Domani i piccoli mercanti, i connestabili, le balie, gli apprendisti, gli stallieri, le verduraie del mercato decidono il destino di Tamerlano. La gente che paga un penny, la gente mal lavata che viene a teatro con le salsicce nel cartoccio. Non è una beffa?
Non è questo che sognavo a Cambridge, mentre scrivevo – anche se il diavolo sa che cosa sognassi. Credevo a una gloria eterea, allora: vaga, fiammeggiante, ma da lontano, come stelle viste in sogno. Ero felice quando forgiavo i miei versi nuovi, versi sciolti, potenti come un galoppo, differenti da tutto quel che era stato scritto prima. Eppure, se avessi voluto solo quella gloria distante, non avrei scritto una tragedia. Un poema sì, per il mio Scita sanguinario, ma una tragedia? Gioco, capriccio, caso – non so neppure più chi mi abbia detto che niente cambia le parole in oro come il teatro, e il denaro mi è sempre piaciuto. Brutta faccenda essere povero e istruito, con un calzolaio indebitato per padre e gusti da gentiluomo. Qualunque estro del destino abbia fatto di me un poeta, sono stati i colletti alla moda e il vino del Reno a condurmi alle tragedie…
È una notte di maggio del 1587, a Londra. Domani, nel cortile di una locanda dietro la Cattedrale di San Paolo, gli attori della Compagnia dell’Ammiraglio debutteranno con Tamerlano, la tragedia diversa da tutte le altre, destinata a cambiare per sempre la storia del teatro inglese.
Kit Marlowe, poeta, scavezzacollo e spia, ha solo ventire anni, è nei guai con le autorità universitarie a Cambridge (e forse anche con la Corona) e tutti continuano a dirgli che il capriccio del pubblico è imprevedibile. Kit sa che il suo Tamerlano è poesia senza precedenti – ma basterà a dargli la gloria che sogna e la sicurezza di cui avrebbe bisogno? Perché nella Londra elisabettiana un debutto teatrale può essere questione di vita o di morte…
Credo è un monologo che dà voce al più grande drammaturgo elisabettiano insieme a Shakespeare, alle sue visioni, alle sue paure, alla sua sete di arte, conoscenza e bellezza.
Ed è nella cinquina finalista (sezione Teatro) del Premio Colombre, indetto dall’Associazione e compagnia teatrale Quieta Movere di Pisa.
Il finale di questa storia si scoprirà a Pisa il 24 maggio.
Dopo qualche strologamento, ho deciso di iniziare Shakeloviana con un vecchio (1921) play – e no, non è il Marlowe di Josephine Preston Peabody.
In tutta probabilità parleremo anche di quello, benché ne abbia già accennato qua e là, ma per il momento direi che possiamo cominciare con qualcosa che, nonostante il titolo, si occupa di entrambi i nostri festeggiati – e se ne occupa in modo… vogliamo definirlo bizzarro?
Ma sì, diciamo pure bizzarro, e anche ragionevolmente inconsueto. Perché sapete bene che una delle domande senza risposta a proposito del teatro elisabettiano è se Shakespeare e Marlowe si conoscessero e, se non ci sono documenti di sorta a provarlo, le probabilità che si conoscessero sono altine. Voglio dire, colleghi, coetanei e, almeno per un periodo, rivali in un mondo piccolo e denso come la Londra teatrale di un’epoca in qui si viveva gli uni nelle tasche degli altri… Non incomprensibilmente, narratori e autori teatrali hanno sempre abbracciato con entusiasmo l’idea che si conoscessero eccome, perché il gusto di farli interagire fittiziamente non è cosa cui si rinunci con facilità.
Sul tipo di interazione ci sono scuole di pensiero, e Clemence Dane, con il suo Will Shakespeare, an Invention in Four Acts, appartiene a una scuola piccola piccola. Per ora, nel corso delle mie letture, di appartenenti a questa scuola ne ho incontrati soltanto due – ma andiamo con ordine.
Clemence Dane in realtà si chiamava Winifred Ashton, ed era un personaggio piuttosto singolare a sua volta: romanziera, playwright, giallista collaborativa, saggista occasionale, pittrice e scultrice*. Magari qualche volta parleremo di lei, ma per ora limitiamoci a Will Shakespeare, annata 1921, quattro atti scritti in pentametri giambici piuttosto… er, magniloquenti. Il primo atto è ambientato a Stratford, con un giovane Shakespeare irrequieto e visionario e una Anne Hathaway che, all’epoca, sarebbe di sicuro finita al rogo per stregoneria nel giro di tre scene. È un diluvio di inganni, controinganni, ricatti morali, premonizioni e fantasmi… suona gonfio? Lo è – oh, lo è.
Dopodiché ci si sposta a Londra, e s’incontra Marlowe, che è un caro ragazzo di genio, ben contento, nel tempo sottratto a un’ispirazione torrenziale e a una vita sociale intensa anzichenò, di prendere sotto la sua ala quel simpatico campagnolo così promettente. E dunque i nostri due non solo si conoscono, ma sono grandi amici e writingbuddies,in una maniera che pochi altri autori hanno considerato anche solo vagamente plausibile…
Ma non è questo che avevo in mente nel parlare di bizzarria. Perché dovete sapere che l’idillio s’interrompe quando entra in scena la Dama Bruna dei Sonetti – qui una Mary Fitton particolarmente ambiziosa e calcolatrice che, pur apprezzando l’omaggio di Will, nutre molto più interesse per il celebre e fiammeggiante Kit.
Mary Fitton
E Marlowe finisce per cedere alla tentazione – pur con molte remore e molti patemi – quando la terribile Mary lo raggiunge a Deptford, vestita da ragazzo e sotto il nome di Francis Frizer – con il quale, prima delle scoperte di Leslie Hotson, si credeva di identificare l’assassino di Marlowe. Ma era tutto un equivoco, ci dice Clemence Dane, perché a vibrare la pugnalata preterintenzionale è uno Shakespeare in crisi di gelosia – salvo pentirsene gravissimamente prima di subito.
Ops…
Per una parvenza di soluzione ci vorrà la regina in persona, maternamente addolorata per la morte di Marlowe, ma ancor più maternamente decisa a proteggere Shakespeare – e a bandire da corte Mary-la-tentatrice-infedele-e-senza-cuore che, come ognuno può vedere, è la causa di tutto.
Segue finale tanto purpureo quanto il primo atto, con uno Shakespeare incatenato alla sua penna, tormentato da rimpianti e rimorsi che riversa nei fantasmi dei suoi personaggi che lo vengono a visitare… Sipario.
Ebbene sì: Shakespeare uccide Marlowe – però non lo fa del tutto apposta, e gli dispiace dannatamente. Ve l’avevo detto che era bizzarro.
A titolo di conclusione, lasciate che vi dica che Will Shakespeare non è un granché. Verboso, melodrammatico e veemente, popolato di gente che declama anziché parlare, con una bella malvagia senza un briciolo di coscienza e nulla che la redima, mi verrebbe da chiamarlo il prodotto di un’altra epoca, ma in realtà non fu mai molto popolare in teatro – salvo ricomparire di quando in quando alla radio o in televisione. Dalla sua ha, trovo, due cose: uno Shakespeare più convincentemente difettato di come lo ritraessero molti contemporanei di Ms. Dane, e un’interpretazione più originale di altre di quel che si sapeva all’epoca sulla morte di Marlowe. Di lì a una manciata d’anni sarebbe arrivato Hotson a chiarire molte cose, ma nel 1921 c’era molto più posto per qualsiasi quantità di speculazione selvaggia – compreso uno Shakespeare omicida preterintenzionale, anche se non credo che la Clemence facesse molto sul serio in proposito.
Casomai vi pungesse l’uzzolo di dare un’occhiata, trovate il testo su Internet Archive, in una varietà di formati.
Questa è la storia di una collisione storico-letteraria – con la partecipazione del sentito-dire.
Per prima cosa bisogna che vi dica di John Aubrey, uno di quei bizzarri ed eclettici eruditi secenteschi, ur-archeologo, ur-folklorista, naturalista, storico, occultista, curioso generale, glorioso pettegolo e biografo, autore – tra un diluvio di altre cose pubblicate postume, delle Brief Lives, o Schediasmata, una raccolta di… be’, lo dice il titolo: note biografiche di personaggi notevoli, elisabettiani e contemporanei.
Ora, queste note biografiche tendevano ad essere pittoresche. Aubrey si documentava spulciando l’occasionale libro, ma soprattutto raccogliendo aneddoti e annotando conversazioni – il che tande a rendere le Brief Lives più affascinanti che affidabili. È al pettegolo ma credulo Aubrey che dobbiamo, tra l’altro, alcune singolari informazioni sugli anni perduti di Shakespeare, che vogliono il giovane futuro bardo maestro di scuola in provincia, bracconiere lungo l’Avon e parcheggiatore di cavalli a Londra…
L’attendibilità di queste notizie, pur riprese con entusiasmo da successivi biografi settecenteschi, in realtà lascia molto a desiderare. Quanto a desiderare? Be’, è possibile farsene un’idea considerando la nostra collisione, che si trova nelle pagine che Aubrey dedica a un altro autore elisabettiano, Ben Jonson.
A un certo punto, veniamo informati che Jonson
Uccise Mr. … Marlowe, il poeta, a Bunhill – giungendo dal teatro chiamato Green Curtain. Così dice Sir Edward Shirburn.
Ora, chi fosse questo malinformato baronetto non sono riuscita ad appurare, ma di sicuro non aveva le idee chiare. Marlowe, come sappiamo bene, era morto a Deptford, nel 1593 – in circostanze dubbie, se volete, ma che nulla avevano a che fare con Ben Jonson. Col che non voglio dire che Jonson non fosse tipo da omicidi, sia ben chiaro. Da quel che sappiamo di lui, e dalle non-proprio-memorie che dettò al suo amico – il paziente poeta scozzese William Drummond, doveva essere singolarmente irascibile e permaloso, con un ego delle dimensioni di un fox terrier. Nel 1598 uccise in duello un celebre attore, il ventenne Gabriel Spenser. In realtà, che si trattasse di un duello formale e che a lanciare la sfida fosse stato Spenser lo sappiamo soltanto da Jonson (via Drummond). Quel che è certo è che Spenser era a sua volta un personaggio alquanto infiammabile, e che il buon Ben sarebbe finito a Tyburn se, grazie a uno sconcertante residuo giudiziario di origine medievale, non avesse dimostrato di saper leggere e scrivere, cavandosela così con un marchio a fuoco sul pollice…
Quindi sì: Marlowe fu ucciso in una rissa, e Jonson uccise un uomo in duello – solo che non si trattava della stessa occasione. E naturalmente, dopo gli anni ottanta del Seicento, epoca di compilazione delle Brief Lives, le circostanze della morte di Marlowe erano abbondantemente note – se non altro perché una quantità di autori di persuasione puritana ne avevano fatto un caso esemplare di hybris punita, godendo nel raccontare in truce e sanguinoso dettaglio la fine dell’ateo colpito con il suo stesso pugnale – e proprio nel cervello che aveva partorito tante perniciose idee…
Considerando tutto ciò, possiamo soltanto immaginare che il misterioso Sir Edward Shirburn, magari alticcio dopo una cena bene annaffiata, combinasse le due storie della morte di Marlowe e del duello di Jonson in una sola, a beneficio di un altrettanto avvinazzato Aubrey* – con il singolare effetto, per un lettore particolarmente pio che conoscesse anche gli autori puritani, di trasformare Ben Jonson in uno strumento del furore divino.
L’irruente Ben aveva ammirato Marlowe, creatore del possente verso sciolto – ma aveva una notevole opinione di se stesso e un moderato riguardo per la verità. Non posso fare a meno di domandarmi quanto gli sarebbe piaciuto vedersi raffigurare, seppur indirettamente, nei panni della vendetta celeste.
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* Che le sue conversazioni di documentazione fossero alquanto conviviali ce lo dice lui stesso – più di una volta.
C’era una volta un concorso per atti unici – e il concorso si teneva sull’Isoletta.
C’era anche, quella stessa volta, una Clarina che viveva sul Continente – quella cosa che, dicono gli abitanti dell’Isoletta, resta isolata quando c’è nebbia sulla Manica. Tuttavia, pur abitando al di qua della Manica, la Clarina desiderava molto partecipare al concorso in questione, e aveva pronto un piccolo atto unico che le pareva adatto alla bisogna.
A dirla proprio tutta, la Clarina l’atto unico l’aveva pronto da lunga pezza – in teoria fin dall’edizione precedente del concorso isolano, solo che… Ecco, diciamo che talvolta la Clarina tendeva a… er, distrarsi.
Quella volta che c’era, tuttavia, la Clarina si annotò la scadenza ben in grande e ben in anticipo, diede un’ultima lustratina al play e si sentì a posto con la coscienza.
E ci si sentì fino a una decina di giorni dalla scandenza, quando all’improvviso la sua coscienza si risvegliò e cominciò a strillare cose poco lusinghiere sulla Clarina e sulle Poste&Telegrafi…
Perché, vedete, non solo il concorso si teneva sull’Isoletta, ma era anche uno dei non numerosissimi concorsi dell’Isoletta che richiedono di spedire per terra e per mare una o più copie cartacee. Siccome questa crisi di coscienza si teneva a un’ora talmente avanzata da essere tarda persino per la pur nottambula, nottambulissima Clarina, fu soltanto l’indomani che la nostra sciagurata si mise all’opera.
“E che ci vuole?” si disse l’improvvida, mentre sorseggiava il primo tè del mattino. “Stampo le due copie e la lettera con i miei dati, chiudo tutto in una busta e vado a spedire…”
Ma naturalmente questa è una storia, e tutti sappiamo che cosa succede a questo punto nelle storie, vero? Quando la Clarina avviò la stampante per stampare il suo piccolo play in due copie, la stampante sussultò una e poi due volte, ingoiò un foglio di carta, lo buttò fuori bianco, sospirò, rantolò e cadde in deliquio.
“Oh…” mormorò la Clarina, in moderato corruccio. Spense la stampante, la riaccese, reimpostò la stampa, avviò… E la tecnologia non rispose.
“Stampante non in linea,” fu la risposta della tecnologia. “Controllare che i cavi siano collegati e che la stampante sia accesa.”
“Oh!” disse la Clarina, un tantino più corrucciata di prima. Controllò i cavi – che erano collegati. Controllò la stampante – che era accesa. Allora spense e riaccese la stampante, just in case, e poi riprovò.
“Stampante non in linea. Controllare che i cavi siano collegati e che la stampante sia accesa.”
E a questo punto potremmo mettere un altro Oh, ma l’incontrovertibile fatto è che la Clarina usò del linguaggio, rifece tutto daccapo e ottenne per la terza volta lo stesso risultato.
Era il tipo di momento in cui c’è soltanto una cosa da fare, e dunque la Clarina si fece una seconda tazza di tè, e sedette sul pavimento davanti alla stampante, maledicendo tra sé il dannato arnese, e pensando all’Isoletta. Il passo successivo fu di trascorrere un’invereconda quantità di tempo a consultare libretti di istruzioni e guide online a caccia di una soluzione – senza cavare dal buco una di quelle orride bestie a otto zampe che fanno le r-tele.
A questo punto, la mattinata avanzava, l’ultimo momento utile per la spedizione in giornata non era più lontanissimo e, considerando tutto quanto, perdere un’altra giornata, non sembrava la migliore delle idee. La Clarina prese una decisione esecutiva: salvò play e carte varie su una chiavetta (ricordandosi per il rotto della cuffia di inserire i numeri di pagina che di solito si dimentica) e si recò dalla vicina D. a supplicare una stampa. D. la Clarina la conosce dall’infanzia, la sa tanto eccentrica quanto disorganizzata, ed è rassegnata a vedersela capitare a orari disparati, disperata e supplicante stampe. D. ha una stampante professionale ed è una specie di angelo. Senza battere ciglio, nel giro di un minuto e mezzo, stampò il play della Clarina e le carte accessorie in duplice copia, e la mandò via felice.
Così la Clarina tornò a casa, imbustò il tutto, controllò tre volte l’indirizzo, si premunì di libro e galoppò all’ufficio postale. Ora, sapete tutti che, per una legge di natura, se non ci si porta da leggere all’ufficio postale si è condannati a dover aspettare, aspettare e aspettare. Se ci si porta da leggeere, può darsi di dover aspettare, aspettare e aspettare – oppure no. Per qualche misteriosa forma di compensazione cosmica, quella volta che c’era fu un’occasione in cui oppure no: in dieci minuti la Clarina sbrigò tutto quanto e tornò a casa al piccolo trotto, lieta nella consapevolezza di avere centrato la spedizione in giornata per un pelo – un pelo molto piccolo.
E a dire il vero, fece talmente presto che sua madre, nel vedersela restituita in sì breve tempo, la accolse con disappunto e al grido di “Oh, non sei riuscita a spedire!”
E invece sì, e il play era già in viaggio verso l’Isoletta, e la Clarina brindò con sua madre alla felice riuscita, e tutti vissero felici e contenti in attesa della long list.
E se, o Lettori, volete trarre qualche utilità da questa storia, la morale è questa: vedete di non ridurvi mai a un passo dalla scadenza – perché è allora che la Legge di Murphy ama colpire. E se le poste&telegrafi possono scioperare, se la tecnologia può fallire, se la neve può cadere, se l’influenza può azzannare, se qualcosa, qualunque cosa può succedere – ebbene, è proprio allora che lo farà.
Ecco, in realtà non ho ancora proprio deciso se ho tutta questa simpatia per Guy Fawkes e la sua congiura delle polveri…
Però, siccome l’altro giorno era il quattrocento e ottavo anniversario della sua esecuzione, ho pensato di mettervi a parte della versione toy-theatre della sua vicenda.
L’animazione, è opera di Nigel Peever, a partire da un teatrino di Webb.
È uscito il numero di Natale di The Circle Review – numero eminentemente narrativo, ma non solo. La sezione saggi e la sezione teatro sono forse meno estese, ma non per questo mancano di chicche, come il delizioso piccolo pezzo di Annarita Faggioni in fatto di aforismi, o il dialogo filosofico di Lucius Etruscus con dotta e godibilissima nota al seguito.
Io ci sono con due pezzi.
Il Fantasma di Passerino è una cosetta molto mantovana dedicata al povero Rinaldo “Passerino” Bonacolsi, Capitano di Mantova prima che i Gonzaga si facessero avanti, estromesso dall’ufficio in una versione trecentesca di coup, e subito passato a miglior vita in una maniera desolatamente stupida: quando vide che la battaglia nella non ancor piazza Sordello buttava male, cercò rifugio nel non ancor Palazzo Ducale – e cercando di entrare a cavallo, si fracassò il capo in un’architrave bassina. Sempre smontare di sella per rientrare… E comunque il fantasma di un uomo del genere è una tentazione narrativa troppo forte, non trovate?
E poi c’è uno stralcio di Acqua Salata e Inchiostro che forse, dopo averne sentito parlare in abbondanza, sarete curiosi di leggere.
Premesso che anche la rivista ha sofferto della recente migrazione a WordPress, potete scaricare il pdf qui.
Ricordate quando parlavamo di un titolo nuovo per Bibi? Ebbene, sabato 7 Dicembre, alle ore 20.45, Bibi & il Re degli Elefanti torna in scena al Teatro Sant’Orsola (a Mantova, in via Bonomi, 3).
Adesso, però, s’intitola…
L’incasso della rappresentazione viene devoluto a sostegno del progetto “Clinica del Sorriso” in Burundi, gestito dalla ONLUS “…Con Vista sul Mondo”, in collaboranzione con ANDI Mantova.
No, noi i lupi non li abbiamo avuti – e i cavalli stavano bene.
Il pulmino era in prestito.
Il tachimetro non funzionava, così come l’indicatore della benzina, e la portiera dal lato del guidatore non si apriva – ma converrete tutti con me che erano dettagli.* Certo non era nulla che potesse scoraggiare gli Histriones – e di fatto gli Histriones partirono nel cuore della notte alle otto del mattino, il trentesimo giorno del mese di novembre dell’anno duemila e tredici, e si misero in viaggio nella vaga direzione di Biella.
Lungo la strada incontrarono ogni genere d’impiccio, inclusi non uno, ma due incidenti con conseguente coda – e intanto la neve aveva cominciato a scendere. E in tutto ciò, badate bene, i nostri girovaghi eroi restavano tuttavia ridenti e ridanciani come tante cinciallegre teatrali.
Alla fin fine, nonostante le indicazioni tendenziose della radio e dopo essersi smarriti un nonnulla tra delle montagne che spuntavano a tradimento dal suolo, senza l’ombra di un avvertimento o di una prealpe, impiegarono cinque ore e mezza a giungere in un luogo che non era affatto Biella. Il luogo era Trivero – e non esiste.
Oh, d’accordo: esiste amministrativamente ma, giungendovi, gli Histriones scoprirono che il comune di Trivero si suddivideva in realtà in una quarantina di piccole frazioni sparse tanto orizzontalmente quanto verticalmente – alcune a pie’ dei monti, altre a mezza costa, alcune sui cocuzzoli… E fu subito chiaro che tutto era similmente sparso. In una di queste frazioncine, gli Histriones furono presi in consegna da un gruppo di attori e cantori locali, che li portarono a pranzo in un’altra frazioncina. E questi cantori e attori erano persone di staordinaria cordialità e simpatia, e anche ottimi cuochi – e gli Histriones si sentirono subito a casa e, alla fine del pranzo, si sentirono anche Histriones farciti…
Dopodiché ci si arrampicò in un’altra frazioncina, su su per boschi e tornanti, su su oltre villaggi e santuari, su su tra la neve, su su per strade asfaltate, stradicciole acciottolate e sentieri bianchi, fino a un cocuzzolo innevato, dove sorgeva un delizioso agriturismo.**
Il tempo di sistemarsi un pochino e di veder scendere il crepuscolo violetto, e si fece l’ora di scendere al teatro per le prove. Mentre il grosso della compagnia si scaldava le mani attorno al fuoco, un paio di coraggiosi montarono le catene al pulmino.
Be’, non proprio… E comunque c’era la neve.
Ora, in una digressione metateatrale, il vostro Narratore potrebbe osservare che i due coraggiosi erano Manuel Duarte e Garibaldi, e che la cosa sembrava quasi una prova di abilità per conquistare il cuore di Aninha (che intanto si scaldava le mani al fuoco)… ma poi la faccenda si risolse grazie all’aiuto di due cantori di montagna – per cui, se Aninha fosse stata tipo da farsi impressionare da duelli di montaggio catene, avremmo rischiato un finale alternativo, con l’Eroina dei Due Monti in fuga assieme al baldo Cantore di Montagna…
Ma il vostro Narratore comincia ad avere l’impressione di smarrirsi per sentieri tortuosi e non del tutto pertinenti, e dunque tornerà a raccontare di come, debitamente equipaggiati, gli Histriones risalissero sul fido pulmino e scendessero a valle per le prove – giù giù per sentieri bianchi, stradicciole acciottolate e strade asfaltate, giù giù tra la neve, giù giù oltre santuari e villaggi, giù giù giù per tornanti e boschi, fino all’altra frazioncella ancora che conteneva il Teatro Giletti.
E una volta che furono sistemati nel teatro, gli Histriones si misero al lavoro – e la Clarina fu presa da un’ombra di sconforto.
La Clarina, vedete, aveva cercato per settimane di sapere di quali e quante luci potesse disporre – giusto per adattare il suo disegno luci alla bisogna – e a furia d’insistere aveva ricevuto questa vaga, vaghissima tra le rassicurazioni: c’è tutto. Con l’appena più confortante promessa che, all’arrivo per le prove, la compagnia avrebbe trovato in teatro il tecnico delle luci.
Di fatto, mentre il resto della compagnia tendeva fili per il bucato, cercava di non urtare le quattro chitarre lasciate in scena dal coro e si dava variamente d’attorno, la Clarina costatò che “tutto” significava un’americana con sedici quarzine tutte bianche inamovibilmente puntate in una striscia unica, più quattro coppie di tagli montati fuori sipario – a loro volta bianchi e inamovibili – e che il pur bravo e simpatico Tecnico era in realtà un attore di un’altra compagnia, prestato per la serata e pressoché ignaro dell’impianto.
“Possiamo muovere le quarzine?” chiese la Clarina.
“No…” disse il Tecnico.
“Abbiamo dei colori, almeno?”
“No…”
“Nemmeno sui tagli?”
“No…”
“E quelli possiamo muoverli?”
“No…”
“Possiamo accenderli uno per volta?”
“No…”
“Fanno qualcosa d’altro, oltre accendersi a coppie?”
“No…”
C’è tutto, avevano detto. Tutto.
La Clarina sentiva montare l’umor tetro, e i due disegni luci che aveva al seguito, annotati su altrettanti copioni, cominciavano a sembrare una beffa… E per di più, la compagnia era ansiosa di cominciare una prova, e il Tecnico andava scoprendo che le quarzine non si potevano gestire dalla consolle – così come il controluce che gli Histriones si erano portati da casa -, che il mixer luci non funzionava granché, che il mixer audio magari funzionava, ma non era collegato a un lettore…
Mentre la Clarina cercava d’improvvisare un disegno luci tutto bianco e spartano e aveva il tradizionale Attrito con Scintille con un attore in vena di capricci divistici, il Santo Tecnico scoprì per telefono come convincere il mixer luci a funzionare almeno in parte, e recuperò un lettore cd… O Tecnico Silvio – sappi che quella sera salvasti una povera compagnia di attori girovaghi. Quanto meno impedisti che fossero in parte assassinati dalla Donna delle Luci.
Erano passate le sette quando gli Histriones cominciarono finalmente a provare. Intanto la Clarina aveva deciso di fare a meno delle quarzine, ingestibili e troppo bianche, e di arrangiarsi con le quattro coppie di tagli – che se non altro erano di un bel bianco caldo. Era questa una prova generale o una tecnica, si domandò idly la Clarina, mentre il tango di The Aninha Theme partiva e il sipario si apriva sulla scena illuminata obliquamente dal controluce. E se era la generale, quando avrebbero fatto la tecnica? Ma se era la tecnica, quando avrebbero fatto la generale?
Immaginate che si tratti dei due sullo sfondo. “Se fai solo finta di recitare, io non riesco a risponderti…”
Qualunque cosa fosse, era nata sotto una cattiva stella. Le sequenze di movimento non funzionavano; le voci erano rauche; la Primadonna desiderava, non incomprensibilmente, risparmiare la voce per la rappresentazione – e l’attore che prima aveva fatto i capricci con la Clarina non era punto d’accordo; il mixer audio funzionava ma non troppo, con discreto pregiudizio delle musiche; il controluce non si lasciava gestire; una discreta fetta degli Histriones sembrava avere smarrito il concetto di ingresso in scena e quello di uscita; la Clarina sperimentava con i suoi tagli e la Regista se ne innervosiva; ci furono interruzioni, riprese, scambi di… er, linguaggio, atti di ribellione, strilli sul palco, sussurri tra le quinte, sguardi biechi, incidenti, inciampi, modifiche dell’ultimo istante, momenti inconsultamente shakespeariani…
In fondo al teatro, nello sgabuzzino della consolle, la Clarina tormentava la sua Vita di Shakespeare in miniatura, e invocava lo Spirito del Bardo, e si sentiva viepiù acida.
Ma intanto si erano fatte le otto e mezza passate, e il coro che doveva aprire la serata cominciava ad arrivare, e gli Histriones dovettero cedere il palco prima di avere finito la prova, e si avviarono nei camerini per cambiarsi.
Alle nove e qualcosa la Clarina salì sul palco a scambiare i convenevoli di rito con l’assessore che introduceva la serata, ringraziò la compagnia ospite e Trivero tutta che devolvevano il ricavato della serata alle associazioni culturali del Mantovano terremotato, introdusse brevemente Aninha e poi scese in platea ad ascoltare il coro.
Ora, vedete, sul fatto del coro gli ospiti erano stati abbastanza misteriosi. Per settimane gli Histriones avevano domandato più o meno obliquamente che cosa cantasse il coro prima di Aninha – e il fatto di non riuscire ad avere risposta li aveva un nonnulla allarmati. Per di più, trovando quattro chitarre sul palcoscenico, i nostri eroi erano giunti alla conclusione di non doversi aspettare cori risorgimentali – ma il vostro Narratore confesserà che, pur credendosi preparata a qualunque sorpresa, la Clarina sobbalzò un nonnulla quando il Coro Parrocchiale di un’altra frazioncina ancora avviò il suo programma di musica leggera: Battisti, Celentano, gli 883 e via cantando, arrangiati… be’, non c’è altra definizione: arrangiati per coro parrocchiale.
E così fu che Aninha andò in scena dopo Celentano – qualcosa che nessuno degli Histriones si era mai aspettato.
Ma insomma, andò in scena.
Buio in sala, Aninha Theme, sipario, la più lieve ombra di tagli bianchi sui tangheiros… “Si parte,” sussurrò la Clarina al Tecnico, nella penombra dello sgabuzzino della consolle.
E Aninha fu. E qualcosa di misterioso e bianco rotolò in scena sul fondo. E una delle coppie di tagli prese a lampeggiare prima di subito, e la Clarina dovette sopprimerla e rinunciare al suo disegno luci e improvvisarne un altro con tre coppie di tagli. E si smarrì una zucca. E Garibaldi s’impappinò un pochino all’inizio. E più di un Histrio tagliò extempore una battuta o due. E il mixer audio fece un solo capriccio – ma per farlo scelse il momento di maggior pathos…
Eppure le magagnette si notarono appena – e si notarono appena perché sul palco la Primadonna faceva scintille, trascinando tutti gli Histriones nella migliore Aninha di sempre. E lo spettacolo rotolò liscio ed efficace fino all’ultima scena. Aninha Theme, buio in scena. Applausi.
“È andata…” sussurrò un tantino incredula la Clarina, nella penombra dello sgabuzzino. Ed era andata, ed era andata singolarmente bene, e tutti erano molto felici – pubblico, e ospiti, e Histriones, e Regista, e la Clarina.
E così fu che gli Histriones raccolsero armi e bagagli, si attrezzarono per il freddo, rimontarono sul fido pulmino, risalirono su su – ma… e badate al finale perfetto: giunti alla fine dell’asfalto, parcheggiarono il pulmino e, mentre novembre trascorreva in dicembre, si arrampicarono a piedi, tra i boschi innevati,*** sotto un cielo scintillante di stelle che occhieggiavano tra i rami nudi, facendosi luce con qualche torcia, su su fino alla locanda – dove trovarono il fuoco acceso e la cena pronta. E allora mangiarono, e brindarono, e risero fino a tarda ora insieme ai loro ospiti.
E tutti, come si diceva, furono molto felici.
E qui, o miei Lettori, il vostro Narratore si congeda da voi e chiude il sipario su… Le Cronache Biellesi – ovvero Il Pulmino di Tespi.
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* E tuttavia vi prego di notare che qui, a tutti gli effetti, abbiamo il carro. Magari mancano i cavalli da tiro, ma il carro c’è.
** E qui, signori, abbiamo l’accogliente locanda. E forse potrete pensare che abbiamo avuto anche la sgambata nei boschi – ma siete in errore.
*** Ecco, adesso abbiamo avuto la sgambata nei boschi. E magari “qualche torcia” significa due cellulari – ma vi prego, non roviniamo la perfezione del momento sottilizzando…
Si può dire che me l’abbiate vista scrivere, questa faccenda. L’avete seguita – stesure, blocchi, illuminazioni, burrasche, revisioni e gioie – via piccoli bollettini e contaparole e Pinterest. E adesso è arrivato il momento.
Lunedì prossimo…
Un po’ lo sapete già – ma lasciate che vi racconti. È una storia di mare e di scrittori, o di scrittori e di mare. Una storia di gente che sceglie il mare sulla forza delle parole altrui, e poi si scontra con la realtà implacabile. Una storia di cose che non si possono avere. Una storia di tradimenti, sconfitte, vento salmastro e un certo genere di felicità trionfante.
C’è Conrad, c’è Salgari, c’è John Masefield – e c’è il mare. Anzi, il Mare, che è una signora impenetrabile e senza cuore.
E ci sono i bravissimi attori dell’Accademia Campogalliani, che portano in vita le mie parole, guidati da Andrea Flora.
E dunque, se siete da queste parti e se vi va, vi aspetto lunedì sera al Teatrino D’Arco.