gente che scrive · grilloleggente · scribblemania

Si Eseguono Rammendi, Orli E Cuciture.

Con l’eccezione del Marchese di Lantenac in Novantatré, Victor Hugo aveva per massima di mandare i suoi protagonisti al camposanto prima dell’ultima pagina. E a dire il vero, non solo i protagonisti, visto che nell’Hugo medio si fa prima a contare i sopravvissuti che i trapassati…

Ma a Victor Hugo pareva di seguire così i suoi personaggi fino alla fine, di non lasciare domande senza risposta, di non abbandonare la sorte della sua gente immaginaria al caso.

O – anche se questo non poteva saperlo – agli autori di sequel.

Perché non c’è nulla da fare: lasciare in pace i classici è quasi impossibile. Prima o poi la tentazione di metterci penna è più forte di ogni altra considerazione. E siamo sinceri: non vi siete mai domandati che ne sarà di Isabel Archer dopo l’ultima pagina di Ritratto di Signora? O che cosa farà Orazio dopo il funerale di Amleto? O che ne sarebbe stato di Grantaire, se non fosse morto con Enjolras a barricate cadute? O come crescerà Alice dopo il Paese delle Meraviglie? O come sarebbe invecchiato Julien Sorel se non fosse stato condannato a morte? O da dove saltavano fuori di preciso Fagin, Jago e Brian de Bois-Guilbert?

Io sì, lo confesso. Tutto il tempo. E a quanto pare sono in buona compagnia, visto il diluvio di seguiti, antefatti, rinarrazioni, stravolgimenti – e fanfiction, ma questa è un’altra faccenda. Parliamo di narrativa pubblicata: romanzi che riprendono un classico e ci danzano attorno in vari possibili modi.

Il più ovvio è il seguito. Si prende la storia dove l’autore l’ha lasciata e si va avanti – perché onestamente non c’è lieto fine che tenga: che cosa succede dopo? Tra gli autori più saccheggiati a questo proposito c’è Jane Austen, e non è nemmeno troppo sorprendente. Visto che tutti i suoi romanzi si chiudono con un matrimonio, la domanda “e come funzionerà il matrimonio in questione?” viene quasi da sé. Per cui c’è tutta un’abbondanza di romanzi che esplorano in ogni possibile luce (dal giallo all’erotico, passando per la saga generazionale) le vicende matrimoniali delle eroine austeniane – in particolare Lizzie Bennet in Darcy, ma non solo. Mi viene in mente una cosa di cui non ricordo né titolo né nome, la cui protagonista è Susan, la sorella minore dell’insopportabile Fanny di Mansfield Park. Ma poi ci sono anche Georgiana Darcy (la timida cognatina pianista di Lizzie), le altre sorelle Bennet, Marianne ed Elinor Dashwood e chi più ne ha più ne metta.

Anche Dickens ha avuto la sua parte, con Evrémonde, di Diana Mayer, che si concentra sul figlio di Charles e Lucie Darnay – ma non prima di averci mostrato Charles prigioniero e in attesa di esecuzione. Yet again. Considerando che ho sempre trovato due processi capitali nel corso di una decina d’anni un’improbabilità non indifferente, confesso di non essere ansiosissima di leggere un seguito che ne impila un terzo sulla testa del povero Charles – ma resta il fatto che il seguito c’è.

Così come c’è Scarlett, il seguito ufficiale di Via Col Vento, che la Margaret Mitchell Foundation commissionò ad Alexandra Ripley, con discutibile successo. Non ho letto, e mi si dice che sia così così, ma non negate: tutti ci siamo chiesti che cosa avrebbe fatto Rossella l’indomani, che era un altro giorno…

E, ironicamente, il drastico metodo di cui dicevamo, non è bastato a salvare Hugo dai seguiti. François Cérésa ne ha pubblicati addirittura due a I Miserabili, mostrando ai lettori come, dopo la purissima fiamma della passione adolescenziale, Mario e Cosetta non fossero poi fatti per intendersi troppo*. Ma forse questo non sarebbe bastato a sollevare le proteste dei lettori e dei discendenti di Hugo: ci voleva la ricomparsa dell’Ispettore Javert. Ma come? Non si era suicidato? Ebbene no, dice Cérésa: ci aveva ben provato, ma era stato salvato all’ultimo momento.

Forse ancora più diffusi sono gli antefatti. Come si è arrivati alla situazione di partenza? Che cosa ha reso il tale personaggio così come lo conosciamo? Cosa è successo prima? E allora ecco Finn: a novel, che racconta le vicende dell’eponimo Huckleberry prima di Tom Sawyer, o Peter and the Starcatchers, che segue Peter Pan… be’, immagino tra Kengsington Garden e L’Isola Che Non C’è. O ancora Flint and Silver, di John Drake, che immagina la storia dei due pirati in questione prima di Treasure Island, operazione simile a quella autorizzata nel 1924 dagli eredi di Stevenson per Portobello Gold. Parte antefatto e parte rinarrazione di Jane Eyre è Wide Sargasso Sea, di Jean Rhys, che racconta la storia di Bertha Mason: come è finita nella soffitta la moglie pazza e piromane di Mr. Rochester? E simile in intento è La Bambinaia Francese** di Bianca Pitzorno, che invece si concentra sulla dolce amante francese di Mr. Rochester. Si direbbe che la caratterizzazione del protagonista maschile come abbandonatore seriale di donne abbia scatenato gli istinti rinarrativi di un sacco di gente.

O forse non solo di quello si tratta, visto che JE conta ogni genere di rinarrazioni, dal fantascientifico Jenna Starborne, al goticone Rebecca (che ha a sua volta un seguito: Mrs. DeWinter), al giovanilistico Jane, al vampiresco Jane Slayre, in cui l’eroina è una cacciatrice di vampiri part-time. Oh, never look so shocked. Non avete mai sentito parlare di Pride, Prejudice and Zombies? O di Sense, Sensibility and Sea Monsters? Mescolare classici e paranormale è l’ultima moda in fatto di rinarrazioni – e sia Grahame-Smith che Winters ci mettono tanta ironia da dipingerci un ponte, sconfinando decisamente nella parodia.

Un altro filone rinarrativo, meno recente ma duraturo, è quello di prendere un personaggio minore e mostrare la storia dal suo punto di vista. Vi dicevo che Wide Sargasso Sea e La Bambinaia Francese cominciano come antefatti e poi approdano qui, e lo stesso vale per La Vera Storia del Pirata Long John Silver (Björn Larsson) e Jacob T. Marley (W. Bennet) che, ci crediate o no, racconta Canto di Natale attraverso gli occhi del defunto socio di Scrooge – quello con le catene. Rinarrazione in senso più stretto, per tornare a Jane Eyre, è Rochester, che è esattamente quel che dice l’etichetta: la stessa storia, raccontata da Mr. R. Qualcosa di simile (anche se si tratta in realtà di un’operazione leggermente diversa) ha fatto anche Stephen Lawhead, che ha preso la storia di Robin Hood, l’ha spostata nel Galles e l’ha raccontata tre volte, incentrandola prima sul protagonista, poi su Will Scarlet e poi su Frate Tuck. E immagino che in questa categoria ricada anche Gertrude and Claudius, un punto di vista alternativo su Amleto, immaginato da John Updike.

Poi ci sono i cosiddetti companion books, come March, in cui Geraldine Brooks segue le vicende del padre delle Piccole Donne nella Guerra Civile, ovvero quel lato della storia che nel romanzo arriva solo sotto forma di lettere e cattive notizie. Non la stessa storia – ma qualcosa di tanto strettamente correlato da avere un’influenza sulla storia del romanzo ed esserne influenzato.

E infine voglio citare una forma più metaletteraria del gioco: la storia del romanzo fusa in un modo o nell’altro con la vita del suo autore – nella forma di incidenti più o meno autobiografici, più o meno reali, che possono averla ispirata. È il caso di Foe, in cui Coetzee fa incontrare (De)foe e un’ulteriore compagna di naufragio di Robinson Crusoe, oppure di Becoming Jane Eyre, che Sheila Kohler intesse intorno al periodo in cui Charlotte Brontë scrisse il suo romanzo più celebre.

E dunque vedete che non c’è limite a quel che si può fare a partire da un buon vecchio classico. Funziona? Dipende – ma il genere ha i suoi limiti. Da un lato, chi ha amato l’originale può riservare al rimaneggiamento reazioni che vanno dal disprezzo preconcetto allo sdegno più incendiario, mentre chi non ha letto o non ha conservato un particolare attaccamento, tende a nutrire un interesse limitato. Dall’altro, lavorare su un altro libro richiede un serio lavoro di equilibrismo tra omaggio e originalità – tanto in forma quanto in sostanza. Uno dei problemi più diffusi è il perenne tentativo di imitare lo stile dell’originale, operazione né facile né sempre necessaria. All’estremità opposta della gamma, interviene il livore, quando non si tratta tanto di omaggio quanto di catarsi. Se una delle principali debolezze del Marley di Bennet è quella di suonare terribilmente come un Dickens annacquato, d’altro canto la Pitzorno, nella sua ansia di correggere politicamente le innumeri riprovevolezze di Jane Eyre, fa della Bambinaia una raccapricciante collezione di anacronismi psicologici***…

Ma ci sono anche le gemme, e in ogni caso, nonostante tutte le difficoltà e i limiti, non vedo all’orizzonte un declino del sottogenere. Dopo tutto, la pulsione ad aggiustare, abbellire, ricamare, inclinare a 45° e tingere di violetto le storie è vecchia come l’umanità – e guai se non fosse così, o che ne sarebbe della letteratura?

E voi? Se vi saltasse l’uzzolo di continuare, spiegare, riraccontare o altrimenti riprendere in mano un classico, che cosa fareste?

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* E a dire il vero, chi è che, leggendo come la felicità per Cosetta fosse ascoltare Mario che parlava di politica, e per Mario ascoltare Cosetta che parlava di nastri, ha pensato che tutto ciò fosse una solida base per un matrimonio felice e duraturo?

** Sì, sì, sì: quella Bambinaia Francese. Ho le mie ragioni.

*** E sì, sì, sì: sapevate che ci sarei arrivata. E ve l’avevo detto, che avevo le mie ragioni…

gente che scrive · scribblemania · Vitarelle e Rotelle

Scrivendo Scrivendo…

“Tu scrivi? Che bello. Anche a me piacerebbe tanto scrivere…”

“E allora scrivi.”

“Come? Cosa? Qui? Adesso?”

“Adesso. Qui. La storia che hai in mente da sempre – oppure la lista del droghiere. A mano o al computer, o con un chiodo intinto nel tuo sangue…”

“Ah, no, sai…” (risatina) “Non ho tempo, non sono capace, devo spazzolare il mio pastore alsaziano, non so da dove iniziare, ci vuole un sacco di tempo libero, mica a tutti riesce facile come a te…”

“Sssssssì, se ne potrebbe parlare. Ma resta il fatto che l’unico modo per scrivere è cominciare a scrivere. E leggere un sacco – cosa che avresti dovuto fare prima. E studiare la teoria – cosa che puoi cominciare a fare dopo avere provato a scrivere.”

“Eh, ma ci vuole il tempo. E soprattutto ci vuole l’ISPIRAZIONE. Mica puoi metterti lì e dire ‘adesso scrivo,’ no?”

“E invece è proprio quel che devi fare. Scrivere tutti i giorni, almeno un po’. Costruirti una disciplina. Pensa, se scrivessi 500 parole al giorno, cinque giorni la settimana, in otto mesi avresti la prima stesura di un romanzo di 80000 parol…

“Orrore! Sacrilegio! Anatema! Vade retro! Stiamo parlando di Letteratura, di Arte, mica di lavoro a cottimo! Forse così ci puoi scrivere la robaccia commerciale, ma la Scrittura vera… giammai!!!” 

E a questo punto, se non ho ancora perso del tutto la pazienza, di solito faccio notare che Stevenson scrisse Treasure Island in due settimane. E che Dickens scrisse la maggior parte dei suoi romanzi consegnando X parole una volta alla settimana… 

E che poche cose giovano alla scrittura come la pratica costante e disciplinata – e le scadenze.

Detto ciò, non è che ci si sieda lì e si scriva un romanzo ex abrupto: si va in battaglia preparati. In un mondo ideale, si predispone una mappa di quel che si vuole fare, ci si procura il grosso della documentazione che servirà, si fa conoscenza con i personaggi – e poi si scrive. Si scrive la prima stesura senza fermarsi, seguendo i piani, tenendo conto degli sviluppi inaspettati, senza preoccuparsi eccessivamente dei particolari. Per le finezze stilistiche, lo spelling esatto del nome del fabbro di spade toledano e le rime estemporanee della protagonista ci sarà tempo dopo. È a questo che servono le revisioni.

E questo genere di sistema vale anche se si ha tutto il tempo del mondo, ma tanto più se cè (o ci s’impone) una scadenza. Che devo dire? È da quando ho scoperto la genesi di Treasure Island che voglio fare qualcosa del genere. Una volta l’ho fatto con una novella – 42000 parole in una settimana – ma mai con un romanzo.

In questi giorni – dopo un anno abbondante dedicato esclusivamente al teatro – mi è tornato un gran prurito di provarci, e il merito è in buona parte di Davide Mana. Perchè Davide l’ha fatto. In sei giorni. Con tanto di incendio. Sei giorni più la vasta preparazione di cui si diceva – ma in quei sei giorni DM ha messo insieme la prima stesura di un romanzo.

Awesome.

davide mana, romanzo, sei giorni per salvare il mondo,  Qui trovate* i post in cui si narra l’impresa, moorcockianamente nomata “Sei Giorni Per Salvare Il Mondo”.

Qui invece trovate 6GpSiM – Il Manuale, ovvero la serie di articoli, note e stralci d’intervista che costituiscono la base teorica dell’esperimento.Vedrete che Stevenson non c’entra affatto.

Esperimento, gioco, duro lavoro, esplorazione della struttura, narrazione. E, più di tutto, scrittura. Quella cosa che non si fa aspettando l’Ispirazione.

Riuscite a leggere tutto ciò senza volerci provare anche voi? Io – ma forse s’era intuito – assolutamente no.

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* O almeno dovreste trovarli – perché forse non sembra, ma sto sperimentando con un genere di link che non ho mai tentato prima. Se non ci riuscite fatemi sapere, per favore, e provvederò a qualcosa di più tradizionale…

 

 

 

 

gente che scrive · scribblemania

E Fu La Scintilla

stephen king,alba de cespedes,branwell brontë,patrick rambaud,scritturaNel suo On Writing – quella cosa a metà strada tra una biografia e un manuale di scrittura, l’unico suo libro cui sia stata capace di accostarmi – Stephen King dice che c’è sempre un incidente scatenante, il momento in cui, leggendo qualcosa di altrui e pubblicato, l’aspirante scrittore viene colto dalla folgorazione: ma io posso fare meglio di così!

Quanto meno, così è stato per lui. Da ragazzino leggeva storie a puntate sulle riviste pulp, e a un tratto ha deciso che era capace anche lui. Non passava metà della sua vita a raccontarsene di simili?

Dopodiché, King non finge che dalla rivelazione in poi sia tutta una strada in discesa – anzi. Dopo la prima fiammata di entusiasmo cominciano le docce fredde, l’apprendimento dell’umiltà, i rifiuti, il duro lavoro… Però intanto la scintilla c’è stata, e ha spinto l’aspirante oltre la scogliera. L’aspirante ha smesso di aspirare e basta, e ci si è messo sul serio – tanto sul serio da mandare i suoi sforzi Là Fuori in cerca di fortuna.

blackwood's magazine, stephen king, branwell brontë, alba de cespedes, patrick rambaudQualcosa del genere avvenne a Branwell Brontë, noto a tutti come lo sciagurato fratello delle sue sorelle, ma con aspirazioni letterarie sue, in gioventù. A giudicare dalle lettere, fu leggendo le poesie sulla Edinburgh Review e su Blackwood Magazine che, ancora adolescente, Branwell decise che i suoi giochi letterari* meritavano platea più ampia delle sue tre sorelle. In realtà inclino a credere che il ragazzo coltivasse già un’ottima opinione di sé stesso e delle sue poesie: il confronto con quelle pubblicate sulle riviste non fece altro che spingerlo all’azione. Allora cominciò a tormentare i redattori di quelle che erano tra le maggiori riviste letterarie del tempo, sommergendoli di componimenti accompagnati da lettere introduttive in cui si definiva da sé un genio. In realtà nessuno gli diede mai retta** e col tempo Branwell abbassò il tiro: in vita sua non pubblicò mai più in grande che sulla stampa locale dello Yorkshire. stephen king, alba de cespedes, branwell brontë, patrick rambaud, scrittura

La storia di un incidente del tutto diverso, invece, ricordo di averla letta a proposito di Alba de Cespedes. Storia narrata in prima persona, letta più di vent’anni fa in un’antologia scolastica – of all places – e davvero non ricordo se fosse tratta da un romanzo o da qualcosa di più personale, ma all’epoca ebbi l’impressione di qualcosa di molto autobiografico. Ricordo con una certa precisione questa bambina sola in un salotto all’imbrunire, accoccolata sul “divanetto di seta celeste”, immalinconita per qualche motivo. E a un certo punto le “belle parole” cominciano ad eromperle dentro “dolorosamente”. La piccola Alba scoppia a piangere per l’impatto della rivelazione, e non sa come spiegare quel che succede al padre che l’ha trovata in lacrime. E da quel giorno comincia a scrivere. Nulla a che fare col confronto, e non ho idea di quanto la storia sia romanticizzata, ma ci siamo capiti.

stephen king, alba de cespedes, branwell brontë, patrick rambaud, scritturaE a dire il vero, un incidente scatenante l’ho avuto anch’io – composito. La lettura de La Bataille, di Patrick Rambaud, non scatenò nessuna certezza di poter fare di meglio***, ma mi fece domandare se non potessi fare altrettanto, e mi spedì in Francia a visitare possibili ambientazioni per una storia d’epoca napoleonica. Come poi invece finii in Vandea e cambiai periodo è un’altra storia, ma ancora mi si levano stormi di lepidotteri nello stomaco al ricordo di una certa notte insonne in una stanza d’albergo in una cittadina chiamata Cholet. La stanza era tutta bianca e verde, faceva un caldo assassino e io avevo una certezza nuova: avrei scritto un romanzo sulle guerre di Vandea. Sapevo farlo. Potevo farlo. L’avrei fatto. And sure enough, appena tornata a casa cominciai il romanzo e – cosa più rilevante – lo finii. Cosa ancor più rilevante, quindici anni più tardi sono ancora su quella strada.

Quindi, quando concordo con Stephen King in fatto d’incidenti scatenanti lo faccio per una commistione di fiducia, precedenti letterari ed esperienza diretta dell’esaltante, prometeico momento in cui la scintilla scocca e i sogni allo stato gassoso prendono fuoco****. Non è detto che funzioni, non è detto che bruci a lungo e non è nemmeno detto che conduca da qualche parte – ma a parte tutto, è un momento felice nella vita di uno scrittore.

 

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* Molta della poesia dei Brontë aveva a che fare con i mondi immaginari di Angria e Gondal – prima o poi ne parleremo.

** E a volte viene da domandarsi se qualcuno dei rifiuti non fosse motivato anche dalle lettere, perché il ragazzo poteva essere davvero obnoxious, quando voleva.

*** A parte tutto, è proprio un bel libro – battaglia di Essling con sottile taglio meta-letterario. A quanto pare la traduzione italiana non è più in commercio. Tocca cercare copie di seconda mano – o leggere in originale, che è sempre una buona idea.

*** Waxin’ lyrical, am I?

bizzarrie letterarie · scribblemania · Spigolando nella rete

Dedica Un Racconto Al Tuo Autore Preferito – Due

Oggi vi segnalo (un po’ in ritardo, ammetto – mi cospargo di cenere il capo) un delizioso concorsino letterario: la seconda edizione di Dedica un racconto al tuo autore preferito, organizzato da Ferruccio Gianola.

Concorsino perché vi si richiedono racconti miniature di non più di 600 battute. Battute, badate bene. Non parole.

Delizioso perché come altro descrivere questa faccenda di dediche letterarie e di acronimi?

Personalmente ci sto ancora strologando (si direbbe che aappartenga al genere di gente per cui 600 battute sono un rovello più arduo di 6000 parole), ma intanto spargo la voce: rendete omaggio ai vostri idoli letterari, Mesdames et Messieurs. Dopo tutto, se foste idoli letterari, che genere di omaggio apprezzereste di più? Mazzolini di crisantemi, grani d’incenso o 600 battute di obliqua e letteraria dichiarazione d’amore?

grillopensante · scribblemania

A’ Chacun Ses Obsessions

Tendo ad essere riluttante quando mi trovo davanti a un meme – tendo a pensare che gratifichi più il blogger che i lettori. Tendo a chiedermi chi vorrà davvero sapere dieci cose di me, o che musica ho nell’iPod, o quali sono i luoghi che vorrei visitare… E così in genere tergiverso. A volte (ai limiti della scortesia, temo) persino quando sono invitata.

In questi giorni, però, ho intravisto in giro due esemplari della specie che mi attraggono da matti. Sarà che mi ci sono imbattuta su due dei miei blog prediletti, e sia Davide Mana che Alessandro Forlani ne hanno cavato altrettanti post con i fiocchi, sia come sia – in uno dei due mi sono infilata senza invito particolare, perché si tratta di scrittura, di temi ricorrenti, qualcosa a mezza strada tra fari lungo la costa e Alisei costanti.

Ossessioni, le chiama qualcuno in giro per la blogosfera – e non è del tutto inaccurato. Temi cui si ritorna, intenti perseguiti, passioni consolidate – qualcuna deliberatamente, qualcuna quasi da sè. Tutti ne abbiamo una manciata, non è vero?

Ebbene, ecco la mia costellazione.

meme,ossessioni,scrittura1) L’Inafferrabilità della Storia – In principio erano i libri di scuola, così rassicuranti con le loro interpretazioni univoche e le loro vicende sotto vetro. Poi cadde il Muro di Berlino e il vetro si ruppe: la storia succedeva in pratica, era fluida e travolgente e piena di correnti sotto la superficie, e il mondo poteva cambiare nel giro di una notte… Allora cominciai a studiare storia sul serio, scoprendo la varietà sconfinata di punti di vista, interpretazioni e letture, e la quantità di cose perdute che non sappiamo più, che non sapremo mai, e il variare di equilibri attraverso i secoli, e il peso della sconfitta, delle leggende, della letteratura. E così scrivo narrativa (e teatro) a sfondo storico, e tendo a scegliermi protagonisti minori, o sconfitti, o maltrattati attraverso i secoli – non per mettere ordine, ma per amore di questa iridescenza del passato. Ciò è poco scientifico, ma molto narrativo. ossessioni letterarie

2) Menzogne, Bugie, Fanfaluche, Omissioni – I miei narratori sono inaffidabili, le mie storie sono oblique, i miei personaggi mentono, i miei protagonisti tendono a mentire più di tutti, ad avere secondi fini, a manipolare il prossimo. Nella migliore (o peggiore) delle ipotesi, sono costretti a mentire pur non volendolo fare. D’altra parte, che cosa c’è d’interessante nella nuda e cruda verità? Alle storie servono conflitto, dubbi, sorprese, svolte inattese, domande, tesori nascosti, segreti rovinosi – senza contare il fatto che tutta la letteratura è, in via di principio, una vasta menzogna consensuale, e il rapporto tra arte, rappresentazione, convenzione e menzogna è affascinante di per sé. Ronald B. Tobias diceva che every story is a riddle, e aveva ragione da vendere. Trovo che la sincerità sia una virtù sopravvalutata nella vita – e del tutto dull in un romanzo. O a teatro.

3798118720.jpg3) Metanarrazione – Il modo in cui le storie nascono, cambiano, si raccontano, influenzano la realtà e ne sono influenzate mi interessa quasi quanto le storie stesse. A volte persino di più. Non dico che non mi capiti anche di scrivere qualche storia letterale, ogni tanto – ma se mi si offre la benché minima possibilità di intrecciare un filo metaletterario alla mia trama, chi sono io per oppormi? Piani temporali sovrapposti, gente che si racconta inaffidabilmente, scrittori che si scrivono, storie viste attraverso gli occhi di gente che le legge, possibilità alternative, teatro nel teatro… Tutto quel  che può servire a mostrare più di un’angolazione o più di uno strato mi rende ridicolmente felice. E sì, lo so: ho una mente contorta. prometheus_brings_fire_to_mankind.jpg

4) A (generally thwarted) Need for Better Colours – Le mie storie sono piene di gente che aspetta, immagina, prefigura, s’illude, si affanna per qualcosa che non può avere. O che, quando arriva, non è come doveva essere. Ho un debole per le cause perse, per la sconfitta, per l’irreparabile momento in cui l’attesa e la battaglia sono terminate, ed è troppo tardi per tutto tranne il rimpianto. Qualcuno dei miei personaggi s’illude davvero, altri sono perfettamente consapevoli di quel che stanno facendo – ma per tutti, alla fin fine, la vita sta nella cerca e non nel risultato. Nessuno ottiene mai quel che vuole – nemmeno quando sembra che sia così.

ruscha-the-end.jpg5) Cambiamento Irreparabile ed Epocale – Quel che un sacco della mia gente scritta vuole è difendere il proprio mondo. Solo che non può, perché il mondo in questione sta finendo, tramontando, cambiando per sempre. Non c’è modo di tornare indietro – la scelta è tra l’adattarsi al cambiamento e sposare oltre ogni ragionevolezza la causa del declino. I miei protagonisti, per lo più, scelgono la seconda opzione, perché ciascuno è sentimentale a modo suo, ed è così che lo sono io. L’ho già detto che nessuno ottiene mai quello che vuole?old_england_09.jpg

6) La Vecchia Inghilterra – La storia inglese, la lingua inglese, la letteratura inglese, il nonsense il paesaggio inglese, le città inglesi hanno – forse qualcuno di voi lo avrà notato – una certa tendenza a comparire nella mia conversazione e nelle mie storie. Adoro quest’isoletta che, da terra di conquista, è diventata il centro del mondo e poi, quando ha cessato di esserlo, ha continuato a comportarsi come se lo fosse. È la commistione di arroganza, spirito di contraddizione, culto della riservatezza, assurdità e ingegno, credo. E so bene che quell’Inghilterra che è principalmente un’idea, quella in cui mi riconosco così bene, sotto molti aspetti non c’è più – ma questo non cambia le cose. Lasciatemi giocare con la mia Inghilterra immaginaria, please

7) Kit Marlowe – Anche questo, dite6a00d8341cc27e53ef0147e38c3701970b-200wi.jpg la verità, l’avevate intuito. Da qualche anno, Kit è la mia ossessione in carica. Prima c’è stato (a lungo) Annibale Barca, e prima ancora il Barone Rosso, e Manfredi di Svevia… Marlowe è diventato una specie di figura del coraggio intellettuale: un uomo che coltivava  apertamente ogni genere di idea eterodossa in un’epoca in cui le idee eterodosse conducevano alla forca (preceduta da tortura e seguita da sbudellamento, annegamento e squartamento), che scriveva storie di aspirazione, ambizione e rovina, che descriveva menti alla perenne ricerca di conoscenza infinita… ecco, un uomo così è fatto per essere raccontato a teatro e nei romanzi. E badate, inclino a credere che di persona dovesse essere insopportabile, ma fa lo stesso. Dopo tutto è parte di una collezione di ossessioni – dove è scritto che deve avere una logica?

E non dico che sia tutto, ma di sicuro è tutto molto ricorrente.

E voi? Che cos’è che tornate a scrivere? O che tornate a leggere?

gente che scrive · scribblemania · Utter Serendipity

Elogio Del Taccuino

appunti,scrittura creativa,processi mentali,taccuini,kafka,leopardi,chatwin,fogazzaro, henry james, moleskineIl bigliettino salta fuori da un libro che non prendevo in mano da un po’ di tempo. Scivola di tra le pagine e plana a terra con vago errore, come i petali del Petrarca.

Foglio quadrettato di un notes pubblicitario – residuato della vita precedente – con orrido logo fuxia e nero e un diluvio di numeri telefonici, di segreteria, di fax…

Ma sopra ci sono delle annotazioni in vari colori:

1) a biro blu, uno snippet di dialogo in Inglese. Kit Marlowe che dice qualcosa a Thomas Walsingham. Non mi dispiace affatto: ci si sentono la voce beffarda, l’intento di provocare e, al tempo stesso, il fondo di leggera ansia del figlio del calzolaio che non ha ancora imparato fin dove può spingersi con il suo aristocratico mecenate – coetaneo in adorazione del poeta di genio, ma pur sempre quello che ha in mano i cordoni della borsa.

2) ancora a biro blu, tre righe di descrizione – e neanche queste mi dispiacciono del tutto. Marlowe-related a loro volta, sospetto, a giudicare dalle candele e dalla stanza rivestita a pannelli di quercia.

3) penna a inchiostro gel viola: un’idea per un post. Neanche del tutto indecente. Ve la ritroverete qui, un momento o l’altro.

3b) con la stessa penna viola, un adolescenzialmente entusiastico LIKE THESE!!! con tre punti esclamativi e tanto di freccette in direzione del dialogo e della descrizione. Arrossisco.

4) penna a inchiostro gel verde: altra idea per un altro post. Anche questo verrà un giorno e – tanto perché lo sappiate – con i nomi non abbiamo ancora finito.

5) biro blu diversa dalla prima: scrawl scarabocchiato in condizioni un tantino estreme, si direbbe, e in tutt’altra direzione rispetto agli altri. THE COMPANY, dice. Non so, mi par di ricordare che sia un film che parla di una compagnia di danza classica… vi dice nulla?

Sono sproporzionatamente felice di avere ritrovato questi appunti. Li userò tutti, in un modo e nell’altro, ma avrei potuto sopravvivere anche senza. E tuttavia inciampare in questa carotatura di pensieri volanti, ideuzze e noterelle misti assortiti mi è piaciuto da matti.

È anche un sostegno alla teoria secondo cui tenere sempre a portata di mano qualcosa su cui scrivere è una sana, produttiva e soddisfacente idea per uno scrittore – teoria provata dalla quantità di scrittori che la pratica(va)no.

Fogazzaro aveva sempre un quadernetto in tasca. Lo si sapeva, ma si credeva che ne fossero rimasti pochi o nessuno. Di recente ne sono saltati fuori parecchi, pieni di annotazioni, appunti e rimuginamenti – pietruzze grezze che poi si ritrovano lucidate e incastonate nelle opere finite.

Di Leopardi vogliamo parlare? Lo Zibaldone è forse IL taccuino letterario per eccellenza. Secondo Iris Origo, biografa classica del Giacomo, l’idea gli fu suggerita dall’abate Antonio Vogel, secondo cui ogni letterato avrebbe dovuto avere un piccolo caos per iscritto, un taccuino di sottiseries, adrersa, excerpta, pugillares, commentaria… una riserva da cui potesse uscir letteratura come il sole, la luna e le stelle erano emerse dal caos.

I Quaderni Azzurri di Kafka forse non erano precisamente dei taccuini, ma di sicuro erano più piccoli dei suoi abituali diari e, che se li portasse dietro o meno, ci annotava aforismi, appunti e strologamenti filosofici.

Henry James usò i taccuini per tutta la sua carriera, annotandoci idee, possibilità, tratti di caratterizzazione per i suoi personaggi, nomi e indirizzi, osservazioni personali, commenti, impegni, e ogni genere di minuzia anche solo vagamente letteraria – tra l’altro la sua solenne decisione di abbandonare per sempre il teatro dopo il fiasco di Guy Domville. Sono un documento affascinante e se ne può leggere qualcosina qui. appunti,scrittura creativa,processi mentali,taccuini,kafka,leopardi,chatwin,fogazzaro, henry james, moleskine

Bruce Chatwin era un consumatore seriale di taccuini – e li voleva tutti di un particolare tipo: quelli che poi, usciti di produzione e ripresi da una ditta italiana, sarebbero diventati i Moleskine. E non si capisce fino in fondo perché i Moleskine debbano essere conosciuti universalmente come “i taccuini di Hemingway”, quando in realtà erano quelli di Chatwin.

Insomma si direbbe che la storia della letteratura sia piena di taccuinatori compulsivi, e non è particolarmente strano. Da un lato un taccuino, con quelle pagine che sembrano supplicare “riempimi! riempimi!” è un magnifico incentivo a scrivere. E poi, più seriamente, più si è esercitati a cogliere idee in ogni dove (e lo scrittore medio lo fa tutto il tempo), più le idee si presentano. Ma essendo creature dispettose, temperamentali e di pessimo carattere, le idee arrivano a tradimento, germogliano irrepressibilmente e, se non si è pronti a dar loro retta, si offendono e si dileguano. Non c’è modo di dire a un’idea “aspetta, ne riparliamo fra dieci minuti – quando non starò guidando/facendo la spesa/facendo yoga/calcolando un tetto/trapiantando le begonie/prendendo sonno.” L’idea va catturata immediatamente e imprigionata, altrimenti è perduta. E spesso e volentieri l’unico modo per riuscirci è l’immemorabile tradizione del taccuino – da portarsi sempre dietro.

Perché, come dice MacNair Wilson, “Tutto quel che vale la pena di essere ricordato, vale la pena di essere scritto.”

romanzo storico · scribblemania · Spigolando nella rete · Utter Serendipity

Serendipità Storica

assedio di costantinopoli, mehmed secondo, romanzi storici, diana gabaldonÈ successo di nuovo.

Vi ricordate del mio romanzo/due romanzi/trilogia sull’assedio di Costantinopoli, eterno work in progress? E vi ricordate del mercante d’olio?

Ebbene ieri sera, nel corso di una di quelle campagne notturne a caccia di informazioni oscure, mi è capitato sotto il mouse un articolo di una rivista americana a proposito di Ciriaco da Ancona. Ora, Ciriaco da Ancona era un erudito quattrocentesco, forse precettore del sultano Mehmed e forse no, ma quello che mi ha dato la pelle d’oca è stato trovare, in una nota all’articolo, un riferimento a un segretario greco, al servizio di Mehmed durante l’assedio, di nome Dimitrios Apocaucos Kiritzis. 

Perché il fatto è che la mia prima stesura contiene un segretario greco di nome Demetrios – solo che di Kiritzis non sapevo nulla. A quanto pare è una figura molto oscura, citata in un paio di fonti di scoperta relativamente recente, e non se ne parla in nessuno dei miei autori di riferimento. Il mio Demetrios era del tutto fittizio – o così credevo.

Per cui sì, è remotamente possibile che ne abbia letto di sfuggita in qualche tomo di storia ottomana o bizantina. E poi invece è possibile che sia successo di nuovo quello che Diana Gabaldon chiama historical serendipity, ovvero particolari fittizi che, ex post facto, si rivelano non solo plausibili, ma, in qualche misteriosa maniera, veri.

E se è così, è la seconda volta che succede. E se è la seconda volta che succede, si direbbe che questo libro voglia proprio essere scritto. E se questo libro vuole proprio essere scritto, chi sono io per ignorare tutti questi segni del destino?

E sì, lo so: mi sto incartando in discorsi dalle allarmanti sfumature new age… è che non capita tutti i giorni questa gradevole sensazione di essere sulla giusta strada. Non capita spesso che la storia dia di queste strizzatine d’occhio. Non capita spesso di incappare in serendipità siffatte. Lasciate che mi ci crogioli un po’.

 

guardando la storia · libri, libri e libri · scribblemania

L’Itala Giuditta

Mi piace l’idea che ciascuno celebri l’Unità dedicando all’occasione un po’ di quel che sa fare meglio. Come sapete, io scrivo.

E dunque, Signore e Signori, Lettori Diletti, Italians, Citizens, Friends, non senza un pizzico di orgoglio vi presento la mia novella risorgimentale-steampunk che, si dà il caso, è anche il mio primo libro elettronico: L’Itala Giuditta – Opera Steampunk in Cinque Atti.

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L’Itala Giuditta.pdf

 

 

 

 

 

 

Vi si parla di moti, d’opera, di macchine volanti e di signore ostinate. Cliccate sul link per scaricare il PDF. Per ora c’è solo quello, ma si prevedono sviluppi.

E intanto che ci siamo, ecco anche il (piccolo) booktrailer:

Buon Centocinquantesimo!

 

Se poi voleste
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scribblemania

Febbre Creativa

Questo sarà un post solo limitatamente lucido.

Il fatto è che l’anno scorso il vaccino anti-influenzale mi ha scatenato una reazione violenta: una settimana di febbre, dolori e gioie varie…

No, naturalmente il fatto è un altro. Il fatto è che quest’anno ho deciso di non vaccinarmi – l’influenza non poteva essere peggio della reazione al vaccino, giusto? Ed ero felicemente giunta in febbraio sana. Se si eccettua un mese di bronchite in novembre, ma quella è un’altra faccenda. Poi ho avuto la cattiva idea di felicitarmi con me stessa in proposito, and of course I jynxed it. Ieri mattina mi sono alzata con l’impressione di non stare del tutto bene, poi mi è venuta la febbre, e poi… credetemi: non volete i particolari.

Nondimeno devo, devo, devo scrivere. Teatro. Atteso. Ansiosamente atteso. Il genere di attesa che genera telefonate, sguardi significativi, richieste specifiche, velati solleciti via mail… Quindi scrivo lo stesso, l’ho fatto ieri e lo farò anche oggi.

Ciò che mi rode, tuttavia, è la circostanza che ora v’illustro. Ieri pomeriggio (37,7 C°), riapro il file e rileggo quel che ho scritto quando i miei centigradi interni erano nella norma. E inorridisco, e mi domando come ho potuto scrivere ciò, e casso di slancio due pagine – senza prima averle copiate da un’altra parte. E poi riscrivo, e alla fin fine non sono del tutto insoddisfatta del mio lavoro. Nel frattempo, con l’approssimarsi della notte, il termometro segna trentotto e due, and counting.

Considerando che in genere cesso di connettere alla prima linea di febbre, che non avevo chiuso occhio in tutta la notte, che continuavo a interrompermi, che ho la testa piena di biglie di vetro – e continuano a ruotare*: starò combinando qualcosa di sensato, o a influenza smaltita vorrò fare harakiri con una penna stilografica? L’aver cancellato sdegnosamente due pagine che, da lucida, mi erano parse buone mi agita più che un pochino…

Stanotte non è andata affatto meglio. Anzi: ogni volta che mi appisolavo sognavo Virgilio, Creusa, Turno e compagnia cantante. Chissà, forse avrei fatto bene a prendere qualche appunto. E immagino che adesso mi rimetterò al lavoro. O forse no. Facciamo un patto: se rileggendo quel che ho scritto ieri vengo assalita da nuove furie distruttive, metto da parte tutto e aspetto che mi passi la febbre. E magari cerco di recuperare quel che ho cancellato ieri. Se invece mi piace ancora, vado avanti e, quando questa cosa virgiliana andrà in scena, potrò dire al pubblico della prima** che scriverla è stato un lavoro febbrile. Che pun meraviglioso, vero?

E sono certa che c’è una fallacia logica grossa come l’Oregon, nel patto che ho appena stretto con me stessa, ma al momento mi sfugge. Quindi forse, per essere prudenti, quale che sia il responso, le pagine cancellate le ripesco, eh?

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* Avete mai provato a soffregare tra loro due biglie di vetro? Fatelo e sappiatemi dire.

** Compagnia che, alla prima, chiama l’autore sul palco a “dire due parole”.

scribblemania

Narrativa Lampo

Le linee guida di Glimmer Train impongono un limite massimo di 12000 parole per storia. Non c’è limite minimo – anche se raramente una storia al di sotto delle 500 parole suona completa.

Altrove le storie al di sotto delle 500 parole sono ricercate specificamente e fatte oggetto di appositi concorsi, sotto il nome di flashfiction. Il che non significa che a GT abbiano torto, anzi: la difficoltà sta, appunto, nel raccontare in maniera compiuta una storia in 500, 400, 200 o 100 parole*.

E’ difficile. Tanto difficile che la maggior parte di ciò che va sotto il nome di flashfiction non è costituita da storie, ma da bozzetti descrittivi, squarci di prosa poetica, fettine e altre cose sperimentali. Non storie. Le storie sono rare, col risultato che il genere è complessivamente noioso da leggere. Non so se esista davvero gente che legge per diletto l’altrui flashfiction, e non la sto consigliando come lettura.

Sto consigliando di scriverne, cavallo di tutt’altro colore: dover infilare tutti gli elementi di una storia – trama, personaggi, conflitto, atmosfera, descrizione – in poche centinaia di parole è un lavoro di cesello, perché obbliga a considerare il peso e la necessità non solo di ogni frase e concetto, ma di ogni singola parola. Che cosa è davvero essenziale? Che cosa può essere sottinteso? Come indurre il lettore a immaginare tutto quello che non c’è spazio per dire?

Favoloso esercizio che costringe a guardare da vicino la propria scrittura, ad analizzarla al microscopio – o meglio: con una lorgnette da gioielliere. Si possono fare sconcertanti scoperte sul proprio rapporto con gli aggettivi, per esempio. O sulla natura delle proprie costruzioni sintattiche, o sul proprio metodo di caratterizzazione. O sui propri inizi… oh, gli inizi!

Naturalmente, scrivere bozzetti descrittivi non vale. Bisogna sforzarsi di farne una storia, una storia, una storia. In 500 parole prima, poi in quattrocento e via amputando – magari di 50 in 50. Quand’è che smette di essere una storia? Qual’è il limite dell’irrinunciabilità? Che cosa segna il confine tra la potatura e la lobotomia?

Attenzione: il gioco genera assuefazione e dipendenza.

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* Una volta ho partecipato a una cosa chiamata 60 Words Epics. Era un tantino estremo…