Avete mai badato al meccanismo per cui ogni successo si porta dietro un subisso di imitazioni scritte con la penna intinta nell’ansia di salire sul carro del vincitore editoriale?
O cinematografico, in realtà – ma in narrativa è reso particolarmente spudorato da, you know, le sciagurate fascette: Il Nuovo Xxx, L’Erede di Yyy, Se Avete Amato Zzz…
Ma in realtà il meccanismo è più vecchio delle fascette, più vecchio delle colline. Why, Omero aveva i suoi imitatori. A dire il vero, non è nemmeno detto che “Omero” non stia per “un capofila fortunato e un certo numero di gente che seguiva i suoi passi”…
Ma non occorre che torniamo così indietro – almeno non oggi. Oggi parliamo di Robert Greene.
Ora, Robert Greene era uno di quegli
autori usciti dall’Università che abbondavano nella Londra elisabettiana. Master of Art a Cambridge, figlio forse di un locandiere e forse di un artigiano insolvente, Robin era arrivato a Londra dopo avere abbandonato una moglie ricca – o così racconta lui, ma non è chiaro se ci sia da fidarsi.
E una volta a Londra, frequentò con gusto i bassifondi, si prese per amante la non troppo rispettabile sorella di un brigante di strada e, in generale, si rese tanto cospicuo quanto poteva. Tra teatri, bordelli e arene per gli orsi era universalmente conosciuto per i suoi abiti color cacca-d’oca, per la barba rossa tagliata a punta e per uno spirito alquanto abrasivo. La sua intenzione era la stessa di tanti altri squattrinati gentiluomini lavati nel Cam: guadagnarsi da vivere scrivendo. Il teatro sembrava la via più facile e più redditizia, ma non è che Greene ci sapesse molto fare. A quanto pare, solo una delle sue commedie incontrò qualche favore – e le sue tragedie erano considerate repertorio da provincia. Del che Greene incolpava non se stesso, ma i tempi, la crassa stupidità del pubblico e degli impresari, la malvagità e avidità congenite degli attori e, soprattutto, la concorrenza. La concorrenza non laureata, in particolare, gli dava il mal di stomaco…
Per sua fortuna, Greene aveva, se non altro, un dono per la prosa. Da un lato i romances, storiellone melodrammatiche piene di colpi di scena narrati in uno stile che oggi definiremmo purpureo. E dall’altro i libelli. I suoi saggi sulla vita dei bassifondi, sui trucchi dei truffatori e sulle disgrazie degl’ingenui laureati nella città malvagia ebbero un colossale successo. Un successo che sarebbe bastato a mantenere un uomo di moderato buon senso… ma Greene, tra vino, gioco e donne, era sregolato persino per i laschi standard elisabettiani.
E poi a un certo punto si convertì. Per iscritto. Un Pizzico di Buon Senso Acquistato a Prezzo di un Milione di Pentimento è l’ultimo libello che, secondo tradizione, il buon uomo avrebbe scritto sul letto di morte. La diatriba è livorosissima e ce n’è per tutti, compresi gli attori e gli altri scrittori, primi tra tutti l’ateo Kit Marlowe (chiaramente avviato all’inferno…) e un misterioso Corvo Arrampicatore che si fa bello con le piume altrui – e che in tutta probabilità è Shakespeare*, quell’accidenti di campagnolo senza laurea.
Quando il Pizzico fu pubblicato, Robin Greene era già morto per indigestione (o, di nuovo, così vuole tradizione) di aringhe in salamoia e vino del Reno.
E che c’entra tutto ciò con gli imitatori?
C’entra perché abbiamo detto che Greene non aveva un gran talento per il teatro, ma non per questo non ci provava. 
Nel 1588, quando le due parti del Tamerlano di Marlowe travolsero Londra, Greene dovette masticare parecchia bile. Immaginate: al Rose si replicava all’infinito, i bambini nelle strade giocavano a Sciti e Persiani, la gente citava a gran voce Holla, ye pampered jades of Asia!, e nelle taverne i bevitori brindavano alla salute di Alleyn & Marlowe – un vilissimo attore e un ragazzino appena uscito da Cambridge…
Be’, ma perché non posso farlo anch’io? dovette dirsi Greene. Così prese il Tamerlano, lo spostò in Spagna**, cambiò i nomi dei personaggi, riscrisse – ma non troppo, mantenendo la trama pressoché identica… et voilà! Alphonsus, King of Aragon era pronto per le scene.
Pare di vederle, le altre compagnie, quelle che non potevano avere Marlowe e il Tamerlano. Venghino, siore e siori, venghino ad ammirare le terribili vicende di Alphonsus, il Tamerlano di Spagna…
E per un po’ funzionò – ma non per molto. La gente, dopo avere visto e rivisto Tamerlano, se ne andava in cerca di altre emozioni consimili, ma poi… be’, Alphonsus non era Tamerlano. E non era questione della scopiazzatura della trama – pratica pressoché quotidiana in un mondo senza diritti d’autore. Il pubblico elisabettiano non aveva particolari obiezioni alla stessa storia in altra salsa, ma era smaliziato: andava una volta e poi, constatando che i versi erano brutti, i dialoghi legnosi e i personaggi mollicci nella loro altisonanza, non tornava più.
Le compagnie provarono a portarsi l’Alphonsus in provincia, dove si supponeva che i campagnoli fossero di bocca buona, ma niente da fare. I cortili di locanda, le sale delle corporazioni e i prati delle fiere si riempivano di gente che, accorsa per vedere il nuovo Tamerlano, non si faceva scrupolo d’interrompere la rappresentazione ululando “dateci Tamerlano!”
Ma, a parte i rovelli (immaginari, lo ammetto) di Greene, avrebbe potutto funzionare. Anzi, funzionava tutto il tempo, e aveva funzionato prima, e ha funzionato dopo e, ho tanto idea, funzionerà sempre. Perché in fondo, come nascono e si ramificano i sottogeneri, se non perché, come Oliver Twist, dopo avere assaggiato qualcosa, il pubblico ne vuole ancora?
La speranza è sempre che il pubblico sappia distinguere. In mancanza di quello, si può sempre confidare che, prima o poi, il passare del tempo faccia da setaccio tra gli Alfonsi e i Tamerlani.
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* Una teoria alternativa è che si tratti in realtà di Ned Alleyn. Considerando il livore che Greene nutriva nei confronti degli attori, non è del tutto implausibile – ma resta da provare che Alleyn abbia davvero mai scritto alcunché.
** Ambientazione esotica, col brivido aggiuntivo del cattolicesimo e dell’inquisizione…

Yes, well – non sparategli nemmeno altrove, a dire il vero: a parte tutto il resto, non è carino e nemmeno particolarmente utile…
Aggiungete una figlia lievemente svanita (Rossella Avanzi), un genero sull’orlo dell’esaurimento nervoso (Luca Genovesi), un’abbondanza di porte, una cameriera sentimentale (Anna Laura Melotti), un ritratto che forse è un Rubens e una zelantissima guida turistica (Francesca Campogalliani) impegnata a condurre attorno turisti di varia e viepiù allarmante natura – e il risultato è assolutamente esilarante.
E così ieri pomeriggio (ieri sera? nel tardo pomeriggio? verso sera?) abbiamo concluso
Dangle è vanesio, malguidato e un po’ sciocco, e Sneer è perfido per il gusto di esserlo – ma gli autori? Sir Fretful Plagiary è un dilettante ultrapermaloso che plagia a tutto spiano e non lo fa nemmeno bene, e Mr Puff… Puff è un mercenario della penna che in vita sua ha scritto di tutto – dalle truffe per lettera all’ur-marketing per i banditori d’asta, dalla pubblicità sui giornali alla falsa beneficenza, dai pamphlet per conto terzi al teatro… e quando approda alla tragedia, ci caccia dentro di tutto.
Hic Sunt Histriones, il gruppo teatrale ostigliese, festeggia il suo primo decennio.
Ed erano a questo punto – non più rievocatori soltanto ma teatranti con il gusto della storia – quando sono salita a bordo nel 2009. Somnium Hannibalis, dapprima – e non sarò mai grata abbastanza per questo episodio quasi anglosassone della mia vita: alle nostre latitudini non capita tutti i giorni di vedersi portare in scena un romanzo storico – ma a me è capitato, ed è stato meraviglioso.

E in realtà questo titolo si deve a qualcosa che ancora non vi posso dire – ma è qualcosa di bello all’orizzonte… Ma ve ne parlerò presto, credo. Per oggi pesco da Sheridan (che domani, ricordate, 
Appunto. È chiaro che, se Sheridan ci scrive sopra una commedia, il problema doveva essere vivo e diffuso duecentoquarant’anni fa come lo è adesso. E adesso come allora, il guaio si è che il Pubblico, nella sua congenita e nigerrima ingratitudine, di rado la vede come Mr Puff…
E così ieri sera il sipario si è chiuso sulla trentatreesima replica de Il Fantasma di Canterville da aprile a questa parte, ed è tempo di far qualche pensiero in proposito. E allora…
Pensiero III – un cast affiatato è una gioia. Non avevo mai seguito così intensamente un giro di repliche in cui non avessi mano nel funzionamento quotidiano dello spettacolo. Well, yes, ci sono state le sei repliche di Di Uomini e Poeti a suo tempo, e questa volta ho quasi sempre fatto una minuscola introduzione, ma per il resto non avevo nulla da fare, se non sedere in fondo alla platea ad ascoltare le reazioni del pubblico o in camerino a bagolare con gli attori tra un’entrata e l’altra e osservare il caos ben regolato, le risate, i piccoli rituali, l’abilità preternaturale dei fanciulli con il cubo di Rubik, i piccoli incidenti (more on that later)… E il clima era una meraviglia. A parte tutto il resto, tutto il cast si è divertito un mondo – e questo si rifletteva sul palco e in platea. Di certo un altro motivo di successo.
Pensiero VII – non è finita. Pur con tutto ciò, non è come se fossimo riusciti ad accontentare tutte le richieste, e quindi il Fantasma ritornerà a ottobre. L’applauso che l’annuncio ha strappato ieri sera alla platea mi sembra molto, molto promettente, non credete? Sir Simon ha di che essere soddisfatto… Noi lo siamo di sicuro.
E bisogna dire che sia stata una brava bambina, perché nella calza della Befana (sort of) ho trovato una vecchia copia del bellissimo Shakespeare’s Theatre, di
La mia copia, venduta originariamente da 


Visto l’Andrea Chenier della Scala, ieri sera?