Solo per dire che XYZ è partito in cerca di fortuna.
A qualche ora dalla scadenza del termine – perché sennò non siamo contenti.
Wish me luck.
il Blog di Chiara Prezzavento
Solo per dire che XYZ è partito in cerca di fortuna.
A qualche ora dalla scadenza del termine – perché sennò non siamo contenti.
Wish me luck.
Vi ho mai detto che SEdS fa parte di un ring chiamato Il Circolo delle Arti, fondato un po’ più di due anni fa da Lorenzo V. di Prospettiva Nevskij, – ovvero @arteletteratura per chi bazzica Twitter?
Ebbene, se non l’ho fatto prima, ve lo dico adesso: SEdS è membro de Il Circolo delle Arti.
“E perché ti salta pel capo di dircelo adesso, o Clarina?”
Perché, o lettori, adesso il ring ha una sua rivista elettronica, ideata, diretta e curata da Lorenzo V. E quindi vi segnalo con molto piacere il varo di The Circle Review.
Con molto piacere e un certo orgoglio, visto che faccio parte dell’equipaggio. Sul primo numero troverete interventi di una quindicina di blogger, tra cui Emma Pretti, Carmine di Cicco e Annarita Faggioni – giusto per citarne qualcuno. E ci sono anch’io, con un racconto intitolato La Ricompensa.
Qui c’è un assaggio:
Capitò che, all’età di quattordici anni e due mesi, l’orfano Hans Jakob Krone, del villaggio di Seckau, in Stiria, si ritrovasse sul campo della battaglia di Lipsia in qualità di tamburino dell’Esercito Imperiale. Non un tamburino particolarmente brillante, a ragione del suo scarso addestramento, avendo Krone raggiunto il suo reggimento da cinque giorni soltanto. Inoltre, anche in momenti più felici, la mente del piccolo Stiriano non aveva mai brillato per prontezza o acume. Nella piana di Lipsia, squassato dal tuono dei cannoni, accecato dal fumo, terrorizzato dal fuoco, dallo scalpitare dei cavalli, dalle urla degli uomini e dall’odore delsangue, il ragazzo non seppe altro che farsi spingere e strattonare dai soldati, perdere subito una bacchetta e, con l’altra, battere fievolmente e alla cieca, senza aver la più pallida idea di quel che si facesse.
Krone non ebbe davvero alcun merito o colpa del fatto che la stessa palla di cannone che gli sbriciolò l’avambraccio destro uccidesse sul colpo un giovane colonnello di cavalleria il quale, benché appiedato e ferito, cercava di riunire attorno a sé qualche dozzina di uomini per tentare l’assalto di una batteria francese. Per nient’altro che un caso, dunque, finita la battaglia, il giovane Arciduca che percorreva il campo conil suo aiutante trovò, uno accanto all’altro, il corpo del suo amico, il Colonnello morto da eroe con la sciabola in pugno, e il piccolo tamburino ferito che si lamentava nel modo più commovente. E ancora questo non sarebbe bastato a forgiare il destino di Hans Jakob Krone, di Seckau in Stiria, se proprio la sera prima,accanto al camino di una stanza requisita, l’Arciduca e il Colonnello non avessero discusso sul destino deitanti feriti che quella guerra si sarebbe lasciata dietro, e il Colonnello non avesse perorato con tutto il suo fervore la causa degli invalidi.
Questo fece sì che all’Arciduca paresse di non poter abbandonare al suo destino quel ragazzo dal braccio dilaniato senza offendere la memoria del suo povero amico e, in men che non si dica, Krone si ritrovò trasportato con ogni cura fin sul tavolaccio insanguinato del capo chirurgo militare, un vero medico con tanto di laurea dell’Università di Augusta, che non si scomodava mai per nessuno che non fosse almeno un generale.
Riscuotendosi un istante dal torpore che gli davano la sofferenza e l’aver perduto molto sangue, il tamburino vide, chino su di sé, un giovane così biondo da parere a sua volta un ragazzo, il cui mantello bianco macchiato di polvere e di fango lasciava intravedere un’uniforme rilucente di decorazioni.
“Coraggio, ragazzo,” disse una voce rauca di fatica. “Sei un buon soldato.”
Hans Jakob ebbe il conforto di una mano sulla spalla sana, dopodiché il giovane dal mantello bianco si allontanò.
“Chi è?” mormorò il tamburino con meno d’un filo di voce.
“Come, chi è? Ma il giovane Arciduca, perbacco!” rispose l’uomo in grembiule di cuoio che brandiva una sega da falegname…
Il resto lo trovate – insieme a una messe di racconti, saggi e poesie – nel primo numero di The Circle Review, che si scarica – gratuitamente e in formato PDF – qui.
In questo post si parlava, tra l’altro, di editing ed editor. E proprio a proposito di queste bizzarre creature. S. rimuginava:
Ma perché esistono? Non sarebbe più utile giudicare la capacità dello scrittore di sfornare il prodotto “chiavi in mano”?
Ecco, in realtà non proprio. La pubblicazione non è un esame di buona scrittura – e meno ancora di buona sintassi e grammatica. E lo scrittore novellino capace di sfornare un romanzo “chiavi in mano”, tirato a lucido e pronto per la pubblicazione è una specie di araba fenice. Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Però provate a immaginare un buon romanzo scritto così così. Ottima storia, personaggi accattivanti, atmosfera perfetta – e sintassi spaventosa. Meglio gettare tutto alle fiamme o meglio mettere all’opera qualcuno che addomestichi la consecutio temporum?
Uno così non è uno scrittore, dite? Non saprei. Facciamo un esempio illustre. Quando si ritrovarono sulla scrivania il manoscritto di Jane Eyre, da Smith, Elders & Co. si resero subito conto di avere per le mani qualcosa di notevolissimo. Però lo spelling del misterioso Currer Bell era atroce, e la punteggiatura pareva sparsa con il salino, tanto era erratica e selvaggia*. Se a pagina quattro George Smith avesse deciso che Bell non sapeva scrivere e avesse gettato tutto nella stufa, quello sarebbe stato il funerale vikingo di Jane Eyre. Invece Smith fece disdire tutti i suoi appuntamenti, lesse (faticosamente) tutto in un giorno e una notte e l’indomani scrisse a Currer Bell offrendo un contratto di pubblicazione. Dopodiché mise al lavoro il protoeditor William Smith Williams, e tra loro due resero leggibile la notevole prosa di Charlotte, procurando a Smith, Elders & Co. un best seller, e un classico alle generazioni future.
Altre volte invece si tratta di buchi in una trama altrimenti buona, di lungaggini, di magagne dovute all’inesperienza dell’autore. A parte tutto il resto, si può anche pensare che lavorando con un buon editor l’autore possa imparare dai propri errori – cosa che potrebbe in teoria fare anche da solo, ma diventa più facile e più costruttiva se qualcuno gli punta il naso nella direzione giusta.
Esempio non strettamente narrativo – ma siamo in zona: in teatro si fa workshop. Una volta giunto a una ragionevole stesura, l’autore si procura un po’ di attori (oppure, se è fortunato, la stessa compagnia che metterà in scena il lavoro) e li guarda fare una specie di lettura drammatica del testo. In genere si tratta di una lettura in piedi con il copione in mano, in modo da vedere come funziona. Questo non solo perché ci sono cose che sono perfette sulla carta e disastrose in scena, ma anche perché attori e regista hanno più esperienza e una percezione migliore della meccanica teatrale. Hanno occhio per le implausibilità, orecchio per le rigidità e le lungaggini. E l’autore… be’, l’autore dovrebbe limitarsi a prendere appunti e trarne beneficio, reprimendo tutti gli istinti omicidi.
E nessuno pensa male dell’autore teatrale che passa i suoi testi a questo specifico tritacarne. Magari non molti sanno che succede – e forse in Italia, tanto per cambiare, succede meno che nel mondo anglosassone – ma tant’è. Non è poi così diverso dall’editing.
Provate a immaginare l’editor come una specie di regista, che media tra l’autore e il pubblico, forte della sua conoscenza della meccanica. Perché la scrittura è un mezzo espressivo e come tale, piaccia o no, ha una meccanica, dei principi, un funzionamento. Ed è su questo che l’editor lavora.
Poi c’è una legittima, legittimissima domanda successiva: dove si ferma l’editor?
[… S]arei felice di poter leggere quello che l’autore di un romanzo pensava fosse la stesura definitiva, prima che un editor gli spiegasse che cosa io avrei voluto leggere,
rimuginava ulteriormente S.
Ah, well, questa è un’altra faccenda. Tutti abbiamo sentito storie come quella di Gordon Lish & Raymond Carver (i cui racconti, ripubblicati in forma pre-Lish dopo la sua morte, erano… be’, tutt’altro), o quella di Susannah Clapp & Bruce Chatwin (che di suo non era affatto terso e stringato come lo conosciamo e amiamo)… E peggio ancora, tutti abbiamo sentito storie molto più truci, perché non tutti gli editor sono Lish o Clapp. Il problema è che ci sono cattivi editor, editor così così, editor criminali e buoni editor che lavorano al servizio di politiche editoriali tra l’aggressivo e il criminale**, tese alla standardizzazione di un prodotto.
Quello dell’editor è un mestiere come un altro. Ok, forse un po’ più misterioso della media – perché in fondo si tratta di lavanderia glorificata, ed è il genere di faccenda che sarebbe molto meglio, a mio timido avviso, praticare dietro le quinte. E forse anche un po’ più indefinito e indefinibile della media, perché può funzionare in tutta una varietà di modi, dal leggere il Riot Act ai congiutivi sballati fino a rimaneggiare/amputare/ricucire la storia.
Resto però dell’idea che, per rispondere a S., gli editor esistano perché un buon editing può fare molto per un buon testo imperfetto. E che la miglior definizione del mestiere l’abbia data Arthur Plotnik:
Voi scrivete per comunicare ai cuori e alle menti altrui quello che vi brucia dentro. E noi editiamo per eliminare il fumo e far brillare il fuoco.
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* E lo stesso valeva per Ellis e Acton Bell. Quando consideriamo che si trattava in realtà delle Misses Brontë, tre insegnanti/istitutrici, intenzionate ad aprire una scuola tutta loro…
** Se volete sorridere (un po’ storto) in proposito, leggetevi La Storia Del Lupo, di Davide Mana.
Sapeste che cosa ho ritrovato!
Dagli abissali recessi del mio hard disk rispunta la stesura pre-primo-editing di Somnium Hannibalis…
Ah, i vecchi tempi. Perché, ridendo e scherzando, sono passati un sacco di anni dalla prima volta in cui un editor di professione ci ha messo le mani.
È stato interessante vedere come funzionava prima – ed è stato interessante rivedere la faccenda dall’altro lato, ricordando lo spirito, la delusione, la soddisfazione e l’occasionale bout di furore al calor bianco di quando ero soltanto editee e non editor. Quindi, o gente che ho editato, edito ed editerò, sappiate che non sono immune. Vi capisco. Ci sono passata. Ho desiderato assassinare lentamente un editor. Ho avuto la certezza che non avesse capito nulla. Ho composto mail di fuoco in cui contestavo punto per punto tagli e suggerimenti. E poi non le ho spedite. Ci ho dormito su e sono lentamente giunta alla conclusione che forse l’editor non aveva proprio tuttissimi i torti. E mi sono impuntata solo su una ridottissima manciatina di cose, e su un paio di esse sono riuscita a convincere l’editor.
E poi il libro è stato pubblicato.
E adesso risalta fuori la versione allo stato brado, e potrei celebrare il ritrovamento rifilandovi una dettagliata disamina dell’editing. Ma non lo farò
Invece farò un’altra cosa – diciamo… un out-take.
C’è questa scena. Non era raccapricciante, solo limitatamente utile. Adesso me ne rendo conto: non serviva a molto, ingolfava la narrazione nel punto in cui era e non poteva essere messa da nessun’altra parte. Così fu capitozzata. Però in origine c’era, e allora ho pensato di farvela leggere.
218 a.C., Annibale è in Gallia, ha passato il Rodano, sta marciando verso l’Italia – e francamente eludere i Romani è l’ultimo dei suoi problemi. Quel che gli serve è un valico per attraversare le Alpi, un valico che i Romani non si aspettino. Un valico alto, difficile da passare in autunno avanzato. E non è detto che lo trovi. Why, i suoi Galli dicono persino che un valico del genere non c’è…
Questa è la storia che Annibale racconta al re di Siria, venticinque anni più tardi:
Scipione finì col trovare il mio campo deserto sulla riva del Rodano, e immagino che potesse solo arrendersi all’evidenza: in qualche maniera, Annibale gli era sfuggito. Non si aveva la più pallida idea di dove fosse o dove intendesse andare, forse si poteva sperare che l’inverno lo inchiodasse da qualche parte delle Gallie con armi e bagagli…
Se v’interessa, se volete leggere il resto, potete scaricare la scena degli Allobrogi.pdf…
E poi magari mi direte che cosa ve ne pare?
Posterellino indebito per due piiiiiiccole comunicazioni:
1) Su Plutonia Esperiment, il blog di Alessandro Girola, è uscita oggi questa recensione de L’Itala Giuditta. Mi piace particolarmente perchè spiega come la Giudi possa piacere almeno un po’ anche agli steamers duri e puri – categoria cui non appartengo e per la quale non ho scritto. La mia idea era di mescolare gli elementi base del genere con il linguaggio dei libretti d’opera… A quanto pare, avrei potuto fare di peggio.
2) Oggi pomeriggio alle 17.00, presso l’Università della III Età (Via Mazzini, 28 – Mantova), presentazione di Di Uomini E Poeti. Presenta Mario Artioli (who happens to be both man and poet), e intervengono Francesca Campogalliani (la Regina Amata) e l’autrice, di cui al momento mi sfugge il nome…
Fine del posterellino.
E questa, abbiate pazienza, è spudorata autocelebrazione, ma insomma.
Somnium Hannibalis ha ricevuto una segnalazione alla trentatreesima edizione del Premio Letterario Città di Leonforte – sezione narrativa edita.
Leonforte è in Sicilia – in quel di Enna – e comincio a temere che, tra un impegno e l’altro, non riuscirò ad andare di persona alla cerimonia il 10 dicembre, ma tant’è.
In celebrazione, ecco qui una delle mie scene preferite di Somnium Hannibalis:

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Sto ancora sperimentando con i flipping books. Allargate a tutto schermo (bottone in basso a destra) – e dovrebbe diventare tutto leggibile.
ETA: ecco, siamo talmente sperimentali che forse non si vede nulla… Hmf. Nel dubbio, c’è un piccolo PDF qui: Canne.pdf
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Ho scoperto l’esistenza del Premio Città di Leonforte dal bel blog di Roberto Corsi, che lo definisce un premio virtuoso: una tradizione più che trentennale alle spalle e nessun esborso per partecipare….
Tutto è cominciato con questo post di Davide Mana sul suo Strategie Evolutive (bel blog di libritudini, intelligente e ironico – da tenere d’occhio, by the way).
I recensori, dice Davide, si son messi a fare i critici e/o gli editor, e invece di offrire al lettore i lumi essenziali di cui il lettore è in cerca per decidere se il libro valga o no i suoi quattrini e il suo tempo, si lanciano in astruse disamine critico/tecniche.
Ma una recensione è un’altra cosa, dice Gene Siskel (riportato da DM): “Io sono un reporter, ed il soggetto del reportage è come io mi sono sentito guardando questo film.”
E qui cominciamo a divergere da Strategie Evolutive. La citazione mi blocca sulla soglia di un esame di coscienza, perché in realtà può darsi benissimo che “io” mi sia sentita colma di furore crociato per la quantità di minute o maiuscole irregolarità tecniche impilate dal regista/scrittore. È del tutto possibile che il recensore che fiammeggia riga dopo riga brandendo una copia corazzata di Strunk&White non faccia altro che prendere un po’ troppo alla lettera la massima di Siskel.
Ed è vero anche che un elenco dei paragrafi in cui l’autore ha detto anziché mostrare non mi è di grande aiuto nel decidere se voglio o non voglio leggere il libro in questione – anche perché nella maggior parte dei casi – e tanto più nella narrativa di genere – davvero non ci tengo a leggere particolari rivelatori sul plight del protagonista a pagina 434, grazie tante.
Mentre scrivevo questo ho avuto, credetemi, la grazia di arrossire – pensando alle mie analisi cruente… però datemi credito di una cosa: ho imparato a premettere le istruzioni per l’uso. Questa non è una recensione, questa è un’analisi: faremo il libro a pezzetti molto piccoli, smonteremo il giocattolo, riveleremo senza misericordia trama, sorprese e finale… Lo dico sempre, nevvero? Ma d’altra parte, e questo mi sembra fondamentale, SEdS è quel genere di blog: i miei lettori sanno che qui si parla di meccanismi narrativi, di tecnica e talvolta anche di editing.
E difatti non si tratta di recensioni.
Le recensioni sono quelle che scrivo, ad esempio, per la HNR – e qui qualche ulteriore scrupolo mi coglie. Per una serie di circostanze, come ho già avuto occasione di lamentare, mi sono ritrovata a recensire negativamente tre libri di seguito – e non è come se non fosse mai capitato prima. Rileggendo le mie doléances numero per numero ritrovo problemi narrativi e, più spesso, magagne stilistiche – più un certo numero d’inaccuratezze storiche. Queste ultime mettiamole pure da parte: scrivo per una rivista specializzata, ed è ovvio che l’accuratezza storica sia un elemento fondamentale su cui richiamare l’attenzione del potenziale lettore. Ma il resto? Sto confondendo recensione e editing? infliggendo al potenziale lettore le mie ubbìe in fatto di goffaggini espositive e dialoghi stentati? Sto soggiacendo alla mia conclamata ossessione per la fabula?
Confesso, arrossendo di nuovo e chinando contrita il capino, che la cosa non è del tutto impossibile.
E tuttavia…
Penso a una collega HNRiana che si limita a raccontare la prima metà della trama. Ho fatto acquisti molto incauti leggendo le sue recensioni. Penso alla volta in cui, lievemente incredula, cercavo recensioni su un libro (pubblicato in Italia) e trovavo soltanto citazioni verbatim della IV di copertina – del tutto inutili perché, a dispetto delle premesse allettantissime, il libro era davvero brutto.
E so benissimo che non è questo che intende Davide Mana. La sua posizione in materia è che le regole sono per gli scrittori e non per i lettori – e condivido in pieno. Il fatto si è che quando parliamo di scrittura, non mi stancherò mai di dirlo, la forma è sostanza. La sostanza non giungerà mai (o almeno non giungerà bene) al lettore se non è in buona, attraente e ragionata forma. Per cui, se è vero che le “regole” sono per gli scrittori, è pur vero che l’effetto delle regole è rilevante dal punto di vista dei lettori. Non vorrò spiegare dettagliatamente al lettore che l’autore X si macchia del gravissimo peccato di dire anche quando dovrebbe mostrare, ma sarà caritatevole da parte mia avvertirlo che il libro non risulta coinvolgente – perché questo al lettore interessa molto.
Pertanto, credo che qualificherò un pochino la massima siskeliana: il soggetto del reportage è come ritengo che si sentirebbe il potenziale lettore leggendo il libro – perché “io” potrei avere il dente avvelenato, l’ossessione della fabula, la deformazione professionale o whatever.
Che ne pensate? Che cosa cercate in una recensione?
Che vuol mai dire? Umberto Eco che riscrive Il Nome Della Rosa? Stando al Messaggero* la notizia è certa, anche se finora se ne sa pochino – si può dire che i soli particolari già noti siano il numero di pagine e il prezzo del volume…
E perché “riscrivere” un super-bestseller a trent’anni di distanza?
La risposta mi colpisce in più di un modo.
In primis, secondo l’innominato redattore de Il Messaggero.it, per renderlo più accessibile ai nuovi lettori degli anni Duemila.
Hm. Più accessibile. In effetti, a suo tempo, ricordo di essermi fatta soprattutto una domanda, nel leggere INdR: come si conciliavano l’immensa popolarità del romanzo e le consistenti quantità di Latino, filosofia scolastica, divagazioni teologiche, occasionali passaggi in Greco ed Ebraico, e molta altra materia indigesta offerta in un linguaggio non precisamente divulgativo? E la domanda aveva una risposta lapalissiana, che si scopriva provando a discuterne con un campione appena consistente della legione di lettori nomerosisti: più che una lettura, INdR era un meeting di atletica, in cui molti saltavano spesso, molti altri (s)correvano rapidamente e qualcuno combinava entrambe le discipline.
D’altro canto, il romanzo era molto à la page, il genere di tomo che bisognava avere letto e che, una volta letto, autorizzava a dire “sì, leggo molto.” E se non si capiva granché… oh well, è bastato avere un po’ di pazienza perché arrivasse il film. Così tutti si leggeva in muta adorazione e si usciva dall’esperienza patentati: “sì, io leggo molto – per esempio Umberto Eco.”
Poi le decadi sono passate, e altri autori hanno soppiantato Eco nel ruolo di dispensatori di patenti: Baricco, Khaled Hosseini, Muriel Barbery e Saviano, per citarne solo alcuni. Tra l’altro, tutta gente (da un po’ a molto) più facile da leggere: è possibile dire “sì, io leggo molto…” senza doversi sentire stupidi per molte centinaia di pagine. E l’atteggiamento nei confronti del professor Eco è cambiata da muta adorazione in impaziente indifferenza.
Di recente ho letto un articolo in cui la romanziera e autrice teatrale americana Cora Bresciano discuteva di metodi per l’utilizzo di lingue diverse in narrativa. Bresciano citava Eco come esempio del metodo più irritante – quello di inserire ampie quantità di una lingua straniera senza offrire nessun tipo di traduzione, lasciando che il lettore si arrangi se ne è capace o se ne ha voglia.
“Naturalmente lui è Umberto Eco,” commenta Bresciano, “autore di fama mondiale ed erudito, per cui può fare tutto quel che vuole – ma non posso fare a meno di sentirmi frustrata dalla sua indifferenza verso chiunque non sappia tutte le lingue che lui conosce.”
E forse Eco si è accorto che ai lettori d’oggidì, in particolare ai giovani abituati fin da piccoli alle tecnologie digitali, non va di leggere libri che li confondono e frustrano per la maggior parte del tempo. Il corsivo è tratto di nuovo dall’articolo del Messaggero, e non so se sia solo un riferimento alla tendenza delle nuove generazioni a perdere interesse in tutto ciò che non offre immediata gratificazione, o se voglia preannunciare che a breve, dopo le traduzioni della nuova versione, ci ritroveremo alle prese con Il Nome della e-Rosa enhanced – completo di canti gregoriani, fruscii di pergamena e urla nella notte…
No, siamo seri: sembra che Eco (o qualcuno per lui da Bompiani) abbia sentito il bisogno di rivedere il […] romanzo per sveltirne certi passaggi e rinfrescare il linguaggio. E subito mi coglie un altro dubbio: immagino che i “certi passaggi” da sveltire comprenderanno molti degli sfoggi di erudizione dell’autore – e fin qui tutto bene – ma il linguaggio? Per me il fascino de INdR consiste in buona parte nel linguaggio tra il medievaleggiante, lo scottiano e il vecchiamaniera, con la sua rete fittissima di citazioni, calchi, riferimenti, parodie e imitazioni… che ne sarà della personalità del libro, della sua voce, una volta che il linguaggio sarà stato rinfrescato?
Ho tanto la sensazione che, nella migliore delle ipotesi, ne resterà un giallo storico come molti altri.
Insomma: inclino a credere che tutto ciò sia assai più un’operazione editoriale che una conversione del nostro semi-romanziere nazionale. A dire il vero sono abbastanza curiosa di vedere come verrà condotta, ma non è un bel genere di curiosità: è un po’ come voler vedere il Dr. Frankenstein che trapianta un cervello nuovo in un corpo del tutto inadatto. Senz’altro si può fare – ma sarà davvero una buona idea?
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* Leggete anche i commenti: come spesso accade, sono istruttivi come e più dell’articolo…
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ETA: mi si segnala che, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Eco avrebbe smentito riscritture drastiche, parlando invece di qualche errata corrige di anacronismi botanici (suppongo i celebri peperoni) e poco altro. Una rapida ricerca in rete mi ha dato accesso a questo articolo de Il Corriere della Sera.it, che sembra ridimensionare l’intervento cosmetico, ma ammette qualcosa di più dei peperoni e riporta qualche polemica transalpina in proposito – oltre a citare illustri precedenti. Resta il fatto che serviranno traduzioni nuove, cosa che sembra indicare, di nuovo, qualcosa di più consistente dei peperoni. Staremo a vedere – dal 5 ottobre in poi.
Non ho l’abitudine di cercarmi su Google.
E’ stata una combinazione di caso e di curiosità improvvisa se, quando ho aperto Google per vedere il doodle* di mercoledì, ho digitato il mio nome nella searchbox.
E guarda un po’ se non vado a inciampare in una recensione del Somnium che mi era sfuggita del tutto.
Giuseppe Panella si diffonde in proposito sul blog letterario Retroguardia 2.0 (la recensione è qui), con entusiasmo più che lusinghiero. Quando poi, a titolo di conclusione, paragona SH a Lord Jim – e me a Conrad – non vi fate l’idea di dove sia schizzata la mia pressione. Che poi sia ben chiaro: mi rendo conto benissimo che si tratta di un paragone impegnativissimo ed eccessivissimo, ma Conrad – come sapete fin troppo bene – è uno dei miei idoli e modelli, e LJ è IL libro della mia vita, per cui il solo fatto che a qualcuno sia venuto in mente un paragone del genere mi rende impossibilmente, incontenibilmente, divinamente felice.
Essì; tre avverbi – Mark Twain sta già imbracciando la doppietta.
Poi, siccome non bastava, ho trovato questa intervista in cui la blogger Marta Manfioletti, di E-Letteratura, conta SEdS tra i cinque blog che non possono mancare nel suo blogroll. I drop a curtsey, e già che ci siamo: leggetelo, E-Letteratura, perché è una miniera di informazioni, acute riflessioni, approfondimenti e notizie sull’editoria digitale – nonché il diario della storia d’amore tra Marta e il suo Kindle.
E poi un sacco di altre cose di varie dimensioni e di non poca soddisfazione. Di qualcuna parleremo più avanti.
Insomma: non ho l’abitudine di cercarmi su Google – ma forse dovrei svilupparla.
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* E non so voi, ma io sono propensa a considerare i doodles come una delle gioie del titolo.
Comunicazione lampo: la Giudi è stata recensita su SognandoLeggendo – sito/community di recensioni, interviste, pennivendolerie e tutto ciò che ha a che fare con quei parallelepipedi di carta (o virtuali) pieni di storie.
La recensione è qui: recensione*, e ci sono anche tutti quei bei bottoni che permettono di segnalarla su FaceBook, o su Twitter, you know…
E ora un’appendice alla comunicazione lampo: la recensione è positiva, va da sé. Se fosse stata cattiva, o anche solo mediocre, sarei qui a segnalarvela con tanto di post? Hardly. Conosco la teoria dell’affrontare le critiche negative, ma presentatemi qualcuno che possieda quel genere di masochismo…
Ecco, stavo scrivendo questo, e poi mi sono fermata. C’è un altro tipo di reazione. Se avessi ricevuto una recensione negativa potrei strillare agli alti cieli, dichiararmi perseguitata, ingaggiare scambi d’insulti con il recensore – diretti o a distanza, sul mio sito, sul suo, su blog, forum e social media…), potrei aizzare la mia clique…
No, io non ce l’ho una clique, e d’altronde non ho nemmeno ricevuto recensioni negative – almeno non ancora, ma è quel genere di atti inconsulti e truculenti che si vedono accadere in giro per la rete e fuori di essa. Ci sono esempi nostrani recenti, ci sono casi vecchi come le colline – la cosiddetta Querelle Du Cid coinvolse Corneille, nientemeno – e poi c’è il caso che è diventato fulmineamente proverbiale nel mondo editoriale americano, tanto che già si parla di Sindrome del Marinaio Greco. Lettura interessante, se volete vedere una scrittrice che dà di matto nella più pubblica e irreparabile delle maniere** a proposito di osservazioni del tutto ragionevoli sulla qualità della sua scrittura e del suo lavoro autoeditoriale.
Dopodiché, guardate: la reazione è del tutto umana. Ricevere una recensione men che stellare e avere l’impulso di assassinare il recensore con amici, parenti, congiunti, ascendenti e discendenti fino alla quarta generazione è naturale. Questo fa degli scrittori degli equivalenti editoriali delle tazze di tè? Gente che ha nutrito, lisciato e iperprotetto il proprio ego al punto che il primo urto lo fa esplodere in minutissime schegge – e tanto peggio per chi si trova nel raggio? E’ possibile, ma non particolarmente scandaloso. Quello che è imperdonabile è mettersi a ululare in pubblico e – peggio ancora – scadere negli insulti. Potrà sembrare catartico al momento, ma non si fa mai una buona figura…
Non credo che si impari mai davvero a prendere le cattive recensioni con nonchalance, ma è bene sforzarsi di celare bene la propria furia distruttiva e il proprio cuore a brandelli.
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* E se ve la linko (horrid, horrid, horrid verb!) in questo modo dissennato è perché non riesco a fare altrimenti. Per qualche motivo, all’apposita finestrella di dialogo il “qui” non piace. Va’ a sapere…
** Poi c’è da chiedersi se con questa squilibratissima piazzata la Howett si sia rovinata del tutto qualsiasi possibilità di carriera o sia riuscita ad ottenere lo status di personaggio da talk show. Ho perso il polso della faccenda da ben prima che Big Al chiudesse i commenti, ma provate a cercare “Greek Seaman” su Google – sono certa che troverete abbondanza di materiale.
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Noterella non correlata – nemmeno per sbaglio: buon compleanno, L.!!!