cinema · Storia&storie · teatro

Caccia alle Orfanelle

Orphans_of_the_Storm-241716294-largeSono a caccia.

Non un libro, questa volta – o almeno non in senso stretto, perché stiamo parlando di una sceneggiatura. Quella di Orphans of the Storm, film muto diretto da D.W. Griffith nel 1921, con entrambe le sorelle Gish. È una storiellona di affetto fraterno, ingiustizia, amore, fanatismo e crudeltà sullo sfondo della Rivoluzione Francese… Melodramma allo stato puro – se non fosse per una certa qual tendenza del regista alla predicazione. Ad ogni modo, il film è visivamente molto bello, e la vicendona è attraente, alla sua gonfia e purpurea maniera.

Ciò detto, dal mio punto di vista il fascino maggiore di questa storia sta nelle fonti.

Griffith, pescò prima di tutto un dramma francese celeberrimo – Les Deux Orphélines di Adolphe d’Ennery ed Eugène Cormon, e la sua Orphansaltrettanto celebre traduzione inglese, The Two Orphans. La storia è quella di due sorelle adottive, arrivate a parigi per cercare una cura alla cecità di una delle due. Dopodiché, nella migliore tradizione di queste cose, le due fanciulle restano separate – una preda di un marchese lussurioso&malvagio, l’altra sfruttata da una megera che la spedisce a mendicare… Ma vogliamo che due angeliche e bellissime fanciulle non trovino un cavaliere senza macchia e senza paura? Ci pensano da un lato un bell’aristocratico di sani principi e dall’altro un povero arrotino zoppo di buon cuore – e naturalmente alla fin fine si aggiusta tutto, con tanto di agnizione per cui le due sorelle proprio sorelle non sono, ma finiranno cugine acquisite. Din don dan.

Come vi dicevo, questa cosa piaceva enormemente. Innumeri spettatori, di qua e di là dall’Oceano, si erano commossi sulle lacrimevoli avventure di Henriette e Louise, e quando Griffith arrivò a interessarsene, il dramma era già stato trasformato in un romanzo, un’opera e non in uno, ma in sei film muti uno dietro l’altro.

No, davvero: sei film. Millenovecentosei e Sette, due volte nel Millenovecentodieci, e poi Millenovecentoundici e Millenovecentoquindici. Ve l’ho detto che la storia piaceva?*

OrphansofthestormEbbene, Griffith arrivava tardi, in apparenza… Ma, essendo Griffith, fece qualcosa a cui nessuno aveva pensato prima. Una volta acquisiti (faticosamente) i diritti del dramma, lo trascinò di qualche anno in avanti – dal 1784 al 1789 e dintorni – certo pensando che , arrivando a Parigi alla vigilia della Rivoluzione, Henriette e Louise potessero avere molte più occasioni per mettersi nei guai.

E in effetti, in questa versione Henriette si trova ad avere a che fare niente meno che con Danton (rivoluzionario buono) e Robespierre (rivoluzionario cattivo), e finisce processata in compagnia del suo aristocratico innamorato e finirebbero entrambi sulla ghigliottina, se non fosse per un salvataggio dell’ultimo minuto molto à la Griffith… Ma non tutto viene dalle Due Orfanelle. Ci sono di mezzo almeno altri quattro drammi, un romanzo (Le Due Città di Dickens) e, secondo me, un libretto d’opera – perché il Danton di Griffith, con il suo tentativo di salvataggio e la perorazione in tribunale, somiglia al Carlo Gérard dell’Andrea Chenier. Orphans_of_the_Storm_(1921)_-_L_Gish_&_Schildkraut

Insomma, ammettetelo: è una favolosa insalata di fonti – e vi dirò che è piuttosto divertente anche solo riconoscere la provenienza dei singoli incidenti o personaggi… Al momento sto cercando di raccogliere tutto quel che posso. Le Due Città non hanno bisogno di rilattura, e in fatto di drammi sono a buon punto, grazie al Project Gutenberg e a Internet Archive.

Quel che mi manca è il passaggio intermedio, l’anello di congiunzione tra la parola scritta e lo schermo: la sceneggiatura – ed è di questo che sono a caccia. Ancora non ho le idee ben chiare su quanto sarà difficile. Qualche ricerca preliminare non ha condotto a nulla. Farò ancora qualche tentativo, e poi inizierò a seccare i contatti Oltreoceano… Stiamo a vedere, ma ho qualche fiducia. E intanto, anyway, ho una caccia al tesoro in corso – ed è già bello di per sé.

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* E non pensate che fosse finita lì. Post Griffith, tra America, Francia, Spagna, Italia e Egitto, tra film e telefilm, le orfanelle titolari torneranno sullo schermo nel 1933, 1942, 1944, 1947, 1949, 1950, 1954, 1961, 1965, 1976 e 1971. Poi basta. Uno o due di questi in Italia vanno sotto il nome de Le Due Orfanelle – e non lo so per certo, ma credo che siano della varietà senza Rivoluzione. C’è anche una parodia – credo – con Totò.

 

cinema · libri, libri e libri

Alice 1903

Alice par John Tenniel 31 Parlavamo di Alice, giusto? E di quanto la storia inventata remando lungo il Tamigi si sia portata dietro in fatto di adattamenti e rimaneggiamenti di ogni genere.

E allora oggi diamo un’occhiata alla prima, primissima versione cinematografica diretta da Cecil Hepworth e Percy Stow: otto minuti di film, girati quando il cinema era in quell’infanzia che comprimeva le storie in bignamini di se stesse.

Epperò questa mini Alice ispirata alle illustrazioni di Sir John Tenniel, che si credva persa e invece è stata ritrovata e restaurata con pazienza certosina, è assolutamente deliziosa… Immaginate di tornare indietro di centododici anni e di non avere mai visto nulla del genere. Immaginate di avere letto il libro e di amare le illustrazioni di Tenniel. Immaginate di vederle improvvisamente animarsi sullo schermo…

Avete notato il soriano del regista nella parte del Gatto del Cheshire?

E buona domenica.

 

cinema · musica

I Sistri Tintinnavano… ♫

Geraldine FarrarVi ricordate questa Carmen muta?

Ebbene, la protagonista era un soprano vero, Geraldine Farrar, talmente celebre che nel 1915 importarla dall’opera al cinema era una di quelle operazioni a fini di popolarità.

E noi si pensa all’epoca, alle convenzioni teatrali dell’opera del tempo, e ci vien da rabbrividire, giusto? Ce la immaginiamo a recitare statica e stilizzata, e ci chiediamo se sia saggio mettere davanti a una telecamera una persona abituata a gestualità e mimica facciale che debbono vedersi a un teatro di distanza… E invece la recitazione spigliata e naturale di Miss Farrar è una sorpresa – almeno finché non si considera che “Gerry” era una precorritrice dell’idea che il cantante d’opera debba essere un attore non meno che un cantante.

Non a caso, il successo della Carmen in questione fu tale che Geraldine continuò nella sua nuova carriera, recitando in una quindicina di film muti tra il 1915 e il 1920, senza per questo rinunciare all’opera, per i cui compositori (tra gli altri Puccini, Giordano, Mascagni e Humperdinck) era una apprezzatissima creatrice di ruoli.

E di ruoli ne cantò moltissimi in vita sua, compresa quella Carmen che la portò per la prima volta al cinema:

Insomma, Geraldine era una donna intelligente, di grande talento, spiritosa ed eclettica. Qualcuno da ammirare, non trovate?

E buona domenica.

cinema

Immaginiamo Che…

CarmenAllora, immaginiamo che sia… non so, il lunedì dell’Angelo.

E immaginiamo che il tempo non sia tiepido e soleggiato come lo si potrebbe desiderare in una giornata di vacanza tradizionalmente dedicata alle scampagnate.

Immaginiamo allora che, delusi, annoiati e ansiosi di sfuggire al ramino con i parenti, vi venga l’uzzolo di occupare un’oretta del bigio pomeriggio facendo qualcosa che non avete mai fatto prima…

Una cosa a caso: guardare un film muto.

E allora, avendo immaginato tutto questo, perché non scegliere la Carmen del 1915, diretta da DeMille, con Geraldine Farrar e Wallace Reid?

Il film dura un’oretta scarsa, è vivace, ben recitato e ben diretto, pieno di ritmo, ragionevolmente libero da quell’affettazione che si tende (non del tutto a ragione) ad associare ai film muti, tecnicamente parlando non è in bianco e nero – ed è accompagnato dalla musica di Bizet, che non fa mai male. E se pensate che un’opera muta sia un ossimoro, ricordatevi che, prima dell’opera, ci fu la novella di Mérimée…

Insomma, se siete neofiti, o curiosi, o anche solo annoiati, se vi domandate come fosse DeMille prima dei Dieci Comandamenti, o come se la potesse cavare una cantante d’opera prestata al cinema negli anni Dieci, allora potreste fare di peggio che tentare la via del film muto, cominciando con questa Carmen.

E buona Pasquetta.

 

cinema · grillopensante · scrittura

A Parte la Scrittura

grantorinoFLposterfullDiscutevasi ieri sera a cena di “Gran Torino”.

Avete presente? Clint Eastwood. Duemilanove, mi si dice – e io ci credo. L’ho visto al cinema quando è uscito e poi di nuovo più di recente e a pezzetti ma, se devo dire la verità, non mi piace. Magari a voi sì – e allora per favore non tiratemi oggetti pesanti, e/o considerate la possibilità di andare a leggere qualche altro post – ma non so che farci: non mi piace, non mi piace e non mi piace. Trovo da ridire soprattutto sulla scrittura. A parte il fatto che la storia è telegrafata allo spettatore fin dal primo istante in cui entra in scena la famiglia di immigrati coreani (e non basta il relativo twist del finale a riscattare la prevedibilità), quello che secondo me nuoce di più a questo film sono i dialoghi pedestri e la sommaria caratterizzazione dei personaggi.

E per carità, magari per i dialoghi si può incolpare la traduzione. E altrettanto magari, in fatto di personaggi, la cosa è in parte intenzionale, e l’idea era quella di partire dalla fiera dello stereotipo etno-sociale per giungere ad un quadro molto differente, ma la realizzazione, per quel che ne ricordo, manca di sottigliezza in un modo imbarazzante. Così, si parte circondati da una serie di personaggi sterotipati (il protagonista polacco, reduce tormentato della guerra di Corea; la ragazzina – guarda caso – coreana tosta e intelligente), macchiettistici (ho ricordi di un barbiere italiano…) o addirittura grotteschi (la truce nonna coreana) che appesantiscono tutta la prima metà del film e sono incongrui nella seconda.

L’impressione è che lo sceneggiatore sia partito con nobili intenzioni, abbia lasciato che i personaggi gli sfuggissero di mano, e si sia ritrovato con un manipolo di caratteri da sitcom e con quelli abbia tentato di far passare il messaggio. A colpi di accetta.

Ma non è questo il punto. Il punto è che ieri sera, quando ho espresso le mie perplessità, E. mi ha detto “Può darsi, ma a parte quello è un bel film, no?”

Ebbene, non lo so. Clint Eastwood è ben lungi dall’essere il mio attore preferito (e il doppiaggio sopra le righe non aiuta), la regia non mi colpisce in modo particolare, gli altri attori, la fotografia e la colonna sonora sono perfettamente dimenticabili… ma supponiamo che fosse tutto meraviglioso. Supponiamo che la recitazione, il passo registico, la musica e la fotografia fossero da togliere il fiato: sarei capace di trovarlo “un bel film” a scapito della cattiva scrittura?BWS

La risposta è no.

Sarò deformata mentalmente, ma non posso vedere un film se non come una storia raccontata più che soltanto a parole. Di conseguenza, non posso fare a meno di vedere gli altri aspetti della produzione (interpretazione, regia, fotografia, colonna sonora, ecc…) come emanazioni della struttura narrativa. Ci sono ovviamente tipi di film in cui l’impatto spettacolare, le astronavi, la circonferenza toracica delle donne, lo slapstick o whatnot hanno deliberatamente il sopravvento, ma non è quello di cui sto parlando qui. E ci sono anche casi in cui un ritmo trascinante, un’interpretazione carismatica o una fotografia mozzafiato possono riscattare in parte una storia che non sta in piedi da sé. Un buco di trama, se rivestito con cura o contrabbandato con abilità, si può perdonare, ma la cattiva scrittura no. La cattiva scrittura condiziona le interpretazioni (c’è un limite a quello che il più grande degli attori può fare con del pessimo dialogo), impiccia la regia, distrae da tutto il resto, e irrita nel profondo.

Si può dire quello che si vuole, ma se i personaggi di un film, le loro parole, le loro motivazioni, la loro evoluzione, le loro scelte e la loro storia suonano fasulli – per eccesso o per difetto – perché dovrebbe importarmi del film?

 

cinema · teatro

Cyrano Silenzioso

cyrano-de-bergerac-1925-1923-silent-film-image-08Sembra un ossimoro, vero? Come si fa a zittire l’irrepressibile moschettiere?

Ma d’altra parte, come poteva il cinema muto starsene lontano da una storia come questa? E quindi non siamo nemmeno terribilmente sopresi di scoprire che c’è una versione muta del dramma di Rostand.

Muta e colorata, perché non è vero che i film muti sono tutti grigi… Il metodo consisteva nel colorare a mano fotogramma per fotogramma, con certosina pazienza… In realtà spesso il colore veniva applicato in una mano uniforme per atmosfera generale: blu per la notte, verde per la notte nei boschi, giallo per gli interni illuminati o le giornate di sole, oppure violaceo per la minaccia e cose del genere.

Qualche volta, invece, si colorava sul serio, con risultati come questo Cyrano del 1925:

Incantevole, vero? Con quest’aria d’acquerello… Poi, come dicevamo prima, è difficile immaginare un personaggio meno muto di Cyrano, e ci sono scene per le quali gli intertitoli proprio non  bastano… Come il duello a teatro – e allora questo film singolare sceglie di far apparire parte del dialogo in sovrimpressione.

Altri – molto prima – avevano fatto qualcosa di diverso e ancora più pionieristico, producendo quello che si considera il primo film sonoro  (e parzialmente colorato) nel 1900, la bellezza di centoquindici anni orsono:

La voce è quella di Coquelin il vecchio, registrata su cilindro.

Ecco. E buona domenica.

cinema

Ur-Cinema Bignami

indexVisto il Riccardo III istantaneo, ieri?

Magari nel vedere il titolo – o nel leggere della durata, avete pensato alla Reduced Shakespeare Company, e alle loro Opere Complete di Shakespeare in Quarantacinque Minuti…

E invece no: era un Riccardo serio.

Be’, era il 1908, il cinema era una faccenda recente e fuzionava così. I film duravano un rullo di pellicola o due – il che significava una durata media di una ventina di minuti.  All’inizio queste cine-pillole erano per lo più documentari, rievocazioni e qualche storia, e si usavano come riempitivo – ad esempio come uno tra i numeri di un varietà, o durante l’intervallo a teatro…

A partire dal 1905, le cose cominciarono a cambiare. La gente andava “al cinema” per vedere i film – e in una serata vedeva dieci, quindici o anche venti di queste cose piccole piccole. E che cosa vedeva? Un certo numero di storie originali, commedie, vicende storiche e un sacco di adattamenti di romanzi, lavori teatrali, opere… È quella che va sotto il nome di Nickelodeon Era.hqdefault

Erano tempi eroici e ingenui al tempo stesso. Gli attori arrivavano tutti dal palcoscenico, come pure la maggior parte dei registi, e l’emancipazione dalla mentalità del teatro non fu questione di un giorno e una notte. Le tecniche di ripresa erano più che un po’ statiche, con una tendenza a privilegiare le scene d’insieme e una riluttanza evidente nei confronti del primo piano. La recitazione era spesso stilizzata, e tanto più per l’esigenza di rendere una storia senza l’aiuto delle parole… Aggiungete la necessità di comprimere la narrazione nei tempi ridottissimi che dicevamo.

Sembra una ricetta ideale per il disastro – e invece no. O almeno, non necessariamente. Molti di questi piccoli film sono delle gemme di grazia e/o di efficacia. Ad esempio Vitagraph, uno degli studi più importanti dell’epoca nickelodeon, si specializzò in scene storiche e adattamenti, tra cui una lunga serie di opere Shakespeariane – il debutto cinematografico del Bardo al di là della Tinozza – e per una decina d’anni produsse piccole cose molto ben fatte. Si capisce che funzionasse tutto meglio con delle storie semplici – o che si prestassero ad essere semplificate all’osso. Trame secondarie e personaggi di contorno venivano sfrondati senza misericordia, e si contava su un minimo di previa conoscenza del materiale originario da parte del pubblico… Ma per lo più funzionava.

Poi non tutto si poteva condensare in venti minuti. Quelli di Vitagraph se ne resero conto abbastanza presto, e introdussero la serializzazione. Nel 1909 i Miserabili uscirono in ben quattro rulli, seguiti l’anno successivo dai cinque rulli de La Vita di Mosè. Ai registi piaceva lavorare più in grande, il pubblico mostrò di gradire le possibilità narrative e il respiro proporzionali alla durata, e gli studios non impiegarono molto a fare due più due.

AMidsummerNightsDream1909 - play rehearsalIl problema era che produrre un film lungo, o feature,  comportava costi di tutt’altro tipo. Mentre la domanda per i features cresceva e quella per i monorullo precipitava, i piccoli studios pionieristici crollarono uno dopo l’altro – falliti, assorbiti o venduti. Già nel 1915, le pillole cinematografiche non si producevano praticamente più, e in piedi era rimasto soltanto Vitagraph, che comunque riuscì a tirare avanti solo fino al 1925 – prima dell’avvento del sonoro.

Era durata un decennio, quest’infanzia del cinema, e adesso questi cinebignamini dalla maniera di pantomima ci fanno un po’ sorridere – ma avremmo il cinema che abbiamo, se qualcuno non avesse passato un decennio a incapsulare Shakespeare e compagnia in film da un rullo per volta?

E non so a voi, ma a me punge un’irresistibile uzzolo di sperimentare – e di provare a raccontare storie in sceneggiature o copioni da un rullo o due…

cinema · teatro

Mini Richard

1Qui sotto trovate tre minutini di una versione muta del Riccardo III, datata 1908. E nei tre minutini c’è tutta la scena della seduzione di Lady Anne, con abbondante cornice. Quella scena che, anche quando ce l’hanno a disposizione in tutta la sua originaria lunghezza, causa tanti mal di testa ai registi moderni. Perché, diciamocelo: il voltafaccia di Anne Neville da furia vendicatrice a possibilista è un nonnulla brusco…

Ebbene, qui ci sbrighiamo in un paio di minuti in tutto. Ma d’altra parte, possiamo considerarla una scena lunga, visto che il film intero dura una dozzina di minuti…

Quindi, sì: tutto il Riccardo III in dodici o quattordici minuti – e senza parole se non quelle dei cartelli. È ovvio che molte cose andassero sfrondate, semplificate e telegrafate.

Eppure… Well, date un’occhiata:

Visto? Compresso al massimo, e un filino crudo nella caratterizzazione – ma non gli si può negare una sua vivida efficacia. E non è l’unico del suo genere, sapete?

Ne parleremo. Intanto, buona domenica.

(Oh, e apprezzate la figurina Liebig lì sopra, per favore…)

cinema · Storia&storie

Visto Da Ankara

FetihEbbene, guardate un po’: salta fuori che c’è un film sulla caduta di Costantinopoli. Un film turco. Pare che sia piaciuto moltissimo a Erdohan – e non ce ne stupiamo poi troppo. Fetih 1453 è un film in cui i prodi e pii Ottomani attaccano una Kostantiniya potentissima e decadente, più che altro in vendetta per la crudeltà gratuita dei Cristiani in generale – guidati da un Costantino XI debosciato e perso tra sete di sangue e deliri di onnipotenza… Mentre Mehmet è un conquistatore visionario (ciò che era) e, una volta di più, estremamente pio (sul che si può… discutere).

Più una storia d’amore standard – o forse due.

Se vi par di ricordare una faccenda di colossali eserciti che stringono come una noce un pugno di rovine grandiose e semideserte, difeso a oltranza da una manciata di gente testarda… Be’, si direbbe che,vista da Ankara, la faccenda abbia colori un nonnulla diversi.

Che bisogna dire? L’iridescenza della storia and all that – ma quantomenoquantomenoquantomeno, di sicuro nel 1453 Costantinopoli non era come la dipinge il film. Dal che si può partire per tutte le considerazioni che volete in fatto di rigore storico. Per il resto, sono certa che la storia è epicissima anche così – solo che è… un’altra storia.

Buona domenica.

cinema · Natale

(Breve) Canto Di Natale

old-scrooge-posterAh, gli anni Dieci del Novecento, infanzia del cinema muto – quando i film duravano una decina di minuti, eppure, nella maggior parte dei casi, riuscivano a raccontare storie dannatamente complesse con ragionevole efficacia.

Immaginate di riassumere in meno di un quarto d’ora, che so, Shakespeare – senz’altro che immagini e qualche cartello… Oppure Dickens – come in questo piccolo A Christmas Carol americano, datato 1910, che riesce ad essere fedele e stringato allo stesso tempo. Certo, il fatto di raccontare una storia molto conosciuta era di grande aiuto, perché c’erano un sacco di cose che si potevano, so to say, telegrafare con la certezza che il pubblico capisse.

Ad ogni modo, per essere quello che è, non è affatto una cattiva versione – né certo l’ultima, ma nemmeno la prima.

Già nel 1901 ci avevano provato, ancora più in piccolo, gli Inglesi, con i cinque minuti cinque di Scrooge – or Marley’s Ghost. Magari a noi sembra leggermente buffo, ma per l’epoca fu un trionfo narrativo e tecnico.

E non potevamo lasciar finire l’anno senza almeno un po’ di Canto di Natale, vi pare?

Buona domenica.