elizabethana · teatro

I Sonetti Al D’Arco

Vi avevo detto che c’erano novità in arrivo per L’Uomo dei Sonetti, vero?

Ebbene, ci siamo: sono estremamente lieta di annunciarvi che lunedì 17, alle ore 21, al Teatrino d’Arco, Diego Fusari dell’Accademia Campogalliani porta in scena la versione breve – quella che, forse ve ne ricorderete, avevamo chiamato i Sonettini.

LocGenericaUglyQua+ILShakeFest+GaramondSi tratta, per l’appunto, della versione potata – a misura di Lunedì, senza Contesse Madri e senza folle multifunzione. Però la gente essenziale c’è tutta, e c’è la storia che mi sono divertita a tendere tra sonetto e sonetto…

Perché non c’è niente da fare: in realtà non sappiamo se i Sonetti raccontino una storia, se ci sia alcunché di autobiografico, se l’ordine in cui li conosciamo abbia nulla a che fare con quello in cui sono stati scritti… non sappiamo quasi nulla. Però la tentazione di prenderli come sono e vederci in trasparenza una storia è di quelle cui non si resiste.

Mettete loro in bocca le parole appassionate, acidognole, sublimi e petulanti dei Sonetti, illuminateli con la luce di taglio di una delle tante teorie su di loro, e il Sonettista, il Bel Giovane, la Bruna Signora e il Poeta rivale prendono vita – e non vogliono più saperne di essere soltanto una cifra senza volto.

In un certo senso, mi sono limitata a dar loro retta.

E magari l’Io Narrante dei Sonetti non è affatto Will Shakespeare da Stratford – però è molto più divertente fare finta che lo sia. Perché non venite a vedere di persona lunedì sera?

Oh, e se piace a Thalia e allo Spirito del Bardo, la versione completa non dovrebbe impiegare poi troppo tempo ad arrivare in scena…

Shakeloviana

Shakeloviana: Il Lato Tagliente Della Morte

CookThe Slicing Edge of Death, di Judith Cook, è uno degli innumerevoli romanzi su Marlowe usciti nel 1993, a quattrocento anni dalla fatale rissa di Deptford… la britannica Cook, giornalista investigativa ed eccellente saggista, aveva una passione per il teatro elisabettiano, e aveva combinato le due cose in questo romanzo – il cui sottotitolo è, significativamente, Who killed Kit Marlowe?

Ora, non so che cosa vi aspettiate voi da un romanzo intitolato con una citazione da un autore, (con tanto di sottotitolo esplicativo, metti mai che sfugga il riferimento) e con il supposto ritratto dell’autore stesso in copertina… Io mi aspetto che l’autore stesso sia il protagonista – nel bene o nel male. Ebbene, nel caso di TSEOD è difficile a dirsi. Il Marlowe della Cook è un uomo sgradevole, insensibile fino alla crudeltà, preoccupato soltanto dei suoi piaceri e della sua fama, livoroso, avido, meschino, vendicativo e sempre ubriaco. A due terzi del libro, deve ancora mostrare un singolo tratto che lo riscatti, le sue opinioni sembrano più tasso alcolico che coraggio intellettuale, e della sua vena poetica tutti gli altri personaggi hanno l’aria di non pensare granché. E non è nemmeno un villain – non foss’altro che per mancanza della più pallida ombra di grandezza.

È chiaro come il giorno che a Ms Cook Marlowe non piace nemmeno un po’ – nemmeno abbastanza da renderlo davvero malvagio, o notevole in qualche modo. Qualcun altro accenna sporadicamente alla sua intelligenza, ma dobbiamo crederci sulla parola, perché non lo si vede comportarsi mai altro che stupidamente. Se leggessi questo libro senza sapere nient’altro di Christopher Marlowe, sarei disposta ad applaudire l’assassino promesso dal sottotitolo. A parte questo, tuttavia, con chi si suppone che m’identifichi in questo romanzo? Tutti (con l’eccezione di Robin Greene, che però si redime parzialmente prima di morire, e Lord Cecil, che ha l’attenuante della ragion di stato) vengono descritti come brave persone, ma gente di contorno. C’è un giovane attore fittizio che sembrerebbe dovere o poter essere il protagonista osservatore ma, quand’anche non fosse così sbiadito e bidimensionale com’è, i tre quarti della storia si svolgono fuori dal suo punto di vista…

Insomma, Judith Cook ha scritto un romanzo, ma si è dimenticata di equipaggiarlo di vari elementi fondamentali – come un personaggio con cui il lettore possa identificarsi e qualche redeeming quality per il protagonista nominale. Chiaramente, lei per prima non può soffrire il suo odioso Marlowe, e non sono davvero in grado di biasimarla – ma allora non posso fare a meno di domandarmi: perché disturbarsi a scrivere un libro su un personaggio del quale si ha una pessima opinione?

Ironicamente, il primo protagonista di Marlowe, Tamerlano il Grande, è un mostro di ambizione, crudeltà e arroganza, ma è ritratto con caratteri di grandezza che, se non lo giustificano, ce lo fanno tuttavia ammirare per pura sovrabbondanza vitale. Direi che il Marlowe di Cook è una specie di negazione di questo meccanismo, se non sospettassi qualcosa di diverso.

Ho tanto idea che, col quadricentenario in vista, qualche editore abbia considerato il curriculum di Ms Cook e le abbia proposto: perché, Judy, non provi a scrivermi un romanzo? Con la tua conoscenza del periodo e dei fatti, che ci vuole?

E in realtà ci sarebbe voluta un’ombra di… non dico di simpatia nei confronti del personaggio – ma magari sarebbe bastata un’ombra di antipatia profonda in meno?

elizabethana · Storia&storie

(Quasi) Tutto Torna

John_Warbuton,_antiquarian,_circa_1750Se il post di mercoledì era un girino, quello di oggi è un uroburo, ed è tutto molto circolare – ma vediamo di cominciare da qualche parte.

Vi ricordate di John Warburton e della sua cuoca Betsy Baker? Stando a Warburton, Mrs. Baker bruciò nella stufa una collezione di manoscritti elisabettiani praticamente senza prezzo… Lei non lo sapeva né poteva saperlo, povera donna – ma, supponendo che la storia sia vera, ha fatto piangere generazioni di studiosi di cose elisabettiane…

Sempre che sia vera, sì – perché c’è che dubita dell’affidabilità di Warburton. Forse aveva lavorato d’immaginazione, prodotto una lista che era in parte wishful thinking e in parte spigolature dal Registro degli Stampatori – e poi qualcuno aveva cominciato a chiedere di vederla, questa collezione  di meraviglie senza prezzo. E allora, forse, in un momento à la Ireland*, il pover’uomo si era trovato nella necessità di una storia – una storia qualsiasi che della collezione giustificasse l’invisibilità…. Hence Mrs. Baker, la sua stufa e i pasticci di carne.

Non è del tutto implausibile – ma in fondo non lo è nemmeno il contrario. Va’ a sapere…

Ma supponendo che Warburton dicesse la verità, e che trecento anni orsono Betsy Baker abbia davvero acceso la stufa e foderato gli stampi con i fogli della collezione del suo padrone, tra le opere perdute c’è anche The Maiden’s Holiday, una commedia che, stando al solito Registro degli Stampatori, andrebbe attribuita a Christopher Marlowe e John Day.

E a dire il vero, non so voi, ma la mia reazione alla scoperta è stata piuttosto scettica. Kit Marlowe che scrive una commedia? In collaborazione con un uomo che risulta attivo a partire da sei anni dopo la sua (di Marlowe) morte? E anche supponendo che si trattasse di un rimaneggiamento più tardo anziché di una collaborazione, siamo sinceri: ce lo vedete Marlowe a scrivere una commedia chiamata “La Vacanza della Fanciulla”?

Ecco, sì. Appunto.

In realtà La registrazione del titolo è della metà del Seicento – e quindi abbastanza tarda da poter essere imprecisa, e l’attribuzione nella lista di Warburton – indipendentemente dall’autenticità della lista – difficilmente può basarsi su qualcosa che non sia il Registro stesso, per cui… John_Payne_Collier

Ma se noi siamo scettici, altre epoche lo erano di meno: a metà Ottocento, un curatore marloviano di nome Alexander Dyce si convinse di averne persino trovato un pezzo, della commedia in questione. Un dialoghetto in versi emerso, con un’annotazione in calce che diceva “Kitt Marlowe”, dalle carte dell’attore elisabettiano Edward Alleyn, che di Marlowe aveva interpretato i personaggi ed era probabilmente amico.

Evviva? Warburton vendicato? Hm, non saprei. Per prima cosa, il foglio in questione era stato scoperto da John Payne Collier, che era un notevole studioso ma, alas, anche un falsario di tre cotte. Non si riesce a guardare nessuna carta associata a JPC senza provare un brivido di dubbio. Il che forse, nel caso in questione, è anche wishful thinking, perché ad essere sinceri, il dialoghetto non è un granché. E sì, posso spingermi all’estremo di ammettere la possibilità che scrivere commedie non fosse il mestiere di Marlowe, ma resta il fatto che l’attribuzione di Dyce si basa su una fonte dubbia e un puro e semplice atto di fede.

E tuttavia… vi ricordate del play di Courtney, poi trasformato in opera? Benché all’epoca John Payne Collier fosse già stato abbondantemente sbugiardato, Courtney non esitò a includere nel suo testo un pezzo del dialoghetto – facendolo canterellare a Marlowe stesso mentre corteggia la protagonista femminile, battezzata proprio in base al pezzo in questione. Il compositore Bedford, nello scrivere il libretto, non vide ragione di eliminare l’aria che si ritrovava già verseggiata e pronta.

E vi dirò – va benissimo così, perché la disamina delle fonti non si fa su un palcoscenico – ma considerando che play e opera modellano la morte di Marlowe su una combinazione di errori di trascrizione e leggenda nera puritana, ecco che questa storia torna là dove era iniziata – con qualcosa di perduto, qualcosa di capito male, qualcosa di dubbio e qualcosa di (probabilmente) menzognero.

Clac! – e questo rumore era il serpente che chiude i denti attorno alla propria coda.

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* Se volete sapere chi era W.H. Ireland, scaricate l’e-libricino che trovate qui. A parte tutto il resto, è una gran bella storia.

elizabethana · teatro

Zolfo, Incenso, Inchiostro

FaustusSe le teorie fossero rane, questo post sarebbe un girino.

Se non volete batraci per casa, chiamiamolo un rimuginamento per iscritto – a proposito del Doctor Faustus di Marlowe. Ora, vedete, il Faustus era popolarissimissimo. La Compagnia dell’Ammiraglio, il cui primattore Edward Alleyn aveva presumibilmente creato il ruolo, la rappresentò con gran profitto ventiré volte tra il 1594 e il 1597 – il che, considerando le lunghe e ripetute chiusure dei teatri in quel periodo, è una specie di record elisabettiano. Se diamo retta ad E. K. Chambers, le folle londinesi dell’ultimo decennio del Cinquecento erano disposte a spendere per questa storia più che per qualunque altra… D’altra parte, fin dal debutto, Faustus aveva mandato in terrorizzato visibilio il pubblico, con la sua combinazione di evocazioni diaboliche, teoria e scene comiche – conclusa da un finale di potenza sconvolgente. Prima di Marlowe, nessuno si era mai azzardato ad affrontare in questi termini questioni di anime vendute, inferno, paradiso, conoscenza e umanità…

Poi Marlowe fece la fine che sappiamo, e le sue opere gli sopravvissero con successo. Immagino che ne sarebbe stato soddisfatto. E forse si sarebbe divertito se avesse saputo che genere di leggende cominciò a germogliare abbastanza presto attorno al suo Faustus.

Nel 1632 William Prynne raccontò di un diavolo soprannumerario comparso in scena e… puf! – sparito in una nuvola di zolfo non appena gli attori cercarono di capire chi fosse l’intruso. Ora, di Prynne potremmo non preoccuparci nemmeno troppo: era un puritano accanito e ce l’aveva a morte con il teatro – e per di più nella prima metà del Seicento, in ambiente puritano, era assai di moda dipingere a tinte nigerrime il povero Kit e tutto quel che aveva a che fare con lui.

Tuttavia, Prynne non doveva essersi inventato completamente la storia. È probabile che l’avesse raccolta da qualche parte. Ed è vero che tra i capi d’accusa ai danni di Marlowe raccolti dallo spregevole Richard Baines c’era anche l’aver evocato diavoli nel bosco a Cambridge – ma dubito che la cosa fosse terribilmente risaputa. A quanto pare, piuttosto, fin dall’inizio girava la storia secondo cui il Faustus avrebbe contenuto veri incantesimi tratti da un vero grimorio…

Se Prynne aveva fatto succedere la sua apparizione durante una rappresentazione londinese, altre versioni della storia la volevano accaduta in provincia, durante una prova. A fine Seicento, il sempre pittoresco John Aubrey non si accontentava di dare la sua versione dell’incidente, ma ne faceva la causa del ritiro dalle scene di Alleyn. Faustusc

Insomma, la storia girava – e non posso fare a meno di immaginarla che nasce, si sussurra, si ricama, si abbellisce e si gonfia di bocca in bocca tra l’eccitabile pubblico londinese… Si parlava di diavoli per tutto il tempo, giusto? E gli attori vestiti di rosso apparivano e sparivano tra nuvole di fumo colorato, e quel Marlowe non era un bestemmiatore e un ateo?

Eppure (ed ecco che arriva il girino), mi chiedo se non ci fosse anche un altro motivo, più inconsapevole per il sorgere di queste storie… Perché è vero che Faustus, peccatore multiplo, superbo e venditore di anime, finisce esemplarmente punito all’inferno – ma non prima di avere detto e ascoltato una certa quantità di cose piuttosto incendiarie dal punto di vista teologico e religioso. Faustus ritiene la teologia tanto capziosa quanto inutile, vende la sua anima, interroga il diavolo per sapere com’è l’inferno, rifiuta varie possibilità di redenzione e, quando si pente, non trova la minima ombra di misericordia o perdono…

E quindi mi domando se il pubblico elisabettiano non sentisse un che di sulfureo in questa tragedia, e traducesse la percezione in apparizioni diaboliche, magia nera e spaventi vari.

Storie nate in reazione a una storia.

Si direbbe che Marlowe i diavoli li evocasse per davvero: quelli fittizi che il fittizio Faustus convocava in scena – e poi quelli metaforici creati nella mente degli spettatori.

 

 

Shakeloviana

Shakeloviana: William

william1Dopo che, lunedì scorso, ho parlato dell’opera marloviana di Bedford, N. mi ha scritto segnalandomi qualcosa d’altro.

Anche questo post è qualcosa d’altro, visto che William, opera da camera del compositore svedese B. Tommy Andersson, non l’ho vista affatto – né l’ha vista N. Considerate tutto ciò… well, la segnalazione di una segnalazione. Non credo che sarà un post molto lungo.

Cominciamo col dire che siamo molto lontani da Bedford/Courtney: William è del 2006, su libretto originale (in Svedese) di Hakan Lindquist, e l’unica recensione che ho trovato descrive la musica come sostanzialmente post-moderna. Di sicuro la distribuzione, con un soprano, un tenore e ben sei baritoni, è tutt’altro che tradizionale – e mi vien da domandarmi come se la cavino con tutte quelle voci baritonali… Ma non divaghiamo, e concentriamoci sulla storia.william3

Il protagonista, come il titolo lascia intendere, è Shakespeare – ma Marlowe compare con una certa abbondanza. Dalla sinossi non è chiarissimissimo, ma si direbbe che William, non contento di un’amicizia artistica, sia innamorato del coetaneo più audace e più celebre, e lo segua dappertutto… Right, forse non è  proprio così, ma di sicuro il William di Andersson e Lindquist riesce ad essere nella Compagnia dell’Ammiraglio all’epoca di Tamerlano (anche se questo succede offstage), a Flushing – in tempo per assistere all’arresto di Marlowe come falsario – e anche a Deptford, dove succede quel che sappiamo.

Insomma, il meccanismo di fondo del libretto sembra ridursi nel piazzare Will a tutti i punti di svolta della vita di Kit. Se risulti ripetitivo, è difficile a dirsi senza avere letto. Di sicuro diversa dal consueto è l’idea di uno Shakespeare che corteggia Marlowe ai limiti dello stalking. Lo scenario che li vuole amanti è tutt’altro che inedito, ma di solito il corteggiatore/seduttore è Kit.

william2Enfin, l’opera è stata commissionata da Vadstena Akademien, una favolosa istituzione musicale svedese che ha sede in un castello e da un lato incoraggia e coltiva la produzione operistica contemporanea, mentre dall’altro recupera e rappresenta opere (immeritatamente*) dimenticate.

Credo che le fotografie che ho trovato si riferiscano proprio al debutto di William a Vadstena, nell’estate del 2006. Se è così, chapeau alla combinazione di scene minimaliste e bellissimi costumi period. Poi, se davvero si suppone che quello qui sopra sia Sir Francis Walsingham, è possibile che in Svezia si siano lasciati sfuggire qualche minuto, minutissimo particolare** – ma diciamo che son licenze artistiche, o quanto meno sospendiamo il giudizio in attesa di saperne/vederne/sentirne qualcosa di più.

Nel frattempo, thank you, N.

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* La mia teoria sulle opere dimenticate ve l’ho già detta – ma ammetto la possibilità di eccezioni.

** Nel 1592 – l’anno del fracas di Flushing – Sir Francis era, you know, morto da un paio d’anni. Se fosse stato ancora vivo, avrebbe avuto sessant’anni suonati. Se non avesse avuto sessant’anni suonati, è davvero difficile immaginare l’austero e perennemente nerovestito personaggio in questa tenuta elegante, modaiola e vistosetta. Forse le mie fonti confondono Sir Francis con l’assai più giovane cugino Thomas?

cinema · musica

Dov’è Scritto? ♫

Yentl (film)Che a dire la verità, Yentl l’avevo anche visto, anni ed anni fa… E non doveva essere stato un momento eccessivamente buono, però – perché davvero ne ho un ricordo fumosetto anzichenò. Non posso nemmeno dire che mi avessero copita granché le canzoni, e immagino che questo sia davvero grave.

Ma insomma, tant’è.

Poi è successo che abbia cominciato a prendere lezioni di canto… Yes, well. Magari una volta o l’altra vi racconterò – ma il fatto è che prendo lezioni di canto insieme a M. E a un certo punto M. ha chiesto all’insegnante se potevamo cantare Where is it written, da Yentl.

E così ho scoperto – o riscoperto, fate un po’ voi – questa canzone, che a rigor di logica devo avere già sentito, ma è stata comunque una discreta rivelazione.

E per essere del tutto sincera, io non sono per niente – ma proprio per niente sicura che M. e io siamo in grado di cantarla come si deve, ma in fin dei conti, dov’è mai scritto che non possiamo almeno provarci?

E buona domenica.

scrittura

NaNoWriMo

The setup for NaNoWriMo at home, if I need to ...

NaNoWriMo, semmai non lo sapeste, sta per National Novel Writing Month – Mese Nazionale della Scrittura di Romanzi.

È una cosa nata Oltretinozza – e in un certo senso solo Laggiù potevano inventarsela: una maratona di scrittura lunga un mese, in cui tutti sono invitati a metter mano all’idea che accarezzano da secoli senza mai metterla in pratica, o a riprendere in mano qualcosa di abbandonato e finirlo… It matters not: l’idea è quella che, alla fine di novembre, si siano messe insieme 50000 parole di romanzo – in teoria tutta una prima stesura.

Ora, prima di inorridire e bollare l’intera faccenda come un’Americanata, considerate.

Considerate le potenzialità antiprocrastinazione di un mese del genere. Considerate la pura e semplice forza di propulsione motivazionale dell’idea di scrivere dalle 1500 alle 2500 parole al dì. Considerate quanti progetti di scrittura non partono mai – o naufragano malinconicamente – perché non si scrive mai oggi quel che si può rimandare a domani. Diciamo la verità: impegnarsi in pubblico a scriverescriverescrivere, trovare il modo d’inserire nell’agenda il tempo che serve, prendere l’abbrivo e andare… se è vero che, come dice Mary Heaton Vorse, l’arte di scrivere è l’arte di applicare il fondo dei pantaloni a una sedia, allora NaNoWriMo è proprio quel che ci vuole.

Poi, si capisce, tutto dipende da come lo si fa. Nella sua versione più utile ed efficace, NaNoWriMo non consiste affatto nel sedersi con un quaderno il 1° di novembre aspettandosi che la Musa si presenti all’appuntamento per dettare la sua quota di parole. L’idea è di passare ottobre – e magari anche settembre – a pianificare, progettare, documentarsi, prescrivere… Così da arrivare all’inizio con le idee chiare su quel che si vuol fare. Il che forse leva qualche patina romantica alla faccenda, ma le dà molto più sugo. Dopotutto, a che serve scribacchiare freneticamente per un mese, se alla fine ci si ritrova con cinquantamila parole di divagazioni inutilizzabili?

Poi è chiaro che NaNoWriMo si può fare anche nella più inutile e gratuita delle maniere, giusto per dire “L’ho fatto…” Ho visto siti in cui si consigliavano scorciatoie per gopnfiare il conto parole: sequenze oniriche – perché tanto è un sogno, non deve avere senso – e descrizioni dettagliatissime e roba del genere… Ma questo è l’umano libero arbitrio, giusto? Con un minimo d’impegno non c’è nulla, ma nulla che non si possa fare in maniera del tutto futile, dannosa e/o stupida. E parimenti, con un minimo d’impegno, non c’è nulla che non si possa fare per bene. Writing

Detto ciò, NaNoWriMo io non l’ho mai fatto. Tutti gli anni accarezzo brevemente l’idea, e tutti gli anni la lascio ricadere nel limbo da cui si è affacciata. Perché sono una procrastinatrice tremenda. Perché predico assai meglio di quanto razzoli. Perché novembre è un mese micidiale – ma d’altra parte, quale non lo è?

Ed è un peccato. Quest’anno lo è ancora di più, perché ho un’ideuzza nuova che mi piacerebbe sviluppare – e un writing month cadrebbe proprio a pallino. O almeno una writing week, ma temo che anche quella al momento sia fuori dal novero delle possibilità. E comunque l’ideuzza nuova è cosa dell’altro giorno – decisamente tardino per cominciare domani…

Ma se siete più bravi di me… Be’, non sono certa di consigliarvi di decidere oggi e cominciare domani – ma se per caso avete già un romanzo progettato e mai iniziato, se avete faldoni di documentazione, idee e schemi, allora questa potrebbe essere una buona occasione per buttarvi. E poi, a dire il vero… state a sentire: anche se siete un po’ meno pronti, anche se si tratta soltanto di iniziare la prescrittura o la progettazione, o la documentazione… perché non cominciare a lavorarci quotidianamente per tutto il mese, istituire un po’ di quella disciplina così fondamentale per scrivere – anche senza un conto parole quotidiano?

Avanti, provate! Avete la mia benedizione – e magari, sappiatemi dire, volete?

elizabethana · grilloparlante

Shakespeare & Marlowe Per Borgocultura

Per cominciare…

Locandina

E qui trovate i dettagli.

Che poi a volte anche le conferenze, come i personaggi, fanno i capricci.

Sono conferenze già fatte più di una volta, si tratta di riprenderle e basta – che ci vuole mai? Si ristampa la scaletta, si rispolvera la presentazione .ppt e via, giusto?

Giusto?

E no. Per niente. Perché al primo tentativo di prova, la chiacchierata non funziona. Suona legnosetta, angolosa. Non lo era, non lo è mai stata – quindi che diamine le prende? Sarà la mancanza d’esercizio – a patto di voler chiamare un mesetto “mancanza d’esercizio”?

Così si ripete ancora – e non solo non funziona affatto, ma continua a voler prendere deviazioni, divagazioni e sentierolini fuori scaletta… Volendo, se ne può fare una questione di principio e interstardircisi, ma a mio timido avviso, dopo la terza prova franata a valle conviene farsene una ragione, decidere che si è più ragionevoli di una conferenza e dimostrarlo riaggiustando la scaletta tanto quanto serve – magari tenendo conto di altre conferenze che si sono fatte nel frattempo.

Ne segue, si capisce, la necessità di riaggiustare con energia anche la presentazione .ppt  – sennò che gusto ci sarebbe? E non vale la pena di illudersi che una rivoluzioncella delle slides sia sufficiente, perché quando la conferenza ha l’aria di sentirsi ibridata a suo gusto, la si prova e si scopre che dura un’ora e mezza.

E allora si taglia, si pota, si sfronda, si combinano slides, si ricomincia daccapo… Insomma, il resto ve lo immaginate. E la morale si è che, nonostante il tema sia sempre quello dei due poeti, pari in dignità, nella bella Londra dove ha luogo la nostra storia, monta la rivalità antica – e molto inchiostro e sangue finto inondano le scene dei teatri*, lo svolgimento è piuttosto diverso dalle occasioni precedenti e da quel che mi aspettavo. E non so se avete notato, ma persino la locandina è piuttosto diversa…

Il che, considerando che è quasi un anno che bagolo in giro di S&M, è decisamente un bene.

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* Con tante scuse al povero Will… non mi sono trattenuta.

 

 

 

Shakeloviana

Shakeloviana: (La Morte Di) Kit Marlowe

Scoperta recente – recentissima.

RixeOgni volta che credo di avere esaurito i plays in materia, ne salta fuori un altro… Questa volta, in realtà due in uno – anche se uno non è un play. Ma andiamo con ordine.

Per cominciare, Kit Marlowe’s Death, play in un atto di William Leonard Courtney, pubblicato nel 1908, ma scritto prima. Millenovecentootto significa prima di Leslie Hotson, l’uomo che, scoprendo le carte dell’inchiesta a Deptford e del processo a Ingram Frizer, chiarì dinamica, attori, bizzarrie e improbabilità varie della morte di Marlowe.

Scrivendo prima di questo spartiacque, Courtney aveva un nome – il più mal-trascritto che misterioso Francis Archer – e la tradizione spuria di quello che in altre circostanze si sarebbe chiamato un delitto passionale. Così creò Nan, la dolce cameriera di taverna, e un Archer locandiere, geloso e seccante.

La trama è semplice. Archer, vedovo bilioso e collerico, sposerebbe volentieri la sua giovane cameriera Nan – ma lei non ci sente. È innamorata di uno scavezzacollo di poeta, il celebre Kit Marlowe – che le è sì affezionato, ma ha la testa persa dietro cose più grandi dell’amore di e per una ragazzina di campagna. È il 30 maggio del 1593, e Kit arriva alla locanda con un paio di altri poeti, l’attore Ned Alleyn e il mecenate e amico Thomas Walsingham – ma ci arriva di umor cupo. Non aiuta che i suoi amici gli leggano pezzi del “testamento” di Robert Greene, in cui gli si dà dell’ateo e gli si prospettano terribili punizioni…

Sì, lo so – anch’io, se avessi un amico poeta e umorale, cercherei qualche altra cosa da leggergli, ma in questo play molto si basa su presagi, presentimenti e visioni. Avete presente il senno di poi, quello di cui son pieni i palcoscenici? Ecco. Per cui Kit ha questa vaga impressione di avere già vissuto quel che c’era da vivere, eccetera eccetera. Ed è anche profeticamente certo che un brillante futuro attenda non tanto lui, quanto quel nuovo arrivato, Will Shakespeare da Stratford. Dalle paturnie si riscuote un pochino quando una sconsolata Nan gli annuncia che sta per cedere alle pressioni matrimoniali di Archer. Giammai! Piuttosto che lasciare la semplice ma poetica creatura nelle mani del locandiere, è disposto a sposarla di persona – intanto per finta, con Alleyn che interpreta il sacerdote, e poi si vedrà. Er… sì. Quando Archer irrompe furioso e armato, non sappiamo biasimarlo del tutto, vero? Ma poi volano le coltellate, Kit la prende nelle costole e muore proclamando la bontà delle sue intenzioni verso Nan e qualche rimpianto per una vita mal spesa. Sipario.

No, non è granché. Gonfio e magniloquente, dominato da un Marlowe tanto profetico e maudlin da essere irritante. Dalla sua, però questo play ha un’idea originale e ragionevolmente interessante. Quando Ned Alleyn insiste per avere un altro di quei ruoli che conquistano il pubblico, Kit rivela che sta scrivendo qualcosa di nuovo: Tito Andronico, che ovviamente resterà incompiuto e finirà per le mani di quel certo provinciale, Will Shakespeare… Considerando quanto “poco Shakespeariano” sia parso per secoli il violentissimo TA, l’idea ha il suo genere di fascino.

E siccome un’opera ci mancava, sono lieta di comunicarvi che da questo play fu tratta anche un’opera – musica e libretto di Herbert Bedford. La musica apparentemente è introvabile, ma il libretto no – e bisogna dire che è peggio del play. Legato alle necessità musicali e narrativamente più semplici del teatro d’opera, Beford sfronda diversi personaggi e il Tito Andronico, infila un balletto del tutto gratuito e (come resistere?) Come live with me and be my love. Aggiungeteci una Nan cassandresca e grandiloquente e un Marlowe innamorato e nient’altro, dei versi ancor più purpurei e legnosamente pseudoelisabettiani della prosa di Courtney, e il disastro è completo. È possibile che la musica riscattasse il libretto, ma non ci giurerei. In my experience, se un’opera lirica esce da tutti i repertori, di solito un motivo c’è. E quindi l’opera l’abbiamo – ma non riesco a credere che sia una meraviglia.

E a questo punto forse no – ma se per caso vi fosse rimasta qualche voglia di leggere il play, lo trovate qui, parte della raccolta Dramas and Diversions, courtesy of the Internet Archive.