scribblemania · teatro

PBD

E ci avviamo alla fine…

E l’acqua e l’inchiostro luccicano e scintillano in molteplici maniere.

E risvolti impensati fioriscono – e si rivelano perfetti.

E sarei quasi tentata di allungare ulteriormente…

Ma non, non, non lo faccio.

Credo.

Sì.

Nel senso di no.

No non lo faccio, non no non credo.

Torno a scrivere, eh?

teatro · Vitarelle e Rotelle

Come La Prendi?

Sono curioso di sapere come prendi il fatto che questa cosa prenda vita in modi non completamente controllabili, o forse del tutto incontrollabili. Sembra che tu la prenda bene,

scriveva A. in un commento a questo post in cui si parlava di Bibi & il Re degli Elefanti e si traevano conclusioni sul recente giro di repliche – e “questa cosa” era l’interpretazione registica dei miei plays.

E il commento mi ha dato da pensare. In effetti, come prendo il fatto che quel che si vede sul palcoscenico finisca quasi sempre con l’essere diverso da quel che avevo immaginato?

Come prendo il fatto che registi e attori afferrino le mie parole e le trascinino in direzioni inattese?

Come prendo questa cosa nuova che germoglia, tridimensionale e variopinta là dove prima c’erano soltanto parole sulla carta? 

Ah, well…

Credo di voler cominciare citando Shaw che, nella prefazione alle Tre Commedie per Puritani, raccontava di avere tirato infiniti accidenti ai pur bravi regista e primattore di una fortunata produzione londinese de Il Discepolo del Diavolo, colpevoli di avere stravolto le sue intenzioni al punto di indurre il pubblico a credere che Dick Dudgeon fosse innamorato di Judith.

Da bambina, quando leggevo Shaw e, a chi mi chiedeva cosa intendessi fare da grande, rispondevo “la commediografa”, la consideravo una specie di cautionary tale, e mi immaginavo a tirare accidenti a registi e attori colpevoli di fraintendimento deliberato e grave…

Ma, a distanza di un quarto di secolo e dopo diversi plays prodotti, devo dichiararmi fortunata: nessuno ha mai stravolto nulla di mio in scena. 

E nonostante questo, e nonostante abbia avuto la fortuna di lavorare sempre con registi bravissimi, se dicessi che è sempre facile, mentirei.

Perché non c’è nulla da fare: nello scrivere del teatro non si può fare a meno di metterlo in scena nel proprio teatro immaginario. Si elucubrano voci, movimenti, scene, luci, costumi e regia completa… E a lavoro finito, quando si consegna il tutto alla compagnia, quel che rimane è un’idea piuttosto precisa del tipo di vita che lo spettacolo dovrebbe assumere.

Solo che poi, nella maggior parte dei casi, non funziona così.

E voi non andate a vedere le prove, perché la regista preferisce non avere autori tra i piedi, e usa motivazioni diplomatiche tipo “non c’è, credimi, nulla di bello come la sorpresa la sera della prima.” Oppure “Voglio che tu veda lo spettacolo solo quando è completo.”

Solo che, ogni tanto, la regista stessa o l’uno o l’altro membro del cast si lasciano sfuggire un particolare…

Ed è diversissimo, ma diversissimo da qualsiasi cosa voi aveste immaginato – e siete così tentati di dirlo… ma in linea generale non lo fate.

A dire il vero, la prima volta non lo fate solo e soltanto perché non vi par vero di scrivere per questa gente, e non avete il coraggio di mettere becco… Però avete misgivings. Temete molto che non sarà come voi credete che dovrebbe essere.

Però poi…

Poi viene la sera della prima, e scoprite che la regista aveva ragione e voi avevate torto – e forse è un bene che non siate mai andati alle prove. Scoprite che il vostro mestiere è fornire la storia, le parole, e soprattutto le occasioni perché gli attori possano comportarsi in modo significativo. Il comportamento significativo, i colori e la magia in generale sono affare della compagnia.

Sono loro a portare in vita quel che avete scritto – e che diamine! Loro lo fanno da decenni, hanno le idee chiare su che cosa produrrà quali effetti sul pubblico. Sanno come cavare il meglio teatrale da quello che avete scritto. Sanno come tradurre in tre dimensioni il vostro linguaggio.

Lo sanno così bene che quello che hanno fatto finisce col prendere completamente il posto di quello che avevate immaginato.

Sul serio: mi ricordo a malapena il Bogus-ombra, serioso e un po’ solenne, che avevo immaginato scrivendo Bibi. E dapprincipio ero davvero perplessa nello scoprire che il mio impalpabile elefante sarebbe stato un attore in scena, con un costume di panno e la proboscide… E invece è perfetto, e il play ha tutto da guadagnare dal Bogus buffo e tenero e concreto, perché il mio era l’elefante immaginario visto da un’adulta – ma in scena è andato il compagno immaginario di una bambina. Infinitamente più teatrale ed efficace.

Magnifico, no? 

E molto istruttivo. E appagante – non avete idea di quanto.

E così, credo che alla fin fine la risposta sia questa, A.

La prendo con qualche trepidazione ogni volta, perché si tratta di lasciare ad altri il compito di soffiare nelle narici delle mie statuine d’argilla. E la prendo con infinito entusiasmo, perché – per quanto mi piaccia scrivere romanzi – credo che nulla batta l’aprirsi del sipario e il veder succedere quello che si è creato.

 

scribblemania · teatro

Piccolo Bollettino Diurno

Ho appena deciso che il play che per il momento chiamiamo Inchiostro&AcquaSalata (henceforward I&AS), sarà più lungo del previsto.

C’è spazio – ed è un bene, perché continua a germogliare in una direzione inattesa e mezza… E poi, e poi.

L’idea di farne la metà di un dittico comincia a sembrarmi meno attraente. Mi sa tanto che finirà, se proprio, con l’essere due terzi di un dittico. Cinque ottavi di un dittico. 

O qualcosa del genere.

E così ho aggiornato il contaparole e adesso torno al lavoro.

 

scribblemania · teatro

PBD

Sedevo in biblioteca, vagamente infelice, e fissavo lo schermo della Bestiola, e mi sentivo un po’ stupida, perché l’acqua salata non andava bene.

E non ci andava in maniera un nonnulla incomprensibile.

Voglio dire, teatro, personaggi, argomento e vicenda after my own heart – anzi, per dire il vero, un tema su cui rimugino da mesi e mesi che finalmente trova forma… e non andava bene.

Un nonnulla deprimente, non vi pare?

E allora, in un momento di esasperazione, ho aperto un’altra pagina di Scrivener, e ho cominciato un’altra scena. Una scena diversa. Una scena più avanti. John Masefield e il Mozzo sono entrati in scena e…

Miracolo!

L’acqua salata ha preso il suo corso, in quel modo improvviso che risolleva il cuore, e in men che non si dica ho completato una scena che non solo è del tutto soddisfacente in sé, ma cambia le cose con il resto del play.

Un cambiamento piccolo e significativo – che prima mi era sfuggito, ma è proprio quello che ci vuole. L’acqua salata si è riallineata, e adesso tutto va come deve andare.

Ah…

teatro

Lo Spirito Del Bardo Alla Clarina

E poi ci sono volte, o Clarina, in cui nemmeno io ci posso fare nulla – con tutto che sono lo Spirito del Bardo. E allora è inutile che tu mi supplichi di tenerti la man sul capo, o che tu indossi e cincischi in continuazione la Life of Shakespeare in miniatura che ti fa da portafortuna teatrale…

Sono lo Spirito del Bardo, o sciagurata ragazza, mica un incrocio tra Santa Rita e Superman!

Quel che posso fare è esprimermi per via di segni – e devi ammettere che non li ho fatti mancare. Di tutto è capitato in questo giro di prove: incidenti, litigi, forfaits, spostamenti d’orario, sostituzioni avventurose, assenze,  incomprensioni, date incerte, compensi dimezzati, ruzzoloni da autoveicoli adibiti al trasporto di vegetali, raffreddori, allergie, dubbi degli organizzatori, psicodrammi di varia natura… praticamente vi stavo abbattendo uno per uno… che potevo fare di più – a meno di ricorrere all’omicidio?

Una compagnia appena più assennata avrebbe colto lo hint e trovato una scusa per defilarsi. Ma no, voi no. Avete persistito con l’inscalfibile pervicacia di un branco di lemming – e non venirmi a dire, o Clarina, che non è colpa tua. Quando la sapiente Atena ha dovuto rinunciare, non hai forse accettato di coprire il buco? E quando siete rimasti senza la fida nutrice Euriclea a tre giorni dalla rappresentazione, non sei stata forse tu a suggerire una soluzione di ripiego che prevedeva, of all things, del playback?

Per cui, quando domenica mattina ti sei ritrovata nel bel mezzo di una piazza assolata, davanti a un tappeto di un rosso che interferiva con la navigazione aerea, circondato da colonne doriche di polistirolo e appoggiato contro una rumorosissima fontana, avrei anche potuto commuovermi davanti al tuo sgomento. Avrei potuto – ma non l’ho fatto perché, o insensata creatura, eri colpevole quanto e più degli altri.

E poi, se anche mi fossi commosso, che avrei potuto farci?

Che avrei potuto fare mentre rinegoziavi entrate, uscite e movimenti con metà del tuo cast? Che avrei potuto fare mentre l’altra metà del tuo cast tardava, tardava e tardava per i più svariati motivi? E, bada bene, non solo gente veterana ed esperta, ma anche qualche nuova leva disperatamente bisognosa di un’ultima prova?

Che poi, diciamocela tutta: tu per prima eri disperatamente bisognosa di un’ultima prova, perché avevi ereditato il ruolo da poco, perché eri nervosa come tre gatti in un sacco, perché c’erano treni merci di cose che volevi sistemare, perché continuavano a chiederti perché non volevi le lance in scena, perché alcune fette dello spettacolo non erano mai state provate – ma proprio mai, non una singola volta…

E che avrei potuto fare mentre chiosavi un copione annotato a beneficio della persona fortunosamente reclutata per badare alla musica – visto che tu, essendo in scena, non potevi occupartene?

E che avrei potuto fare quando, finalmente riunito il cast nell’aula consiliare del locale municipio (of all places…) ha avviato uno stracciolino di prova, se così vogliamo chiamarla, e le tre fanciulline che facevano le ancelle di Penelope continuavano a sgusciare via appena le perdevi di vista per andare a truccarsi in bagno?

E a questo proposito, chi l’avrebbe detto che, anatrella che non sei altro, sapessi come si fa ad amministrare una sfuriata? È proprio vero che l’ira della gente che si arrabbia di rado fa più effetto… Ammetto che è stato divertente vedere come tutti ti giravano attorno in punta di piedi, dopo.

E tu continuavi a cincischiare il tuo ciondolo shakespeariano, ma ripeterò ancora una volta: che potevo farci?

Lo Spirito del Bardo non ha controllo sull’affluenza agli spettacoli. Non è colpa mia se c’erano quattro gatti seduti sulle sedie (pochine) che i municipali avevano disposto al di là della strada. Né è colpa mia se, sulla strada lasciata libera, la gente seguitava a passare a piedi e in bicicletta, mangiando il gelato e facendo conversazione… Non sono, o Clarina, un vigile urbano.

E a proposito, ti sei accorta che avevi un occhio molto più truccato dell’altro? Ma forse nessuno se ne è accorto. Forse erano tutti ipnotizzati dall’arancione vivido del tuo peplo. Atena, la dea dell’ANAS. Che poi, a dire il vero, una volta visto sul tappeto rosso, quasi non si notava nemmeno quello…

Ma non divaghiamo, non divaghiamo.

Lo Spirito del Bardo non ha controllo nemmeno sulle campane. A nessuno era passato per il capo di avvertirvi che alle cinque in punto le campane avrebbero cominciato a squillare con gaio abbandono sopra le vostre teste – continuando per non meno di cinque minuti, mentre tu cercavi d’impedire ai tuoi attori di cercar di farsi sentire lo stesso…

Probabilmente è stata una buona idea ricominciare daccapo. Anche se il vento e l’acqua…

Ma si capisce che lo Spirito del Bardo non ha controllo nemmeno sul vento che soffia nei microfoni, né sul chioccolare delle fontane – che i microfoni stessi raccolgono con micidiale sensibilità. E parlando di microfoni, no: lo Spirito del Bardo non ha un briciolo di controllo nemmeno sui fonici che si prendono su e vanno a passeggio durante gli spettacoli, e meno ancora sugli archetti che non funzionano, trasformando Telemaco, Demodoco, la spudorata Melanto e, a tratti, anche la sapiente Atena, in mimi a tutti gli effetti pratici.

Per non parlare delle colonne doriche di polistirolo che rotolano come birilli alla minima provocazione… oh, non te n’eri accorta? Sì, forse eri in scena, quando è successo alle tue spalle. Due volte. I tuoi le hanno rincorse e rialzate. E non so se vuoi sentirtelo dire, ma è stato spassosissimo. E, ça va sans dire, anche su questo lo Spirito del Bardo non ha controllo.

Sui tuoi attori che, incuranti dei tuoi cenni frenetici a bordo tappeto, sbagliavano un’entrata e un’uscita dopo l’altra e recitavano da un pochino a orribilmente al di sotto delle loro possibilità, avresti dovuto avere più controllo tu.

Vero: non avevate provato abbastanza, e c’era troppa gente nuova, e avevate dovuto modificare troppe cose all’ultimo momento – ma lascia che te lo dica, o ragazza: non è che aveste proprio sempre l’aria di sapere quel che facevate.

Oh, e le lance.

Avresti potuto anche aspettartelo: a M. & C. (associazione a delinquere) le lance in scena piacevano proprio tanto – no matter che tu avessi detto di no, no e no. Per cui i Proci che cercavano disperatamente le armi e le avevano bene in vista sono riusciti più che un po’ buffi. E sì, so che, avendo ripetuto più e più volte che non volevi lance in scena ti aspettavi che non ci fossero lance in scena, e so che te ne sei accorta solo al momento fatidico, con un tuffo al cuore…

Di nuovo, avrei potuto commuovermi – ma non l’ho fatto. Serves you right. Così impari a dare per scontato che la gente faccia quel che dice la regista supplente…

E quindi sappi, o Clarina – ma direi che lo sai già – che i pochi applausi che avete preso erano più di quanto meritaste. Credo che il pubblico si sia intenerito un pochino per la combinazione di débacle fonica e campane. Quelle, dopo tutto, non erano colpa vostra.

Il resto sì.

Per cui, alla fin fine, tutto quello che puoi fare di questa esperienza raccapricciante è trarne insegnamento. Si spera che tu e la compagnia tutta abbiate imparato che a volte, se è appena possibile, è il caso di dire di no. Che chiunque abbia detto che Lo Spettacolo Deve Andare Avanti si sbagliava. Che quando non si è pronti non si è pronti. Che non si può sempre far conto sui miracoli dell’ultimo istante.

Che quando lo Spirito del Bardo si danna a far piovere segni inequivocabili, forse è il caso di dargli retta.

E sì, tu l’avevi detto, e non una volta sola, ma è chiaro come il giorno che non l’hai detto con sufficiente energia, non credi? E sperando che, se non è stato piacevole, sia stato almeno istruttivo, prende congedo e ti augura giornate con meno travasi di bile,


Lo Spirito del Bardo

 

 

angurie · teatro

Eureka – In Un Certo Senso

Vi ricordate i miei appunti scomparsi?

Gli appunti per A Soul for Cunning (e dannazione, devo davvero strologare un titolo diverso), quelli che mi sarebbero serviti disperatamente un paio di mesi fa, e che sembravano essersi volatilizzati nel nulla?

Ebbene, volevo mettervi a parte del finale della storia: gli appunti sono ricomparsi.

Direi che chi cerca trova – in genere quel che cercava il mese scorso – se non fosse che sono saltati fuori in tutta serendipità, mentre nessuno cercava nulla in particolare.

Sono praticamente caduti in mano a mia madre, mentre cercava di nascondere mettere in ordine un cumulo di carte in vista dell’arrivo di ospiti a cena…

Il che rientra perfettamente nel funzionamento generale di casa mia – ma, converrete – è quasi un anticlimax. A meno che non vogliamo dire che a questo punto gli appunti avevano deciso di farsi trovare.

Ad ogni modo, l’indomani – vale a dire martedì, la genitrice se n’è compasa bel bello in studio sventolando una piccola risma di fogli stampati sul verso di vecchie fotocopie di appunti di un convegno pediatrico, annotati a mano in inchiostro color ocra.

“Non sono per caso questi?” ha domandato ariosamente. E io, senza nemmeno guardarli troppo bene, ho detto di no. Figurarsi. E poi ho guardato un pochino meglio e, perdindirindina, erano proprio loro.

E sì, mi avrebbe fatto molto comodo averli prima di mandare via ASfC, che comunque ho mandato via lo stesso, dopo averci lavorato su di nuovo, in parte a memoria e in parte da zero – e non è nemmeno entrato nella short list del concorso.

Col che non voglio dire che se avessi avuto gli appunti ci sarebbe entrato, però qualche buona idea c’era. E nel frattempo me n’è venuta qualche altra. Vorrà dire che, dannatissimo titolo a parte, non ho ancora finito, con ASfC.

teatro · teorie

Il Tognin, Gl’Implumi & Lo Spirito Del Bardo

Ecco, non so se ve l’avessi raccontato, ma venerdì – otto giorni orsono – la prova generale de Il Benefico Burbero era stata un ineffabile disastro.

Gl’implumi erano fuori come altrettanti contatori del gas, il computer in dotazione funzionava come poteva (vale a dire non un granché), il sonoro non era fatto per sentirsi su casse alte un palmo, i costumi erano ancora in parte una speranza, i tempi sembravano al di là di ogni speranza, gl’insegnanti dubitavano, e io ero in vena di omicidio plurimo con l’aggravante dei futili motivi.

fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatraleChe poi, chiariamo: a me non sembravano futili affatto. Un tredicenne che non sa contare fino a trenta, un altro che sostiene di non poter reperire una camicia bianca, un altro che ti assedia chiedendoti ogni quindici secondi come fa se non ha un paio di pantaloni così e così, e una fanciulletta che non capisce il semplice atto di inspirare contrarre il diaframma e sollevare il braccio per indicare, et multa caetera similia – son cose che a me fanno anche capire Erode…

E poi gli insegnanti. Ormai sono quattro anni che faccio questo genere di laboratorio nella stessa scuola e con gli stessi insegnanti. C’è chi collabora con entusiasmo indefesso e infaticabile allegria, ma ogni benedetto anno, attorno alla prova generale, qualcuno arriva a informarmi che va malissimo, che facciamo brutta figura, che così non si può. E altri, ostinatamente seduti dietro le casse alte un palmo, arrivano ogni dieci minuti a dire che non si capisce nulla, che il sonoro è disastroso, che bisogna cambiare metodo… E sia chiaro, non è che sia andata bene, e non è che il sonoro sia la perfezione audio* – è tutto vero. Ma, cribbio, ci sono i precedenti e c’è che, in fatto di teatro e solo di teatro, ho più esperienza di loro, e c’è che la generale non è mai significativa, e c’è la Vita di Shakespeare in miniatura che porto al collo… Perché diamine non possono fidarsi quando dico che non tutto è perduto?

Ma poi, sapete, sono una lettrice di Kipling, e mi piace tanto andarmene attorno compiacendomi di non perdere la testa quando tutti attorno a me la stanno perdendo… e poi chi voglio prendere in giro? VdSiM o no, Kipling o no, venerdì me n’ero tornata a casa un nonnulla avvilita, e con la sensazione che il BB non sarebbe stato proprio l’apice fiorito della mia carriera.fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale

Dopodiché nel corso del finesettimana non avevo avuto tutto questo tempo di pensarci, se non per spiegare brevemente agli Heaney perché non potevo accompagnarli a Bologna. E a quel punto, francamente, ero troppo al settimo cielo per volermi avvilire sul BB. Immaginatemi dunque mentre mi precipito all’Istituto Nuvolari con un sorriso che interferisce con la navigazione aerea e una rinnovata fede in me stessa, negli implumi e nelle misteriose dinamiche del teatro.

E sotto la pioggia, dovrei dire.

Quando ho parcheggiato davanti all’Istituto non pioveva ancora, ma il cielo era inequivocabilmente minaccioso, ed era chiaro che saremmo stati al chiuso, nel teatrino. Ora, “stare al chiuso nel teatrino” magari suona anche bene, ma all’atto pratico significava comprimere tutto in un palcoscenico delle dimensioni di una scatola da scarpe, praticamente senza spazio dietro le quinte. Non precisamente l’ideale, con trentacinque implumi e numerosi cambi di scena…

Però avevamo un sipario. Un vero sipario rosso, per la gioia dell’implume PP, che dal primo giorno aveva espresso il desiderio di essere l’uomo del sipario – solo che il sipario non c’era… e invece, dopo tutto, sì. Ecco, qualunque cosa ne pensassero tutti gli altri, almeno PP era estatico.

E gli altri, per la mia vaga sorpresa, erano già in costume e caricatissimi.

“Profe, profe!” di qua, e “Profe, profe!” di là, ciascuno con una dozzina di domande, dubbi e curiosità, e cestini di arance, e turbanti da annodare, e vanno bene queste bretelle, e dove si mettono i direttori di palcoscenico, e R che doveva occuparsi dei cartelli non è venuto, e il volume delle casse è basso, e sono troppo truccata per fare la nonna, e quando accendo la candela, e potevamo fare nel parco che non piove, e mi fa il nodo alla cravatta, e ho lasciato a casa le scarpe nere, e come, e dove, e quando, profe, profe, profefondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale!

E com’è piaciuto allo spirito del Bardo, siamo anche riusciti a cacciare fuori tutto il pubblico e a fare qualcosa di molto simile a una prova. Una discreta prova, a dire il vero. Molto più liscia della generale, se non altro. Con tempi ragionevoli e il minimo sindacale d’incidenti…

Al punto che, all’avviarsi della musica conclusiva, M la direttrice di palcoscenico mi ha guardata con gli occhi tondi, e… “Profe! Ma siamo stati bravi!” ha mormorato. E forse bravi era una parola grossa, ma… Era come guardare qualcuno che fa il gioco del quindici, e riconoscere l’istante in cui capisce come arrivare in fondo alla partita. I pezzi cominciavano ad andare a posto…

Succede, ed è una sensazione elettrizzante – e a dire il vero sarebbe meglio che non capitasse un quarto d’ora prima di andare in scena, ma fa nulla.

“E adesso lo saremo ancora di più,” ho detto a M, ottenendo in cambio un sorrisone.

“Come, adesso?” sobbalza PP con gli occhi tondi. “Ma non abbiamo finito?”

“Questa era una prova. Adesso facciamo entrare il pubblico e lo mostriamo anche a loro.”

PP ha storto la bocca, perplesso. “Però alla fine ci danno da mangiare, vero? E già che ci siamo, che cos’è quella roba che ha al collo?”

E così, mentre in sala sindaco, presidente della fondazione, direttore didattico e assessore alla cultura si dilungavano parecchio, mentre cercavo (con modesto successo) di mantenere un minimo di silenzio dietro le quinte, ho raccontato a PP e a M e all’altro M e al nuovo uomo dei cartelli T del mio ciondolo, dello Spirito del Bardo e del fatto che il teatro non è un’occupazione assennata – nemmeno un po’.

E tutti abbiamo storto un po’ la bocca quando, memore della prova generale di venerdì, l’assessore ha supplicato il pubblico di avere indulgenza perché i ragazzi non erano attori… “Gliela facciamo vedere noi,” ha esclamato trucemente l’altro M, e il sentimento era condiviso.

Mano a mano che i minuti scorrevano (e tra un discorso e l’altro ne sono scorsi un bel po’) sono cominciati a fioccare domande di altro genere: “Profe, ho paura. È normale?” e “Profe, siamo bravi, vero?” e “Profe, ci si abitua e si smette di agitarsi?”

E allora via a spiegare sottovoce che sì è normale, e no non è paura – è adrenalina ed è cosa buona & giusta, e sì siamo bravi, e no non ci si abitua mai ma è proprio questo il bello…fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale

E che volete che vi dica? Le luci si sono spente, la musica è partita, T è uscito col primo cartello, il sipario si è aperto e la II C è entrata in scena, ha fatto la sua parte e poi è uscita, e poi è stata la volta della II B, e le scene procedevano fluide e vivaci, e il sipario si apriva e chiudeva senza intoppi, e il pubblico rideva al momento giusto, e chi era stato distratto e vago era diventato bravo, e chi era stato bravo scintillava… Lo Spirito del Bardo sorrideva su di noi, e N nella parte della piccola Lucia ha avuto un applauso a scena aperta.

Ed è vero che M (un altro M ancora) ha riso quando non doveva, e che A ha pensato di fare un salutino al pubblico prima di uscire di scena l’ultima volta, e che c’è stato un piccolo incidente con le sedie a sipario chiuso, e i fiammiferi erano vetusti e non si sono accesi affatto – ma ripeto: è andata bene, bene, bene.

fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatraleGli implumi hanno scoperto il gusto degli applausi, e un paio hanno dichiarato di voler fare teatro, e i dubitatori hanno dimenticato le loro fosche profezie, e la Fondazione è estremamente soddisfatta.

E io non voglio essere superstiziosa – davvero non voglio. Però non mi beccherete facilmente dietro le quinte senza la mia Vita di Shakespeare in Miniatura al collo. Perché sono giunta alla conclusione che a volte in teatro la logica comune non basta e non arriva. A volta, se si vuole restare anche solo remotamente lucidi ed equilibrati, non c’è altro che affidarsi alle immemorabili tradizioni, allo Spirito del Bardo e a un ciondolo portafortuna.

 

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* E potrei anche far notare che parte di questi altri sono in parte responsabili della qualità discutibile, visto che è parso loro necessario segnare il territorio impedendoci di usare la LIM giusta per le registrazioni… Ma sono dettagli.

 

teatro · Vita al Villaggio

Il Tognin In Scena

fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale

Fra venti minuti parto per andare a recuperare gli Heaney – o forse anche mezz’oretta, perché è prestino ma non vedo l’ora. Francamente, arrivo sempre agli incontri con Heaney nervosissima, e poi il nervosismo di dissolve come neve al sole appena mi ritrovo in sua compagnia. Lui e la moglie sono persone così meravigliose… Ma mi diffonderò lunedì o giù di lì, quando avrò il tempo di farlo per bene.

Ma nel frattempo c’è anche il Tognin Nuvolari, e ci siamo quasi.

Domani. Prova generale indicibilmente disastrosa, sonoro deficitario, danze della (non) pioggia, costumi ancora… mah, implumi indetermonati e vagonelli, defezione del penultimo minuto, sostituto nervosissimo, speriamo di non trovare traffico di ritorno da Bologna, Spirito del Bardo tienimi la man sul capo…

Domenica pomeriggio, alle 18 e 30.

Vi farò sapere.

Wish me luck.

E adesso, un’altra tazza di te e poi a Virgilio, con Seamus Heaney e duecento e rotti studenti. E davvero: non sono nervosa nemmeno un dodicesimo di quanto lo fossi ieri a quest’ora. 

angurie · lostintranslation · Poesia · teatro

Giornate Campali

Per quello che posso solo considerare un corto circuito organizzativo, lo spettacolo degli implumi ha finito col sovrapporsi – si parva licet – alla tregiorni virgiliana di Seamus Heaney.

Lo ripeto: si parvissima licet, ma ciò non toglie che per la sottoscritta questo significhi un sacco di triplo galoppo e un’ansia che non vi fate un’idea.

Così, per dire, adesso mi precipito a scuola a sovrintendere alla prova generale de Il Benefico Burbero  – tristemente consapevole che il sonoro è quello che è, e che parte dei costumi è ancora una questione allo stato gassoso, e che, meteo pendente, ancora non sappiamo se alla fin fine avremo una piattaforma all’aperto di sette metri per otto o un palcoscenichino al chiuso, grande come due francobolli da sessanta centesimi accostati…

E comunque poi all’una devo essere sull’attenti, pronta a partire per Bologna per accogliere gli Heaney al treno, accompagnarli in albergo a Virgilio, e poi alla vernice di una mostra e poi a cena.

E poi domani c’è l’incontro con le scuole, per il quale non ho ancora finito di preparare la mia introduzione, e non so se sia troppo sperare che Professor H. abbia scritto il testo della sua lezione, così che possa dargli un’occhiatina preventiva, e dove, dove, dove li accompagnerò domani pomeriggio, se piovono cani&gatti come sembra promettere il Tetto dell’Aeronautica? Perché naturalmente i palazzi in città li hanno già visti, e…

E non cominciamo nemmeno a pensare al terrificante fatto che non ho ancora avuto un briciolo di tempo per prepararmi alla lettura delle poesie, perché salta fuori che, nella mia qualità di interprete con formazione teatrale, dovrò anche leggere tre – o forse quattro…

Ma non sono nervosa.

Non lo sono affatto.

Nemmeno per sbaglio. Nemmeno da lontano. Nemmeno remotissimamente.

Ecco.

E adesso sarà meglio che vada a scuola, perché manca molto poco perchè sia in ritardo.

Pensatemi. Wish me luck.

E no – non sono, non sono, non sono nervosa.

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ETA – Bollettino di guerra delle 11.30:

– La prova generale è stata un disastro inqualificato.

– Le poesie sono sette. Però nessuna è di Heaney.

– È un gran bene che io non insegni per davvero.

– Seguito a non essere, non essere, non essere nervosa.