E così venerdì sera sono andata a vedere Les Misérables che, qualora non lo sapeste è la versione cinematografica del musical, e non del romanzo.
Mi ero posta ansiose domande su traduzione e doppiaggio – e invece sbagliavo: nulla di cantato è stato tradotto, a tutto beneficio dell’insieme. Oddìo, sottotitoli per sottotitoli, ho l’impressione che avrebbero potuto omettere di tradurre e doppiare anche i (non frequentissimi) parlati – e l’insieme se ne sarebbe giovato ancor di più, ma accontentiamoci così.
La povera R., che mi sono trascinata dietro, ha finto di non conoscermi quando, a film finito, ho lasciato la sala canterellando One Day More sulla musica dei titoli di coda. Poi però abbiamo incontrato A. (la bravissima Giovanna d’Arco di Bibi & il Re degli Elefanti), che ha detto di avere cantato sottovoce per tutto il film… R. si è un pochino consolata col costatare che, se non altro, c’è altra gente che soffre dei miei stessi esantemi.
E a questo punto, posso forse non mettervi a parte? Ovviamente no. E siccome non trovo il brano rilevante del film, ecco a voi One Day More, nella versione in concerto per il decimo anniversario della produzione londinese:
A titolo di curiosità, qui Jean Valjean è Colm Wilkinson, che nel film interpreta il Vescovo di Digne.
Chiacchieravo di recente con la bravissima Rossella Avanzi, primadonna dell’Accademia Teatrale Campogalliani, reduce da un lunghissimo e trionfale giro di repliche del Pigmalione di G.B. Shaw, in cui interpretava (e interpreterà ancora – se ve la siete lasciata sfuggire, tenete d’occhio il cartellone della prossima stagione del D’Arco…) una deliziosa Eliza Dolittle.
Chiacchieravo con Rossella, dicevo, e in qualche modo non si poteva non venire a parlare dei suoi personaggi preferiti fra i numerosi che ha interpretato. E, come spesso capita in queste occasioni, perché parlare con i teatranti è sempre una miniera di scoperte, Rossella ha detto molte cose interessanti e una cosa in particolare che mi ha colpito.
Qualche anno fa, l’Accademia Campogalliani ha messo in scena un bell’adattamento per le scene di Rebecca la Prima Moglie, in cui Rossella interpretava la seconda Signora de Winter. “Parte ingratissima,” mi ha detto. “Bella, ma ingratissima: dicevo metà delle battute, e il pubblico non si accorgeva nemmeno che ero lì. Erano tutti così catturati da Rebecca, che il mio personaggio scivolava in secondo piano…”
Ora, se avete letto il romanzo di Daphne DuMaurier, o anche se avete visto il film di Hitchcock, saprete che la Rebecca eponima non s’incontra mai. Rebecca è morta ben prima che la storia abbia inizio, ma ciò non le impedisce di essere, per sentito dire e per interposta persona, l’incubo della seconda Mrs. de Winter, la narratrice in prima persona e senza nome. Nell’adattamento teatrale, Alberto Cattini ha portato in scena una Rebecca fantasma che si aggira per il palcoscenico, interagisce (non molto) con i personaggi, si rivolge al pubblico… e, Rossella ha ragione, il pubblico era catturato da lei e, benché fosse una piccola parte, identificava in lei il perno dello spettacolo.
Ma credo che ci sia anche un’altra ragione per cui la povera Seconda Moglie di Rossella passava un po’ sotto l’uscio, ed è una ragione narrativa. Nel romanzo questa ragazza senza nome è, si diceva, la narratrice in prima persona, quella attraverso i cui occhi il lettore scopre il mondo infestato di Manderley, segreto dopo segreto, in una lenta catena di rivelazioni successive – di cui non vi dico nulla, nel caso in cui non abbiate mai letto il libro e decidiate di farlo. Costei non ha una personalità troppo memorabile, un po’ perché è narrativamente necessario che sia ingenua e malcerta di sé, e un po’ perché deve costituire un filtro il più possibile sottile fra il lettore e la storia. La DuMaurier aveva fatto le cose per bene, novel-wise.
E nel passaggio al palcosenico, Cattini ha conservato questo duplice carattere della Seconda Signora de Winter: da un lato è la creatura ingenua e smarrita (e forse non aguzzissima) che deve scoprire quel che c’è da scoprire il più lentamente possibile; dall’altro, più che a guardarla agire sulla scena, il pubblico è chiamato a guardare ciò che succede attraverso i suoi occhi. È con lei che percepiamo la presenza minacciosa di Rebecca, l’ostilità della terribile governante, i segreti ostinati e le furie incomprensibili di Maxim. È con lei che ci dibattiamo nell’atmosfera morbosa di Manderley – e quindi ce la dimentichiamo un po’, povera ragazza senza nome, perché, nel passare dalla pagina alla scena, è rimasta in qualche modo una narratrice in prima persona.
E non crediate che lo spettacolo non funzioni, perché non è così. È coinvolgente, e tanto più per questa immedesimazione con la protagonista, a un livello di cui lo spettatore può anche non rendersi ben conto – ma non per questo, ripeto, non funziona.
Resta il fatto che un fuzionamento di questo genere può essere un nonnulla frustrante per chi interpreta la narratrice senza nome – la donna che ci trasmette il peso malevolo e onnipresente del fantasma Rebecca. Ruolo ingrato, perché chi bada più al medium quando compare lo spirito?
Avete festeggiato, ieri sera? Avete eletto Re (o Regina) del Disordine chi ha trovato il penny d’argento nella torta? Avete danzato e festeggiato sotto i rami di vischio?
No?
Nemmeno io, a dire la verità… Però ho cenato da amici, e immagino che conti almeno un po’.
Ma d’altra parte, noi siamo tame. Ai tempi di Shakespeare sì, che sapevano come solennizzare la vigilia dell’Epifania. Magari con una commedia scrittapposta, come The Twelfth Night – or What You Will, una storia di travestimenti, inganni, equivoci, beffe e triplici nozze, perfetta per la bisogna, e probabilmente rappresentata per la prima volta a Whitehall la Dodicesima Notte del 1601, quando Shakespeare era ormai tanto celebre da scrivere per la vecchia regina in persona.
E quattrocentododici anni e un giorno più tardi, lasciate che vi proponga La Dodicesima Notte (o almeno la prima parte…) in una deliziosa versione animata – e badate alla meravigliosa voce del narratore, che è Nando Gazzolo.
E se adesso vi punge vaghezza, qui dovreste trovare il resto, e qui invece qualche versione in lingua originale.
Non sono affatto certa di credere che quel che si fa il primo dell’anno si faccia tutto l’anno, ma non posso negare che il primo di gennaio del Dodici l’ho passato leggendo un sacco, e per tutto l’anno ho letto parecchio.
Per cui, male non può fare, anche solo a titolo di motivazione, giusto?
E allora oggi ho scritto.
1375 parole.
La prima scena di un atto unico miniature. Nuovo. Il che è del tutto dissennato, considerando tutto quel che ho già in aria da finire, sistemare, lucidare e spedire a destinazione… È una storia natalizia, e si suppone che, alla fin fine, faccia parte di un trittico per fanciulli insieme ai Ninnoli di Vetro e a Christmas Joy, ed è, incidentalmente, il progetto natalizio che non sono nemmeno riuscita ad iniziare in dicembre… Ma adesso dicembre è passato. Adesso è gennaio, che è come dire un uber-lunedì, e le cose cambiano, perbacco.
Per dire, mi ci è voluto un Doodle per scoprire che ieri era il centoventesimo anniversario della prima de Lo Schiaccianoci di Çaikovskij*.
Balletto. E prima del balletto fu il racconto. Uno dei racconti di Hoffman**, Nußknacker und Mäusekönig. Poi venne l’Histoire d’un casse-noisette di Dumas, che edulcorò (un pochino) e allungò (alquanto) la storia, e da quella fu tratto l’argomento del balletto, che la direzione dei teatri imperiali di San Pietroburgo commissionò a Çaikovskij e a Marius Petipa.
Sembrava l’accoppiata perfetta di compositore e coreografo – e invece non lo fu. Petipa era abituato a fare di testa sua, così scrisse il libretto e poi spedì al “suo” compositore un elenco dettagliato e preciso di quel che voleva, indicando tempo numero di battute, segmento per segmento, thank you very much. Non del tutto incomprensibilmente, Çaikovskij non gradì quella specie di lista della spesa, e la collaborazione creativa fu… interessante, e lo sarebbe stata di più se Petipa non si fosse ammalato, cedendo parte del lavoro al suo assistente.
Ad ogni modo, il balletto venne pronto, come si doveva, giusto in tempo per le feste di Natale, e il 18 dicembre del 1892 debuttò al Mariinskij, con un cast di tutto rispetto e un direttore d’orchestra e una primadonna italiani – merce di gran moda nella Russia dell’epoca.
E adesso sarebbe bello dire che fu un trionfo, ma… be’, non lo fu affatto.
Critici e pubblico seccati ne avevano per tutti. Antonietta Dell’Era, che interpretava la Fata delle Prugne Candite, era corpulenta e tozza, la coreografia era confusa, c’erano troppi bambini in scena, il libretto era sbilenco e non era fedele a Hoffman***…
Chi ne uscì relativamente bene fu Çaikovskij: la musica piacque, per lo più, e la suite in particolare colpì l’immaginazione del pubblico pietroburghese.
In seguito lo Schiaccianoci faticò un po’ ad affermarsi, ma una volta giunto a ovest della Manica nel 1934, trovò favore e divenne rapidamente un classico natalizio, come si conveniva alla storia di giocattoli animati, dolciumi danzanti, regali di natale, fate e feste attorno all’albero – con tanto di principe incantato e padrino-stregone.
In anni recenti, ha ricevuto quell’inquietante palma di notorietà estrema – un cartone animato natalizio con Barbie per protagonista.
Ma lasciamo da parte Barbie**** e, in celebrazione del centoventesimo anniversario della prima, qualche link:
– Una bellissima edizione illustrata del racconto di Hoffmann, dall’archivio digitale della Biblioteca di Stato di Bamberg.
– E poteva forse mancare un po’ di musica e di danza? No che non poteva. Ecco qui una fettina della festa di Natale, tratta da un’edizione americana del 1977, con una coreografia che dovrebbe essere Balanchine ripreso da Baryshnikov (o forse invece è Vainonen). Ovviamente, Baryshnikov danza la parte dello Schiaccianoci. Clara è Gelsey Kirkland:
Voleste mai il balletto intero, la versione completa è qui, mentre qui ne trovate una londinese (Royal Opera House) e qui una russa al Mariinskij.
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* Non è la prima volta che lo dico, ma la trascrizione dal Cirillico è sempre un problema. Nel dubbio, faccio la cosa stupida e adotto una versione ibrida che però mi piace. Portate pazienza.
** Sì, quello dell’opera.
*** Magari si sarebbero dovuti preoccupare di più della fedeltà a Dumas, visto che da Dumas era tratto – ma è vero che, se non proprio sbilenco, il libretto è inconsistentissimo. Ma d’altra parte, che è che al balletto si preoccupa della trama? Well, I do, ma in tutta probabilità non faccio testo.
**** Ok, per gli increduli qui c’è il trailer. Sembra impossibile e invece. Anche se immagino che sia lievemente meno dissennato dell’analogo maltrattamento de I Tre Moschettieri…
Magari suonerà bizzarro, ma il fatto è che nella prima metà dell’Ottocento, nell’Inghilterra anglicana, il Natale stava cadendo in disuso.
Per secoli lo si era celebrato alla maniera medievale, seguendo la tradizione dei Dodici Giorni che, con le sue abbondanti libagioni, il vischio e l’agrifoglio, le rumorose scampagnate notturne per mettere in fuga gli spiriti e le licenze e gli eccessi della vigilia dell’Epifania, aveva colori paganeggianti, messi all’indice a suo tempo da Cromwell, poi tiepidamente recuperati ma del tutto disdicevoli nell’Inghilterra da poco vittoriana – per non parlare del fatto che dodici giorni di festeggiamenti erano costosi e impraticabili. Per cui il Natale stava diventando una festa minore, sempre meno religiosa e, a meno che non cadesse di domenica, restava giorno lavorativo (quanto meno a Londra). Attorno al 1820, Leigh Hunt ne parlava come di “un avvenimento che quasi non valeva la pena di menzionare”.
Lo si sarebbe detto destinato a scomparire lentamente, se non fosse entrato in scena Charles Dickens, che invece per il Natale, la sua atmosfera e le sue tradizioni aveva una passione incoercibile.
Il 19 dicembre 1843 Dickens pubblicò una novella che raccoglieva vecchie tradizioni e ne aggiungeva di più recenti, e descriveva una festa di un giorno solo – o magari un giorno e mezzo, considerando la sera della Vigilia -, in cui le famiglie si riuniscono in pace, letizia e buona volontà, oca arrosto e pudding vengono consumati in tanta abbondanza quanta ne consentono le finanze, si fanno giochi di società attorno al fuoco, tutti sono più generosi e chi non lo è viene visitato da spiriti di varia e non sempre rassicurante natura.
Stiamo parlando, ovviamente, di A Christmas Carol, la storia con cui un singolo scrittore* creò il Natale anglosassone come lo conosciamo – e come è in parte penetrato anche alle nostre latitudini. Le notti di Natale gelide e nevose, le riunioni famigliari, i carolers nelle strade, il rametto d’agrifoglio in cima al pudding, i regali di Natale, il giorno di vacanza, la generosità natalizia – molto di quello spirito natalizio che, se non sapessimo di meglio, potremmo credere frutto di secoli, in realtà il mondo anglosassone lo deve al buon Dickens.
Perché ne parliamo oggi e non mercoledì, che sarebbe il centosessantanovesimo anniversario della prima pubblicazione di questa novella così rilevante?
Un po’ perché centosessantanove non è la più rotonda delle cifre, ma soprattutto perché questa sera, al teatrino D’Arco, attori e allievi dell’Accademia Teatrale Campogalliani dedicheranno un omaggio a Dickens, nella forma di letture drammatiche dei capitoli natalizi de Il Circolo Pickwick e, naturalmente, Canto di Natale.
Ci sarò anch’io, a introdurre le letture parlando dell’uomo che (ri)creò il Natale.
Se siete in quel di Mantova, se vi va, se siete in vena di un po’ di buon vecchio spirito natalizio, vi aspettiamo questa sera al Teatrino D’Arco, un quarto d’ora prima che scocchino le nove.
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* Oh, d’accordo: da solo se si eccettua l’aiuto di una giovane regina e del suo consorte tedesco, che introdussero in Inghilterra l’albero di Natale.
Abbiamo parlato di crowdfunding in varie occasioni – per esempio qui – e in particolare di Kickstarter, piattaforma americana per la raccolta di fondi per progetti creativi…
E ci siamo fatti domande sulla praticabilità di un sistema del genere in Italia, e abbiamo sospirato un po’ sul fatto che, comunque, non fosse possibile avviare un progetto su Kickstarter senza essere americani o Inglesi – o quanto meno avere base negli Stati Uniti o nel Regno Unito.
Ebbene, oggi volevo mostrarvi che sospiravamo a vuoto: l’equivalente italiano esiste – e a quanto pare non da ieri.
Produzioni Dal Basso esiste dal 2005 e ha funzionato per qualche centinaio di progetti – ok, un paio di centinaia. Forse in sette anni non sono molti e, a giudicare dal fatto che al momento i progetti attivi sono trecento e rotti, la percentuale di successi non deve essere (o almeno non deve essere stata sempre) elevatissima.
Ma tant’è, questa è l’Italia, dove in linea di massima si sta a guardare se va avanti qualcun altro, e quindi immagino che il risultato sia da considerare interessante così com’è.
Probabilmente è per questo che la durata della raccolta fondi è ben più lunga di quella prevista dall’omologo americano, cui mi pare che per il resto PDB somigli abbastanza. Leggermente diverso è il sistema dei rewards, ovvero premi, gratificazioni o comunque vogliamo chiamarli. Su PDB sono del tutto facoltativi e, da quel che ho potuto vedere, non utilizzatissimi.
Mi viene da chiedermi se sia del tutto saggio. Voglio dire, Finanziare un progetto per la gloria può essere piacevole, ma forse una menzione in un elenco di contributori, una fotografia backstage, o una copia del libro farebbero sentire il potenziale finanziatore più coinvolto? A parte tutto, la gente di Kickstarter riporta un tasso di successo maggiore per i progetti che offrono rewards interessanti, e in qualche modo questo mi sembra un meccanismo che funziona su qualunque lato degli oceani.
But never mind, il punto è che il crowdfunding esiste anche alle nostre latitudini e in apparenza, col giusto genere di progetto e di passaparola, può funzionare. È un’idea consolante, in qualche modo.
E già che ci siamo, vi segnalo anche il progetto attraverso cui ho scoperto PDB.
35° Piano è un testo teatrale di Francesco Olivieri che Teatro In Rivolta intende portare in scena con la regia di Lucia Falco. Testo di attualità e regia sperimentale, si direbbe. Leggete e fatevi un’idea, e magari contribuite. L’idea di finanziare del teatro indipendente raccogliendo piccole quote è intelligente e coraggiosa – e se funzionasse, se fosse davvero praticabile, potrebbe aprire la strada a un sacco di produzioni, piccole e meno piccole, che non trovano spazio nei circuiti tradizionali.