Storia&storie

Differenze franco-inglesi: una ritrattazione

Ricordate come lamentavo, nell’ultimo post, la scarsa attitudine dei Francesi a dispensare informazioni storiche?

Ebbene, o Lettori, sono qui a rettificare nel più completo dei modi!

Perché il fatto si è che, lunedì stesso, ho deciso di provare a scrivere al Musée de Montreuil sur Mer – attraverso la mail di contatto trovata sul sito della Citadelle de Montreuil*. Confesso che non speravo granché in una risposta. Era più che altro l’ultimo tentativo prima di mettermi il cuore in pace e risolvere il Capitolo VI con qualcuna di quelle descrizioni che suonano meno generiche di quanto siano. You know what I mean.

E invece…

Invece, l’indomani, mail dalla Francia: mi scrive un gentilissimo signore, storico e guida in forza al museo – e non solo mi invia una dettagliatissima mappa di Montreuil nel 1565, ma anche una serie di possibilità per i movimenti di Tom nella città. Punti d’ingresso e uscita, luoghi utili, luoghi che all’epoca erano in (ri)costruzione… E un invito a non esitare se ho altre domande. E io di altre domande ne ho, e le pongo, e Monsieur G. risponde, paziente ed esauriente, e manda altro materiale… Alla fine ho capito i miei dubbi su cittadella, città alta e città bassa, so con ragionevole certezza dove va Tom, ho capito dove sbagliavo con i profili della città, e ho di che rendere il Capitolo VI non solo plausibile e accurato – ma, si spera, tridimensionale. Di nuovo: you know what I mean.

E quindi ritratto quel che ho scritto a proposito della scarsa disponibilità dei Francesi – o quanto meno della sua qualità di carattere nazionale. Il mio amico L. suggerisce la possibilità che sia anche una questione di dimensioni, e che le istituzioni medio-piccole siano più disponibili di quelle grandi – e non è impossibile che sia così. Quel che è certo è che a Montreuil sono gentilissimi, più che disposti ad assistere il romanziere straniero in cerca di dettagli, pieni di entusiasmo, generosi con il loro tempo e la loro conoscenza. Quindi… che dire? Grazie mille, Monsieur G. È stato veramente un piacere!

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* L’altra volta ho scordato di dirvelo, ma Montreuil-sur-Mer, se vogliamo una connessione letteraria, è la cittadina di cui Jean Valjean diventa sindaco nei Miserabili.

 

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Attorno al Romanziere

john_irvingOgni tanto, a quanto sembra, la moglie di John Irving si trova su un aereo con destinazione Amsterdam, o Vienna, o altrove – e, una volta arrivata, si ritrova a visitare negozi di tatuaggi, ospedali, organi storici, pensioncine, ristoranti ungheresi e altri luoghi bizzarri. Senza sapere perché.

O meglio – il perché lo sa benissimo: suo marito è un romanziere che si documenta di prima mano. Va a visitare le città, cerca i posti, parla con la gente, fa domande… Solo che non ne mette a parte sua moglie. Non fino in fondo. Questo lo so per avere visto un documentario in cui Irving discuteva dettagliatamente il suo processo creativo, e la moglie compariva ogni tanto a raccontare come, leggendo il romanzo finito, le capiti in continuazione di “scoprire” perché siano andati nell’un posto o nell’altro, o perché abbiano incontrato la tale o tal’altra persona. E magari ogni tanto, a lavori in corso, alla signora Irving capita di chiedere qualche informazione, qualche indizio – ma ottiene ben poco.

Irving è il genere di scrittore che si tiene ben vicine le carte, e lo fa con tutti. Con l’amico medico cui si rivolge per sapere se è possibile morire in un modo o nell’altro, con gli sconosciuti che intervista per avere informazioni tecniche, e persino con i membri del suo team di ricerca… Ebbene sì: ci sono scrittori che hanno un team di ricerca, gente che trova il giusto ospedale, la giusta segheria, il giusto detective olandese, i giusti organi da sentir suonare. E però, come la signora Irving, non sa di che si tratta fino alla fine.

Mi chiedo se sia più affascinante o frustrante: beneficiare di occhiate oblique a un romanzo in corso, coglierne questo o quello scampolo, domandarsi come debbano combinarsi tra loro… E continuare a domandarselo fino alla fine – e poi, di solito, trovarsi di fornte a qualcosa di del tutto inaspettato. La consorte e l’assistente intervistate nel documentario ne parlano come se fosse divertente ed elettrizzante – ma non posso fare a meno di chiedermi, e ho la sensazione che, personalmente, diventerei matta.

Ad ogni modo, non è il tipo di tormento che io infligga ad amici, parenti e affini. agastheatre400

Anzi.

Pare che, fin dalla prima giovinezza, possieda una certa tendenza a discutere di quel che sto scrivendo. A discuterne in vasta e particolareggiata abbondanza. Con chiunque mi stia a sentire. O anche se non mi si sta poi troppo a sentire. Per quanto, negli anno, abbia fatto sforzi per imparare a contenermi, “Che cosa stai scrivendo, Clarina?”  o “E come va il romanzo, Clarina?” sono ancora domande pericolose. Pericolose nel modo per cui abbattermi a sediate, dopo un po’, si configura come legittima difesa. E stavo per dire “senza nemmeno il beneficio dei viaggi”, ma non è del tutto vero. Benché sia difficile portare alcunchì in epoca elisabettiana, ho trascinato amici e famigliari in giro per Londra inseguendo posti, ipotesi, tracce residue, vecchie mappe… Mi sono rivista in qualche fotografia, intenta a tenere concioni con un luccichio matto negli occhi…

E non lo so, ma vedendo il documentario in questione mi è sorto il dubbio: forse amici, parenti e affini preferirebbero che lavorassi à la John Irving?

 

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A Lume Di Candela

candele, luce di candela, romanzo storico, ricercaChiamiamola… boh, ricerca sul campo?

Qualche giorno fa una combinazione di guasto alla rete elettrica e giornata corta e bigia – come si conviene in vista del solstizio d’inverno, d’altra parte – mi ha costretta a un viaggetto nel tempo per un pomeriggio e parte di una sera.

Fuoco per riscaldamento e candele per luce e, una volta esaurita una batteria che per vari motivi era quasi scarica di suo, niente computer. E così ho lavorato, letto e scritto a mano nella stanza con il caminetto – e a luce di candela.

Non è che non fosse mai successo prima, ma stavolta ho preso appunti su gioie, practicalities e improbabilità dell’illuminazione a fiamma libera, e ve ne rendo partecipi. 

candele, luce di candela, romanzo storico, ricerca1) La luce di candela è fioca. Molto. Due candele accese in una stanza 5×5 arrivano agettare un cerchiolino di luce gialla grande abbastanza per una pagina e lasciano il resto della stanza nella semioscurità. A patto di tenere la fiamma bene alimentata, si legge meglio accanto al camino – a patto di sedere in basso e tenere il libro orientato nel modo giusto. E provandoci si acquisisce una nuova comprensione della storia del piccolo Kipling che si rovina gli occhi leggendo di nascosto alla luce di un fuoco magro. Nonché un nuovo rispetto per tutti quegli scrittori che hanno prodotto capolavori a lume di candela… On the other hand, anche senza voler leggere, scrivere o cucire, la quantità di luce è limitatissima. Vista da un’altra stanza attraverso una porta a vetri, la luce di due candele è un pallidissimo alone bigio, e vista attraverso una finestra da una distanza qualsiasi, ci vuole spirito d’osservazione per rendersi conto che la stanza non è al buio. Con quattro candele (un lusso sfrenato) le cose migliorano un po’, ma occorre alimentare seriamente il camino (altro lusso) per avere anche solo un po’ di quella luce dorata che “piove dalle finestre” o “splende nelle fessure della porta” in tante descrizioni.

2) La luce di candela è instabile. Voi sospirate sui tormenti del protagonista e la fiamma tremola. Voi girate pagina e la fiamma sussulta. Voi urtate involontariamente la gamba del tavolo e la fiamma vacilla. Qualcuno si muove a tre passi di distanza e la fiamma ballonzola. Qualcuno pare una porta e la fiamma sternutisce, crepita, soffia, fa del melodramma e mostra la sua disapprovazione riducendosi a un lucignolo clorotico. E tutto questo senza contare gli spifferi. Casa mia è abbastanza vecchia da avere spifferi e correnti in ogni dove – specie nelle notti di vento. E uno spiffero è sufficiente a dare le convulsioni alla fiammella. E se può essere graziosa a vedersi con le sue intemperanze, una fiammella convulsa non fa proprio nulla per facilitare la lettura. A volersela portare in giro, poi, la candela è infelicissima. Occorre proteggere la fiamma con una mano, se non si vuole che si spenga al primo angolo voltato – e salire le scale con una candela e le gonne lunghe è scomodo, pessimo per la reputazione e francamente pericoloso. Provate, o signore, a reggere candela e gonne e proteggere la fiamma con la normale dotazione di mani, senza mostrare le caviglie e senza darvi fuoco. Provate – e ricordate che proprio non volete lasciar spegnere la candela, perché una volta spenta…

3) La luce di candela è scomoda da procurarsi. I fiammiferi sono stati inventati negli Anni Trenta dell’Ottocento e commercializzati più tardi. E anche ad averli, basta che siano un po’ umidi per rendere l’operazione di accendere una candela assai poco agevole. Figurarsi con l’acciarino – ma in realtà la cosa più comune era accendere al fuoco o a un’altra candela. Il che significa che, se la candela si spegne a metà scala, non resta che andarsene a dormire nel buio pesto, oppure tornarsene a tentoni al camino o all’altra candela, riaccendere e ricominciare daccapo l’ascesa. candele, luce di candela, romanzo storico, ricerca

E tutto ciò, badate, è stato sperimentato usando candele di cera d’api, di buona qualità e con lo stoppino industriale che non è necessario smoccolare. Figuratevi quando si trattava di candele di sego o, peggio ancora, di stoppini di giunco immersi nel sego – e quelli avevano tutta una collezione di problemi di durata, di colature, di odori…

Ma per il sego credo che mi fiderò dei romanzi altrui, perché non sono certa di voler fare la prova.

Non credo proprio.

Non penso…

O Forse…

Magari una volta sola…

Hm. Qualcuno ha idea di dove potrei procurarmi una candela di sego?