cinema · Storia&storie

Specchi Son Di Fedeltà…

Film e accuratezza storica? E basta, non se ne può più! Un film non è un documentario. Un film racconta storie, non la Storia. Un film ha esigenze narrative, si prende licenze – ed è giusto che sia così…

TWDE sì, scommetto che questa conversazione l’avete avuta, qualche volta… E non voglio sapere da che parte della barricata eravate. Magari siete stati, occasionalmente, da un lato e dall’altro. Io sono stata da un lato e dall’altro – perché sì, perché le esigenze narrative, le storie, le licenze e compagnia cantante.

E per quanto anacronismi*, svarioni e deviazioni prive di necessità narrativa mi diano l’orticaria, non mi rimetterei a discuterne ogni tanto, se non fosse che, regolarmente, l’uno o l’altro attore o regista sente l’impellenza di pontificare sull’accuratezza storica del suo lavoro.

L’ultimo in ordine di tempo è Russel Crowe, nella duplice veste di protagonista e regista di The Water Diviner. Ora, Gladiatore a parte, a me Russel Crowe piace davvero, e Master & Commander e A Beautiful Mind sono tra i miei film preferiti – però avrei preferito davvero che non si atteggiasse a storico revisionista, pontificando su come fosse ora di smontare la “mitologia celebrativa” che circonda la battaglia di Gallipoli, e per fortuna che finalmente è arrivato lui a farlo…

Io TWD non l’ho visto, ma a giudicare dal vespaio di reazioni dal sardonico all’indignato (associazioni di veterani australiani e neozelandesi, stampa britannica, storici di ogni dove, e persino la Historical Novel Society…), forse Crowe avrebbe potuto esercitare qualche cautela in più. Apparentemente il film, nella sua ansia revisionista e pacifista, dipinge Gallipoli come un attacco ingiustificato ai danni dell’innocente e pacifico Impero Ottomano.

Er… no. Non proprio.

Ma d’altra parte, non c’è molto di nuovo sotto il sole. Vogliamo parlare, che so, dell’Edoardo I che, in Braveheart, defenestra Piers Gaveston di persona e nel più letterale dei modi? D’altra parte, nel campo avverso, gli Scozzesi indossano il kilt alla fine del XIII Secolo, per cui…  Tutto Braveheart è un ininterrotto carosello di errori e anacronismi – così come The Patriot, e tutta la filmografia storica di Gibson, che pure ogni tanto trova il coraggio di vantare questo o quello scampolo di accuratezza… TWDTIG

Ma mai come Benedict Cumberbatch. E questo mi secca di più perché, a differenza di Gibson, anche Cumberbatch mi piace molto. E di nuovo, vorrei che non avesse speso tanta energia nel decantare l’aderenza ai fatti di The Imitation Game, il film in cui interpreta il matematico Alan Turing. Perché poi in realtà TIG è tutto fuorché accurato… A un certo punto, per dirne una, Turing rinuncia a denunciare il traditore che minaccia di denunciarlo come omosessuale… Un traditore che, badate bene, in realtà Turing non incontrò mai. E quali che fossero le esigenze narrative qui, non sarebbe stato meglio evitare di presentare il film come un accurato tentativo di riabilitare la memoria del povero Turing?

Oppure Le Crociate, in cui Ridley Scott e compagnia stravolsero tutto lo stravolgibile per amore del Messaggio – e il messaggio era, indovinate un po’, pacifista e revisionista. Revisionista nella consueta maniera holliwoodiana che consiste nel rimodellare il passato sulle aspettative e sensibilità del XXI Secolo… Salvo invocare poi contemporaneamente la licenza narrativa e l’aderenza alle fonti.**

E vogliamo dire che tal dei tempi è il costume? Che Hollywood è popolata di Bambinaie Francesi ossessionate dal politically correct? Che, e torniamo là da dove eravamo partiti, la sceneggiatura di un film ha esigenze e licenze…? Tutto vero, ma allora perché diamine non ammetterlo? Perché affannarsi invece a issare la bandiera della fedeltà storica?*** Perché sbilanciarsi in dichiarazioni intellettualmente disoneste e didatticamente dannose?

È vero, sono affermazioni che lo storico medio può smontare prima di subito e coprire di ridicolo – ma siamo sinceri: chi ha più peso agli occhi dello spettatore comune? Russel Crowe, Mel Gibson, Benedict Cumberbatch, Ridley Scott o uno storico – non importa quanto blasonato? Chi si curerà davvero delle critiche e delle smentite? Quale saggio**** avrà mai la diffusione, l’impatto e l’appeal che ha un film?

Ed ecco che l’Impero Ottomano vittima innocente, Gaveston defenestrato, Turing favoreggiatore e il pacifico Saladino entrano nella percezione collettiva. Ecco che si vaccina lo spettatore medio contro qualsiasi senso di prospettiva storica. Ecco che si creano delle mitologie – ironicamente proprio quello contro cui si scaglia Crowe…

E tutto perché questi signori, anziché spiegare che loro raccontano storie, si affannano con tanto zelo a voler (ri)scrivere la Storia.

 

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* In cima a tutti gli anacronismi psicologici. Non fatemi nemmeno cominciare in fatto di anacronismi psicologici, perché sennò non ne usciamo più. Uh. L’ho detto. Adesso mi sento meglio.

** Lo sceneggiatore William Monahan. Nel corso della stessa intervista. Nel giro di un paio di minuti. Evviva.

*** A me verrebbe anche da chiedermi: perché non raccontare piuttosto una storia fittizia, popolata di gente fittizia e costruita attorno al dannatissimo Messaggio? Ma me lo chiedo qui sotto, in nota e a bassa voce, sennò mi si dice che sono irragionevole nel mio rigore…

**** O, se è per questo e con rare eccezioni, quale romanzo storico? Il che, a mio timido avviso, rende il film inaccurato sesquipedalmente più dannoso del romanzo storico inaccurato.

cinema · musica

Dov’è Scritto? ♫

Yentl (film)Che a dire la verità, Yentl l’avevo anche visto, anni ed anni fa… E non doveva essere stato un momento eccessivamente buono, però – perché davvero ne ho un ricordo fumosetto anzichenò. Non posso nemmeno dire che mi avessero copita granché le canzoni, e immagino che questo sia davvero grave.

Ma insomma, tant’è.

Poi è successo che abbia cominciato a prendere lezioni di canto… Yes, well. Magari una volta o l’altra vi racconterò – ma il fatto è che prendo lezioni di canto insieme a M. E a un certo punto M. ha chiesto all’insegnante se potevamo cantare Where is it written, da Yentl.

E così ho scoperto – o riscoperto, fate un po’ voi – questa canzone, che a rigor di logica devo avere già sentito, ma è stata comunque una discreta rivelazione.

E per essere del tutto sincera, io non sono per niente – ma proprio per niente sicura che M. e io siamo in grado di cantarla come si deve, ma in fin dei conti, dov’è mai scritto che non possiamo almeno provarci?

E buona domenica.

cinema · Storia&storie

La Ragazza Del Dipinto

English: Dido Elizabeth Belle (1761-1804), det...Ieri sera, con F. e M., siamo andate al cinema.

La Ragazza del Dipinto, per l’appunto, di Amma Asante. La sceneggiatura prende la storia di Dido Elizabeth Belle, figlia illegittima e mulatta di un ufficiale inglese e di una schiava, cresciuta ed educata in Inghilterra, e la trasforma in una denuncia della schiavitù con storia d’amore incorporata. Il tutto è furbo e storicamente disinvolto, per dir così, ma ha dalla sua la fotografia strepitosa di Ben Smithard, la musica gradevole di Rachel Portman e la magnifica interpretazione di Tom Wilkinson nel ruolo di Lord Mansfield – doppiato in modo eccellente da Franco Zucca.

Alla fin fine, una gioia per gli occhi, una limitata quantità di anacronismi, una di quelle storie in cui tutto finisce per il meglio – più che un tantino a scapito della veridicità storica, ma questo è un film, giusto? È narrativa. È una storia – ed è raccontata bene.

Buona domenica e buon autunno a tutti.

 

cinema · Shakeloviana

Shakeloviana: Shakespeare in Love

WillNon ricordo più dove e quando sia successo – forse a Casa Andreasi – ma mi si è chiesto quanto ci sia di storicamente corretto in Shakespeare in Love. E io ho risposto che è pieno di deliberati anacronismi, ma è proprio questo a renderlo così shakespeariano…

Dunque, cominciamo col dire che per questo film ho un debole delle dimensioni della Cornovaglia – e per varie ragioni. In ordine di crescente importanza: una produzione che è una gioia per gli occhi (citerò soltanto le scene di folla a teatro e l’udienza della Regina a Greenwich), un’azzeccatissima colonna sonora, una serie di incantevoli interpretazioni (Dame Judi Dench, Geoffrey Rush e Rupert Everett, giusto per citarne un paio) e una scrittura intelligente – oltre che astuta.

Sì, c’è la canonica storiellona d’amore intrecciata con Romeo&Giulietta, c’è il detestabile fidanzato imposto, ci sono gli scambi d’identità e quantità industriali di licenze artistiche… però poi Norman e Stoppard innestano sul canovaccio tutta una serie di intricati scambi di ruolo e di genere, di dialoghi scintillanti, di spassosi anacronismi intenzionali (la seduta di Shakespeare dallo psicanalista, Henslowe che dice “lo spettacolo deve andare avanti”…) e di in-jokes letterari, come un giovanissimo John Webster assetato di sangue e Marlowe che suggerisce a Shakespeare la trama di Romeo&Giulietta.*Shakespeare-in-Love-period-drama-fans-16117972-500-300

SiL non è storicamente accurato? Verissimo, e nemmeno pretende di esserlo. Fin dalla prima scena Norman e Stoppard mettono bene in chiaro che abbiamo di fronte un gioco narrativo. Dopodiché il gioco è condotto con ironia e intelligenza, e persino la storiellona d’amore e le aspirazioni artistiche di Viola, a prima vista così convenzionali, lo sono assai di meno se invece di prenderle sul serio le si guarda nella prospettiva delle opere di Shakespeare e della storia del teatro elisabettiano.

Ed è qui, se volete, che veniamo al punto, perché… Consideriamo per bene: se c’è un autore sempre pronto a sacrificare allegramente l’accuratezza storica a beneficio dello spettacolo e della riconoscibilità da parte del suo pubblico, ebbene quello è proprio Shakespeare. Parlo, a titolo di esempio, di cose come la folla antico-romana che esulta gettando in aria i cappelli come una folla del tardo Cinquecento londinese. E non è esattamente quello che fa questo film? Non sono in gioco esattamente gli stessi filtri narrativi? Shakespeare è raccontato qui come Shakespeare stesso avrebbe raccontato uno scrittore di tre secoli prima – e questo sfasamento è una delle tante gioie provviste da Stoppard&Norman.

07_copy1_originalInsomma, tutto s’incastra (o viene fatto incastrare) alla perfezione, tutto luccica e scintilla, tutto scorre senza inciampi dall’inizio al non-proprio-lieto fine… E quindi, se vi aspettavate una crisi anafilattica, temo che dobbiate restare delusi. Sono allergica agli anacronismi, è vero – ma qui non si tratta di trasandatezza né di Sindrome della Bambinaia Francese. Un deliberato uso shakespeariano degli anacronismi è qualcosa con cui posso convivere in piena felicità.

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* Sì, è un particolare che mi piace molto. No, non siete stupiti. E l’unico gripe che ho a proposito del Kit Marlowe di Stoppard&Everett è che lo si vede troppo poco. – e nemmeno di questo vi meravigliate oltremodo, vero?

cinema

Risalendo La Corrente

UpstreamOh, d’accordo – non è nemmeno un minuto, ma è qualcosa e, come diceva la mia saggia nonna, niente è niente, e qualcosa è qualcosa.

Upstream è un film muto del 1927, diretto da John Ford. È una storia di teatranti ambientata in una pensione per teatranti, ha per protagonisti un attore shakespeariano e la bella assistente di un lanciatore di coltelli, e fino a qualche anno fa lo si considerava perduto… Poi, nel 2009, una copia è saltata fuori – in Nuova Zelanda, of all places…

Ad ogni modo, finalmente si riesce a vederne almeno un pezzettino. Questo qui:

Ho fiducia nel fatto che prima o poi…

Intanto, buona domenica.

cinema · Ossessioni

Vagamente Schiller

97495.300E così, approfittando di una serata solitaria, ho finalmente guardato Carlos und Elisabeth, film muto del 1924 – produzione tedesca con dialoghi, almeno nella mia versione, in un Francese singolarmente legnoso.

Già dal titolo ero indotta ad aspettarmi uno sfrondamento della storia a beneficio dell’intrigo amoroso – ma in realtà non è solo questa virata sentimentale a rendere piuttosto vaga la parentela con il dramma schilleriano. Si comincia con un prologo-antefatto in cui un giovane e arrogante Don Filippo costringe all’abdicazione un Carlo V dall’aria superannuata, detronizzandolo nella più fisica e letterale delle maniere, e poi abbraccia i metodi dell’Inquisizione quando un eretico che voleva graziare gli si rivolta contro – il tutto sotto lo sguardo inorridito del figlioletto.

Poi si balza avanti di una quindicina d’anni, nel corso dei quali Filippo invecchia prodigiosamente, e Carletto cresce fino a diventare un Conrad Veidt allucinato e preso fino all’ossessione dell’Elisabeth eponima. Poi si sa come procede: pur ricambiando Carlos, la povera Elisabeth viene data in moglie a Filippo che ha il doppio dei suoi anni e gli dà – a sette mesi dal matrimonio – una figlia.

“Miracle!” esulta con disarmante candore Filippo, cui pure Carlos ha già abbondantemente confessato di amare la matrigna… Ci ha guadagnato l’esilio, è vero, ma ci vorranno altri due atti prima che a Filippo venga voglia di porsi qualche domanda in fatto di paternità…

E se vi par di ricordare che in Schiller (e in Verdi, se è per questo) metà del ginepraio consistesse nei disperati tentativi di tenere Filippo all’oscuro, nella lealtà eroica della regina, e nei sospetti tormentosi di Filippo… be’, qui no. bp1598

Ma d’altra parte non è la sola differenza: l’Inquisitore non diventerà onnipresente fin verso la fine. E Ana Mendoza, principessa di Eboli, non è affatto l’amante di Filippo, ma una fanciulla gioiosa e vagamente tomboyish – finché non ci si mette il mostro dagli occhi verdi. Rodrigo di Posa scivola a personaggio di contorno, molto più sensato che in Schiller, ma anche tanto meno complesso.

Ed è proprio questo il problema di fondo della sceneggiatura di Ludwig Fulda. O almeno credo che sia di Fulda, cui è accreditata soltanto la scrittura del prologo, ma qualcuno deve pur essere intervenuto per potare le caratterizzazioni tra l’ingenuo e l’intricato di Schiller, lasciando altrettante figurine di cartone – qualcuna salvata dall’interpretazione, qualcuna meno.

L’Inquisitore e il consigliere Don Perez sono puramente e quadratamente malvagi. L’Elisabeth di Dagny Servaes, privata del rigore morale originario, rimane graziosa, eminentemente tentabile e deliquescente. Aud Egede-Nissen, senza i dilemmi della donna perduta, fa quel che può con la trasformazione da gaia ragazza innamorata a furia gelosa. Anche William Dieterle fa quel che può, ma gliene rimane davvero poco: anziché annegare disastrosamente tra l’amicizia per Carlos e la lealtà verso Filippo, tra la devozione alla causa e gli intrighi di corte, tra l’idealismo e la manipolazione, il suo Posa può solo assumere un’aria nobile e morire in maniera pittoresca. Eugen Klöpfer si ritrova per le mani un Filippo più da Alfieri che da Schiller, un tiranno crudele e (non a torto) sospettoso, dagli scarsissimi scrupoli morali e dalle reazioni incontrollate. Magari l’idea è che la follia scorra in famiglia a monte di Carletto, e potrebbe anche starci, ma dimentichiamoci l’Atlante tormentato e solitario di Schiller/Verdi, che si scioglie (con esiti disastrosi) soltanto per quel figlio immaginario che è Rodrigo di Posa. Questo Filippo qui trova un certo gigionesco gusto nella sua crudeltà, è a sua volta ossessionato da Elisabeth e uccide di persona Posa. Riece a funzionare perché Klöpfer sa quello che fa – ma non è, non è e non è il Filippo di Schiller. E infine abbiamo un Carlos senza qualità, scritto soltanto per pigolare “Ma io amo Elisabeth” a proposito e a sproposito – tra lo sgradevole e l’irrilevante, se non fosse per l’intensità sbilenca, spigolosa e più che un po’ folle dell’interpretazione di Veidt.

carlos1Alla fine fine, l’insieme è superiore alla somma delle parti, in una sua filmutesca maniera: la stilizzazione appena off-kilter di scene e costumi, le luci di taglio, il trucco pesante, l’intensità stilizzata e sopra le righe della recitazione, la musica densa e, soprattutto, Conrad Veidt che riesce ad essere ipnotico qualsiasi cosa faccia.

Vorrei che Fulda e Oswald non avessero sfrondato personaggi e storia fino allo stravolgimento per farne soltanto una storia d’amore. Vorrei non essere stata costretta a passare metà del tempo a mugugnare sulla scrittura. Sono molto contenta di non avere coinvolto nessuno nella visione – perché obiettivamente richiedeva parecchia dedizione alla causa del film muto, e anche a quella del Don Carlos… Epperò non posso davvero dire che non mi sia piaciuto. Mi irrita com’è scritto, ma è bello a vedersi e sentirsi.

E credo che chiuderò sospirandolo per l’ennesima volta: oh, come voglio fare un film muto per gioco…