non solo le rappresentano ripetutamente nella loro opera, ma a loro volta rappresentano tipicamente un’epoca, un modo di vita, una generazione, una corrente intellettuale. Questi legami sono particolarmente evidenti con quelle città che hanno svolto il ruolo di centri intellettuali. In una grande città piena di gente che va a teatro e legge i giornali, che crea e segue le mode, che sperimenta in prima battuta i cambiamenti sociali e le innovazioni, lo scrittore ha una quantità infinita di stimoli, di contatti, di possibilità e di pubblico. Le città, con le corti, le università, le biblioteche, i musei, le cattedrali, i caffè, i mercati, i teatri, l’umanità fitta, varia e affamata di storie e parole, in tutte le epoche attraggono gli scrittori come calamite, li lusingano, li portano alla fama o li relegano nelle soffitte.

DickensLondonE in cambio, ogni tanto, uno scrittore coglie lo spirito di una città, lo assorbe, lo fa suo, gli dà forma e colore e lo consegna alla letteratura. Qualche volta la città diventa un personaggio a pieno titolo, qualche volta una cornice pittoresca, o una quinta teatrale, o un’ispirazione inesauribile, o un simbolo, o un’idea. Una città di carta e inchiostro può essere tanto varia e complessa quanto la sua controparte di mattoni.

Provate a pensare all’amore/odio tra Dickens e la sua Londra fatta di prigioni, botteghine, tribunali, strade sudicie, slums e ponti, immersa nella nebbia, offuscata dal fumo, nera di fuliggine, eppure brulicante di vita. Non è detto che Londra fosse così – eppure la forza della visione di Dickens è tale da condizionare ancora oggi quella dei suoi lettori: a due secoli abbondanti di distanza, tutti andiamo a Londra e cerchiamo Dickens.

Questo è, in definitiva, il sugo del legame tra uno scrittore e una città. È quel che avevo cercato di indagare e raccontare in Scrittori & Città – e adesso mi ritrovo ad averne nostalgia, e mi piacerebbe rispolverare i risultati. Mi metterò in cerca di posti – ma intanto, se a qualcuno da qualche parte interessa sentirmi bagolare di Londra, Parigi, Vienna ed Edinburgo attraverso le opere dei loro numi tutelari letterari, fatemi sapere. C’è un form, qui in fondo alla colonna a destra, chiamato “Domande, idee, dubbi, curiosità?” Contattatemi – e ne discuteremo.

commercials · Vitarelle e Rotelle

Sottotesto al caffè

subtVe li ricordate quei vecchi spot di Nespresso – quelli con George Clooney… Yes well, Nespresso ha fatto un sacco di spot con George Clooney – ma ne ho in mente uno in particolare, che un capolavoro in miniatura di uso del sottotesto, e che uso ancora nei miei corsi di scrittura a titolo di esempio – perché il sottotesto non la più immediata e intuitiva delle tecniche, e trovare un minuto e mezzo di testo che ne concentri in quantità è qualcosa da festeggiare.

E prima che qualcuno protesti, ho detto ancora che la pubblicità è scrittura, vero? Ottima scrittura, quando funziona sul serio – il che non succede precisamente tutti i giorni, ma lo spot che ho in mente era un gioiellino. E allora, una volta premesso che per sottotesto s’intendono i significati che non sono espressi verbalmente, ma implicati dal contesto, dalle azioni, oppure per allusione, analogia, eccetera, analizziamo il gioiellino.

George sta uscendo dal negozio con una macchina da caffè nuova quando, in una scena molto subt4wilcoyotesca, guarda in su e vede un pianoforte a coda in caduta libera sopra di lui. Fade to white. George si ritrova a salire una scalinata bianca in mezzo a una distesa di nuvole ancora più bianche. In cima lo sta aspettando un personaggio vestito di bianco e provvisto di barbetta bianca (che, incidentalmente, è John Malkovich).

[Noi abbiamo già fatto 2+2, ovviamente: grosso pianoforte, luogo bianco e luminoso…]

“Hello, George!” saluta allegramente il Personaggio in Bianco.

subt3“Where am I?” chiede George.

[Se i film sono da prendere sul serio, è la domanda classica di chi riprende conoscenza, ma qui non c’è sottotesto, se non quello che George è comprensibilmente confuso. E ha ancora, notalo bene, o Spettatore, la sua macchina da caffè]

“Make an educated guess,” dice il Personaggio in Bianco, ovvero “Prova a indovinare.”

[Sottotesto alla seconda: a) “Sei morto”; e poi b) “Non essere ottuso, George!” – Notate che, di per sé, la battuta non significherebbe nulla di tutto ciò, se non fosse per il contesto. Inoltre, questo modo di non rispondere, caratterizza il Personaggio in Bianco e abbozza la relazione tra lui e George. Tutto questo in 4 parole!]

“It’s not my time!” protesta George: “Non è la mia ora!”Subt1

[Nulla di particolare: George non è presentato come una figura di particolare sfavillio intellettuale. Non è lui a portare il peso del messaggio.]

“Maybe we could make an arrangement,” dice John Malkovich, occhieggiando significativamente la macchina da caffè.

[Eccoci giunti al nocciolo. Ancora una volta, il PiB non risponde direttamente a George, e dice invece qualcosa che ha senso solo nel contesto, e che implica il significato di tutta la piccola scena che abbiamo visto. Primo livello, significato letterale “Se non vuoi essere morto, dammi la tua macchina da caffè.” Secondo livello, significato implicito: “Queste macchine da caffè sono abbastanza spettacolari da tentare Dio in persona.” Terzo livello: “Questa è un’iperbole ironica, un raffinato effetto comico destinato a un pubblico intelligente.”]

George, a bocca aperta, gira uno sguardo incredulo dal PiB alla macchina da caffè e di nuovo al PiB, il quale annuisce con aria tra birichina e lievemente colpevole. Fade to white. George, ritrovandosi davanti al negozio senza macchina da caffè, gira sui tacchi e torna dentro, salvandosi dalla caduta del pianoforte.

Ecco qui: ci hanno magnificato l’appeal, la desiderabilità sociale e la qualità del prodotto, ci hanno strappato un sorriso, ci hanno strizzato l’occhio dicendoci che gente in gamba come noi compra questo genere di cose, tutto in cinque piccole battute (19 parole), e senza che nessuno menzionasse una macchina da caffè nemmeno per sbaglio. Dal punto di vista della scrittura, questa io la chiamo classe.

musica · tradizioni

Acchiappa una stella cadente ♫

ElephantstarMi è stato fatto notare (grazie, A!) che quest’anno abbiamo bellamente saltato un’ormai consolidata tradizione di SEdS… Il 10 di agosto è venuto e passato, e non si è vista ombra di Catch a Falling Star.

Vero, verissimo – e mi cospargo il capo di cenere in proposito. È che quest’anno, fra cieli ingombri e sere frenetiche, le perseidi sono un po’ passate sotto l’uscio. Che poi due sono riuscita a vederle – la notte del 13, seduta a una consolle luci (of all things) in fondo a un giardino…

Ad ogni modo, corriamo ai ripari: Catch a Falling Star – quest’anno nella versione del coro femminile del Lawrence Welk Show. Non farò nemmeno finta di sapere che cosa fosse il Lawrence Welk Show, ed è tutto molto Seventish, ma ecco a voi, nel (tardivo) rispetto delle tradizioni…

E buona domenica a tutti!

libri, libri e libri

Elefanti

smallcelebratingelephantAlla fin fine questo post è per L., e siccome ieri era la Giornata Mondiale degli Elefanti, oggi festeggiamo, seppur con un giorno di ritardo, parlando (rullo di tamburi) di elefanti. Ne parliamo, e constatiamo che non ce ne sono tantissimi in letteratura. Almeno non da protagonisti, cosa che mi stupisce leggermente*, considerando che animali intelligenti e significativi siano. Se escludiamo gli elefanti-comparsa, quelli che non hanno nulla da dire, ma attraversano le savane o le foreste, vengono cacciati e irrompono nei giardini altrui, gli elefanti letterari (cum punto di vista) che mi vengono in mente sono una manciata.

Babar, Re degli Elefanti, di Jean de Brunhoff, Anni Trenta. Il più delizioso elefante della letteratura per bambini, tenero pachiderma educato a Parigi, che sale al trono, riforma il regno alla maniera occidentale, naviga in mongolfiera e governa da benevolo autocrate. Non faccio per dire, ma Poulenc in persona ha scritto musica per Babar.Toomai2

– Gli elefanti di Kipling. Al plurale, perché ce ne sono diversi, e tutti magnifici. Posso anche confessare che Kipling è il mio narratore di elefanti preferito, a cominciare dal vecchio, saggio e solenne Hathi, del Libro della Jungla. Nulla a che fare con la figura buffa del cartone animato: lo Hathi originale incarna la dignità e la legge della jungla di cui è, in qualche modo, custode. Un altro leader con la proboscide è Kala Nag, il vero protagonista di Toomai degli Elefanti, un elefante da lavoro che di notte si libera dalle catene e conduce i suoi simili a celebrare delle danze misteriose nella foresta. All’alba gli elefanti tornano nel recinto, ma di loro volontà. Toomai, scelto da Kala Nag per assistere alle attività notturne del suo “popolo”, riconosce che lo spirito degli elefanti non è schiavo, e per questo diventerà il capo degli addestratori. Kipling ammirava gli elefanti e li capiva: ogni tanto appaiono nei suoi racconti indiani, magari senza punto di vista, ma sempre ritratti con simpatia e partecipazione, come nel bellissimo In the Queen’s Service, che mostra perché i pachidermi siano meno affidabili dei buoi in guerra: i buoi avanzano ciecamente anche sotto il fuoco, senza paura. Ma gli elefanti hanno intelligenza e immaginazione, e di conseguenza hanno paura dei cannoni: a differenza dei buoi, sono capaci di astrarre, di porsi domande, di compiere scelte.

Soliman.jpg– Salomone-Solimano, ne Il Viaggio dell’Elefante, di José Saramago. In realtà questo elefante, donato dal Re del Portogallo al futuro Imperatore Massimiliano, e di conseguenza condotto da Lisbona a Vienna, non ha un vero e proprio punto di vista, ma i suoi pensieri emergono di quando in quando, e sono quelli di una creatura benevola, curiosa, paziente e lievemente sentimentale. In compenso, è l’oggetto delle preoccupazioni e/o dell’esasperazione e/o  della curiosità e/o dell’affetto di ogni singolo essere umano che compaia nel romanzo.

– Tara, la deliziosa, civettuola, affettuosa elefantessa di Viaggio In India In Groppa Al Mio Elefante, di Mark Shand. Nemmeno Tara ha un punto di vista, ma ha davvero un’incantevole personalità, e Shand la ritrae con occhi da innamorato e humour da Inglese.

Al momento non me ne vengono in mente altri, a meno di voler stiracchiare il concetto per comprendere Sirio/Suro, “l’elefante più coraggioso dell’esercito di Annibale”, citato nelle Origines di Catone il Vecchio, e Kandula, compagno d’infanzia e cavalcatura dell’eroe nazionale dello Sri Lanka.Hanno.jpg

Se invece consideriamo gli elefanti storici, va un po’ meglio: a parte gli elefanti di Annibale e Pirro, bisogna dedurre che un elefante fosse un dono di rappresentanza particolarmente pregiato, in altri secoli. Si è già detto di Salomone/Solimano, ma ci sono anche Abul-Abbas, donato da Harun-Al-Rashid a Carlo Magno; l’Elefante di Cremona**, offerto dal Sultano d’Egitto a Federico II; Annone, regalo di un altro re portoghese a Leone X de Medici. Annone era bianco, e dunque particolarmente raro.

watercolor-illustration-of-elephant-carrying-sleepin-little-girlPoi ci sono elefanti in cattività, come il celebre e gigantesco Jumbo, star dello zoo di Londra e poi del Circo Barnum, nella seconda metà dell’Ottocento, elefanti divini, come Ganesh, ilare dio indù dei commercianti e degli artisti, elefanti pubblicitari, come quello che pagava la coca-cola in arachidi, elefanti animati, come Dumbo e gli Elefanti Rosa da sbornia, elefanti immaginari (è molto brutto se cito il mio Bogus?) elefanti mitologici, elefanti scientifici, elefanti tragici, elefanti giocattolo, elefanti pericolosi, elefanti artistici, elefanti dai sentimenti religiosi… insomma, il materiale sembrerebbe essere ricco, vario e affascinante, e quindi torno a chiedermelo: perché diamine ci sono così pochi elefanti letterari, perbacco?

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* Molte volte, trovo, la questione dei libri che non ci sono è interessante. Quantomeno significativa. Ci posteremo su…

** Immagino che avesse un nome – in qualche modo non riesco a vedere Federico II che trascura di dare un nome a un elefante – ma non è pervenuto. Però, ecco un gioco: come avrebbe chiamato il suo elefante, Federico II?

angurie

E Dove, Dove, Dove Son le Stelle?

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Stelle, dicono…

Stelle cadenti. Perseidi. E San Lorenzo, e il picco fra il 12 e il 13, e guardare a nord-est…

Be’, non so da voi, ma qui il cielo non è mai limpido a sufficienza, in queste notti. Magari c’è ancora un po’ di tempo, ma so far, no joy.

E allora che bisogna fare? Consoliamoci con firmamenti passati. E, in mancanza di stelle – perché ci sono state estati così, e nemmeno tanto tempo fa – con la luna piena. Oppure scaricando e leggendo Cyrano fra le Stelle ovvero l’incantevole scena XI dell’Atto Terzo del Cyrano de Bergerac, che fonde intrigo amoroso e l’ur-fantascienza di un magnifico viaggio immaginario.

E insomma, non sono ancor perdute tutte le speranze – ma se quest’anno deve andar così – o, tutto sommato, anche se invece voi avete raccolto messi d’innumeri perseidi – godiamoci una stellata di carta e d’inchiostro.

 

teatro

Son et Lumière

Questa qui sotto è un’immagine de La Notabile Fabrica. Con una B sola.

NotFab

Storia del Manufatto del Bertazzolo a Governolo, in forma di son-et-lumière, commissionata per l’inaugurazione dei restauri del Manufatto, appunto, nel 2008. Rispondo di testo, metà della regia (per l’altra metà rivolgersi a Flavia Ferrari) e luci.

La cosa più vasta che mi sia mai capitato di dirigere. Cinquanta persone tra cast and crew. Prove lunghissime e laboriosissime. Uno spazio enorme da riempire e da gestire… Dalla consolle luci a dietro le quinte e con la… er, postazione sopraelevata comunicavamo con i cb.

E i costumi… oh, i costumi. Avevamo tanti di quei costumi e di quei cambi che era una disperazione. Alcuni li avevamo persino fatti noi… Sì, anch’io. No, dico davvero: non ridete. Ad ogni modo, nonostante i nostri sforzi, a qualcosa come tre ore dal metaforico levarsi del sipario, mancavano ancora otto costumi di tutte azzurro polvere per le Ninfe nella danza di corte. La sarta aveva l’aria di essersi volatilizzata – o quanto meno, non rispondeva alla grandinata di telefonate della coreografa imbufalita. Poi, a un certo punto, ricordo di avere incrociato una delle Ninfe.

Con addosso un costume color..

Color…

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Oh, non ho parole per definirlo. Ecco, immaginate qualcosa sul genere dell’illustrazione qui accanto – solo un pochino più violento, più sfacciato, più abominevole. Azzurro piscina è l’unica descrizione che mi viene in mente – ma ancora non copre l’orrore. Ricordo ancora la ballerina che si morde il labbro. “Oh cavolo. Sei qui… Speravamo di riuscire a non farteli vedere…”

E qui immaginate la Clarina che fissa l’accecante apparizione con occhi tondi come piattini da tè e “Avevo detto azzurro polvere…” balbetta.

E la ballerina le fa pat-pat sulla spalla. “Magari, una volta sotto le luci si noterà meno…”

Al momento di puntare le luci, la danza di corte fu la scena su cui passammo più tempo, modificando il disegno ancora e ancora alla ricerca di una combinazione in cui i dannati costumi non interferissero troppo con la navigazione aerea.

E poi c’era la battaglia fluviale. Una scena molto barocca, in cui delle navi di compensato dipinto venivano mosse su e giù per il palcoscenico, in mezzo a lunghissime “onde” di stoffa azzurra agitate ai due estremi dalle Ninfe (misericordiosamente fuori luce).

Con le giuste luci e la musica era qualcosa di bello a vedersi – if I say so myself – il pezzo visivamente centrale dell’intera faccenda. Solo che aveva dei tempi abbastanza complicati, e avevamo dovuto sostituire due portatori di navi all’ultimo momento. Dopo lunghi strologamenti, prove cronometrate, pasticci misti assortiti e nervi tesi (chè il caldo era notevole e le navi tutt’altro che leggere) decidemmo che servivano dei segnali visibili da parte di qualcuno provvisto di cronometro.

Ebbene, alla fine la soluzione fu questa: al momento della battaglia, alla mia postazione alla consolle luci,  salivo su una sedia e da lassù, armata di torcia elettrica e cronometro, dispensavo segnali al momento giusto: a patto che i portatori di navi si ricordassero l’ordine, ai tempi pensavo io.

Suona tremendamente macchinoso, vero?

E invece funzionò perfettamente. O meglio, no: non perfettamente, perché ci furono intoppi e guai – ma funzionò con efficacia. E tutto era bello a vedersi, e i costumi delle Ninfe parzialmente neutralizzati dalle luci, e gli applausi furono abbondanti, e tutti vissero felici e contenti.

musica

Racconti dell’Alhambra ♫

GranadaSpagna, oggi?

Massì, Spagna. La Spagna pittoresca, moresca  e parzialmente immaginaria dei racconti di Washington Irving…

Granada è nel mio elenco di Destinazioni Che Prima O Poi, e trovo che la musica di Brendan McBrien si sposi bene con l’Andalusia come la si immagina. Si sposa bene anche con Irving – che, incidentalmente, è un’ottima lettura per le serate agostane. O i pomeriggi.

Y feliz domingo para todos!