musica · Poesia · teatro

Gus, il Gatto del Teatro

CatsPerché qui oggi siamo d’umor teatrale.

Che novità, eh?

Ma tant’è – e allora perché non Asparagus “Gus” the Theatre Cat da… be’, originariamente da Old Possum’s Book of Practical Cats, di T.S. Eliot, poi musicato da Andrew Lloyd Webber.

Qui a cantarlo sono Susan Tanner e nientemeno che Sir John Mills:

E non so che farci, adoro il vecchio gatto che si crogiola nelle sue glorie passate (Frorefrorfiddle, il Mostro della Brughiera…) e si lagna delle produzioni moderne (che sì, sì, non hanno niente che non va – ma vogliamo mettere?) e dei giovani gatti di teatro (che si credono in gamba perché sanno saltare dentro un cerchio)…

E poi ho un debole per i gatti soriani, e poi è da ieri mattina che ho in mente questa canzone e seguito a canticchiarla, e quindi ecco qui.

E buona domenica.

il Palcoscenico di Carta · teatro

E… Sipario

Untitled 4E così ieri pomeriggio abbiamo chiuso il nostro sipario immaginario (ooh… quasi una rima interna: da qualche parte, Noël Coward mi guarda e sorride) su Romeo e Giulietta.

Eravamo in tanti – comprese alcune facce nuove, nonostante piovesse a cani e gatti. E, come avevate già sentito dagli spiriti, è stato di notevole soddisfazione. Il che, mi rendo conto, detto così suona rimarchevolmente come se su SEdS ci dessimo alle sedute spiritiche  ma in realtà sapete che cosa intendo.

E adesso non ho intenzione di andare per le lunghe, perché qualcosa avete già letto, e per altri particolari ho dei progetti – ma una considerazione a caldo la vorrei proprio fare.

E la considerazione è questa: funziona.

No, davvero.

Funziona il fatto di riunirsi per leggere. Funziona disporsi in cerchio. Funziona mescolare esperti e neofiti. Funziona redistribuire le parti ogni volta. Fondamentalmente funziona il teatro, I think. Funziona la sorpresa di quanto sia diverso leggere sulla carta e leggere ad alta voce, in interazione con altri lettori.Valentine Melik

Funziona al punto che siamo già tutti decisi a riprendere in autunno – e credo di poter promettere ulteriori sorprese. Perché un conto è leggere un testo conosciuto, ma scoprire qualcosa di nuovo? Sarà interessante vedere se sarà diverso – e, se sì, come.

Già adesso siamo curiosi. Alla fine della lettura abbiamo invitato i partecipanti a scrivere le loro impressioni e comunicarcele via sito – insieme ad eventuali desiderata per le prossime letture… staremo a vedere, sotto entrambi gli aspetti.

LogosuBiancoIntanto Romeo e Giulietta – nell’ottima traduzione di Salvatore Quasimodo – è giunto a compimento, portato in vita da una piccola truppa di attori, neofiti, entusiasti, ragazzini, librai e spettatori che ci si sono divertiti, qualche volta sorpresi e – mi si dice – emozionati. Non sembra una brutta maniera di passare un’ora la settimana, vero?  Per cui magari, se siete in quel di Mantova, potreste considerare di unirvi a noi in autunno.

Vi farò sapere.

 

 

anglomaniac · LeggerMangiando · teatro

MangiarLeggendo: i Sandwich al Cetriolo di Algy Moncrieff

Expo, giusto?

Cose mangerecce in ogni dove… E allora, mi chiedo, perché noi no?

Dopo tutto nei romanzi e a teatro si mangia spesso e volentieri, giusto?

E allora che ve ne parrebbe se, a partire da oggi, ce ne andassimo settimanalmente in esplorazioni letterario-culinarie? Non faccio promesse sulla durata della faccenda: intanto cominciamo, poi si vedrà.

10123_2E cominciamo da Oscar Wilde, e dall’Importanza di Chiamarsi Ernesto, in cui si prende il tè due volte nel giro di tre atti, si sgranocchiano lingue di gatto, si beve limonata e ci si scambiano innumerevoli inviti a cena – con e senza musica. Principe di questa abbondanza culinaria è Algy Moncrieff, l’uomo che non sopporta chi non è serio in fatto di pasti. E infatti il primo tè lo si prende proprio a casa sua, accompagnato da pane e burro (nelle case migliori, I’ll have you know, la torta proprio non usa più) e sandwich al cetriolo fatti preparare espressamente per la terribile Zia Augusta. In realtà poi i sandwich Lady Bracknell non li vedrà nemmeno, avendoli Algy divorati prima dell’arrivo degli ospiti… E allora l’impassibile cameriere Lane interverrà lamentando la straordinaria mancanza di cetrioli al mercato.

Ora, se avete soggiornato per qualsiasi quantità di tempo nelle Isole Britanniche, odds are che i sandwich in questione li abbiate assaggiati. Altrimenti non inorridite, per favore: fatti come si deve sono assolutamente deliziosi, leggeri e molto freschi. Di ricette ne esistono molte, ma vediamo di andare sul semplice e sul tradizionale, volete?

Per dodici piccoli sandwich*:

– Sei fette di pane bianco da tramezzini (quello soffice e non gommoso, per capirci)
– Mezzo cetriolo sbucciato (o intero – dipende dalla dimensione)- Sale
– Pepe bianco
– Burro (non salato) a temperatura ambiente

Tagliate i cetrioli a fettine, metteteli in un colino, salateli e lasciateli dove sono per una decina di minuti. Intanto imburrate CucumberSandwichleggermente le vostre fette di pane. Recuperate i cetrioli, scolateli per bene, asciugateli delicatamente con la carta da cucina e poi disponeteli su metà del pane, sovrapponendo un poco le fettine. Cospargete di pepe bianco – senza esagerare, e coprite con il resto del pane imburrato. Infine tagliate ciascun sandwich in quattro – a triangolini, quadratini o rettangoli – facendo attenzione a non lasciar sfuggire le fettine di cetriolo.

Servite subito con il tè. Se dovete aspettare, coprite i sandwich con un tovagliolo leggermente umido.

Semplice, no? Esistono variazioni che richiedono il pane scuro invece di quello bianco, oppure fanno marinare le fette di cetriolo nell’aceto per un po’, oppure sostituiscono il formaggio spalmabile al burro, o ancora condiscono il cetriolo con una spruzzata di limone e foglie di menta… Gli Americani mettono (gasp!) la maionese invece del burro – ma non è colpa loro: è che sono nati sul lato sbagliato della Tinozza.

Sperimentate, sperimentate – ma fate attenzione al pepe. A suo tempo, per un debutto dell’Importanza, preparammo (preparai) davvero un piatto di questi arnesi per la prima scena. Essendo Lady Bracknell, non arrivai ad assaggiarne nemmeno l’ombra, ma il nostro Algernon, che doveva mangiarne a quattro palmenti, per poco non si strozzò con il pepe. D’altra parte, Jack/Ernest gli aveva appena chiuso una mano nel pianoforte, per cui… Debutto interessante – ma mi si disse che, pepe a parte, i  sandwich erano buoni.

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* Sto assumendo che abbiate qualche ospite per il tè.

 

teatro

E Luce Fu

MarivauxÈ stato più o meno un secolo fa – o forse non proprio, ma di sicuro in un altro secolo.

Ero una ragazzina di belle speranze con una passione per il teatro, solo che non capivo granché. Credevo di voler recitare… Anyway, una sera un’insegnante ci porta tutti a vedere un Marivaux. Il Gioco dell’Amore e del Caso, diretto da Massimo Castri.

Bellissimo.

Tutto: regia, interpretazioni, scene, costumi… e luci.

Dopo più di vent’anni, quel che ricordo con precisione è come le luci della prima scena, ricreino meravigliosamente una mattinata estiva su una terrazza di pietra. E il resto a seguire. Niente colori, niente effetti particolari. Un uso di toni di bianco e – presumo – giallo per mostrare l’avanzare del giorno. E luci di taglio… Ah, le luci di taglio.

Vorrei ricordare chi fosse l’autore del disegno luci. So che i tecnici erano gente del CTB, ma l’autore? All’epoca nemmeno avevo ben chiaro che ci fosse qualcuno a disegnare le luci. Come ho detto prima, non capivo granché. Ma davvero, vorrei tanto averci badato, perché quello è stato il mio imprinting in fatto di luci. Lighting-Grid-

Ho impiegato del tempo ad accorgermene. Lustri, really. C’è voluto che smaltissi l’infatuazione per la recitazione. Che scrivessi un romanzo il cui protagonista fa gavetta da tecnico delle luci. Che smettessi di occuparmi di teatro. Che riprendessi da autrice. Che iniziassi una specie di gavetta mista assortita – un po’ assistente di regia, un po’ stage-manager*, un po’ tappabuchi… Non mi ricordo bene come sia arrivata alle luci, ma a un certo punto mi sono ritrovata ad avere funzioni semi-ufficiali connesse con le luci in generale, il disegno luci e la doma della gente alla consolle.

lightsE fin da subito ho tentato di ricreare quel che ricordavo a forza di bianco e di giallo e di arancione – e fin da subito ho scoperto che la curva di autoapprendimento in materia è ripida, ripida, ripida. Si va per tentativi ed errori. Molti tentativi e molti errori. Lavorare con una compagnia che non ha un teatro proprio e si sposta spesso aggiunge tutta una serie di affascinanti problemi. Di fatto, nella maggior parte dei casi vi ritrovate a lavorare con un gente di un service che non ha un briciolo di familiarità con il testo e tanta esperienza di teatro quanta se ne può mettere in equilibrio sulla lama di un coltello. Avreste bisogno di essere guidati – e invece dovete cercare la strada a tentoni e trascinarvi dietro un tecnico o due. lights3

Aggiungete il fatto che per la prova tecnica non c’è mai – ma mai tempo. O meglio, magari il tempo ci sarebbe, ma viene sempre fagocitato da attori e registi in cerca della perfezione ultima. E voi potete strillare, supplicare, piangere, minacciare quanto volete: ci si riduce sempre a fare i puntamenti al galoppo nell’ultimo quarto d’ora disponibile, con gli organizzatori che vi fiatano sul collo perché è troppo tardi, bisogna iniziare, iniziare, iniziare, e avete avuto tutto un pomeriggio per questa roba…

Questa roba.

Poi leggete cose come Backstage di Judith Cook, e spargete lacrime di consolazione nello scoprire che i problemi sono esattamente gli stessi alla Royal Shakespeare Company – solo su scala sesquipedalmente più vasta… Ma in realtà, mentre cercate di improvvisare una variazione e spiegare quel che va fatto durante i frettolosissimi puntamenti, i guai della RSC sono l’ultimo dei vostri pensieri.

lights4Aggiungete poi l’infelicità di ritrovarvi con un impianto luci in cui non si può fare assolutamente nulla perché il suo funzionamento si riassume in acceso/spento. Oppure un impianto luci che consiste di coppie di faretti fissi nelle delicate sfumature puffo, anas, sangue di bue, sciroppo-di-menta e itterizia e ah-ma-i-cursori-mica-funzionano. Oppure un impianto che consente di variare tra diciotto colori fissi pensati per i concerti rock e un gazillione di sfumature intermedie, ma non c’è tempo per cercare e fissare quelle giuste, e in fondo il-giallo-è-giallo…

Avete presente tentare di riprodurre un acquerello con un pacchetto di evidenziatori?

Ecco.

E voi magari avete letto in proposito, e avete affrontato il corso online di lighting-design del MIT, e pianto un pochino di fronte a diagrammi pensati per il Metropolitan. E nondimento sognate di poter lavorare per una volta – una volta – con due americane di tagli e piazzati… lightboard

E poi un po’ per volta cominciate a capire con quale service preferite lavorare, e i tecnici si abituano a voi e alle vostre eccentriche richieste, e acquisite quel tanto di prepotenza che serve per ritagliare mezza prova tecnica ogni tanto, e fate ancora un sacco di errori e di tentativi, e ogni volta imparate qualcosa di nuovo, e rischiate alternativamente l’omicidio e il linciaggio, e studiate, e ogni tanto capita che vi piazzino a una consolle da soli, e qualche volta va bene e qualche volta no – ma non importa.

O meglio, importa eccome, ma non vi ferma affatto, e voi… voi continuate imperterriti a sperimentare con i tagli (ah, i tagli!), a chiedere del bianco caldo, del giallo giusto e dell’arancione, e adorate quando si recita all’aperto e si può avere un pochino di fuoco in scena, e strologate su Pinterest, e vi cercate un nonnulla di apprendistato…

lights2Perché in fondo la vostra è una quête – alla ricerca della luce del sole.

 

 

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* Nulla di amministrativo. Lo stage manager (o direttore di palcoscenico) se ne sta dietro le quinte, risolve problemi e tiene insieme le cose con il nastro isolante e le spille da balia.

musica

Estate… ♫

SalutSalonSì, lo so, è ancora presto.

Ma mi hanno segnalato questa cosa di un quartetto tedesco chiamato Salut Salon (che si vanta di combinare musica classica e tutto il combinabile…) ed è davvero spassoso, e non è colpa mia se cominciano con Vivaldi per finire con Weil…

Ecco, queste signore mi sono simpatiche – e hanno anche una collezione di nomi da romanzo: Angelika Bachmann (violino), Iris Siegfried (violino), Anne-Monika von Twardowski (piano) and Sonja Lena Schmid (violoncello).

E buona domenica.

considerazioni sparse

A Patto di Mangiare Automobili

NightMailDunque, l’altro giorno ho scritto questo post su “le due storie di fantascienza” di Kipling, citando With the Night Mail e As Easy as ABC, ricordate?

Ebbene, mi è stato fatto notare che in realtà di storie di fantascienza Kipling ne ha scritte ben di più – come Wireless, come The Eye of Allah, come in the Same Boat, come Unprofessional, come A Matter of Fact – e probabilmente qualche altra.

Io ho risposto che per me la fantascienza è solo quella con le navi volanti, il che era mostly uno scherzo. E dico mostly perché tutti sapete del mio rapporto complicato con la fantascienza. La cosa funziona così: avendo io paura dei r., non mi metto di sicuro a studiare le varietà, le abitudini e la riproduzione dei r.* E avendo paura della fantascienza, diciamo che non mi metto ad analizzarne la suddivisione in subgeneri. E potrei far notare che qualcuno una volta mi disse che i viaggi nel tempo sono fantascienza, e questo mi aveva convinta di potermi timidamente riconciliare con parte di un subgenere… Fino a quando quel qualcuno ammise di avere mentito in proposito.  Questo per dire che le mie idee in fatto di fantascienza non sono molto più precise di quelle in fatto di r., e si possono riassumere in un istinto a fuggire lontano, accompagnato da un paio di segnali di pericolo: otto zampe, navi volanti, distopie postapocalittiche – e poco altro.

Ora, non ho indagato sul numero di zampe di With the Night Mail e As Easy as ABC – ma di sicuro ci sono navi volanti e una distopia postapocalittica. Ergo, fantascienza – nel mio senso del termine.Kipling, Rudyard, 1865-1936, head-and-shoulder...

E tuttavia no, non sono scappata particolarmente lontano. Ho ricordi di avere letto entrambe le storie una quindicina di anni fa, senza riportarne traumi irreparabili – perché Kipling è Kipling, perché la distopia non è da prendersi particolarmente sul serio, e perché l’insieme non è affatto angoscioso.

Già che ci siamo, con questo sto ammettendo che la mia scififobia è un nonnulla incoerente. Che posso dire? Ne sono perfettamente consapevole. D’altra parte, stiamo parlando della stessa persona che ha il terrore delle farfalle, ma nessuna remora particolare nel prendere in mano i pipistrelli – e avendo detto questo, andiamo avanti.

Quindi, le storie dell’ABC sono inequivocabilmente fantascienza – e su questo siamo d’accordo, giusto? Le altre…

Questo forse è un buon momento per dire che non soffro nemmeno di particolare imbarazzo all’idea che Kipling abbia scritto fantascienza. Una delle cose che ammiro in lui – credo di averlo già detto ad nauseam, ma va detto di nuovo – è l’eclettica varietà dei suoi racconti. Dall’Impero ai fantasmi, dalla storia inglese alla massoneria, dallo humour a San Paolo, dal polo allo spionaggio – il buon Rudyard ha raccontato proprio di tutto, e quindi perché non un po’ di fantasciena.

scifiNon è questione di snobismo letterario, dunque. È proprio un’incapacità a classificare le altre storie in questione come fantascienza. A Matter of Fact è una faccenda di mostri marini – un mostro marino. Nessie non è fantascienza, giusto? The Eye of Allah è ucronia. In Wireless (che sono andata a rileggermi perché ne avevo ricordi piuttosto vaghi) gli esperimenti di trasmissione radio servono da sfondo a una faccenda non del tutto dissimile da The Finest Story in the World, con il commesso di farmacia che conosce Keats senza averne mai sentito parlare. Unprofessional e In the Same Boat immaginano bizzarre influenze sulle afflizioni del corpo e della mente**… Che devo dire? Sto provando, adesso mentre scrivo, a considerarle fantascienza – e proprio non ci riesco. Niente navi volanti, niente distopie, niente apocalissi recenti…

Il che, mi si è anche detto, non rende queste storie qualcosa di diverso dalla fantascienza – non più di quanto il mio rifiuto di considerarlo un manuale possa rendere il manuale d’istruzioni della mia automobile un ricettario.

E tuttavia, se io mangiassi automobili? Questo renderebbe il manuale l’equivalente di un ricettario, giusto? E siccome, dal punto di vista della fantascienza, si può dire che io mangi automobili, trovo che a suo modo la faccenda non faccia l’ombra di una grinza: a patto di mangiare automobili, Kipling ha scritto due storie di fantascienza.

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* Ho un vago ricordo di una storia in un libro di lettura delle medie: un aracnofobo che, per vincere la sua fobia, faceva un viaggio in cerca di… Right, mi fermo qui perché la sola idea mi mette la pelle d’oca.

** E in proposito mi viene in mente un’altra storia abbastanza simile – ma con un finale molto meno consolante – di cui al momento non ricordo il titolo.

 

 

 

 

 

Kipling Year

I Dirigibili di Kipling

01640_plate3Lo sapevate che Kipling scrisse due storie di fantascienza?

A noi, viste oggidì, sembrano steampunk – ma all’epoca, e stiamo parlando degli anni Dieci del Novecento, dello steampunk non esisteva nemmeno l’idea. Quando Kipling le scrisse, With the Night Mail e Easy as ABC non erano nemmeno fantascienza: erano scientific romance.

Di che si tratta? Di un Ventunesimo Secolo visto dal 1905-1912, una distopia in cui qualche genere di pestilenza ha decimato l’umanità, e i superstiti ne sono usciti con un sacro terrore delle folle e sommamente indifferenti alla mancanza di democrazia. Apparentemente (quasi) tutti sono ben contenti di badare ai fatti propri, lasciando che sia l’Aerial Board of Control, con la sua onnipotente flotta di dirigibili, ad occuparsi di tutto – dal controllo del traffico aereo alla soppressione incruenta dell’occasionale rivolta di obnubilati nostalgici del diritto di voto.ad04

Ora, With the Night Mail, la prima delle due storie, è più che altro un’avventura il cui narratore, un giovane giornalista, racconta la rocambolesca trasvolata atlantica di un dirigibile postale attraverso la tempesta delle tempeste. Nella migliore tradizione, al povero Postale 162 capita di tutto,e Kipling si diverte un mondo ad esplorare la tecnologia futuribile testata ai limiti delle sue possibilità, mostrandoci di taglio qualche scampolo del mondo che c’è attorno. Tuttavia, giusto perché non crediamo che tutto sia bene nell’anno 2000 dopo Cristo o giù di lì, alla storia propriamente detta segue una collezioncella di ritagli di giornale e annunci pubblicitari, da cui cominciamo a farci un’idea un tantino sinistra di questo mondo senza aeroplani e senza politica…

nm4As Easy as  A.B.C., scritto sette anni più tardi, ritorna nello stesso futuro vagamente allarmante per mostrarci la repressione di una sommossa. I rompiscatole – manco a dirlo – sono americani, e l’ABC, che è un organismo sovranazionale in cui, tuttavia, i cervelli funzionanti tendono ad essere inglesi, traversa nuovamente l’Oceano per sistemare tutto. Qui Kipling fa della satira politica in varie direzioni – dall’Impero alla Russia all’America, ce n’è davvero per tutti – e la scena degli esagitati che scoprono di essere (gasp!) una folla e si spaventano di se stessi è impagabile. Si parla e si spiega parecchio, in questa storia e, semmai la vena distopica ci fosse sfuggita mentre seguivamo le vicissitudini del Postale 162, qui non c’è da sbagliarsi: gli sforzi dell’ABC per controllare un mondo in precario equilibrio assumono tinte decisamente sinistre.

Non è straordinariamente allegro il futuro immaginato da Kipling: a dispetto dell’entusiasmo tecnologico-avventuroso e del sense of humour, l’atmosfera è più che un pochino plumbea. Si direbbe che , nel complesso, il nostro festeggiato avesse più fiducia a lungo termine nell’ingegneria che nell’umanità.

Incuriositi? Per i testi e le illustrazioni originali provate i link in calce a questa pagina. Se cercate delle traduzioni italiane, qui e qui trovate due liste di edizioni cartacee. Invece qui c’è Con il Postale della Notte in formato Kindle.

grilloleggente

Dieci Gatti Di Carta

gatti, libri, edgar allan poe, shakespeare, lewis carrolDomani sera c’è l’appuntamento mensile con Ad Alta Voce. Il tema è destinato ad essere il primo di una serie: Bestiario – cominciamo dai Gatti. Col tempo ci sarà altra gente di questo genere, ma i gatti…

1) I gatti in tempi remoti sono stati divinità – e non se ne sono mai dimenticati del tutto.

2) I gatti si trovano sempre dal lato sbagliato della porta.

3) I gatti sono creature molto oblique – vi consentono di credervi il padrone di casa, a patto che di mostrarvi occasionalmente consapevoli che non è affatto così.

4) I gatti vedono al buio, hanno tre nomi, raggiungono acuti astronomici e c’erano quando i Faraoni commissionarono la Sfinge (a sentire T.S. Eliot).

5) I gatti consentono il brivido di tenere una tigre in casa, con conseguenze un po’ (ma solo un po’) meno cruente.

6) I gatti sono molto, molto, molto più maliziosi di quanto possa mai esserlo un cane (a sentire la mia mamma).

7) Ai gatti le intenzioni altrui interessano molto relativamente.

8) I gatti sono maestri sopraffini di ricatto morale, ritirata sull’Aventino, espressione supplichevole, dispetto mirato, gratificazione imprevista ed altre tecniche di manipolazione del prossimo, particolarmente il prossimo a due zampe.

9) I gatti sono ineffabilmente determinati – se li cacciate dalla poltrona quarantasei volte, tornano a salirci una quarantasettesima.

10) I gatti possiedono un serio talento per il disastro su larga scala.

E soprattutto, la letteratura è piena di gatti – questi affascinanti, insopportabili, adorabili animali che si rifiutano sdegnosamente di avere un padrone ma, quando ci comportiamo bene (oppure no: nulla è più imperscrutabile del whim di un gatto…) si degnano di considerarci di loro proprietà. Gatti veri e propri, gatti simbolici, gatti metaforici, gatti parodistici, gatti demoniaci, gatti comici, gatti terribili, gatti antropomorfi, gatti magici – ce n’è per tutti i gusti perché l’animale è complesso, pieno di personalità e si presta a tutta una serie di variazioni narrative e meccanismi letterari.

Cover of "Old Possum's Book of Practical ...Se dovessi elencare i miei gatti letterari preferiti sarei in seria difficoltà, per cui considerate l’elenco che segue una lista informale, in ordine sparso e senza pretese di completezza.

* Old Deuteronomy e compagnia, da Old Possum’s Book Of Practical Cats, di T.S. Eliot. Una collezione di felini pantofolai, pirati, teatranti, ferrovieri o buongustai che contemplano il loro ineffabile nome segreto, distruggono vasi Ming e si fanno i fatti loro – in poesia. Dall’affettuosamente realistico al nonsense sublime.

* Grey-Malkin, il gatto delle streghe nel Macbeth di Shakespeare. Non che veniamo a sapere granché di lui, ma che diamine: è in Shakespeare. Basta e avanza.

* Il Gatto del Cheshire – l’originale delle Avventure di Alice. Inaffidabile, sogghignante, enorme, incline ad elargire improbabili perle di saggezza e informazioni tendenziose, probabilmente anche pericoloso. Ma come resistere a un gattone che scompare lasciandosi dietro un sogghigno sospeso a mezz’aria*?

*Il Gatto del Cheshire II – il bibliotecario del Mondo dei Libri nei romanzi di Jasper fforde: idem come sopra e  in più soffice, compagnone e di buon appetito, ma estremamente capace al bisogno.

* Pluto, il Gatto Nero dell’inquietante storia omonima di Edgar Allan Poe. Di sicuro non era ispirato a Catterina (sic), l’adorabile gatta nera della famiglia Poe, compagna inseparabile della sua padrona malata.

* Il Gatto Con Gli Stivali, eroe eponimo della favola. Se non fosse stato per lui, altro che Marchese di Carabas!

English: Edward Lear, illustration for "T...* The Pussycat in The Owl And The Pussycat, di Edward Lear: la deliziosa Micina che fugge in barca con il Gufo per sposarlo su un’isola deserta. Però, se mentre fuggono, il Gufo canta serenate, chi è che rema?

* Il Gatto Che Camminava Da Solo, nelle Storie Proprio Così di Kipling** – ovvero come fu che l’uomo riuscì ad addomesticare tutti gli animali tranne il gatto…

* Behemot, che non è un bravo gatto, essendo uno dei demoni de Il Maestro e Margherita di Bulgakov.

* Tibert, gatto astuto e degno rivale del protagonista nel Roman de Renart.

E mi fermo qui per via del titolo, ma ce ne sono a iosa, perché sono molti gli scrittori che hanno ceduto al fascino narrativo dei felini. E chiunque abbia o abbia avuto un gatto capisce subito se anche lo scrittore ha avuto a che fare con felini in carne ed ossa prima di scriverne, perché i gatti sono come certe eccentriche parenti anziane: bisogna averne una per rendersi conto che certe descrizioni non sono affatto iperboli letterarie…

E voi? Quali sono i vostri gatti di carta preferiti? Se siete da queste parti, venite a leggerli con noi domani sera, alle nove della sera, alla Biblioteca Zamboni di Roncoferraro.

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* Per la cronaca: Lewis Carrol creò il suo felino a partire dall’espressione to grin like a Cheshire Cat (sogghignare come un gatto del Cheshire), vecchia come le colline – o almeno quanto il consueto Shakespeare. Dove originasse è uno di quei misteri della lingua Inglese.

** Ad onta del nome il Gatto Maltese – altra storia di Kipling – non è affatto un gatto, ma un cavallo. Un pony da polo, per la precisione. Va’ a fidarti degli scrittori.

 

 

 

teatro

Spiriti di Carta

DSCN1107È sera. Nello studio semibuio, lo Spirito del Bardo aleggia attorno al teatrino faticosamente costruito dalla Clarina con le sue mani. Lo Spirito di Kit se ne sta in poltrona e fuma la pipa, guardando pigramente le volute di fumo azzurrastro che s’innalzano verso il soffitto. La Clarina è al computer, ancora intenta a compiacersi di quanto sia andato bene il debutto del PdC. Poi si gira, appoggia i gomiti sullo schienale della sedia e guarda lo Spirito del Bardo che aleggia.

La Clarina: “Dillo.”

Lo Spirito del Bardo: “Eh?”

C. “Avanti, dillo.”

SdB “Che cosa, di grazia?”

C. “Dì che sei compiaciuto.”

SdB “Sì, è un grazioso teatrino–”

C. “Fiddlesticks! Quello che intendo…”DSCN1111

Lo Spirito di Kit “Oh, non fare finta di non volere complimenti per il teatrucolo, per favore. Hai impiegato una vita a farlo perché hai la manualità di un paguro, e hai anche rovesciato mezzo barattolo di colla.”

C. “Ssssì. Tuttavia, quello che intendo è, O Spirito del Bardo, ammettilo: sei compiaciuto del Palcoscenico di Carta?”

SdB “Non sono insoddisfatto.”

SdK (snorts) !

C. “E direi, perbacco! Hai visto quanta gente c’era? E che entusiasmo?”

SdB “In effetti…”

C. “E che varietà di età? E di esperienze? Dagli attori semiprofessionisti all’implumino novenne al suo primo Shakespeare.”

SdB “Devo ammettere…”

DSCN1105C. “Implumino che si è portato a casa il copione per leggerlo al papà, questa sera.”

SdB “Vero, vero…”

C. “E attori deliziati dalla prospettiva di sperimentare personaggi mai provati prima.”

SdB “Lo so, lo so…”

C. “E il ritmo? Che mi dici del ritmo? Harry Newman lo aveva detto – ed è proprio vero: appena abbiamo cominciato a leggere, la faccenda ha assunto una vita propria. Ritmo! Efficacia! Vita!”

SdB “Non dico di no…”

C. “E vorrei vedere! Quindi sei compiaciuto?”

SdK “Dille che sei compiaciuto, Will, o non ne usciamo più.”

C. (facendo occhi da cocker) “Ma non lo sei, in realtà?”DSCN1113

SdB “Lo sono. Lo sono. Lo sono sul serio: insomma, quattrocento anni, e voi che vi riunite a leggermi… Sono compiaciuto.”

C. “Bene, perché non è come se avessimo finito. Tutti a fare progetti, oggi. Sulle prossime due settimane, e poi su settembre, e su che altro faremo, e su cosa aggiungeremo…”

SdK (Finge di tossire) “Edoardo II…” (Altro finto colpo di tosse.)

C. “Tu fa’ silenzio!”

SdK “E perché? Non è vero che avete parlato del mio Edoardo II per l’autunno?”

C. “Sì, ma…”

SdK “E non è vero che hai trovato modo di citarmi anche oggi nell’introduzione – benché c’entrassi come i cavoli a merenda?”

C. “Be’, in realtà…”

SdK “Ed è vero o no che era bello cominciare con il Bardo, – ma tu sei partita con lo scopo preciso di arrivare a leggere qualcosa di mio?”

DSCN1116C. “Sei una bestiaccia!”  (allo Spirito del Bardo) “Non dargli retta. È che… È solo…”

SdK (sottovoce, allo Spirito del Bardo) “Per Natale le hanno regalato una maglietta con la scritta My Heart belongs to Marlowe…”

C. “Niente affatto! Dice solo Marlowe, it’s an Elizabethan thing.”

SdB “Allora c’è davvero una maglietta?”

C. “Er…

SdK “Sei ancora così compiaciuto?”

C. “Non provarci nemmeno! Sono anni che porto al collo una Vita di Shakespeare in miniatura – e quindi semmai siamo pari. E abbiamo cominciato con Romeo e Giulietta, sì o no? E a settembre o giù di lì leggeremo Edoardo. E il PdC è o non è una meraviglia?”

Sdb “Be’, sì…”

C. “Kit?”

SdK (s’inchina alla spagnuola) “Non mi azzarderei a dir di no.”

C. “Bene. E il teatrino, lasciatemelo dire, non è brutto nemmeno per metà.”

SdK “Hear-hear…”

Soddisfatta, la Clarina se ne torna al computer, e gli spiriti riprendono ad aleggiare e fumare a loro gusto. Non sono gente incline a dichiararsi compiaciuta – ma lo sono entrambi, perché il PdC è cosa bella, ed è qui per restare.

 

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Turandot – Guida Men Che Seria

Turandot_2010_-ph-Hans-van-den-Bogaard-19-630x358 Avete visto la prima della Turandot alla Scala, venerdì sera?

Bella edizione. Cast tra il discreto e l’ottimo – con menzione speciale per la Liù di Maria Agresta e il Ping di Angelo Veccia – magnifica direzione di Riccardo Chailly, bellissimo il finale di Berio, e visuals inconsueti ed efficaci. Confesso che, se l’avessi solo sentita descrivere, forse sarei un pochino inorridita dalle scelte registiche di Lenhoff – e invece no. Questa Cina stilizzata e immaginaria, tutta bianca, rossa e nera con l’occasionale pennellata d’oro, disseminata di elegantissimi dettagli, poteva risultare un nonnulla inquietante, ma funzionava molto bene.

Ma, come ognun sa, qui dalle parti SEdS siamo più che un pochino ossessionati dalle storie, e non siamo nemmeno capaci di goderci un’opera senza rimuginare tutto il tempo sulla tenuta narrativa del libretto… E non c’è nulla da fare: tra i grandi libretti pucciniani, questo è il più… mah. Turandot_Suite_Score_Cover

E badate che la fonte da cui si partiva, la fiaba-con-commedia-dell’arte di Gozzi, era un po’ convoluta, ma tutto sommato innocua. Obiettivamente, nonostante una certa quantità di decapitazioni e di torture, avrebbe funzionato meglio per un’opera buffa. Adami e Simoni presero la storia, aggiunsero amori incrociati, morte a carrettate, instabilità mentale  di qua e di là e un’abbondante dose di insufficienza cranica tenorile, facendo della fiaba una faccenda di travolgente passione tra una psicopatica omicida e un ossessivo manipolatore di supremo egoismo. Ah – e nel mezzo malcapita una povera ragazza con un complesso del martirio ai limiti del masochismo…

A ben pensarci, le potenzialità per una rivisitazione horror di questa storia sono maiuscole – ma passiamoci sopra.

Turandot2Voglio dire – partiamo dalla protagonista eponima. Turandot, principessa imperiale della China, non solo non vuole sposarsi, ma si diverte a mandare a morte un pretendente di sangue reale dopo l’altro perché ce l’ha con gli uomini. E sapete perché ce l’ha con gli uomini? Perché sente l’impellenza di vendicare su tutta la specie la triste fine di un’ava stuprata e uccisa la bellezza di un paio di millenni addietro.

Oddio, data l’insistenza del libretto sulle iperboli orientali in fatto di tempo, magari saranno anche solo un paio di secoli – but still, diciamo che il trauma non è dei più diretti. Nondimeno i pretendenti, ammaliati a distanza dalla bellezza di Turandot, seguitano a fioccare, a fallire e a rimetterci la testa uno dopo l’altro, per lo sconforto episodico dei sudditi, quello un filo cinico dei ministri e quello sincero dell’Imperatore. Ecco, questo Imperatore, che continua a ripetere di disapprovare nel profondo la carneficina e non poterci fare nulla per via di un Orrendo Giuramento…

Giuramento di che? A chi? Non lo sappiamo né lo sapremo mai – ma è ragionevole immaginare che Turandot la forte volontà l’abbia ereditata dalla madre. Calaf

Con queste premesse, se foste un principe tartaro in esilio, e capitaste a Pekino (dove infinite ciabatte stridono, sappiatelo), non cerchereste di tenere un basso profilo? Se mi dite di sì, è chiaro che non sarete mai eroi d’opera. Il nostro tenore Calaf – che, guarda caso, è proprio un principe tartaro in esilio, arriva giusto in tempo per veder decapitare l’ultimo mancato sposo, il bel principe di Persia, e maledire tra sé la crudele principessa che, sorda alle suppliche del popolo, manda a morte i suoi innamorati.

Poi, per la Terza Legge dell’Opera, in questa affollatissima piazza chi deve ritrovare il nostro eroe, se non il vecchio babbo detronizzato, sconfitto, esiliato e cieco? Il povero Timur, ridotto a mendicante, avrebbe già fatto una pessima fine se non fosse stato per le premure della giovane schiava Liù, che si è accollata da sé il compito di proteggere, guidare e sfamare il suo vecchio padrone – un po’ per buon cuore, e un po’ perché è innamorata di Calaf… È una vita dura, povera ragazza – ma adesso hanno ritrovato il principe, e le pene sue e di Timur sono finite, giusto?

Giusto?

Turandot_2010_-ph-Hans-van-den-Bogaard-19-630x358Ennò, nemmeno per idea, perché proprio in quel mentre, Turandot ha la brillante idea di mostrarsi al verone. Colpo di fulmine. Calaf, dopo averla intravista da lontano per qualcosa come dieci secondi, decide che la vita non ha più senso senza la bella pluriomicida. L’ha appena maledetta per i suoi metodi? Fa nulla. Ha un Vecchio Babbo Cieco a cui provvedere? Dettagli. Liù si è sfiancata per questo e non ce la fa più? Ah ecco, giusto: Liù, piccina, ho troppo sofferto nell’ultimo minuto e mezzo e tu, se mi ami devi occuparti ancora del mio VBC a tempo indefinito, mentre io vado a rischiare (e probabilmente perdere) la vita per amore di un’assassina.

Dopodiché Calaf procederà per la sua strada con l’ottusa ineluttabilità di una carica di gnu, sordo a ogni dovere, misericordia e buon senso. I tre ministri gli faranno discorsi molto sensati, l’Imperatore lo supplicherà di non gettare via la sua vita, Turandot stessa non sarà mai men che odiosa e sleale nei suo confronti? E lui avanti.E gli enigmi li risolve anche, ma la gelida matta – che proprio non sa perdere – gli chiede un controenigma non protocollare, e lui glielo concede (insieme alla possibilità di decapitarlo) prima di subito. A questo punto Turandot perde definitivamente la testa: per scoprire la risposta che le serve minaccia di morte tutta Pekino, cattura Timur, fa torturare Liù che si uccide pur di non parlare… E credete che tutto ciò squota più di tanto il nostro amoroso forsennato? No, perché, you see, lui vuole Turandot. Turandot_2010_-ph-Hans-van-den-Bogaard-14-200x200

Io tendo a sorridere dei tenori  verdiani – ma ammettiamolo: Calaf è un deficiente in musica magnifica.

Sì, perché poi la musica è davvero meravigliosa, e il libretto dimostra di essere capace di humour incantevole e cattivello quando si concentra sui tre ministri Ping, Pong e Pang…

But still. E lo so che non si va all’opera per la logica narrativa, ma giochiamo per un attimo a Dopo Il Sipario. Lanterne rosse, incensi, offerte, giubilo, matrimonio imperiale, sollievo di tutti… E poi? Immaginiamoci che genere di prole possono produrre Turandot e Calaf, combinando i rispettivi senso di responsabilità, stabilità mentali e capacità di empatia…

Non so voi, ma io questa China immaginaria, la vedo proprio male.