angurie · Ossessioni

Piccolo Bollettino Onirico

E così questa notte ho sognato questa gente elisabettiana che scappava scavalcando il muro del mio frutteto.

Non so da che cosa scappassero – non da me, credo, perché poi ero nel viottolo esterno a dare una mano a quello vestito di verde cui era caduto addosso un cavallo.

Ma non doveva essersi fatto terribilmente male, perché poi è corso via con gli altri, cercando di perdersi nel corso cittadino che in realtà non è affatto alla fine del viottolo…

E quando hanno preso delle motorette per continuare la fuga, io li ho inseguiti gridando “Non potete! È un anacronismo!”

Quindi, forse, dopo tutto era da me che scappavano.

Essì, lo so, lo so…

Shakeloviana

Shakeloviana: Murdering Marlowe

2Vi ricordate lo Will Shakespeare di Clemence Dane?

Ve lo chiedo perché oggi parliamo di un altro play che, pur avendo una certo numero di punti di contatto, non potrebbe essere più diverso.

Come Miss Dane, anche Charles Marowitz tenta la via del verso sciolto. Come Miss Dane, anche Marowitz piazza il giovane Shakespeare all’ombra del giovane Marlowe. Come Miss Dane, anche Marowitz ci mette in mezzo una donna – più o meno contesa, più o meno indecisa. Come Miss Dane, anche Marowitz ci aggiunge una Anne Hathaway abbandonata e attaccaticcia. Come (e più di) Miss Dane, anche Marowitz esplora questioni di individualità artistica e spazi espressivi da trovare. Come Miss Dane, anche Marowitz mette Shakespeare dietro la coltellata fatale a Deptford – sia pure meno… er, direttamente.

E in realtà le somiglianze finiscono qui. In Marowitz, per cominciare, non ci sono bravi ragazzi tormentati. Will è un genio 4ec58402c1655.preview-300insicuro e meschino, divorato dall’invidia al punto che l’omicidio gli sembra un metodo perfettamente sensato per liberarsi del coetaneo più brillante. Kit è pieno di hybris e autodistruttivo, ma sgradevole su tutta la linea – scritto per offrire a Will tutte le motivazioni e tutti i mezzi per l’omicidio, e nemmeno l’ombra di un motivo di rimorso o simpatia. La donna contesa non è una Mary Fitton luccicante e amorale, ma una Emilia Lanier che rimbalza di letto in letto, cercando di manipolare in qualche parvenza di sentimento – o almeno di reazione – due uomini che per lei hanno davvero poco tempo considerando quanto Will sia ossessionato da Kit, e quanto Kit sia ossessionato da se stesso. Anne tenta di essere quella costretta alla prosaicità dalle delusioni, dalla povertà e dall’altrui vaghezza, ma esce piuttosto piatta. Quanto all’individualità artistica, devo confessare che, pur credendo senza un’ombra di difficoltà che Marlowe sia stato una pietra di paragone oltremodo ingombrante, fatico a indurmi ad apprezzare uno Shakespeare ossessivamente, circolarmente intento a ripetersi che oh, se solo non ci fosse Marlowe! È… poco.

E i versi? vi chiederete forse.

Ecco, i versi…

67289-large_0Non ho nulla, ma davvero nulla contro il teatro contemporaneo in versi giambici – a patto che la cosa funzioni. È un “a patto” piuttosto maiuscolo, me ne rendo conto, proprio per il fatto che far funzionare i pentametri giambici in un linguaggio che suoni debitamente elisabettiano e non sia un’infelicità per l’orecchio moderno è un mestiere intricato e delicatissimo. In qualche modo, Clemence Dane ci riesce senza grattare troppo – o almeno così sembra a me, e forse è solo perché con il 1921 si è più indulgenti? Magniloquente, gonfio e purpureo, il linguaggio in versi della Dane è irritante a tratti, ma irritante in quella maniera georgiana che, in qualche modo, funziona. Voglio dire, si vedono immagini come questa qui a fianco, e si capiscono molte cose…

Però si direbbe che il mio livello di tolleranza frani a valle quando si tratta di un autore contemporaneo, perché i pentametri di Marowitz mi rendono un po’ infelice. Non li ho mai sentiti recitare, ma alla lettura mi suonano legnosi e insipidi al tempo stesso. Ripeto, magari sono io, e non è come se preferissi i versi di Miss Dane, ma in qualche modo, lo spudorato tentativo post-vittoriano di riprodurre il linguaggio del Bardo mi irrita meno del dichiarato intento contemporaneo di non voler imitare Shakespeare.

D’altra parte, ci sono varie cose che Marowitz dichiara – tra l’altro di avere costruito il suo play più come un thriller che come un period piece. Considerando quanto è confuso e macchinoso il delitto, non so spingermi ad affermare che ci sia riuscito terribilmente bene.

Morale – un disastro completo?

In realtà no. Ci sono alcune buone cose in questo play. L’atmosfera cupa e claustrofobica, il senso di minaccia, un’idea di fondo bizzarra ma interessante, la frustrazione di Emilia, il momento rivelatore in cui Will si rende conto di non essere poi così machiavellico come credeva… È un peccato che poi l’insieme non funzioni granché.

 

bizzarrie letterarie

Il Prigioniero Di Zenda

Per chi, come M., non ha mai visto/letto IPdZ…

Versione muta 1922 (solo in fotografia, sorry):

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Versione 1937 (la mia preferita):

Versione 1952 (“Il film che sfida ogni paragone”…):

E versione televisiva della BBC, 1984 (di nuovo solo in foto):

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E il link al libro presso il Project Gutenberg.

E. già che ci siamo, una mappa della Ruritania:

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E buona domenica!

grilloleggente · libri, libri e libri

Dieci Libri Che Vorrei Rileggere (E Chi Può Dire Se Mai Ci Riuscirò?)

Jades-reading-list-600x436Questo post nasce da… be’, diverse cose.

In primo luogo, qualche tempo fa, P. mi aveva scritto di avere deciso di dedicarsi per un po’ alle riletture di almeno qualcuno di quei libri che le erano piaciuti tanto, e di cui aveva nostalgia…

Mi era sembrata una di quelle idee belle e irrealizzabili, considerando una To Read List lunga come il mio braccio e un’incapacità di resistere di fronte ad ogni libro che si disturbi a sbattere metaforicamente le ciglia davanti a me. Irrealizzabile – ma bella.

Poi è capitato che l’estate scorsa, proprio di questi tempi, mentre scrivevo Acqua Salata e Inchiostro, abbia ripreso in mano Lord Jim – e l’abbia riletto più o meno di straforo, tra una battuta e l’altra, a bocconi e spizzichi, gettando occhiate ansiose da sopra la spalla, e sperando che la TRL non mi vedesse.

E l’altro giorno è successo di nuovo: per l’ultimo appuntamento di Ad Alta Voce, in tema di peccati, vizi & trasgressioni, ho letto tra l’altro un brano di A Dead Man in Deptford – e mi sono resa conto che goodness, ho davvero voglia di rileggerlo.

Ma… la Lista, il lavoro, le commissioni, la HNR, le conferenze, gli impegni… non sembra molto probabile che trovi il tempo – e se anche lo trovassi, temo che cominciare con una rilettura significhi soltanto aprire un cancello pericoloso – brutte chine, metafore assortite, e tutto quanto. Perché non è come se Burgess e Conrad fossero due casi isolati…

E tuttavia, immaginiamo di non avere limiti di tempo, di disporre di molteplici set occhi-mani-cervello, di non necessitare di sonno, eccetera, eccetera, eccetera… Immaginiamo di poter rileggere a piacimento, e buttiamo giù una piccola lista – un’altra! – di riletture ideali. Considerando che Lord Jim l’ho riletto, e che di A Dead Man in Deptford ho già detto…

1. La Trilogia del Mare, di Golding. E già cominciamo male, a tre per volta. Conrad a parte, forse i miei titoli prediletti in fatto di mare. Divorati nel giro di tre giorni e tre notti piuttosto senza respiro, nella mia stanza di collegio, a Pavia.

2. Guareschi. Di male in peggio, perché qui sono proprio tanti. Non so, mi viene in mente il Mondo Piccolo, varie cose di Don Camillo, Vita con Giò… solo per citarne qualcuno. Guareschi lo leggevo con mia nonna – e ogni volta che F. me ne legge o cita un pezzetto, mi viente un colpo di nostalgia.

3. Count Belisarius, di Robert Graves. Non foss’altro che per nostalgia di come aspettavo che fosse sera per tornare a leggere… Questo generale barbaro, più fedele all’Impero dei Bizantini stessi, e la lealtà così mal ricompensata. È così perfettamente il mio genere di storia, che difficilmente potrebbe esserlo di più. E quanto ho detestato Antonina…

4. Barnaby Rudge. Magari non tutto, ma cose come l’assalto a Newgate, la folla, le fiamme… Quei libri da cui si riemerge a tratti con la sensazione di annusare odor di bruciato. Ma qui forse entriamo in territorio pericoloso, perché pretendere da una rilettura le stesse impressioni di una prima lettura può rivelarsi la via del disastro.

5. Camera con Vista. Il mio Forster predilettissimo, nonché il primo libro che mi sono comprata a Cardiff come terapia per la nostalgia di casa. A parte tutto il resto, è incantevole.

6. L’Opera al Nero. L’unico libro della Yourcenar che desideri rileggere sul serio. È passato un sacco di tempo, ma ricordo una storia cupa, un protagonista in ricerca perenne, un senso di urgenza…

7. Guerra e Pace. Mi sono resa conto pensandoci che l’unica lettura completa risale a quasi venticinque anni fa, e il successivo senso di familiarità è dovuto tutto e soltanto all’opera di Prokofjev… forse sarebbe tempo di riprenderlo in mano.

8. The Player’s Boy, di Bryher. Lettura relativamente recente, ma il senso di un mondo che tramonta, di occasioni mancate, di rimpianti e di irreparabilità… Oh, che volete che vi dica? Ciascuno è sentimentale a modo suo.

9. Narciso e Boccadoro. Ebbene si, ho avuto un periodo Hesse – anche se tengo a chiarire che Siddharta non mi è mai, mai e book readingmai piaciuto. Questo in particolare – letto in un momento particolare, associato a bei ricordi e con una manciatina di spunti e di scene che poi hanno fatto ritorno in altri modi – lo rileggerei volentieri – per tutta una collezione di motivi sbagliati.

10. La Fattoria degli Animali. Non so a chi diavolo fosse saltato in mente d’infilarlo nella biblioteca scolastica di una seconda media… Ne ho ricordi piuttosto vividi (povero Gontrano!), ma forse sarebbe il caso di dargli un’occhiata più adulta…

E in realtà questa era soltanto la punta dell’iceberg, e mi sono limitata ai romanzi e non ho nemmeno cominciato con la saggistica. E questo è il motivo di fondo per cui è alquanto improbabile che mi dia alle riletture, e però, però, però…

E voi? Rileggete? Rileggereste? Che cosa rileggereste?

libri, libri e libri

Caccia Al Tesoro

106538347404460751_BSs0iTR8_c“Non hai visto A Dead Man in Deptford, vero?”

“No…”

“Davvero davvero davvero?”

“Non l’ho trafugato per leggerlo di nascosto, se è questo che intendi.”

“No, ma davvero non l’hai visto?”

“Hm… Com’è fatto?”

“Paperback, costa nera, copertina nera con illustrazione dal giallo al rosso… Anzi, aspetta – no. Quella è la copertina della biografia di Riggs. Copertina… Mi pare che ci sia una variazione di qualche tipo del ritratto, e delle foglie, e forse…”

“Fa lo stesso, tanto la copertina non la vedo da qui, giusto? Ma la costa è nera?”

“Sì, di quello sono sicura: costa nera.”

Ed è così che ci si mette in due, su e giù dalle scalette, scaffale per scaffale, costa nera per costa nera, avanti e indietro per parecchie pareti di libreria, distribuite su diverse stanze – e talvolta in doppia fila. Senza contare le pile – perché ci sono diverse pile qua e là, ad altezza ginocchio.

“Certo che se tu tenessi i libri in qualche parvenza di ordine…”

“Di solito so dove ho le cose.”

“Vedo…”

“Ho detto di solito. E comunque questo è stato di sopra per un secolo… no, lascia stare quella pila lì: c’è da Pasqua, e ADMiD l’ho ripreso in mano più di recente.”

“Di sopra?”

Era di sopra. Poi una sera l’ho portato a lezione per leggerne un pezzo, e poi… er.”

“Poi non l’hai rimesso a posto. Figures. E questo è successo dopo Pasqua?”

“O forse prima, a ben pensarci…”

“Il che significa che potrebbe essere in una qualsiasi delle pile?”

“Oh dear.”

E riprende la ricerca – estesa anche alle pile.

“In base a quale logica hai suddiviso questi scaffali per colore?”article-0-0072D12F00000578-830_468x312

“Oh, così – mi è venuto l’uzzolo, un paio di anni fa.”

“E come fai a ritrovare un libro sulla base del colore?”

“Se c’è qualcosa che tendo a ricordarmi, è il colore della costa. E comunque, credi che l’ordine per colore sia davvero peggio dell’ordine del tutto casuale?”

“Ma che cos’hai contro un ordine vagamente sensato? Magari non servirebbero questi safari. Oh… eccolo!”

“Dove?”

“No, scusa. Altro Burgess.”

“Pittikins.”

“Be’, sai che cosa ti dico? Non c’è.”

“Ma certo che c’è. L’ho visto di recente…”

“Non l’hai prestato a qualcuno?”

“No…”

“A qualche allievo, magari?”

“Ma no.”

“Come i racconti di Crane – che poi non si sono più rivisti?”

“Questo è in Inglese, non credo che…”

“E Crane invece in che lingua era?”

“Oh… già. Ma questo sono sicura di non averlo prestato. Sicurissima.”

E dopo un po’ inevitabilmente si rimane da soli, perché la gente si stanca dei safari. E una volta rimasti da soli, si ricomincia a cercare e cercare e cercare, solo che da soli si è più inclini a distrarsi, sfilare un libro o l’altro, cominciare a sfogliare… Insomma, sono certa che sapete come funziona. Passa un’oretta buona prima che si arrivi a scendere – però lo si fa brandendo trionfalmente A Dead Man in Deptford.

index“E dov’era?”

“Di sopra. Più o meno dov’è sempre stato.”

“Lo avevi rimesso a posto?”

“Eh sì. Sono talmente abituata ad appoggiare le cose dove capita, che quando, for a wonder, le rimetto a posto, non le trovo più.”

“Non succederebbe, se tu rimettessi a posto più spesso. Mi domando però come abbiamo fatto a non vederlo prima, visto che… aspetta un momento, la costa è bianca!”

“Er…”

“Avevi detto che la costa era nera. Che di quello eri sicura. Che se c’è una cosa che tendi a ricordarti, è il colore della costa…”

“Sssssì, ma può darsi che mi si sbagliata un pochino.”

E che bisogna dire? A volte sarebbe il caso di accettare con rassegnazione il fatto di non avere memoria visiva. E di non coinvolgere gli innocenti in questo genere di caccia al tesoro – perché poi gli innocenti cui pare di aver perso mezz’ore alla ricerca di coste del colore sbagliato fanno commenti acidi.

E comunque niente mi toglierà mai di mente l’idea che ai libri – o almeno a certi libri – piaccia da matti farsi desiderare e giocare a nascondino.

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Shakeloviana

Shakeloviana: The English Channel

brusteinThe English Channel è un play di Robert Brustein – e no, non parla della Manica.

Con una manciatina di gente in scena, parla di Shakespeare, e di Marlowe, e di arte, e di teatro, e del significato e valore dell’originalità, e del rapporto tra un autore e il suo materiale, e di grandezza, e di debiti, e di un sacco di cose.

E poi, giustificando il titolo, parla di cose che vogliono essere scritte – e di quell’impressione che a volte si ha, di essere… visitati.

“Vengono quando dormo, dice il Will di Brustein, E qualche volta quando non riesco a dormire, e pretendono che li faccia entrare, e gridano con quelle voci fameliche. Chiedono che dia loro vita. E quando ho dato loro vita, ne chiedono di più.”

E questo Will è perfetto per questo – per essere The Channel – perché non ha una personalità terribilmente definita. È una sorta di spugna che assorbe (e annota) tutto quello che sente. È una manciata di cera morbida, pronta a modellarsi su qualsiasi forma  lo colpisca. È un ladro, dice Kit Marlowe. Un ladro di parole, di espressioni, di sentimenti – e occasionalmente di versi. E lo dice con qualche acidità – ma d’altra parte questo Kit non potrebbe mai essere così neutro e flessibile: un radicale fiammeggiante, è sempre lui a parlare in tutti i suoi personaggi. Marlowe foggia l’umanità a sua immagine e somiglianza, mentre Shakespeare foggia sé stesso in forma di varia e molteplice umanità.

Poi però Marlowe muore – e il suo fantasma inappagato offre a Will di essere la sua voce, il canale attraverso cui prendono vita le idee che la pugnalata fatale a Deptford ha, so to say, soffocato in culla.

Uno Shakespeare che scrive sotto preternaturale dettatura? È questa l’impressione che si potrebbe ricavare, dopo avere visto i due poeti alle prese con Emilia Lanier e il giovane Henry Wriothesley per cinque atti. E se ci si fermasse lì, potrebbe quasi essere deludente… Channel190

Ma.

In realtà i cinque atti cambiano d’aspetto quando li si legge incorniciati tra due testi. Prima c’è un’introduzione che spiega come la teoria dello Shakespeare-di-cera sia nata da un insieme di suggestioni* raccolte a teatro, nei libri di Stephen Greenblatt – cui il play è dedicato – e nell’esperienza personale dell’autore. Quell’impressione di essere visitati, ricordate? E poi c’è qualcosa di bizzarro, intitolato “Recensione di un Fantasma”, in cui Richard Burbage, probabilmente il primo Romeo, ironizza  in maniera smaliziata e semi-elisabettianasul play, e sulla mitologia bardolatrica e, già che c’è, sull’antistratfordianesimo:

“Com’è che voi moderni vi sentite obbligati a credere che chiunque possa avere scritto le opere di Shakespeare – tranne Shakespeare?”

E se lo chiedete a me, non ha tutti i torti – ma non è questo il punto. Il punto è che, preso da solo,  The English Channel è un play ragionevolmente brillante, che riprende un’immagine non del tutto nuova di Shakespeare, e strologa sul suo rapporto con la sua ispirazione e la sua opera. A rendere tutto ciò davvero significativo, tuttavia, a gettare luci di taglio sul gioco metateatrale e metaletterario, a radicarlo in una prospettiva a cannocchiale di punti di vista interpretativi, sono quei due arnesi che lo incorniciano come due fermalibri – uno prima e uno dopo.

Mi domando se in scena, privato di questa cornice fondamentale, il play non soffra un po’ e non non rischi di diventare un grazioso giochino metaletterario.

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* Ho sempre trovato curioso che nel numero non ci sia Shaw, il cui Will, in The Dark Lady of the Sonnets, sembra un po’ un progenitore di quello di Brustein…

 

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scribblemania

Tutta Un’Altra Storia

55327_girl-writing_lg-1Perché a volte capita, sapete.

A volte dovreste scrivere qualcosa di specifico, chiamiamolo il Lavoro A. Anzi, è qualcosa di più di “dovreste”… Dovete scrivere A, perché c’è gente che lo aspetta, ci sono scadenze, ci sono tempi, ci sono promesse – magari promesse dissennate, estorte in un momento di debolezza, ma promesse nonetheless.

E poi, se proprio vi avanzasse del tempo, ci sarebbe anche il Lavoro B, che è il frutto di un altro impegno che avete preso contro ogni buon senso, e a volte non capite come vi capiti di ritrovarvi in questo genere di gineprai, e bisognerà che prima o poi impariate a servirvi di quella graziosa paroletta di due lettere, NO, e tuttavia, insomma, c’è anche B, e non se ne andrà per quanto voi possiate mugugnare.

E in mezzo a tutto ciò, proprio quando decidete di piantarla di procrastinare e di mettervi al lavoro come si deve – ecco che fa la sua comparsa l’Altra Storia.

In realtà non è del tutto nuova. Sono mesi che vi ballonzola in mente, ricomparendo a strani intervalli e provando a prendere forme diverse. Però finora non avete fatto altro che annotare qualche appunto sul taccuino… E per dirla proprio tutta, questo non è nemmeno del tutto vero. In realtà avete pagine di appunti in materia, una ragionevole cronologia, un paio di possibili inizi buttati giù in momenti in cui avreste dovuto badare ad altro, e persino un possibile collegamento con… be’, con qualcosa d’altro ancora. Quindi, se vogliamo, c’è qualcosa di più dell’occasionale appunto, ma si può dire con un ragionevole grado di veridicità che, fino a questo momento, l’Altra Storia ha rotto le scatole con una certa circospetta grazia da dilettante.

Ma adesso, proprio adesso tra tutti i momenti possibili, l’Altra Storia decide di promuoversi a un livello professionale, e il salto di qualità consiste nell’irrompere nel vostro cervello e barricarcisi dentro, prendendo in ostaggio tutti i neuroni che ci trova. Le richieste sono semplici: voi scrivetela, e nessuno si farà male.

E se questo fosse un film americano, sarebbe il momento di far intervenire, che so, Denzel Washington, o Russel Crowe, o qualche altro negoziatore tostissimo (e non del tutto sgradevole a contemplarsi), ma questo non è un film americano. Ci siete voi, l’Altra Storia e i Lavori A e B che mordono la vostra coscienza in punti teneri.

E voi date retta ad A e B, che a parte tutto il resto, hanno la precedenza e tutta una collezione di buoni motivi per essere scritti. Buoni motivi che l’Altra Storia non ha affatto. E per di più, voi non trattate con i terroristi, così vi sedete al computer, aprite il file di A e vi mettete al lavoro.

O quanto meno, cercate di mettervi al lavoro.

E fissate lo schermo bianco.

(E cercate di ignorare l’Altra Storia…)

E lo fissate ancora per un po’.

(E vi ritrovate a strologare sulle implicazioni incrociate che si possono intrecciare nell’Altra Storia…)

E ancora per un po’.

E poi vi dite che adesso basta, che diavolo, e buttate furiosamente giù una paginetta. Una paginetta di A.

E poi, non del tutto insoddisfatti di voi stessi, vi fate una tazza di tè.

(E ignorate accuratamente anche il Lavoro B. che tenta di strepitare in sottofondo. Una cosa per volta, grazie tante…)

E quando tornate al computer e rileggete la vostra paginetta, cadete nello sconforto profondo, perché non è proprio del tutto raccapricciante, ma poco ci manca.

E così cancellate tutto.

E scoprite che nel frattempo i vostri neuroni hanno sviluppato un nonnulla di sindrome di Stoccolma nei confronti dell’Altra Storia – altrimenti non si spiegherebbe l’appeal che all’improvviso ha sviluppato la prospettiva di accantonare A e B del pari, e mettervi a lavorare sull’Altra Storia…

E tornate a parlamentare. Non può, per favore, l’Altra Storia pazientare un pochino? Appena archiviata la prima stesura di A, e prima di gettarsi su B…

E c’è poco di consolante nel modo in cui l’Altra Storia lancia una controproposta: è disposta ad accontentarsi di una prima stesura – a patto che sia subito subito subito.

E voi però non trattate con i terroristi, giusto? Così tornate ad A, allo schermo bianco, a quel che avevate scritto e cancellato, agli strilli soffocati di B, al tè diventato ormai freddino…

E magari resistete anche per un giorno intero, persino per due, senza combinare un bottone, e poi, come avreste anche potutto aspettarvi fin dall’inizio, cedete. Cedete perché tra non combinare nulla perché state scrivendo qualcos’altro e non combinare nulla mentre vi procurate un travaso di bile fissando lo schermo bianco… be’, secca ammetterlo, ma non c’è competizione.

E così scrivete l’Altra Storia. La prima stesura, perché quelli sono i patti. La buttate giù per intero – cinquemila parole e rotti in due giorni e una notte, che per voi non è un cattivo ritmo. Forse c’impieghereste anche di meno, se non fosse per un paio di colpi a vuoto prima di centrare il tono che volete. Ed è anche un po’ seccante che a questo punto l’Altra Storia abbia il coraggio di avere delle pretese, ma tant’è: il tono che trovate e l’accorgimento narrativo che ci avete strologato attorno vi piacciono più del previsto, e va a finire che ci trovate gusto…

E intanto A e B strepitano inascoltati dallo sgabuzzino dove l’Altra Idea e i suoi ormai fedelissimi neuroni li hanno rinchiusi.

E quando, alla fine dei due giorni e una notte, l’Altra Idea si dichiara soddisfatta della sua prima stesura e leva le tende, e voi andate a liberare A e B dallo sgabuzzino, e tutto sembra essere tornato normale, e potete rimettervi al lavoro… Se dovete essere sinceri, sentite la mancanza dell’Altra Idea e tutta questa normalità vi fa sospirare un nonnulla.

Ma le scadenze sono dietro l’angolo, e non c’è posto per ulteriori deviazioni per i prati, e vi rimettete al lavoro sul serio – e tutto considerato, avete nel cassetto una prima stesura in più, e non è detto che non possiate cavarne qualcosa.

Perché a volta capita, ma in fatto di procrastinazione c’è di peggio, vero?

 

 

Shakeloviana

Shakeloviana: Un Cadavere A Deptford

E così ritorna anche Shakeloviana… sembra proprio che stiamo ritornando alla normalità, vero?

English: Anthony Burgess visited us at home in...Ebbene, oggi parliamo di Anthony Burgess – che magari tutti conosciamo più che altro per Arancia Meccanica, ma era un poeta, linguista, commediografo, traduttore, critico letterario, compositore (scrisse la sua prima sinfonia a diciotto anni), autore di libretti d’opera e romanziere abbastanza versatile da scrivere romanzi diversissimi tra loro – e uno di questi è A Dead Man In Deptford , pubblicato nel 1993, in occasione del quattrocentesimo anniversario della zuffa fatale chez Mrs. Bull.

In realtà, e non se siamo spaventosamente sorpresi, non furono pochi i romanzi marloviani pubblicati quell’anno – ma questo… ah, questo!

A Dead Man in DeptfordQuesto è pieno di meraviglie e di sorprese, a partire dal linguaggio… pseudoelisabettiano? Semielisabettiano? Metaelisabettiano? Whatever, ma non immaginatevi una di quelle legnose, faticosissime collezioni di calchi, per favore. Au contraire, il linguaggio di Burgess è ricco, vivido, efficace, scintillante, denso… e non so quanto di tutto ciò vada perso se leggete la traduzione – perché, per una volta, la traduzione* c’è: Un Cadavere A Deptford, pubblicato da Garzanti e disponibile su Amazon.it. E poi, linguaggio a parte… be’, non troppo a parte, se vogliamo, in un romanzo a proposito di Kit Marlowe scritto da Anthony Burgess – ma linguaggio a parte, che dire della meravigliosa voce narrante, che esordisce presentandosi come inaffidabile e del tutto incurante della fiducia del gentile (o non troppo) lettore? O della famiglia Marlowe a Canterbury, dapprima così orgogliosa del figlio/fratello destinato a prendere gli ordini, e poi via via dubbiosa, spiazzata e poi scandalizzata da quel che Kit diventa? O della progressione delle illusioni di Kit a proposito di sé stesso, dell’arte, di Tom Walsingham e del mondo in generale? O del dialogo con (forse) Dio nella Cattedrale di Reims?

Ecco, il dialogo con (forse) Dio è una di quelle cose meravigliose che si leggono, rileggono e rileggono ancora, in reverente ammirazione per la combinazione di voci perfette, aerea leggerezza e vertici di acutezza e profondità. Una di quelle pagine che si vorrebbe tanto saper scrivere una volta nella vita…

Ma insomma, si è capito che questo libro mi piace proprio tanto, vero? Naturalmente, il fatto che ci si parli di Marlowe aiuta, ma è davvero una gemma di romanzo storico – magistrale nella narrazione, superlativo nella caratterizzazione dei personaggi e brillante nel linguaggio.

A mio timido avviso, da leggersi, da leggersi, da leggersi.

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* E dico che non so che cosa vada perduto perché non la conosco affatto… magari mi documenterò e vi saprò dire.

 

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elizabethana · teatro

Credo: Un Assaggio

Vi avevo detto che non avevamo finito con Credo, vero?

Ebbene, questa sono io che ne leggo il primo minuto e mezzo durante la premiazione, sabato 24 maggio, al Caffè Colombre di Pisa.

Per motivi che non arrivo del tutto a divinare, convertire, mettere insieme e caricare online questo pur minuscolo video è stata un’impresa di proporzioni piuttosto epiche – e non è come se fossi del tutto soddisfatta del risultato… Per dirne una, il volume è un pochino anemico, temo. Ma insomma, abbiate pazienza – e buona domenica, e buon giugno.