pennivendolerie · scribblemania

Potando “A Soul For Cunning”

Ieri credevo di passare una giornata di vacanza e di guardare Fire Over England. Credevo. Invece salta fuori – all’ultmissimo momento, si capisce – che i termini di un certo premio letterario a cui voglio tanto partecipare scadono martedì. E questa volta ho il racconto perfetto. Scritto per tutt’altro, è vero, ma assolutamente perfetto anche per questo. Così vado sul sito e, per prima cosa, constato un dettagliuzzo che proprio non ricordavo: massimo 5000 parole.

Cribbio.

E dico cribbio perché ASfC (il presunto racconto perfetto) è più lungo. Un bel po’ più lungo. E che si fa? O si lascia perdere o si passa la domenica a potare drasticamente. Io ho potato drasticamente, e la faccenda è andata così:

8.35 – Rapido calcolo: devo amputare 923 parole su 5923. Tanti auguri.

8.37 – Cominciamo con una seria rilettura…

8.50 – …e decidiamo che no, non è umanamente possibile. Il racconto funziona, è davvero piuttosto buono, e mi piace tanto così com’è, con tutti i suoi pezzi, parole, ramoscelli là dove li ho messi – ciascuno per una buona ragione. Fine della storia. 

9.15 – Però…

9.18 – Non è un peccato lasciar perdere? Mi piace questo premio, mi piace proprio tanto. Ci ho già provato diverse volte, con racconti che non erano buoni nemmeno la metà di questo. Hm.

9.20 – Ok, vediamo se non c’è davvero niente da fare.

9.21 – Ulteriore rilettura. E per dimostrare che faccio sul serio, faccio una copia di ASfC in un altro file .doc, pronto per essere potato. Mi sento come se stessi legando il mio gatto al tavolo della vivisezione.*

9.28 – A un certo punto della rilettura, mi viene l’uzzolo di contare quante parole ci sono in una pagina. Risposta: circa la metà di quelle che devo tagliare. Oh. E sì, è sempre circa un sesto del totale, ma così fa ancora più impressione.

9.31 – M’imbatto in uno speech tag particolarmente elaborato che in effetti potrei tagliare. Lo faccio, rileggo il paragrafo e… ehi! Scorre persino meglio! Adesso sono più vicina all’obbiettivo. Di ben 7 (sette) parole.

9.37 – Incoraggiata dal piccolo successo, ricomincio daccapo: leggo ad alta voce, elimino un aggettivo qui, una similitudine là…

9.45 – Continuo.

9.55 – Continuo.

10.03 – In uno sprazzo di lucidità mi chiedo dove credo di arrivare una parola alla volta, ma continuo. Sprazzo molto breve.

10.08 – Inciampo in un passaggio… non è un cattivo passaggio, ma forse non è del tutto necessario? Ci penso su, provo a sistemare mentalmente il paio di riferimenti che resterebbero in sospeso. Potrebbe anche funzionare.

10.14 – Agisco. Mica male, no? Hm. Però, anche sistemando qui e spostando là, la transizione suona forzatella anzichenò. Sono così grata a chiunque abbia inventato quella simpatica funzione ANNULLA. Ci avrei guadagnato 40 parole, ma tirem innanz.

10. 24 – Arrivo alla fine e, tutto sommato, non sono insoddisfatta della ripulitura. Peccato non averla fatta prima di spedire a GT… E siamo a 5486 parole. Non è favoloso? 437 andate; ne restano solo 486.

10.25 – Peccato che non siamo ancora a metà strada e non veda bene che cos’altro potrei tagliare senza menomare seriamente la storia.

10.26 – Per la seconda volta oggi, ci rinuncio. Proprio non c’è modo.

10.27 – Migro in cucina e comincio a dare una mano col Christmas Pudding: taglio la mela a pezzettini, spremo l’arancia e il limone, e sbaglio a pesare tre tipi diversi di uva passa- del che mi accorgo solo dopo avere innaffiato col brandy abbondanti quantità di frutta secca non necessaria. Il tutto, naturalmente, perché sono troppo occupata a rimpiangere di non partecipare al premio… Mi s’ingiunge di togliermi di torno e lasciar lavorare la gente, al che mi preparo un’altra tazza di tè. E c’intingo dentro due biscotti al cioccolato – mai una buona idea.

11.06 – Oh, che diavolo! Mi rimetto al computer, ben decisa a far vedere ad ASfC chi è che comanda. Dopo tutto sono già a metà strada, giusto? Che può mai volerci?

11.07 – Questa volta si fa sul serio – con metodo: pondero con cura la trama, passo in rassegna i personaggi in cerca di gente superflua, enuncio in un paragrafino il concetto originario, così da poter sfrondare tutto quello che non è strettamente attinente.

11.29 – Peccato che la trama sia già molto condensata, i personaggi soltanto due e il concetto tale da richiedere praticamente tutto quello che c’è per essere comprensibile. Ho lavorato per benino, sono stata stringata, essenziale, concentrata, non ho mai divagato e, quel che si poteva sfrondare, l’ho già sfrondato tra le 9.31 e le 10.24. Non è che andiamo molto bene.

11.30 – Adesso basta. Ricomincio da capo, brandendo un metaforico machete. Ogni tanto individuo un paragrafo o due che forse, con la debita cautela e una certa dose di sacrificio, potrebbero essere amputati senza eccessivo pregiudizio. Così ci penso tetramente per un paio di minuti e poi salta sempre fuori qualche ragione per cui non si può.

 11.47 – Però… però… All’improvviso trovo una sezione – un’intera sezione! – che, inclinata a quarantacinque gradi, tinta di violetto e guardata con la coda dell’occhio, potrebbe latamente definirsi una digressione. Una vasta digressione, anche: 415 parole, vale a dire nove decimi dei miei problemi risolti in un colpo solo – magari un po’ meno, considerando la necessità di coprire il buco con una transizioncella…

11.50 – A dire il vero, molta della roba in questione mi piace davvero. La tentazione, tuttavia, è forte…

11.56 – Ok, chiudiamo gli occhi e pensiamo all’Irlanda. CANC.

11.57 – Tra l’altro, a taglio effettuato, mi accorgo che ci sono altre 47 parole dispensabili, visto che servivano solo a introdurre quella che, tutto considerato, forse era davvero una digressione. CANC. CANC. E mi mancano solo 24 parole. Irlanda, aspettami!

11.59 – Però, pensandoci bene… Non è detto che ASfC debba rimanere per sembre sotto le 5000 parole, mentre invece una versione pre-sfrondamento (ripulità ma non amputata) potrebbe sempre farmi comodo, prima o poi. Dove ho letto che la lungimiranza è la virtù dei grandi? Annullo gli ultimi tre CANC, seleziono tutto, copio, incollo in un terzo file .doc, lo salvo con uno di quei nomi utili e significativi che non riuscirò a ricordarmi quando ne avrò bisogno**, torno al mio file, cancello di nuovo la digressione e mi sento molto più in pace con me stessa e il creato universo. Ora, quelle 24 parole…

12.11 – Mi si chiede se mi secca molto apparecchiare la tavola, nutrire il gatto e ricordarmi di prendere l’antibiotico***. Salvo accuratamente quel che resta di ASfC e mi dedico ad apprestare il desco famigliare.

13.42 – Mi rimetto all’opera. Per prima cosa faccio un conteggio parole e il computer mi dice 5016. Come sarebbe a dire 16? Non me ne mancavano 24? Colta da panico, controllo di non avere cancellato qualcosa di troppo… No, è tutto a posto, salvo la mia capacità di effettuare semplici calcoli aritmetici.

13.58 – Mentre controllo che i tagli non si siano lasciati dietro incongruenze, mi rendo conto che la soluzione più semplice è eliminare un altro paragrafo. CANC qualche riga e, come per magia, tutte le potenziali incongruenze da potatura sono prodigiosamente sparite. E per di più, il conteggio parole risulta 4953. E vai!

14.02 – Rileggo tutto da capo. Ad alta voce. Per sicurezza. E ogni tanto tagliuzzo ancora qualche fogliolina vagabonda.

14.12 – Ripristino una riga di descrizione che avevo eliminato con particolare riluttanza.

14.26 – Mi coglie il dubbio che, essendo adesso ASfC destinato all’Irlanda, forse sia meglio modificare lo spelling in British English. Tutto da capo, con l’aiuto del controllo grammaticale di Word.

14.39 – E a questo punto, credo proprio che ci siamo. 4568 parole. Salvo e lascio riposare per un’oretta – dedicandomi nel frattempo alla seconda fase del pudding.

16.27 – Se vi dicono che per la seconda fase del pudding basta un’oretta, non credeteci. Torno al computer, stampo la nuova versione di ASfC e, armata di tazza di tè e pennarello rosso, m’installo nella poltrona di fianco al fuoco per un ultimo controllino. Ci sono cose più facili che fare un ultimo controllino con 6 kg di soriano ronfante in grembo, ma pizzico nondimeno una virgola indebita, due errori di battitura e uno spazio doppio.

17.04 – Inserisco le correzioni, stampo un’altra copia e la piazzo sulla tastiera per l’ultimissimo controllo – domani mattina. In tutta franchezza, non voglio sentir nominare ASfC per almeno dodici ore, grazie.

E questo era ieri. Adesso mi dedico all’ultimissimo controllino e poi ASfC (versione breve) parte attraverso l’etere con destinazione Irlanda. Wish me luck!

 

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* Forse a questo punto, per evitare di sembrare isterica, farò bene a spiegare che ASfC è già stato revisionato, parzialmente riscritto, decapitato due volte, asciugato quanto si poteva e levigato con ogni cura – prima di essere mandato a Glimmer Train.

** Voi vi ricordereste qualcosa come polishedasfc.doc fra un anno o due?

*** L’avevo detto che da due settimane e un po’ sto godendo le gioie di una bronchite irriducibile?

scribblemania

Cattive Abitudini

Nella scrittura, come in tutte le cose, ci sono buone idee e cattive idee. E, come in tutte le cose, non è così facile distinguere le une dalle altre, perché ci sono idee controproducenti tout court, e idee apparentemente pessime, che però per qualcuno funzionano come la panacea.

* Editare mentre si scrive, per esempio, è una pessima idea. Se pretendo di non procedere fino a quando pagina 1 non sarà perfetta in ogni sua virgola, allora posso star fresca. Confesso che per me c’è voluto del bello e del buono per imparare che una prima stesura è solo una prima stesura, ma prima di revisionarla è meglio averla completata. Un po’ per la cronica insicurezza degli scrittori, un po’ perché la procrastinazione può prendere le forme più disparate, un po’ (nel mio caso) per deformazione professionale, la tentazione di dare una sistematina anziché procedere è sempre forte. Particolarmente insidiosa, perché si ha l’impressione di lavorare e invece non è così. Provate a immaginare di limare il vostro primo capitolo alla perfezione, scrivere gli altri ventitre capitoli e, solo allora, accorgervi che il primo capitolo dopo tutto non vi serve…

* Scrivere a un computer connesso a Internet è un’altra abitudine non eccessivamente sana. Perché magari ci si stacca dal proprio .doc solo per un attimo, solo per controllare la data di fondazione di quel tal giornale milanese, ma poi da quello si divaga su un’affascinante storia della stampa nell’Italia pre-unitaria e, mentre si è lì, ecco il cinguettio che annuncia l’arrivo di una mail – che sia il cliente da cui si aspettano notizie con tanta ansia? Come si fa a non dare un’occhiata? Invece no, è gente che sostiene di non avere ricevuto la vostra fattura di agosto (e aspettano adesso a dirvelo?), seguita da una comunicazione via FaceBook a cui dovete assolutamente rispondere. E mentre siete lì, aggiornate il vostro stato per dire quanto vi è difficile concentrarvi stamattina, e poi controllate anche su Amazon, per vedere se vi hanno spedito il benedetto libro dall’America o no… Ehi! Ma non stavamo scrivendo?

* By the same token, ho fatto disinstallare dal mio portatile (le cui magagne di connessione ho lasciato volontariamente irrisolte) anche tutti i giochi. Chi non ha mai pensato di fare una piccola pausa con un solitario o una partitellina a Campo Minato? Dopo tutto, quando si è proprio bloccati, fare qualcosa di diverso per cinque minuti può essere una buona idea, no? Ne riparliamo quando i cinque minuti si saranno gonfiati in un’oretta buttata al vento.

* Questa non è una forma di procrastinazione come le altre, ma per me è un danno inverecondo: state scrivendo qualcosa che, per un motivo o per l’altro (diciamo una scadenza o autoimposizione), dovete proprio scrivere. E intanto vi germoglia un’idea per qualcosa di diverso e molto attraente. Qualcosa per cui non avete tempo, né adesso né nell’immediato futuro. Qualcosa che vi piacerebbe proprio tanto scrivere… Ma non si può, e allora ricacciate l’Idea Intrusa in un angolino buio e vi rimettete all’opera da bravi. Ma naturalmente l’II non vuole saperne di essere ricacciata in un angolino buio, e più tentate d’ignorarla, più vi piomba addosso a tradimento, sempre più interessante, sempre più ricca di possibilità. Allora cedete per un’ora: prendete il vostro quaderno (o file) delle idee e buttate giù l’Idea Intrusa con annessi e connessi – e probabilmente vi ritrovate con materiale sufficiente per una trilogia. Be’, adesso è lì, annotata con cura, pronta ad aspettare che siate liberi per occuparvene… E questo dovrebbe risolvere il problema. Per me, francamente, tende a non risolverlo affatto. anzi: sentendosi presa in considerazione, l’II seguita a germogliare in ogni possibile direzione, sviluppando boccioli troppo belli per essere ignorati… e così io apro in tutta buona fede l’atlante storico per controllare la diffusione delle linee telegrafiche del Regno di Sardegna nel 1857, ma poi com’è che mi ritrovo a contemplare una carta della Repubblica di Venezia nel 1468?

* Risultato delle cattive abitudini summentovate, prese singolarmente o in una qualsiasi combinazione, è spesso il ridursi all’ultimissimo momento. Di sicuro non è bello fare le quattro scrivendo furiosamente, notte dopo notte, nel tentativo di concludere l’opus entro mercoledì, eppure non posso fare a meno di ammettere che tende a funzionare. A parità di fattori, non c’è nulla come una bella scadenza incombente per rendere alacri e creativi e pervicaci fino alla fatidica paroletta di quattro lettere…

Il che sembrerebbe, tutto sommato, contraddire il succo di questo post, provando che la procrastinazione non è un vizio ma una virtù – conducendo come conduce a esplosioni di creatività da panico. Hm, non sono sicura che la logica di questa conclusione sia del tutto solida, ma al momento suona attraente.

Magari, cinque minuti per un solitario li ho, dopo tutto?

scribblemania · teatro

Non sapevo che scrivessi per l’infanzia…

BibiPiegh3.jpgIl titolo del post è qualcosa che mi sento ripetere spesso ultimamente – in pratica, ogni volta che accenno al debutto di Bibi e il Re degli Elefanti.

Non vi eravate dimenticati di Bibi, vero? Stasera alle 6, a Gonzaga (MN), presso l’Arena Spettacoli della Fiera Millenaria. Sono in fibrillazione. Non ho mai visto le prove, ho avuto contatti sporadicissimi con la prim’attrice, solo un po’ più frequenti con la costumista (costumista di lusso: nientemeno che Francesca Campogalliani, presidente dell’Accademia teatrale omonima), ho lo stomaco pieno di farfalle e la sensazione che le 6 di stasera non arriveranno mai.

Ma non è questo il punto. Il punto è che più di una persona ha reagito levando le sopracciglia e dicendo, con variabili gradi d’incredulità: Non sapevo che scrivessi per l’infanzia…

Tendo a rispondere che non lo sapevo nemmeno io, perché è il genere di risposte che si dà, e perché Bibi è nato in modo bizzarro, a metà via tra una commissione e una scommessa, per poi catturarmi completamente mano a mano che procedevo. Tra l’altro, è una storia contemporanea, giusto? Non mi si può più accusare di non scrivere mai nulla di contemporaneo – ma non divaghiamo.

Il fatto è che qualche volta, lo confesso, scrivo per l’infanzia. Ci sono le fiabe che ho scritto per la Scuola Materna Farinelli, c’è Bibi e il Re degli Elefanti, e poi adesso ho un adorabile figlioccio, per il quale ho cominciato a scrivere storie.

E’ una strana esperienza, scrivere per i bambini. Il linguaggio, il tono, i colori – è tutto diverso. Avevo editato storie per bambini, e quindi me n’ero occupata non solo da lettrice, ma scriverne ha richiesto una serie di affascinanti esercizi: bisogna ricordarsi molto bene della bambina che si era, e scrivere per lei senza dimenticarsi che sono passati decenni tra quella bambina e i piccoli lettori odierni. Bisogna ritrovare il senso di magia che si vedeva racchiuso nelle storie – non necessariamente nelle favole, ma nel fatto che pagine bianche e parole nere contenessero ogni possibile genere di personaggi, posti e vicende. E al tempo stesso…

Maria Rosaria Berardi, un’autrice per fanciulli del tutto fuori moda, chiudeva una sua Nota dell’Autore augurandosi che il suo romanzo piacesse ai piccoli lettori. “E se vi piacerà, sarà perché avrò saputo scriverlo tenendo gli occhi fissi al lumicino che brilla laggiù, dietro i cancelli chiusi del giardino incantato della mia infanzia.”

Linguaggio sentimentale e un po’ fané, mi rendo conto, ma il concetto mi piace ancora. Ci sono dei cancelli chiusi, tra me e i miei otto anni – l’età della mia protagonista Bibi, l’età dei miei piccoli spettatori – ma da questa distanza, il mio mestiere è recuperare il senso d’incanto di allora e trasmetterne almeno la luce e il gusto a un’altra generazione di bambini.

Fra qualche ora saprò se ci sono riuscita – almeno un po’ – per questa volta.  

 

scribblemania

Giornate d’Estate

Oggi mi sono piazzata in giardino con il computer portatile e una quantità industriale di autan, e ho scritto.

Ho scritto a lungo, con costrutto e con soddisfazione.

No, non ho nemmeno toccato 7K, e men che meno TRA. Siccome sono dissennata, ho lavorato per un’oretta all’ennesima lucidatura di una novella lunga che spero di vendere a una rivista (non Glimmer Train) e poi mi sono dedicata a un’altra cosa, E’ una faccenda senza capo né coda che ho in mente da secoli e ultimamente ha preso forma per l’irragionevole motivo che ho visitato un’enorme, imponente e meravigliosa abbazia benedettina – il posto perfetto per questa storia, nonostante quello che pensavo prima in proposito. Non è nulla che pensi di pubblicare, anche perché è solo semi-storica ed è in una forma irragionevolmente anacronistica: consideriamolo un esercizio, un esperimento, una vacanza – davvero non so.

Epperò scrivere per quasi cinque ore senza alzare la testa dal computer… Ah! E oggi, meteo permettendo, encore.

scribblemania

Luglio

Dunque, domani è il 1 Luglio*.

Ho deciso che luglio sarà un mese d’intensa scrittura e lettura.

Non che possa prendermi un mese di ferie, sia ben chiaro, ma ho organizzato le cose (o almeno spero di averle organizzate) in modo da avere del tempo libero, in luglio, così da poter scrivere e leggere parecchio. Un Writing & Reading Month.

Lista di cose da scrivere:

§ Racconto di 7000 parole – argomento storico, elementi inconsueti (per me), doppio punto di vista femminile, nuova tecnica da sperimentare, occhio rivolto a Glimmer Train**. D’ora in poi conosciuto sotto il nome di 7K.

§ Riprendere la revisione della Mela Rossa – e darci dentro sul serio, e al diavolo Balta Oghlu! No, non davvero al diavolo, si capisce, ma adesso si fa come dico io, che diamine! D’ora in poi conosciuto come TRA.

§ Idea Nuova – no, non mi metto a scriverla adesso, anche perché è ben lungi dall’essere pronta e anzi, ne esiste ancora solo metà, ma è lì che luccica e promette, ed è il genere di idee che di solito, con la debita quantità di applicazione, tempo e paglia, mi conduce a scrivere romanzi metaletterari, metastorici o metaqualcosa: per il momento richiederà molte tempeste cerebrali, molti strologamenti e un po’ di finta noncuranza. D’ora in poi indicato come NI.

Ed è molto più che abbastanza, credetemi.

Quanto alle letture, allora…

Il Grande Gioco, Il Mondo Di Ieri, The Infernal World of Branwell Bronte, Brat Farrar, Il Libro Dei Libri Inesistenti, Per Una Stella Da Maresciallo, The Lodger, Novel Writing: Beginnings, Middle Points, And Endings, El Sol De Breda, Dumas Et Les Mousquetaires, che fa già una media di un libro ogni tre giorni, e poi non sono nemmeno sicura che non arrivi qualcos’altro da recensire per la HNR…

Vi terrò aggiornati.

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* Voci dal fondo: “Ma va’?” E invece no, non è mai detto fino in fondo: una volta, nella mia altra vita, sono riuscita a datare una mesata di fatture al 31 giugno, con gran divertimento del commercialista, perplessità di qualche cliente più occhiuto e successiva necessità di ristampare tutto quanto…

** Rivista letteraria americana. Uno dei miei scopi nella vita è di riuscire un giorno a pubblicare qualcosa – qualcosa su Glimmer Train.

considerazioni sparse · scribblemania

Dove Confesso Di Essere Una Creatura Timorosa

C’è quest’idea per un romanzo che ho in mente da anni, con un personaggio perfetto – e con questo intendo narrativamente perfetto: complesso, sfaccettato, pieno di zone d’ombra, seri ostacoli da superare, dubbi, passioni, forte personalità e piccinerie. Un personaggio che, lo so bene, adorerei scrivere. Potrei farne qualcosa di davvero buono e, per una volta, sarebbe anche una vicenda di ambientazione contemporanea. Però non posso. La persona in questione è vera e reale, la conosco bene e viceversa, e il ritratto che ho in mente non è esattamente lusinghiero. Non negativo in senso assoluto, sia ben chiaro, ma – si parva licet… – nessuno può pensare che un ipotetico Julien Sorel reale avrebbe apprezzato il ritratto che Stendhal fa di lui, giusto?

Ecco, credo che questa da parte mia sia una mancanza di coraggio, e temo che finirà col rivelarsi un ostacolo. Probabilmente, pur rinunciandoci davvero a malincuore, posso sopravvivere senza scrivere il mio personaggio perfetto, ma temo che non sia un caso isolato. Ho diverse altre idee del genere, condannate in partenza perché non so indurmi a rischiare di offendere le persone in questione. In generale i miei personaggi non sono ritratti dal vero, e tendo piuttosto a costruire i caratteri mescolando tratti di varia provenienza. Solo una volta ho scritto in un romanzo un personaggio modellato da vicino su una persona reale, e lasciate che lo confessi: la possibilità che la persona in questione se ne accorga mi dà ancora una certa ansia…

Al tempo stesso, senza bisogno di preoccuparsi di romanzi interi, ci sono volte in cui qui su SEdS parlerei di persone ed episodi e poi non lo faccio per lo stesso motivo. In un’altra vita ho avuto un altro blog nel quale parlavo del mio lavoro (e della gente annessa e connessa) in termini molto ironici. Postavo sotto uno pseudonimo ed ero ragionevolmente certa che nessuno dei miei personaggi avrebbe mai scovato o letto il blog in questione… sì, credo che si possa proprio dire che sono una pusillanime.

Charlotte Bronte si alienò diversa gente (compreso il suo innamoratissimo editore George Smith) ritraendola nei suoi libri in termini che a lei parevano semplicemente realistici e che di fatto non erano proprio lusinghieri. A giudicare dalla sua corrispondenza, dapprima non aveva valutato bene le conseguenze di quello che scriveva, né previsto la popolarità che i suoi romanzi finirono con l’ottenere, ma in seguito continuò con i suoi ritratti dal vero, senza preoccuparsene soverchiamente. Forse è questione di rompere il ghiaccio? Forse, dopo aver fatto la frittata una volta – e constatato che non ci sono morti, feriti o dispersi – non ci si bada più troppo? Non saprei: è quel genere di cose che si scopre solo provandoci, ma non so, davvero non so se ne avrò mai il coraggio.

angurie · scribblemania · teatro

E adesso…?

Pigra mattinata di tardo luglio, tutta verde e azzurra – e appena quel vaghissimo sheen sulle foglie dei tigli, quasi un’idea d’oro che preannuncia il declino dell’estate…

La Clarina siede pigramente nel suo studio, con il taccuino pigramente aperto sulle ginocchia e una matita in mano, prendendo pigramente appunti dal libro che sta pigramente scremando. Storia di Montreuil-sur-Mer, autorità cittadine a fine Cinquecento, il declino della città in seguito alla chiusura della porta nord… Robe così. La Clarina prende appunti, si diceva, e ogni tanto leva pigramente gli occhi per guardare i colombacci che vengono a bere nello stagno.

Alla Clarina piacciono tanto i colombacci – e oggi è pigra. Pigerrima.

“D’altra parte,” mormora tra sé, “ho avuto un fine settimana interessante. Un’intera settimana interessante, se vogliamo. Why, due settimane interessanti – fra i Sonetti, la fettina di Alice ne Il Teatro al Tempo del Virus e Nellie Bly… E diciamocelo: è andato tutto talmente bene! Adesso forse…”

“Adesso cosa, o sciagurata donna?”

La Clarina strilla e sobbalza, lasciando cadere il taccuino. Lo strillo è tale da far fuggire i colombacci dallo stagno. D’altra parte, a mezz’aria, seduto una trentina di centimetri sopra la scrivania, evanescente e colmo di disapprovazione, aleggia lo Spirito di Kit.

La Clarina – Io? Io sono la sciagurata? Ricompari dopo un secolo, ricompari così di colpo, mi fai venire un accidente – e io sono la sciagurata?

SdK – Preferiresti che ricomparissi un po’ per volta? Se vuoi sogghigno…

C – Il Gatto del Kent? Spiritoso. E comunque, perché sciagurata?

SdK – E vorrei vedere. Te ne stai lì, languida e molliccia, a perder tempo…

C – Non perdo tempo affatto. Ricerche, vedi? Le autorità cittadine di Montreuil a fine Cinquecento–

SdK – Tilly-vally! Sai già tutto quel che ti serve in proposito. Il che non è moltissimo – ma fin troppo per le due scene che vuoi ambientare a Montreuil.

C – Yes, well… Ma il traghetto ad Attin, e il luogotenente criminale, e le gilde–

SdK – Che cosa te ne fai delle gilde?

C – Be’, le gilde di Montreuil avevano questo statuto particolare che–

SdK – Che non ha assolutamente nulla a che fare con TW. Lo sai che cosa stai facendo? Procrastini.

C (con aria colpevolissima) – No!

SdK – Oh, sì. Guardati: pigra e inefficace. Mugugni Foster, occhieggi il pollame là fuori…

C – Ma no… cioè, sì – ma è che pensavo…

SdK – Che cosa? Ti senti in vacanza, per caso?

C – N-no, solo… You know, dopo Nellie, pensavo… Ecco, è quasi agosto, e…

SdK – E…?

C – Non guardarmi con quell’aria feroce. Quest’anno niente settimana di lettura – ma pensavo… Insomma, un po’ di TW, qualche film, un po’ di piccolo artigianato… avrei così voglia di farmi una lanterna…

SdK – Una lanterna.

C (con voce sempre più piccola) – Sì, sai, una di quelle che… er.

SdK – Una lanterna. Tu hai sentito quando G. ti ha commissionato il pezzo nuovo? Un atto unico da consegnarsi entro la metà di settembre? Prima se puoi? Eri lì, quando G. te lo ha detto?

C – Sì…

SdK – E non ti devi documentare a bizzeffe in proposito?

C – Sì…

SdK – E mentre eri lì non hai per caso menzionato ariosamente l’idea per un altro play? Un’idea che a G. è piaciuta un sacco?

C – Sì – ma ho anche detto che è per un nebuloso futuro…

SdK – Ah, allora quello si può lasciar perdere – ma TW? Quel TW su cui ultimamente hai rallentato così tanto che è un miracolo che tu non sia tornata indietro? Che succede se A. decide di stringere i tempi?

C (indica il libro e il taccuino con gli appunti) – Sì, ma adesso…. vedi?

SdK (snorts) – Adesso in effetti ci procrastini su. Ammetto che è un progresso… E M.? Ti ricordi che hai promesso a M. di concentrarti sul suo lavoro a partire da oggi, vero?

C – Er… sì. Ho promesso – e infatti, oggi pomeriggio ho tutte le intenzioni di…

SdK – Oggi pomeriggio. Non lo hai già fatto aspettare abbastanza, pover’uomo?

C – Sì, ma mi ci metto. Giuro che oggi pomeriggio mi ci metto. In settimana gli mando la prima stesura.

SdK – In settimana.

C – Giurin giurello!

SdK – Questa settimana. La settimana che ha per venerdì il 31 di luglio.

C – Sì. Perfetto. Trentuno di luglio… oh! Oh!

SdK – Ti eri dimenticata la scadenza del concorso della HWA?

C – Cribbio! Cribbio! Cribbissimo!! La HWA… Come faccio adesso? Mi ero dimenticata completamente! Non ho niente di pronto, non ho niente di–

SdK – Non iperventilare, vuoi? Hai un sacco di roba che puoi mandare.

C – No…

SdK – Sì.

C- No…

SdK – Perché non mandi quello con le fiaccole?

C – Quello con… ma… ma…

SdK – Non è del tutto pronto – ma entro venerdì a mezzanotte preferisci una revisioncella leggera o una storia intera fuori dal blu? Certo, sarebbe una sfida – ma…

C – No, no, no… Sì, sì, sì, sì… Le fiaccole. Assolutamente le fiaccole.

SdK – In fondo non è una storia troppo orribile.

C – Grazie. Bontà tua. E non è orribile affatto. È piuttosto bella, if I say so myself. Quindi le fiaccole. E M. E almeno un po’ di documentazione su A., e un po’ di TW…

SdK – E il corso di Ros Barber. E Icaro. Volevi trovare qualcosa su Icaro, nevvero? Oh – e devi scrivere a C. sull’Isoletta, che aspetta nuove dei Sonetti di quell’altro. E parlando di questo… non volevi lavorarci ancora un po’?

C – Oh dear. Oh dear. Oh dear…

SdK – Vuoi ancora fare una lanterna?

La Clarina ha già accantonato il libro su Montreuil, e i colombacci sono dimenticati*.  Quanto alla lanterna… che cos’è una lanterna di preciso? Fogli volanti, pile di libri, frenetico battere di tasti…

SdK – Ti piacerebbe avere tre teste autonome e altrettante paia di mani?

C (gli getta un’occhiataccia da sopra la spalla) – Non spariresti adesso, vero?

Lo Spirito di Kit fa spallucce e comincia a sparire lentissimamente. Lasciandosi dietro un sogghigno che aleggia nell’aria per un po’ – inosservato. La Clarina ha altro da fare.

SIPARIO

 

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* Non è grave: sono perfettamente felici di recarsi allo stagno senza un pubblico. Anzi, non è detto che non lo preferiscano. A voi piacerebbe essere guardati mentre bevete in uno stagno?

 

scribblemania

Senti, e come va la revisione?

Ieri sera a cena T. mi fa la domanda del titolo.

Per poco non lo mordo, T.

La revisione è ferma, dammit, la revisione è in apnea, la revisione aspetta di essere ripresa, mi guarda con occhi tristi e mi fa sentire maledettamente colpevole…

Ma non è colpa mia se il Professore di Ankara non si è ancora fatto sentire, se non ne so abbastanza di Baltoghlu e se, per tutta una serie di motivi strutturali, devo cominciare proprio da lui, giusto?

Nei giorni scorsi, in vari e distinti momenti di disperazione crescente ho scritto ad altra gente. Ho scritto a una Professoressa della Sapienza che, scopro, è in pensione. Gentilmente le inoltreranno la mia richiesta. Aspettiamo. Ho scritto all’Istituto Italiano di Cultura a Istanbul. Fin qui nulla, non un segno di vita, nemmeno la conferma di lettura. Aspettiamo. E ho scritto anche all’Addetto Navale dell’Ambasciata turca a Roma. Sì, l’ho fatto davvero. Nessun segno nemmeno da lui, ma non lo biasimo: è un Capitano di Vascello turco, fa l’Addetto Navale in un’Ambasciata, e un’anatra italiana gli scrive chiedendogli lumi su un ammiraglio di metà Quattrocento? Penserà che sia seriamente disturbata, and small blame to him.

Intanto seguito a cercare – e uno di questi giorni tornerò in biblioteca a prendere un’altra volta ancora il Critobulo: magari mi è sfuggito qualcosa – e a strologare, e a riempire pagine di pre-scrittura sull’uno o sull’altro personaggio: la ragazza greca catturata a Prinkipo, il formidabile Gran Vizir, il fonditore di cannoni rinnegato Urban, il finto gioviale Saghanos Pasha, il mercante d’olio e chi più ne ha più ne metta. Di tutti costoro, ormai, so persino più di quanto voglia sapere, ma Suleyman Balta-Oghlu no, quello resta misterioso. Furore tremendo.

Datemi un ammiraglio 8mano e vi riscriverò un romanzo.

scribblemania

Animale, vegetale o minerale? [con comunicazione in coda]

Per me le storie sono vegetali: nascono da un seme, fanno talea, mettono radici, sviluppano tralci.

No, non davvero, ma mi accorgo che, per descrivere il loro funzionamento, tendo ad usare immagini vegetali.

Il seme è quella prima immagine, scena o battuta di dialogo, quel primo lato del carattere di un personaggio, o quella prima impressione di un periodo storico che mi fa dire “sì, voglio scrivere di questo!”

Il seme di Somnium Hannibalis è in Tito Livio, la scena in cui Maarbale esorta Annibale ad attaccare direttamente Roma, sull’onda della vittoria di Canne. Annibale dice di no, e Maarbale commenta che Nimini dii nimirum dederunt, ovvero “a nessuno gli dei hanno dato troppo”, perché Annibale sa vincere le battaglie come nessun altro, ma poi non sa sfruttare le sue vittorie. Era un seme potente: dopo vent’anni continua a dare germogli nuovi.

Il seme del romanzo turco-bizantino è stato piantato in un’aula universitaria, ascoltando la storia delle navi fatte passare nel Corno d’Oro per via di terra e, ancor più, dei difensori che una mattina, all’alba, hanno cominciato a intravvedere nella nebbia delle sagome di navi là dove non dovevano, non potevano essere… In realtà non credo più che la scoperta sia stata così repentina, ma l’idea continua a mettere fronde anche adesso che non intendo più scriverla nella sua forma originaria. Un po’ come un albero cavo, immagino.

Ma non sempre le idee nascono così compatte. A volte, invece di un seme formato, c’è un pezzettino vegetale, o un tralcio di qualche tipo: interessante ma assolutamente privo di forma, e per nulla pronto. Per esempio, prima di cominciare Lo Specchio Convesso, sapevo di voler scrivere qualcosa sull’inafferrabilità della storia, ma è stato solo quando mi sono imbattuta nelle versioni contrastanti della vicenda dell’Ammirabile Critonio che l’idea ha preso forma. Ma ancora non era pronta, e così l’ho rimessa a fare talea: c’è voluto che m’imbattessi in Sir Thomas e in William Ainsworth e nei rispettivi libri perché vedessi la possibilità del meccanismo narrativo su diversi piani temporali. Certe idee sono così: incomplete e promettenti, perennemente a bagno. Ogni tanto riaffiorano con una radichetta nuova, poi un’altra, un’altra, e poi una fogliolina, e via così, fino a quando sono pronte per essere scritte.

Altre ancora vengono trapiantate da un periodo all’altro fino a quando non trovano il terreno giusto. Prima di decidermi ad ambientare il romanzo storico fittizio de Gl’Insorti di Strada Nuova a Pavia nel 1848, ho considerato almeno tre epoche diverse.

Il che è anche un esempio di come le idee si possano innestare su – o ibridare con – altre idee. Confession time: avevo un certo numero di periodi storici in cui mi sarebbe piaciuto ambientare una storia, ma non avevo voglia di fare lunghe ricerche in proposito. Lo sfondo di Strada Nuova, che emerge solo a tratti, mi consentiva di fare proprio questo: scrivere dei pezzi di romanzo, lasciando in ombra tutto quello che non sapevo e non ero disposta a ricercare. In un certo senso si potrebbe dire che ho barato? Forse, ma non più di quanto bari lo scenografo che dipinge le sue quinte e costruisce i suoi fondali, mostrando solo ciò che serve in funzione dello spettacolo.

A parte il caso specifico, anyway, ho scoperto che vale sempre la pena di dare più di una possibilità a un’idea. Quando abitavo a Londra, avevo un bonsai di nome Lemuel. Ho impiegato settimane e settimane di tentativi e spostamenti a capire che Lemuel prosperava in uno specifico angolino della mensola sopra l’ex caminetto della mia stanza. Può funzionare così anche con le storie: vale sempre la pena di sperimentare, e non è raro imbattersi in uno di quei gloriosi momenti in cui un concetto rinasce a nuova e più vibrante vita per innesto o per spostamento.

E poi le storie si potano… oh, se si potano! Chiunque abbia mai revisionato o riscritto qualcosa sa quanto il processo possa essere truculento. E produttivo, a patto di non lasciarsi prendere la mano con le cesoie. Un altro genere di potatura è quando si ha una storia di 2216 parole, e la si vuole proprio mandare a quel concorso per racconti sotto le 2000. Questo è un lavoro di forbicine: via un aggettivo qua, zac! un avverbio là, questo inciso non è importante, quel periodo si può condensare. Il bello di questo esercizio è che obbliga a considerare davverola rilevanza di ogni singola parola, e non è raro che, alla fine, il racconto potato sia migliore della versione originale, più nitido, più terso, più efficace, fatto solo di elementi importanti.

Potrei proseguire a lungo con le immagini vegetali, ed è curioso, se penso a quanto sono negata con le piante, che consideri la mia scrittura come un genere di giardinaggio. Non tutti i giorni, magari: mi capita di vederla come una forma di gioielleria, e una volta ho scritto un racconto dal punto di vista del racconto stesso. Si direbbe che ci siano tutti: animali, vegetali e minerali.

E voi, che tipo di imagery associate alla vostra scrittura o a qualunque altra passione coltiviate?

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Comunicazione di servizio – non pesce d’aprile: poco fa, l’Antivirus mi ha annunciato la presenza di una minaccia. Ho dato istruzioni di reagire, ma poi mi è comparsa una schermatina strana, ostensibilmente un wizard per l’installazione di Adobe Shockwave Player, con Norton Security Scan gratuito compreso… Sarò diffidente, ma non mi piace nemmeno un po’ che non ci sia modo di annullare o chiudere la faccenda. Per cui ho fatto un backup, ho postato il post qui sopra, e adesso mi accingo a spegnere il computer. L’ultima volta che è successa una cosa del genere, sono rimasta senza computer per più di un mese. Se, a partire da domani, dovessi scomparire per un numero qualsiasi di giorni, sapete il perché. (E, by the same token, se accade, diffidate dei wizard fasulli di Adobe!)

scribblemania · Utter Serendipity

Bizantinerie

Siege_of_Constantinople.jpgSono sempre persa nella revisione del mio romanzo turco-bizantino, talmente persa che non sto scrivendo un bottone per il Premio Stagionalia, cui pure vorrei partecipare…

Hm.

Però poi succedono piccole cose felici come questa: nella prima stesura avevo fatto del Genovese di Pera che in realtà è una spia al servizio del Sultano un mercante d’olio. Non so di preciso perché, l’avevo fatto e basta. E oggi m’imbatto in un dettaglio tecnico che non conoscevo: gli artiglieri ottomani, per evitare che i loro enormi cannoni di bronzo fuso si spaccassero, dopo ogni sparo coprivano la canna di panni intrisi di olio caldo. Di conseguenza, l’esercito assediante consumava quantità stravaganti di olio, e lo comprava tutto a Pera (con grande scandalo dei Veneziani e dei Greci della Città). Morale, il mio mercante di olio cum spia ha una ragione per andare e venire dal campo turco, si rivela essere del tutto plausibile e mi permette di mostrare più di un particolare d’epoca in una scena sola.

Piccole soddisfazioni. Ed è vero: non mi costerebbe niente, se fosse invece un mercante di stoffe, cambiarlo in mercante d’olio per la bisogna. Però, quando si sta revisionando, cambiando, spostando, tagliando, aggiungendo, lucidando e tutto quanto, inciampare in qualcosa che non solo può restare com’è, ma è persino meglio del previsto, è come un cioccolatino inatteso.