musica

Vinicio Capossela: Lord Jim

Ma voi lo sapevate che Vinicio Capossela aveva dedicato una canzone a Lord Jim?

Io no – però si fanno scoperte. Da Marinai, Profeti, Balene – album del 2011 che, mi vo convincendo, devo proprio procurarmi:

Feroce, vero? E tra l’altro, che di questo non si muoia, nel caso specifico di Jim, non sono convintissima, ma fa nulla…

Buona domenica.

gente che scrive · musica

Buon Compleanno, JC

Lord Jim Suite.jpgIeri, 3 dicembre, sarebbe stato il 154° compleanno di Joseph Conrad, il mio idolo e modello letterario*. Cercavo qualcosa di musicale per celebrare il genetliaco – e ho trovato una sopresa.

Tra tutte le cose che potevo aspettarmi a proposito di Lord Jim, una suite di musica jazz ispirata al romanzo doveva essere più o meno l’ultima. E invece c’è chi l’ha fatto. Il chitarrista, compositore e arrangiatore catalano Publio Delgado, alumnus del Berklee College of Music di Boston, ha scritto proprio questo: sette brani jazz per un organico di una dozzina di elementi, ispirati ad altrettanti personaggi e momenti del romanzo di Conrad.

Devo confessare che, benché l’idea m’incanti e i brani mi piacciano molto, fatico un po’ ad accostare Lord Jim a questa musica – ma è colpa mia e dei molti anni di rimuginamenti sul personaggio e sul romanzo. Se dovessi scegliere adesso della musica per LJ, magari delle musiche di scena per una riduzione teatrale, sarei in seria difficoltà, lo confesso. Forse la X di Mahler, o la Sinfonia Anctartica di Vaughn Williams, o forse no… Ci penserò su. Qualcuno ha idee in proposito?

Intanto, però, qui c’è Marlow, la bellissima introduzione alla suite di Delgado: 

E poi Lord Jim – Uno de los nuestros:

Incidentalmente, uno di noi – one of us – è la prima impressione che Marlow ha di Jim, ed è quello che in un primo momento lo indispone nei suoi confronti. Gli altri ufficiali del Patna sono chiaramente gentaglia, ma Jim è un Inglese e un gentiluomo – uno di noi, appunto – e proprio per questo il suo atto di codardia è tanto più inaccettabile… Il modo in cui Marlow cambierà idea (o meglio, arriverà a vedere la faccenda in modo diverso) è una delle tante meraviglie di questo libro.

Altri tre brani della suite (El Patna, Culpa, e le due parti di Un Dios Blanco) si trovano qui.

Buona domenica!

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* Funnily enough, quattro tra i miei scrittori preferitissimi son gente di dicembre. Ne sentirete riparlare

blog life · Digitalia · kindle · pennivendolerie · Somnium Hannibalis

Google E Le Sue Gioie

Non ho l’abitudine di cercarmi su Google.

E’ stata una combinazione di caso e di curiosità improvvisa se, quando ho aperto Google per vedere il doodle* di mercoledì, ho digitato il mio nome nella searchbox.

E guarda un po’ se non vado a inciampare in una recensione del Somnium che mi era sfuggita del tutto.

Giuseppe Panella si diffonde in proposito sul blog letterario Retroguardia 2.0 (la recensione è qui), con entusiasmo più che lusinghiero. Quando poi, a titolo di conclusione, paragona SH a Lord Jim – e me a Conrad – non vi fate l’idea di dove sia schizzata la mia pressione. Che poi sia ben chiaro: mi rendo conto benissimo che si tratta di un paragone impegnativissimo ed eccessivissimo, ma Conrad – come sapete fin troppo bene – è uno dei miei idoli e modelli, e LJ è IL libro della mia vita, per cui il solo fatto che a qualcuno sia venuto in mente un paragone del genere mi rende impossibilmente, incontenibilmente, divinamente felice. 

Essì; tre avverbi – Mark Twain sta già imbracciando la doppietta.

Poi, siccome non bastava, ho trovato questa intervista in cui la blogger Marta Manfioletti, di E-Letteratura, conta SEdS tra i cinque blog che non possono mancare nel suo blogroll. I drop a curtsey, e già che ci siamo: leggetelo, E-Letteratura, perché è una miniera di informazioni, acute riflessioni, approfondimenti e notizie sull’editoria digitale – nonché il diario della storia d’amore tra Marta e il suo Kindle.

E poi un sacco di altre cose di varie dimensioni e di non poca soddisfazione. Di qualcuna parleremo più avanti.

Insomma: non ho l’abitudine di cercarmi su Google – ma forse dovrei svilupparla.

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* E non so voi, ma io sono propensa a considerare i doodles come una delle gioie del titolo.

considerazioni sparse

D’accordo su “Lord Jim”

Benché me lo sia ripromessa più di una volta, ho finora scordato di raccontare che una sera, in palestra… E sì, non sghignazzate: vado in palestra due volte la settimana. Non tutte le settimane, e non sempre due volte, ma faccio qualche sforzo per sciogliere articolazioni e muscoli rattrappiti dal vivere inchiodata al computer.

Detto ciò, qualche tempo fa, in palestra, mi si avvicina F. (un’altra F., completamente diversa da tutti gli altri F. che ho citato in precedenza) e, con un sorriso cospiratoriale, mi dice che è d’accordo con me su Lord Jim.

“L’hai letto?” chiedo (domanda un po’ superflua, lo ammetto). “E ti piace?”

F. dice allora che sì, l’ha letto e le piace molto, e si stupisce leggermente quando le comunico che facciamo parte di un club ristretto. E non so immaginare del tutto perché, ma fra amici e conoscenti conto sulle dita di una mano gli estimatori di LJ. “Deprimente” è uno dei giudizi più comuni, e me lo sono sentito dire spesso, perché questo libro è uno dei pochi argomenti (insieme, credo, alla vicenda delle Fosse di Katyn), in cui lascio libero corso al mio fievole zelo missionario e alla mia – scarsissima – ansia di proselitismo. Quindi presto, consiglio, predico, ma non è che ottenga un granché. Qualcuno ancora mi prende in giro, a decenni di distanza, chiedendomi di quando in quando come sta il Povero Jim

Mi viene in mente un’osservazione di Conrad, contenuta nella sua prefazione a non so più quale edizione successiva alla prima: si era molto stupito di ricevere una lettera da una signora che diceva di ritenere l’intera storia molto morbosa. E si era stupito doppiamente, a quanto pare, perché la signora era italiana. Adesso sto citando a memoria, ma mi pare che Conrad ritenesse gl’Italiani particolarmente atti a comprendere la suscettibilità su un punto d’onore… Evidentemente no.

Comunque io seguito imperterrita e, ogni tanto, raccolgo qualche soddisfazione. D’altra parte, una volta M. mi ha detto che si riterrebbe soddisfatto se nel corso della sua vita riuscisse a indurre dieci persone* a leggere almeno un romanzo di Alfredo Oriani, dal che deduco che in questo genere di opera missionaria non sia il caso di aspettarsi grandi numeri. Io credo di poter contare con certezza quattro lettori al mio attivo, ma temo che uno solo sia convertito…  F. non conta, temo, perché l’aveva già letto di suo, ma è stata una soddisfazione lo stesso.

Ora, se qualcuno di voi avesse finito col leggere LJ perché convinto (o esasperato) dalla sottoscritta, me lo farebbe sapere, vero? E mi comunicherebbe le sue impressioni, nel bene e nel male? Ci terrei tanto.

Lord-Jim-lektury-z-omowieniem-gimnazjum-i-liceum_Joseph-Conrad,images_product,27,978-83-7327-456-3.jpgE  infine non avete idea di quanto sia difficile trovare un’illustrazione che non abbia a che fare col (brutto) film con Peter O’Toole… Questa qui è la copertina di un’edizione polacca, pertinente per più di una ragione. Non so se LJ fosse già stato tradotto in Polacco quando Conrad era ancora vivo, e se sì, mi domando che effetto potesse fargli. Farò qualche ricerca in proposito.

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* Con me c’è riuscito: non sono sicura che Oriani diventerà lo scrittore della mia vita, ma Gelosia mi è davvero piaciuto.

libri, libri e libri

Dieci Libri Che Vorrei Avere Scritto

Non i miei dieci libri preferiti, ma dieci libri che sono davvero seccata di non avere scritto io. E’ diverso.

1) Lord Jim, di Joseph Conrad. Ma va’? direte voi. E’ una questione di potenza, di bellezza, d’intensità e di nitidezza. Nonostante la selva di narrazioni indirette, Conrad riesce a mettere tutto quanto in una prospettiva vertiginosa, centrata su un singolo errore del protagonista, conseguenza dopo conseguenza. Credo che potrei mentire, rubare, truffare e uccidere per saper fare questo…

2) History Play, di Rodney Bolt. Il più brillante, raffinato, intelligente e spiritoso gioco letterario che mi sia capitato di leggere – e ci sono pure cascata in pieno. Ci ho messo un bel po’ di pagine a capire che i dubbi su Shakespeare erano costruiti ad arte e che parte delle fonti erano immaginarie… e quando me ne sono accorta, ero talmente catturata dal gioco che non mi sono nemmeno seccata. Vorrei saper barare con tanta finezza e grazia.

3) Un Uomo Per Tutte Le Stagioni, di Robert Bolt*. Francamente non è che mi piaccia molto, e di sicuro non ho simpatia per Thomas More, ma accidenti, se vorrei saper mettere in scena dei personaggi storici (per tacere dell’occasionale figura allegorica) e farli parlare di ragion di stato, di Dio, di coscienza e di massimi sistemi con la plausibilità e naturalezza che a Bolt riesce così bene!

4) Poesie, di Emily Dickinson. Non scrivo poesia, ma quelle immagini che ti folgorano come un raggio di luce improvvisa e poi ti rimangono dentro, lustre e taglienti come gemme, chi è che non vorrebbe saperle mettere su carta?

5) Gli Ultimi Giorni di Costantinopoli, di Sir Steven Runciman. E’ rigorosissimo, ma si legge come un romanzo; è ricco e tumultuoso, e perfettamente chiaro al tempo stesso; e fa sperare, gioire e soffrire con i difensori, anche se sappiamo tutti benissimo come va a finire. Storia scritta al livello più entusiasmante.

6) Un libro qualsiasi di Gerald Durrel. Con la possibile eccezione di Storie Dal Mio Zoo, che posso accettare serenamente di non avere scritto io, sono tutti piccoli capolavori di humour leggermente surreale, memorie famigliari, viaggi e divulgazione scientifica, frullati con un’apparenza di disinvoltura noncurante che è tutta la mia invidia.

7) Kipling, di Renato Serra. Un gioiello di critica letteraria per profondità, intuizione, spessore, entusiasmo contagioso e bellezza della scrittura. E’ semplicemente impossibile non lasciarsi trascinare da Serra.

8) Annibale, di Gianni Granzotto. Letto e riletto così tante volte che la copertina si sta sbriciolando: una combinazione perfetta ed appassionante di rigore storico, capacità divulgativa e adesione profonda al personaggio, con l’occasionale speculazione intelligente.

9) La Figlia Del Tempo, di Josephine Tey. Già il fatto di dare ritmo a un giallo in cui l’investigatore è a letto con una vertebra fratturata non è impresa da poco. Qualora non bastasse, il giallo diventa una meravigliosa riflessione sulla storia e sulla verità, ed è anche condito di dialoghi scintillanti. Molto vicino alla mia idea di perfezione, grazie.

10) Il Pozzo Delle Trame Perdute, di Jasper fforde. Magari la trama non è la più tesa e compatta fra le avventure di Thursday Next ma, per una volta, non m’importa: è alla meravigliosa burocrazia del mondo dei libri, agli artigiani che producono pezzi di ricambio per i romanzi, al Gatto del Cheshire bibliotecario e a tutto questo splendore d’invenzioni metaletterarie che vorrei avere pensato io!

E poi, a dire il vero, è dura fermarsi qui**. La scelta non è stata facile: sono molti i libri che ammiro, e l’elenco si allunga continuamente (cosa che prendo per un buon segno). Però questa lista è già indicativa di quello che voglio non solo da quello che leggo, ma da me stessa quando scrivo. A giudicare dai titoli qui sopra, direi che intensità, idee, rigore, vividezza e personaggi che non si dimenticano sono sul menu, con un po’ di nonsense per dessert.

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* Non avevo mai fatto caso all’omonimia con l’autore precedente. Non so se ci sia parentela.

** Tant’è vero che debbo citarne almeno un altro: Jonathan Strange e il Signor Norrel, di Susanna Clarke, non foss’altro che per la brillante idea dei maghi inglesi che confondono le idee alle truppe napoleoniche spostando a destra e a manca strade, fiumi e villaggi di Spagna!

 

grillopensante · scrittura

Cambiamento Irreversibile

Holly, la mia writing teacher americana, dice che a dare spessore al conflitto e alle motivazioni dei personaggi è il cambiamento irreversibile.

Per capirci, supponiamo che Janey si faccia inavvedutamente tingere i capelli di rosa shocking: tutti (lei compresa) trovano che stia malissimo, e lei è molto angosciata dalla faccenda, la sua migliore amica la prende in giro, il suo ragazzo le dice ripetutamente quanto poco le doni quel colore… Sì, il conflitto c’è, ma poi i capelli crescono, Janey se li taglia molto corti, trova che il nuovo stile le doni assai, fa pace con l’amica del cuore e con il ragazzo… fine. Non precisamente una storia di spessore, giusto?

Supponiamo, tuttavia, che il meschinissimo datore di lavoro di Janey colga il pretesto dei capelli rosa per licenziarla (diciamo che J. lavorasse per un’impresa di pompe funebri: il rosa shocking è singolarmente indatatto, giusto?), che l’amica del cuore la prenda in giro piuttosto crudelmente davanti a tutti, che il litigio con il ragazzo si faccia drastico… Dopo averci pianto sopra ed essersi commiserata un po’, Janey decide che forse aveva sbagliato tutto fin dapprincipio: con la supposta amica c’era in realtà solo un legame superficiale, e a pensarci bene, il ragazzo non aveva mai tollerato troppo che lei facesse alcunché senza la sua approvazione. E il lavoro… era sicuro, era tranquillo, ma era veramente quello che voleva? E da qui si apre ogni genere di possibilità: Janey, con i suoi capelli rosa, potrebbe fare la cameriera in un pub intanto che cerca un lavoro di suo gusto, potrebbe decidere di lasciare definitivamente il ragazzo prepotente che pure ama molto*, potrebbe trovare il coraggio d’inseguire i suoi sogni, fare un provino per un musical, fare della gavetta, trovare le amicizie e l’amore della vita… D’accordo, nemmeno questo vincerà il Nobel per la letteratura, ma di sicuro il conflitto è un po’ più consistente, giusto?

E il punto è che nel primo caso sapevamo tutti (e Molly per prima) che i capelli rosa sarebbero stati un problema transitorio; mentre nel secondo caso i capelli rosa sono altrettanto transitori, ma scatenano una serie di effetti irreversibili: il licenziamento, la rottura con l’amica, il rivelarsi della vera natura del giovanotto… Molly non può tornare indietro, e quindi il modo in cui va avanti diventa all’improvviso molto più interessante.

Poi non è così semplice, in realtà.

In Via col Vento, la Guerra di Secessione sconvolge il mondo di Rossella. Però, mentre tutto le frana attorno, lei si rifiuta di accettare l’irreversibilità del cambiamento: vuole ricostruire Tara com’era prima, continua a credere che Ashley finirà con l’amarla, in pieno bombardamento di Atlanta vuole soltanto tornare a casa, passa allegramente sopra due successive vedovanze e tre maternità, si affanna per recuperare la sua vita agiata e felice…  Il punto del conflitto è proprio questo: Rossella vs. i cambiamenti irreversibili. Nemmeno si accorge di cambiare (e in parte maturare, ma non molto) a sua volta, tanto è occupata a rivolere tutto com’era prima.

Per contro, in Lord Jim, nessuno sembra considerare irreversibile il guaio di Jim, tranne lui. Sì, è vero, la sua patente di ufficiale mercantile è perduta dopo l’incidente del Patna, ma forse si sarebbe potuto evitare anche quello, se solo si fosse difeso affermando di avere obbedito agli ordini. Tuttavia, a Jim importa meno della patente che della macchia indelebile sulla considerazione che ha di se stesso, ed è da quella macchia che scapperà per tutta la sua vita, sempre nella direzione più sbagliata possibile, finendo col perdere rovinosamente anche la redenzione che pure si è procurato. E’ Jim a considerare irreversibile il cambiamento, e a bruciare dietro di sé, uno dopo l’altro, ponti che sarebbero ancora perfettamente utilizzabili.

E in generale, la letteratura è piena di gente che cerca di riportare le cose com’erano, di recuperare quello che ha perduto: le loro storie ci toccano e ci coinvolgono di più se non è possibile. E allora, o i nostri eroi riescono a ottenere qualcosa d’altro, e abbiamo un lieto fine; oppure non ci riescono. Oppure ancora muoiono nel riuscirci: come Maggie e suo fratello Tom che, nel Mulino sulla Floss, superano l’astio che li aveva divisi solo sul punto di morire insieme.

E quindi, forse, qualificherei l’affermazione: a dare spessore al conflitto (e di conseguenza alle storie) può essere sì il cambiamento irreversibile, ma anche la tensione fra il cambiamento irreversibile e la volontà dei personaggi di recuperare ciò che il cambiamento irreversibile ha spezzato.

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* Bisogna assolutamente che lo ami, e possibilmente che lui abbia anche delle buone qualità che rendano difficile lasciarlo, sennò dov’è il conflitto? Nella peggiore delle ipotesi, può avere plagiato Janey, o può avere il modo di ricattarla… Oh, dear. Sto degenerando in direzioni vieppiù d’appendice, vero? Questo esempio dei capelli rosa non mi fa bene.

libri, libri e libri

Perché Diamine “Lord Jim” è Il Libro Della Mia Vita

Dialoghetto ieri a Gonzaga:

Una Signora: “Le è piaciuto Il Tiranno di Manfredi? “

Io: “Non mi è dispiaciuto, ma non è il libro della mia vita.”

Un’altra signora: “E qual è il libro della sua vita?”

Sobbalzo sembre quando vengo presa alla lettera in queste circostanze, ma naturalmente ho risposto che il libro della mia vita è Lord Jim, di Conrad. Come al solito, pochi lo avevano letto, e di quei pochi nessuno lo apprezzava alla follia (tranne una signora di origine inglese). Sempre così. Lo raccontavo ieri sera per telefono ad A., e lei, che LJ non lo sopporta, è sbottata:

“Lo vedi che è malsano avere Lord Jim per libro della tua vita? Si può sapere perché, poi?”

Indignata, ho ribattuto per un’infinità di ottimi motivi, al che A. si è messa a ridere, e poi siamo passate a discutere se andare o no a vedere Avatar. Ora, non so se andremo a vedere Avatar, ma ho rimuginato sulla domanda. Ebbene, A., ecco perché:

1) Perché la prima volta che l’ho letto l’ho piantato a pagina dodici, convinta che non mi piacesse, ma ero già talmente catturata che ho dovuto riprenderlo in mano e leggerlo tutto.

2) Perché dopo vent’anni seguito a rileggerlo ancora e ancora, e ogni volta ci trovo qualche sfumatura nuova, qualche sottigliezza che mi era sfuggita, qualche meraviglia sepolta un po’ più a fondo.

3) Perché il suo protagonista è così ben scritto che per me non è meno reale di una persona in carne ed ossa. Io conosco Jim, so che voce ha, che tipo di sguardo, come si muove, in che modo ragiona. Quasi un membro della mia famiglia.

 4) Perché nei momenti difficili e di fronte alle decisioni epocali, quello è il libro che riprendo in mano, anche se (o forse proprio perché) è una storia dolorosa, di colpa e di fallimento, di paura e di occasioni mancate, e di redenzione che sembra raggiunta e poi sfugge di mano.

5) Perché a diciotto anni, leggendone una versione semplificata in lingua originale mi sono innamorata dell’Inglese con un entusiasmo che dura tutt’oggi, e ho scoperto che leggere un libro tradotto e leggerlo in originale sono due esperienze completamente diverse.

6) Per la scena in cui, dopo la vittoria sugli uomini di Ali, la gente del villaggio acclama tumultuosamente Jim, con i gong e i tamburi, sventolando bandierine bianche, rosse e gialle. La scena è narrata al lettore da un narratore che riferisce di come Marlow gli abbia raccontato la versione di Jim. E in cinque righe, attraverso questo cannocchiale rovesciato di punti di vista, mi si è impressa in mente con una vividezza indimenticabile.

7) Perché in mani diverse questa vicenda sarebbe stata solo un melodramma avventuroso, e invece Conrad ne fa una tragedia dell’incapacità di vivere all’altezza delle proprie aspettative: Jim non solo non è perfetto, ma soccombe alla sua imperfezione, travisa se stesso e gli altri, insegue o rifugge cose che non esistono, non impara mai a venire a patti con la realtà, e paga (e fa invoontariamente pagare a tanti altri) un prezzo altissimo, nel finale più desolato che si possa immaginare.

8) Perché a sedici anni, leggendo questa storia, ho capito per la prima volta che un autore deve essere spietato con i suoi personaggi, non deve risparmiare loro nulla, non deve proteggerli né da loro stessi, né da ciò che accade nelle storia, né dal giudizio del lettore.

9) Perché dalla complessità della sua struttura e della sua caratterizzazione ho avuto la prima impressione che scrivere non fosse questione di aspettare l’ispirazione, aprire il proprio cuore e vuotarne il contenuto sulla carta: tra letture, riletture, analisi, dissezioni e uno sciagurato tentativo di riduzione teatrale, Lord Jim è stato la mia prima scuola di scrittura.

10) Perché negli ultimi vent’anni la mia aspirazione è stata (e ancora è) non quella di scrivere un libro come questo, ma di scrivere un libro che ne abbia l’intensità, le ombre, la passione, la potenza e la bellezza. Wish me luck.

E voi? Che cosa ha fatto per voi il libro della vostra vita? Che cosa avete trovato tra le sue pagine?  

cinema · libri, libri e libri

Liberamente Tratto

Così, a quanto pare, Muriel Barbery non è soddisfatta del film che hanno tratto dal suo libro L’Eleganza del Riccio, e tiene a farlo sapere.

Non ho visto il film, e devo confessare di non avere nemmeno letto il libro. E’ raro che mi avventuri a leggere un libro circondato da tanto hype… è più forte di me. Non ho letto nemmeno (tremo nello scriverlo) La solitudine dei numeri primi… 

Ma non divaghiamo. Il punto è che solidarizzo cordialmente con la signora Barbery, da lettrice ancor prima che da scrittrice. Mi piacerebbe dire che non guardo mai i film tratti dai libri che mi sono piaciuti, ma non sono così saggia. Li guardo e spesso rimango delusa. Oppure leggo il libro dopo avere visto il film, e scopro che si tratta di tutt’altro.

Per esempio, sapevate che A Colazione da Tiffany non finisce affatto con il gatto ritrovato e Holly e Paul che si abbracciano sotto la pioggia? Oh, proprio no.

Ma pare che agli sceneggiatori tutto sia concesso… be’, in realtà no: fanno quello che fanno (e talvolta commettono le atrocità che commettono) per aderire agli schemi che sono più promettenti dal punto di vista degli incassi… Però viene da domandarsi che cosa sarà parso a Paolo Maurensig, per citarne uno, delle bizzarre (chiamiamole così) modifiche al suo Canone Inverso. Qualcuno, un giorno, mi spiegherà la necessità narrativa dell’aggiungere una figlia e un lager alla vicenda, e di trasformare i baroni austriaci Blau in ricchi ebrei à la Finzi Contini… Senza contare che il David del film non potrebbe essere più diverso dal Kuno del libro.

Perché è vero che comprimere un romanzo in un’ora e mezza di film può richiedere soluzioni drastiche, eliminazione di episodi o frullato di personaggi secondari, ma lo spirito del libro non conta proprio nulla? Una volta che abbiamo il titolo e il nome del protagonista dobbiamo ritenerci contenti?

Prendete La Lettera Scarlatta di Hawthorne, che è una storia molto cupa di colpa, peccato e tradimento cum ostracismo sociale, sine perdono… E prendete l’adattamento cinematografico del ’95, con Demi Moore. No, voglio dire, Demi Moore come Hester Prynne! Già una scelta simile lascia perplessi, ma aggiungeteci una serie di scene di sesso gratuite, un’abbondanza di rivendicazioni simil-femministe (e ricordo che stiamo parlando di una storia ambientata nel XVII Secolo) e un L-I-E-T-O F-I-N-E, e cosa avrete? Di sicuro, Nathaniel Hawthorne che si rivolta nella tomba, e in più un film mediocre.

A volte la questione è tutta diversa. Il Lord Jim di Richard Brooks, tratto da Conrad, si prende una certa quantità di licenze secondarie rispetto al romanzo, per lo più scorciatoie rispetto a rapporti interpersonali che Conrad crea per sovrapposizioni obiettivamente poco adatte ai ritmi cinematografici. Il problema è quando il film perde per strada lo spirito e il significato del romanzo. Invece di una tragedia dell’incapacità di venire a patti con se stessi e con la realtà, ci si ritrova con un’avventurona colonial-nautica. Una delle particolarità di Lord Jim è che si tratta di una trama melodrammatica narrata in modo superbo attorno a un personaggio caratterizzato nel più sottile, dolente e tragico dei modi. Il film coglie il melodramma e manca di gran lunga tutto il resto. Risultato: Peter O’Toole che si aggira per due ore e mezzo tra tolde di navi e palme, con gli occhioni blu sgranati nel vuoto.

Per restare nell’ambito dei miei grudge personali, c’è una versione Anni Quaranta di Kidnapped in cui David ha una decina d’anni anziché diciotto, ed è provvisto di una sorella maggiore (in gonna di tartan, maniche a sbuffo e scialle) che -indovinate un po’ – finisce con lo sposare Alan! Er… sì.

Quando poi si tratta di adattamenti per bambini, si passa ogni limite. La buona, vecchia Disney si è macchiata di una certa quantità di crimini piuttosto eclatanti, come il lieto fine de Il Gobbo di Notre-Dame, o quello de La Sirenetta, tanto per citarne due. Tanto, né Victor Hugo né Andersen possono più protestare… Alexander Lloyd avrebbe potuto, per la macellazione della sua Saga di Prydain ne Il Calderone Magico, e anzi mi chiedo se non l’abbia fatto.

Tutto sommato, però, la Disney non mostra altro che una tendenza recidiva ad addomesticare finali… per restare nell’ambito dei film d’animazione, che dire dell’inqualificabile Il Castello Errante di Howl di Miyazaki? Oh, è tutto molto grazioso, squisitamente disegnato, poetico, delicato… peccato che del romanzo omonimo da cui è tratto conservi il titolo, un certo numero di protagonisti e qualche vago riferimento alla trama, spostati però su una vicenda antimilitarista completamente estranea. Questo perché a Miyazaki stanno a cuore i temi pacifisti e le macchine volanti… E adesso vi state ponendo anche voi la mia stessa domanda, vero? Perché diavolo doveva prendere il titolo e i protagonisti di qualcun altro per raccontare la storia che stava a cuore a lui?

A suo tempo, intervistata in proposito, Diana Wynne-Jones, l’autrice del romanzo, si affrettò a dire che non aveva avuto nulla a che fare con la realizzazione del film. Insomma, se ne discostò quanto poteva, anche se con un po’ meno veemenza di quella che ha usato Muriel Barbery. Tuttavia, immagino che la reazione sia stata la stessa: “So di avere venduto i diritti, ma perché, perché perché hanno fatto questo al mio libro”?

Si può capire che, in queste circostanze, liberamente tratto diventi davvero l’ultima consolazione, a cui aggrapparsi con le unghie e con i denti. E quindi non so che cosa il regista de Il Riccio abbia tradito, se lo spirito, la trama, l’atmosfera del libro o tutto quanto, ma per quel che vale, M.me Barbery, sono con lei.

 

grilloleggente

Cicli

A me queste cose capitano, ogni tanto. E ricapitano. E quando capitano, durano a lungo. E quando la famiglia è fortunata, si tratta di un libro, e non di un’opera.

Questa volta la famiglia è fortunata.

E’ decisamente, assolutamente, completamente, irrimandabilmente ora che io rilegga Lord Jim.