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Di Zelo e di Passione

SchoolgirlE. pare aver trovato da divertirsi con il mio post a proposito di emozioni.

Il divertimento viene da anni di precedenti – in privato e in pubblico – a proposito della mia… anemozionalità narrativa? Sì, immagino che sia una definizione passabile: una certa qualità freddina della mia scrittura, una tendenza a far sobbalzare la gente sostenendo che scrivere non è questione di aprirsi le coronarie e versarne il contenuto sulla carta…

“Hai una mentalità da non-fiction,” dice E. “Anche quando scrivi narrativa.”

“Ah, ma in realtà io credo che un eccessio di emozione&passione sia deleterio anche in fatto di non-fiction,” ho detto io. “Ci farò un post.” E questo è il post. E abbia pazienza, E. – ma dobbiamo prenderla da lontano.

Allora, avevo dodici anni e il tema era “Un posto che ami particolarmente”. Oh letizia, oh contento! Avendo appena avuto il permesso di usare come studio una stanza vuota a casa di mia nonna – e di sistemarla come volevo – non mi pareva vero di poter scrivere un po’ in proposito. Mi dilungai per una quantità invereconda di fogli protocollo, descrivendo amorevolmente ogni libro sugli scaffali, ogni disegno e quadretto che avevo appeso alle pareti, ogni ninnolo su ogni mobile… Non avete idea di quanto ci rimasi male quando questo labour of love mi fruttò il voto più basso che avessi mai preso in un tema.

Fu il mio primo scontro con il fatto che troppo coinvolgimento nuoce gravemente alla salute della scrittura…school-book-swscan07510-copy-2

L’anno successivo, all’esame di terza media, tutti gli insegnanti si aspettavano da me un peana sulla Cavalleria Rusticana in playback in cui avevo interpretato Santuzza con un trasporto degno di miglior causa, e invece scelsi il tema sul significato delle Olimpiadi. Tutto si poteva dire di me, ma non che non imparassi dai miei errori: a un quarto di secolo di distanza, ricordo precisamente la Clarina tredicenne che vorrebbe proprio tanto scrivere dell’opera, ma decide di non giocarsi il tema d’esame per eccesso di passione.

Qualcuno a questo punto sghignazzerà concludendo che, a un quarto di secolo di distanza, con quella che qualcuno definisce la mia scrittura un tantino asettica, sto ancora pagando lo scotto di quel trauma infantile. Sghignazzi pure, questa gente, ma mi lasci illustrare ulteriormente il mio argomento.

Nel corso degli anni mi è capitato, per varie ragioni, di riprendere in mano due letture ginnasiali: i Promessi Sposi, che mi avevano lasciata indifferente, e l’Eneide che avevo proprio detestato. In entrambi i casi ho rivisto il mio giudizio, adorando Manzoni (mostly) e rivalutando – seppur con minore entusiasmo – Virgilio. E sì, bisogna considerare i vent’anni intercorsi e la mia mutata prospettiva, ma in entrambi i casi la mia giovanile insofferenza si può attribuire in parte ai commentatori troppo… appassionati.

eneide.jpgRenato Bacchielli, aulico traduttore in endecasillabi dell’Eneide, con le sue infinite effusioni liriche sull’elevatissimo carattere morale di Enea, sulla nobiltà del sacrificio di tante giovani vite e sulla luminosa sensibilità precristiana* di Virgilio, era un tantino insopportabile. Da adulta riconosco la sua passione per il poema e il fallimento dei suoi eroici sforzi di obiettività e li trovo solo un po’ irritanti. A quattordici anni detestavo di cuore, e probabilmente detesterei ancora se nel frattempo non avessi sperimentato di persona quel genere di ossessione.promessi%20sposi.jpg

Leone Gessi, poi, bellicoso e condiscendente insieme, con la lancia sempre in resta contro ogni pur timida critica nei confronti del Manzoni, è il tipo di commentatore che provoca travasi di bile. Come il re d’Inghilterra, Don Lisander can do no wrong agli occhi del buon Leone, che diventa specialmente acido con quei critici che si sognino d’ipotizzare un qualche eccesso di angelicità&soavità in Lucia o un filo di soverchia pietà religiosa. Considerando che Lucia Pefettissima Mondella e le dosi da cavallo di Provvidenza&Carità sono i due singoli aspetti dei PS che proprio non digerisco**, ancora oggi Leone Gessi riesce ad inquinare il mio apprezzamento del romanzo. Vedo bene (come non vedevo a quindici anni) che a trascinarlo sono lo zelo cristiano e la passione letteraria in parti uguali, ma ciò non mi rende più simpatico lui e a tratti, cosa più grave, rischia di mandarmi di traverso i PS.

In entrambi i casi, non posso fare a meno di pensare che un pizzico di distacco in più, un filo di emozione&passione in meno e qualche parvenza di obiettività avrebbero permesso alla giovanissima Clarina di farsi un’idea personale senza sollevare il suo spirito di contraddizione. E non importa che scrivere sia scrivere e commentare sia commentare. Sometimes less is more è un adagio molto, molto saggio in più di un senso.

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* His words, not mine.

** Merita menzione anche la conversione dell’Innominato, ma consideriamola compresa nel capitolo Provvidenza&Carità.

grillopensante · Vitarelle e Rotelle

Provvidenza 2, Peste 0

PSvotoParlavasi di romanzi storici… oh, right: da queste parti ne parliamo spesso – ma, di recente, se ne parlava qui. E, nei commenti, con B. si strologava sui Promessi Sposi – che piacciono a entrambe, ma a B. più che a me. E mugugnavo, come di consueto, per la conversione dell’Innominato, per Santa Lucia Perfettissima Mondella, per il Cardinale Borromeo – e per l’onnipresente Provvidenza&Carità…

Tutto vero, ha risposto B. – ma soprattutto:

per me la cosa più inaccettabile ed inverosimile resta la sopravvivenza alla peste dei nostri. Considerando come l’epidemia falcidiò la popolazione europea, lo trovo assai improbabile…

A ben pensarci, da un punto di vista medico e statistico, B. ha tutte le ragioni: proprio loro due devono sopravvivere separatamente e poi ritrovarsi giusto in tempo per la pioggia salvifico-batttesimale? Improbabilino anzichenò – e tuttavia…

Non ricordo se abbiamo già parlato della Hermiston Theory di Stevenson… forse un accenno a proposito del Capitan Fracassa? Ad ogni modo, a proposito del suo incompiuto Weir of Hermiston, Stevenson sosteneva che, per andare a finir male, una storia deve cominciare a finir male dalla prima pagina.

rlsNon perché le sciagura debbano cominciare a capitare a pagina 1 – ma perché, nel raggiungere la fatidica paroletta di quattro lettere, il lettore deve scuotere malinconicamente il capo e dirsi che sì, in realtà non poteva finire diversamente… C’è dunque una specie di forza di gravità, nelle storie, che inizia presto a rotolare a valle, verso un certo tipo di finale?

L’editore Charpentier e la moglie di Theophile Gautier sostenevano di sì: come poteva un libro scintillante e gaio come Le Capitaine Fracasse finire con un desolato suicidio nella cripta di famiglia? Era orribile, sosteneva Mamade Grisi. Avrebbe sconcertato i lettori, diceva Charpentier. Stevenson non era ancora nato, all’epoca, ma di lì a qualche decennio l’avrebbe pensata allo stesso modo.

Come poi questo dovesse applicarsi a Hermiston non è chiaro, perché il romanzo è rimasto incompiuto… Il protagonista Archie Weir, malinconico sognatore d’animo gentile, sembra appartenere alla schiera di coloro che non sono equipaggiati per prosperare… Se dovessi dire come inizia a finire questo libro, direi: maluccio. Roderick Hudson

Quella gente come Lord Jim, come James Sands, come Daisy Miller e Roderick Hudson*, come Enjolras e compagnia, come Johnny Nolan: li incontriamo e, senza nemmeno accorgercene, cominciamo subito a farci un’idea. Qualche capitolo, e ne siamo certi: non può finir bene. Doomed people. Mi viene in mente la volta in cui, qualche decennio fa, leggendo il primo capitolo della prima stesura di un mio romanzo, un amico arrivò al punto in cui entrava in scena uno dei protagonisti e, dopo una riga di descrizione, profetizzò: “Hm. Questo qui muore giovane.” Ed essendo una fanciulla ingenua e acerba, spalancai gli occhi in tutta sorpresa – perché era assolutamente vero…

Ma d’altra parte, non è soltanto questione del personaggio: è la storia nel suo complesso, è l’atmosfera, sono le idee su cui la storia è costruita. Poteva Sigognac, dopo varie centinaia di pagine di scanzonate avventure, lasciarsi morire tra le tombe degli antenati? Poteva Lord Jim, dopo aver dato tante disastrose prove di non saper venire a patti con la realtà, invecchiare felice insieme a Jewel? Ed ecco allora che torniamo ai Promessi Sposi: poteva Manzoni, dopo averci assicurato ad nauseam, che la Provvidenza bada alle sue pecorelle, lasciar morire di peste Renzo o Lucia – o entrambi?

PSFinePoi va detto che in tutto ciò c’è probabilmente una vasta quantità di senno di poi, e che un lettore smaliziato sa riconoscere i segni molto presto, e che non è sempre stato così – e che, stando ai famigliari, Stevenson aveva in mente un lieto fine per Archie e Christina…**

Ma a quest’ultimo particolare non so se credere. Può lo scrittore che teorizzava il finale triste da pag. 1 aver pensato di far prosperare Archie Weir? Ne sarei un pochino delusa – allo stesso modo in cui, pur sopportandola pochino, sarei molto sconcertata di veder morire di peste Lucia Perfettella.

Voi che ne dite, o Lettori? Ci sono storie che secondo voi non potrebbero finire altrimenti? E storie che invece dovrebbero?

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* Isabel Archer, on the other hand…

** Mi par di ricordare che a qualche punto la BBC ne abbia tratto uno sceneggiato. Sarei curiosa di sapere come finisce.

teatro · Vitarelle e Rotelle

Di Madri Single e di Zuccheriere

Loc4
Capita, per varie ragioni, che si venga a riparlare di Compagni d’Ombra/Bibi e il Re degli Elefanti, e “Ma questa bambina non ce l’ha un padre?” mi domanda M.

No, spiego che non ce l’ha. Era originariamente previsto, ma poi è stato cassato perché non c’era lo spazio né la necessità di portarlo in scena.
“Ma potevi almeno nominarlo,” insiste M. “Come si parla del nonno, perché non parlare anche del padre?”

In realtà no, non lo si poteva nominare. Se ci fosse, il padre dovrebbe essere lì quando fanno il trapianto di midollo a sua figlia, oppure avere delle ottime ragioni per non esserci – ragioni che andrebbero dettagliatamente spiegate.
“Magari lavora all’estero,” suggerisce M. – ma francamente non basta. Da che diamine di lavoro non può prendersi qualche giorno per il trapianto di sua figlia? Con M. ci siamo lanciati in speculazioni selvagge – piattaforma petrolifera? Stazione spaziale? Negoziati di pace? Spionaggio? – ma il fatto è che tanto la sua presenza quanto, in alternativa, le spiegazioni dell’assenza, appesantirebbero inutilmente la vicenda. I nonni, on the other hand…  Be’, ok: in origine non se ne vedeva nemmeno l’ombra, ed erano dove sono per l’ottimo motivo che un loro problema di salute costringe la madre di Bibi ad assentarsi la notte prima del trapianto: era un particolare importante che faceva procedere la storia, e al tempo stesso giustificava perfettamente il fatto che i nonni non si vedessero mai in scena.

Poi, quando si è trattato di aggiungere un quadro alla versione lunga, ho considerato l’ipotesi di aggiungere il padre, ma non l’ho fatto. Per quello che volevo fare la nonna funzionava meglio, e poi le questioni matrimoniali dei genitori avrebbero inevitabilmente spostato il baricentro della storia da dove volevo tenerlo… Così niente padre. Nessuno lo nomina mai, e il pubblico è libero di decidere se la madre di Bibi sia single, maldivorziata o vedova…

Dopodiché M. è professionalmente predisposta per considerare valido l’argomento del baricentro narrativo – e nondimeno, “Ma povera donna!” ha commentato “Figlia malata, madre con l’ictus e pure vedova da giovane?” Vero anche questo, per cui magari vedova no. Inclino per l’opzione madre single. Ma d’altra parte, diciamo la cinica verità: non ci dispiace ancora di più per lei, sapendo che non ha nemmeno un marito a cui appoggiarsi?*

Ricordo di avere letto che Renzo Tramaglino è orfano di entrambi i genitori, mentre nessuno – ma proprio nessuno – spende mai un pensiero per il padre di Lucia. Una genitrice su quattro è un personaggio favoloso e un caposaldo della trama; due (distribuiti in qualunque modo) avrebbero sollevato simmetrie o asimmetrie e conseguenti necessità di divagazioni; tre o quattro sarebbero stati d’ingombro. Manzoni ha scelto la soluzione più elegante, quella che giova meglio alla struttura del romanzo e che si spiega perfettamente con l’aspettativa di vita dell’epoca.PP
Infine, una rimembranza d’infanzia. Nel delizioso Penny Parrish, di Janet Lambert**, durante le prove di una commedia, il regista raccomanda alla protagonista eponima di non girare per il palco portando la zuccheriera a tutti i membri della famiglia. “A nessuno importa se la zia Carrie beve il caffè amaro, e andando da lei impalli un sacco di gente.” Lo zucchero della zia Carrie sarebbe un particolare realistico, ma è innecessario e nuoce alla scena? E allora lo zucchero della zia Carrie è destinato all’oblio – perché la logica interna della narrazione, se è abbastanza solida, diventa una specie di realismo interno, che (e tanto più a teatro) finisce per essere più importante del realismo assoluto.

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* E se è vero che tutto quel che è sulla pagina deve servire a tutti gli scopi possibili, mi piace proprio questo padre, che nemmeno c’è e serve ad aggiungere uno strato di ricatto morale… Che pessima gente questi scrittori, eh?
** Invece di parlarvi di Penny Parrish, vi rimando a questa recensione – che condivido in pieno (a parte il fatto che non ho più ripreso in mano PP da molto tempo). Tra l’altro, se non siete rabidly antiamerican, potete sorridere al commento con l’interpretazione complottista – la cui autrice, a decenni dal Piano Marshall, ci penserebbe bene prima di far leggere un libro simile a sua figlia…

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libri, libri e libri

Gente Di Un Solo Libro

Non c’è unità d’interpretazione su cosa di preciso volesse dire San Tommaso d’Aquino quando affermava di temere l’uomo di un solo libro – personalmente propendo per la lettura secondo cui una varietà di fonti di conoscenza è sempre più sana, ma in realtà non è questo il punto.

Il punto oggi sono gli autori di un solo libro.

O meglio, bisogna precisare, perché la definizione va presa in senso lato e il genere si differenzia in più di una specie.

emily brontëC’è Emily Brontë, per esempio, che di romanzi ne scrisse davvero uno solo, per il drastico e inoppugnabile motivo che poi morì. Wuthering Heights, inizialmente bollato dai critici come il rozzo sforzo di un illetterato giovanotto dello Yorkshire, fu un successo colossale – in parte forse proprio per le corrispondenze tra l’autrice e i suoi personaggi: una giovane donna solitaria e ostinata, con due sole passioni: la desolazione ventosa delle brughiere e le sue storie… A questa immagine di Emily contribuì non poco Charlotte, che descrisse l’adorata e defunta sorella alla sua prima biografa, Mrs. Gaskell in termini alquanto idealizzati. Ed ecco Emily, the wild child of genius and nature, col suo capolavoro perfettamente spontaneo e irripetibile. Tutto molto romantico, ma leggendo lettere e diari ci si fa l’idea di una ragazza un nonnulla bisbetica, chiusa nel suo mondo immaginario oltre ogni ragionevolezza – per non parlare del fatto che WH fu preceduto da una quantità di scritti giovanili e di poesia. Leggenda e Mrs. Gaskell vogliono che Emily stesse lavorando a un secondo romanzo, il cui manoscritto incompiuto bruciò poco prima di morire. Affascinante ipotesi, ma chi può dire? 379px-Spanish-tragedy.gif

Diverso è il caso di Thomas Kyd, di cui può esserci ogni numero di opere, solo che non lo sappiamo. Thomas Kyd, vedete, era un drammaturgo elisabettiano (e sì: sapevate che saremmo arrivati a queste latitudini storiche, presto o tardi). Kyd era un contemporaneo degli University Wits senza essere uno di loro. Figlio di uno scrivano e in tutta probabilità scrivano a sua volta, non andò mai (gasp!) all’Università e, per quanto ne sappiamo, scrisse una sola tragedia – ma non una qualsiasi. Hieronimo, or The Spanish Tragedy, è la madre di tutte le storie di vendetta elisabettian-giacobine, un affare turgido e truculento come pochi, e un campione d’incassi a suo tempo… E poi che accadde? Possibile che l’uomo capace di travolgere le scene londinesi in questa maniera si fermasse lì…? Be’, poi accadde Marlowe, autore migliore e amico pericoloso – visto che le torture subite nel corso dell’inchiesta sul terribile Kit condussero Kyd a una morte prematura nel 1594. E con la morte venne l’oscurità: non ci ricorderemmo nemmeno di lui, se non fosse per le carte del processo Marlowe e se, a fine Settecento, uno studioso inglese non avesse scovato un’unica e postuma attribuzione secentesca della Spanish Tragedy. Ed è più forte di me: non so scrivere del povero Kyd se non in questi toni vagamente funerei. In realtà ci sono tentativi di attribuirgli altre opere, ed è difficile pensare che non abbia mai collaborato con altri o modificato lavori altrui, ma si sa come va con le attribuzioni elisabettiane, vero? Per tutti quelli che si ricordano di lui, Kyd è solamente l’uomo della Spanish Tragedy.

Manzoni.jpgDi Manzoni, per contro, sappiamo tutto, ma siamo sinceri e brutali: chi si floccipende granché della Storia della Colonna Infame, degli Inni Sacri, del Conte di Carmagnola e anche dell’Adelchi? Sì, tutti abbiamo studiato a memoria Il Cinque Maggio e abbiamo “Ei fu…” piantato tra i lobi come un riflesso automatico, ma in realtà Don Lisander è l’uomo dei Promessi Sposi, pilastro della letteratura nazionale dalle molteplici edizioni, grondante acqua dell’Arno, croce e delizia di generazioni di ginnasiali. Oltretutto, è davvero l’unico romanzo del suo autore, per cui la definizione regge più che in altri casi. carlo collodi, pinocchio

Per esempio ben più che per Collodi, che tutti ricordano solo per Pinocchio, ma che in realtà scrisse treni merci di altra roba. Epperò alzi la mano chi ha mai letto titoli come Il Regalo del Capo d’Anno o La Lanterna Magica di Giannettino… Suppongo che sia un po’ come per quegli attori che interpretano un film di enorme successo e poi non riescono più a scrollarsi di dosso quel ruolo, à la Mark Hamill, per dirne uno.

emily brontë. cime tempestose,manzoni,i promessi sposi,thomas kyd,the spanish tragedy,collodi,pinocchio,pat o'sheaE poi può esserci il caso di gente che, nel bel mezzo di una carriera senza lampi, produce una singola gemma. Vi ricordate di Pat O’Shea, l’Irlandese che scrisse La Pietra Del Vecchio Pescatore? Ecco, Pat O’Shea le provò tutte: era una mediocre autrice teatrale, non combinò nulla come autrice televisiva, produsse un certo numero di racconti senza lode e senza infamia e non riuscì mai a pubblicare il suo romanzo a fumetti. Però poi cominciò a lavorare su un romanzo per bambini basato sui miti irlandesi. Non perché volesse pubblicarlo in particolare – a quello credeva di avere rinunciato – ma perché voleva farlo, per se stessa e per i suoi. E ci lavorò per 13 anni, e alla fine il risultato fu il meraviglioso, incantato, poetico The Hounds of the Morrigan, ovvero La Pietra Del Vecchio Pescatore, uno dei più bei romanzi fantasy che abbia mai letto. Nonché un bestseller internazionale, se ve ne ricordate. E poi, in una svolta à la Emily Brontë, anche la povera Pat O’Shea morì mentre scriveva un seguito – però senza bruciarlo.

Insomma, non sarebbe stata un’autrice di un solo libro, se ne avesse avuto il tempo, e non è che non ci avesse mai provato prima. Lo stesso vale per Emily. E il povero Kyd in tutta probabilità non lo era affatto, né lo erano Collodi e Manzoni, o tutti quegli autori che pur conosciamo per un titolo solo, come Lady Caro Lamb per Glenarvon, o Mary Shelley per Frankenstein

Perché il fatto è, io credo, che nessuno si sveglia una mattina, scrive una gemma di libro out of the blue, depone la penna e non ci pensa più per il resto della sua vita. Per scriver gemme bisogna avere prima scritto molto vetro colorato, e dopo aver scritto una gemma, chi non vorrebbe scriverne altre?

Ex nihilo nihil fit, non credete?