Vitarelle e Rotelle

ABDCE

vitrotOggi, dopo un sacco di tempo, vitarelle e rotelle.

Ci sono un sacco di modi per strutturare una storia, e guai se non fosse così. Ce ne sono sessantanove, dice Kipling – e ciascuno di essi è quello giusto. Tuttavia, gli sviluppi dell’arte narrativa nella civiltà occidentale ci hanno abituati ad aspettarci certe cose da una narrazione, senza le quali la storia non appare compiuta, non sembra risolta. E’ principalmente una questione di forme: forma mentis e categorie di pensiero, e forme narrative… Non solo narrative, se vogliamo: non posso fare a meno di pensare a quella scena de I Buddenbrook in cui il giovanissimo Hanno improvvisa/compone al pianoforte, e ritarda la conclusione della frase musicale per il gusto della sospensione, dell’attesa. Il gioco gli riesce e lo gratifica perché c’è un modo in cui le frasi musicali “devono” risolversi perché le sentiamo complete.vitrotstructurure

Ecco, allo stesso modo, l’uomo occidentale struttura le sue storie in un arco narrativo, che parte da un punto, raggiunge un culmine e da lì discende verso un altro punto di arrivo, diverso da quello iniziale.  Aristotele lo aveva già teorizzato un buon numero di secoli fa, individuando una serie di elementi comuni alla struttura di tutte le storie: esposizione, complicazione, azione ascendente, crisi, climax, azione discendente, risoluzione. E infine morale.

Ovviamente, nei secoli con questa struttura è stato fatto, tentato e sperimentato di tutto ma, se è vero che l’esposizione iniziale e la morale alla fine sono alquanto cadute in disuso, è vero anche che l’arco narrativo di base è ancora un ottimo metodo per raccontare una storia.

ABDCE (a suo tempo scoperto leggendo Lazette Gilford) è una forma molto semplificata dell’arco aristotelico, che inverte la posizione di alcuni elementi, ne sfronda altri e ne accorpa altri ancora. Personalmente la trovo ottima per la traccia di base dei racconti brevi. Dopo si varia, si sposta, si aggiunge, si sottrae… Oppure si lascia tutto com’è e si è certi di avere una storia che, se non altro, funziona.

Vediamo un po’.

vitrotredridinghoodAction, ovverosia l’azione. Lo diceva già Omero di cominciare in medias res. Tanto per fare un esempio… “Capuccetto Rosso* fece un ultimo saluto con la mano a Mamma, e s’inoltrò correndo nel folto del bosco. Finalmente una giornata di vacanza, si disse, e infilò una mano sotto il tovagliolo a quadri che proteggeva il cestino. Nonna non si sarebbe nemmeno accorta della mancanza di una sola, piccola ciambella.”

Background. Adesso che abbiamo mostrato al lettore la nostra protagonista in azione, è ora di frenare un attimo, e fornirgli qualche spiegazione. Non troppe, giusto perché sappia in che compagnia è finito. “A volte non era facile essere figlia unica di madre vedova, e tanto meno vivendo sul margine di un bosco… Mamma aveva un bel dire, ma a che ti serve un bosco, se non puoi mai metterci piede? Era una gran fortuna che Nonna abitasse giusto all’altro lato, e che avesse bisogno di ciambelle, ogni tanto…”

Development. Ok, la scena è pronta. Adesso è il momento di sviluppare la nostra storia, di far succedere qualcosa o, in termini tecnici, di introdurre il conflitto. “Il Lupo comparve con l’aria di chi vuol fare conversazione, ma CR non gli diede retta. Tutti sapevano che non bisogna dare confidenza agli sconosciuti. – Non posso fermarmi a ciarlare, Herr Wolf, – disse la bambina. – Nonna aspetta le sue ciambelle. Tante belle cose. – E, fatta una mezza riverenza, passò oltre. Se si fosse guardata indietro, avrebbe visto il Lupo sorridere sotto i baffi (hanno i baffi, i lupi?). Invece non si voltò, e non si fermò più, se non per raccogliere qualche margherita qua e là, fino a che non arrivò a casa di Nonna. Casa che, a dirla tutta, suonava stranamente silenziosa…”vitrotgrannywolf

Climax. Pronti? Siamo al culmine della storia. Adesso la nostra eroina si mette proprio nei guai e deve darsi da fare per uscirne. E’ il momento dei fuochi d’artificio. “Nonna era a letto, e non aveva un bell’aspetto. Proprio no. – Che occhi grandi che hai! E che orecchie! E che bocca! – Con un luccichio famelico negli occhi, il Lupo si gettò su CR a zanne spalancate. – Per mangiarrrrrrrti meglio! – CR strillò a tutte tonsille e gettò cestino, tovagliolo, ciambelle, margherite e tutto quanto sul muso di quella che incontestabilmente non era Nonna. – Soccorso! All’assassino! – Con una risata di gola particolarmente malvagia, il Lupo atterrò su CR con tutte e quattro le zampe.”

Ending. E infine risolviamo i guai che abbiamo creato. Oddìo, potremmo anche non risolverli, e lasciar annegare la nostra eroina nelle conseguenze della sua stupidità (una che dice al Lupo dove sta andando, difficilmente verrà candidata al Nobel per la Fisica), ma per stavolta seguiamo la tradizione. “BANG! Il lupo si irrigidì e stramazzò di lato. CR si rialzò tremante, e vide sulla soglia della porta un cacciatore con lo schioppo fumante tra le mani. – Hai buoni polmoni, piccola, – disse l’uomo, e tese una mano per aiutare la ragazzina a rialzarsi. Insieme liberarono Nonna dall’armadio in cui il Lupo l’aveva chiusa. Poi CR raccolse le ciambelle da terra e le spolverò con cura, Nonna prese il sidro dalla credenza, e tutti e tre festeggiarono la felice risoluzione con una buona merenda, perché il pericolo mette una gran fame.”

Visto? Una storia! E se volete un passatempo del pari economico e istruttivo, provate a badare a quante favole, racconti, film, miti, telefilm, articoli di giornale e servizi del TG seguono questo schema, con limitate variazioni. Sarete sorpresi.

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* Ve l’avevo detto che uso sempre Cappuccetto Rosso per i miei esempi. As far as fairy tales go, nemmeno mi piace granché, Cappuccetto Rosso – ma bisogna ammettere che va bene per queste cose.

scrittura · Storia&storie

Le Ultime Parole Famose

C’è questo notevole sito di prompts dal nome piuttosto lapalissiano di Writing Prompts, ideato da un insegnante americano. Ce ne sono di varia natura – ma non sarete terribilmente sorpresi nello scoprire che la mia sezione prediletta è quella dedicata alla storia. Un po’ perché non capita tutti i giorni di trovare alcunché del genere, e un po’ perché i prompt sono davvero inconsueti e interessanti.

Date un’occhiata, e vedrete. Intanto ve ne propongo qui uno che mi piace davvero tanto – e che comincia con una citazione da Rumore Bianco, di Don Delillo:

È difficile immaginare che a uomini del genere l’idea della morte mettesse tristezza. Attila morì giovane – poco più di quarant’anni. Si compativa? Si dispiaceva per sé stesso? Si deprimeva? Era il Re degli Unni, l’Invasore d’Europa, il Flagello di Dio… Preferisco pensarlo nella sua tenda, coperto di pellicce – come in un filmone epico a budget internazionale – occupato a dire qualcosa di intrepido e crudele a una piccola folla di ufficiali e servi.

Ed ecco il prompt propriamente detto:

PromptHistoryIT

Storicamente plausibile? Selvaggiamente pindarico? Una forma di What If…? Completo di visite soprannaturali? Non c’è limite alle possibilità, naturalmente.

Giochiamo, o Lettori?

libri, libri e libri · Vitarelle e Rotelle

Prima Persona Singolare

firstpMi piacciono le storie narrate in prima persona.

Mi piace condividere lo sguardo del narratore. Mi piacciono le voci narrative individuali che si creano, con i quirks espressivi, le considerazioni personali, gli errori di valutazione e le menzogne. Mi piacciono le sterminate possibilità aperte alla caratterizzazione. Mi piacciono i modi obliqui in cui si mina l’affidabilità del narratore in I persona. Mi piacciono gli sfondamenti della IV parete. Mi piace che, al prezzo della sospensione dell’incredulità, venga l’impressione che il narratore stia raccontando la storia proprio a me.

Dopodiché si dirà che, dal punto di vista dello scrittore, la I presenta inconvenienti come una pericolosa facilità alla divagazione per prati del tutto imprevisti, e il limite di una sola testa su tutta la popolazione del romanzo.

Non saprei. Da un lato non ho serie obiezioni all’occasionale divagazione ben scelta – e non ho mai notato che la III Persona (di qualsiasi colore) trattenesse gli autori dal divagare*. Né, in via generale, mi getta nello sconforto non sapere quel che accade al di fuori della particolare testa in cui mi trovo.

E ammetto che ci sono circostanze in cui è bene per la narrazione che il lettore ne sappia di più di quanto possa sapere il narratore, ma se devo dire la verità, mi piacciono persino gli escamotages che l’autore smaliziato usa per girare attorno al limite.

D’accordo, l’occasionale capitolo o scena narrato in III raramente è più che funzionale, ma ci sono soluzioni più eleganti.

firstBallantraePer esempio incrociare due narrazioni in I, come fa Stevenson in The Master Of Ballantrae – che, l’ho detto ancora, dovrebbe essere testo obbligatorio per lo studio del narratore inaffidabile. È difficile credere al Colonnello Burke, vanitoso, vago e portato a sconcertanti interpretazioni dei fatti cui assiste – eppure la storia che traspare dalle sue illusioni e dai suoi fraintendimenti riesce a minare anche la credibilità di Ephraim McKellar, la cui narrazione si rivela all’improvviso molto più partigiana di quanto si potesse sospettare a prima vista.

Anche Conrad tende ad essere sofisticato in proposito – almeno quando scrive solo, ma facciamo un patto: le collaborazioni con Ford Madox Ford non contano, d’accordo? Altrove troviamo vertiginose prospettive di punti di vista, con gente che racconta storie riferite di terza mano. Il mio caso conradiano preferito è Lord Jim**: Marlow è un narratore in I con una tendenza alla speculazione interpretativa che, per di più, tra il momento in cui ha assistito a parte della vicenda di Jim e quello in cui lo racconta sulla veranda del Malabar Hotel, ha raccolto storie, ricordi e impressioni altrui. Il risultato è una narrazione quasi rapsodica, con un intrecciarsi di I e III sempre legate dall’interpretazione di Marlow – basata sulla sua esperienza diretta. Il tutto è racchiuso tra un inizio in III persona più o meno onnisciente e l’amarognola dichiarazione d’inaffidabilità da parte di Marlow, secondo cui in realtà nessuno ha capito Jim – meno di tutti Jim stesso.  The Elizabethans at play

in Entered From The Sun, George Garret fa qualcosa di ancor più complesso, cucendo insieme una collezione pressoché sterminata di punti di vista fluttuanti all’interno di una narrazione in I da parte di un personaggio che, fin dalla prima pagina, dichiara di non sapere per primo quando mente e quando dice la verità – pur essendo in posizione di sapere parecchio di quel che pensano gli altri personaggi. O almeno così crede. O almeno così dice – e non è come se il lettore avesse la minima ragione di fidarsi di lui. Ammetto che non è la lettura più agevole del creato universo, ma ha un suo notevole, iridescente, faticoso fascino.

firsttomNon del tutto dissimile, ma molto più liscia è la voce narrante che Patricia Finney ha costruito per Firedrake’s Eye. Tom o’Bedlam è scisso tra il folle Tom, che parla con gli angeli, danza con la luna e ha paura solo del suo passato, e The Clever One, che parla di se stesso come “noi”, mendica nelle strade, ricorda i suoi giorni di gentiluomo e attribuisce agli angeli di Tom la facoltà di aprire “finestre nelle anime degli uomini.” Ne esce un narratore in prima persona che sa tutto e non è interamente affidabile su nulla, con l’occasionale burst di poetica visionarietà. Quanto mai attraente ed efficace.

E potrei citare anche un raro caso di I Persona Plurale: La Leggenda Degli Annegati, di Carsten Jensen, in cui la voce narrante appartiene agli uomini di Marstal, gli annegati e i vivi – fino quando la piccola comunità marinara perde le sue navi a vela, le sue tradizioni e il suo senso di appartenenza. E allora, in un passaggio di notevole eleganza e potenza, la voce narrante migra da Noi a una III tra l’onnisciente e il generico, cambiando del tutto l’atmosfera e il tono.

E la morale è, come al solito, che non finisco mai d’incantarmi di fronte alle possibilità di un consapevole e raffinato uso della tecnica. Ma non sono strettamente necessari i fuochi d’artificio: a parità di buona e solida storia, a parità di buona e coerente voce, datemi anche una pura e semplice I che abbracci limiti e possibilità assieme – e ci sono buone probabilità che riusciate a farmi felice.

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* Alzi la mano chi ha letto I Miserabili senza saltare nemmeno una riga…

** You saw it coming. Yes, you did.

scrittura · Utter Serendipity · Vitarelle e Rotelle

The Name Game

whatnameVi è mai capitato di faticare a dare un nome a un personaggio – e, in mancanza del nome giusto, di faticare a caratterizzarlo come si deve? O, on the other hand, di vedere un nome perfetto e di immaginarci attorno una storia? A me entrambe le cose, ripetutamente.

Forse vi ho già detto della mia ossessioncella per i nomi: sono di quelle persone che al cinema restano sedute durante i titoli di coda per amore delle liste di nomi, ho molto solidarizzato con il recente Dickens cinematografico che annota i nomi interessanti sul taccuino nel corso delle conversazioni, e l’ultima volta che sono stata a Londra mi hanno guardata malissimo perché, al Temple, fotografavo le liste degli avvocati accanto alle porte delle varie chambers… E questo è il motivo per cui, per un certo numero di anni, ho annotato diligentemente nomi presi dalla cartella spam. Sapete, quei messaggi che offrono… oh, non so, di tutto: dal metodo infallibile per guadagnare un milione di dollari in 72 ore, ai fitomedicinali canadesi; da un’eredità ricevuta in Africa, alle miracolose bacche dimagranti… appunto, di tutto. E, detto tra parentesi, già su quello ci sarebbe da riflettere: chi è la gente che si lascia ammaliare da queste cose? Soggetto per una storia, non c’è dubbio… ma non divaghiamo. I nomi, dicevo. Ebbene, qualche anno fa quelle mail arrivavano da mittenti fittizi provvisti di nome e cognome – e non dico che avrei battezzato i miei personaggi nelle acque limacciose dello spam, ma ammettiamolo: c’erano un sacco di nomi con cui giocare. E vi sto raccontando tutto ciò perché, mentre cercavo tutt’altro, mi è capitato in mano il quaderno con le liste in questione – e rivederle e volerci giocare è stato tutt’uno. Giocare a cosa? Well, per esempio, ad abbozzare un personaggio…

NamePNPatricia Nielsen, per esempio, è una ricercatrice universitaria, per la precisione un’entomologa (ugh!), con una passione per i viaggi avventurosi. Una di quelle persone che leggono Bruce Chatwin e portano i capelli raccolti a coda di cavallo. E anche una di quelle persone che si ritrovano coinvolte in misteri e ricerche in compagnia di improbabili estranei.

NameBDBarry Dean, invece, è stato un divo radiofonico negli Anni Cinquanta. Naturalmente è un nome d’arte, quello con cui ha interpretato il protagonista di una soap opera che teneva incollate alla radio milioni di casalinghe americane. In seguito ha tentato il teatro, ma non è andata molto bene. Il cinema… nemmeno a parlarne, perché vedete: Barry ha una voce d’oro, ma ha l’aria più incolore e ordinaria che si possa immaginare.

nameFSE Francis Staples? Oh, lui è un impiegato della East India Company a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. Viene da una vecchia famiglia di mercanti caduta in disgrazia, ed è molto impaziente delle sue circostanze. Essendo irrequieto e dotato di troppa immaginazione, credo proprio che s’inguaierà quando il Parlamento tenterà di arginare lo strapotere della Compagnia… Spionaggio commercial-politico nella City di Londra, per Francis.

Insomma, non si tratta di cercare ispirazione: solo di abituarsi a costruire circostanze, gente e trame. Oltre ad essere divertente, è un buon esercizio. E se poi, per caso si dovesse trovare anche qualche nome perfetto, tanto di guadagnato.

Intanto, giochiamo, o Lettori: chi è Sabina Merton?

scribblemania · Spigolando nella rete

Focus

CreativeWritingNowSiccome sono malsana, quando sono bloccata – invece di andare a fare quattro passi per schiarirmi le idee o fare una torta o telefonare a un’amica – mi metto a gironzolare per la Rete in cerca di scribacchinerie. È così che mi sono imbattuta in Creative Writing Now, un sito curioso sotto molti aspetti. Offre suggerimenti e tecniche più sensati e meno esoterici della media, non spende paginate intere a spiegarvi quanto sono bravi, iperqualificati e superpubblicati coloro che curano il sito e, se tenta di vendervi qualcosa, lo fa con ragionevole garbo… Non male.

A conquistarmi davvero, però, è stato questo suggerimento, che vi passo pari pari, limitandomi a tradurlo:

CONCENTRA LA TUA ATTENZIONE

Dedica una giornata a concentrarti su uno solo dei tuoi sensi – olfatto oppure udito. Oppure, per un giorno, bada non tanto agli oggetti, quanto alle loro ombre e ai loro riflessi. Per un giorno, osserva in dettaglio le mani delle persone, la differenza nell’aspetto, nei movimenti, nel modo di gesticolare. Oppure, nota per una giornata i diversi modi in cui la gente cammina. Concentrare la tua attenzione ti condurrà a nuove scoperte.

FocusNon so voi, ma sono rimasta folgorata, e voglio, voglio, voglio farlo! È ovvio che osservare i particolari fa parte non tanto del mestiere quanto della deformazione mentale dello scrittore, ma una giornata intera di attenzione focalizzata è qualcosa a cui non avevo mai pensato. Tra l’altro, ciascuno ha il suo campo d’elezione, da questo punto di vista: personalmente tendo a notare molto i suoni, le voci e la musica, mentre sono piuttosto vaga in fatto di immagini e odori. Sono certa che potrei beneficiare molto da giornate visive o olfattive.

Reitero il concetto: voglio, voglio, voglio farlo. Magari in una giornata che non passo chiusa qui dentro e inchiodata al computer – but still.

Vitarelle e Rotelle

Fotografie Verbali

Travel journalCercando tutt’altro, mi è ricapitato per le mani un vecchio articolo in cui Beth Erickson racconta di una sua fiamma di gioventù che, avendo smarrito la macchina fotografica durante un viaggio in Europa, ovviava all’inconveniente disegnando. Beth lo invidiava molto, perché aveva l’aria di scegliere e assorbire ciò che immortalava con molta più cura di chi si limitava a scattare una fotografia. Avrebbe voluto imitarlo, ma non sapeva disegnare e così cominciò a fare fotografie verbali, sviluppando negli anni dall’abitudine una tecnica che, a suo dire, ha giovato infinitamente alle sue capacità descrittive, oltre a provvederla di una galleria di descrizioni a cui attingere in cerca di dettagli, atmosfera, ispirazione…TravelDesk

Siccome appartengo alla genia di quelli che viaggiano con un quaderno in mano (“quei matti che siedono sul bordo della fontana di Trevi, si guardano attorno e scribacchiano, scribacchiano e si guardano attorno”, nella pittoresca descrizione del mio Avvocato), mi piace vedere la faccenda sistematizzata in una serie di tips.

Ecco il procedimento che Beth consiglia per una buona fotografia verbale:

1) Sedetevi davanti a ciò che volete descrivere con il vostro taccuino in mano (o portatile in grembo).

travelwriter2) Studiate accuratamente il vostro soggetto, cercando di assorbire tutti i possibili dettagli: che cosa vedete? che cosa sentite? che cosa annusate, immaginate, provate? Prendete in considerazione tutti i sensi e badate all’atmosfera. Concedetevi tutto il tempo che serve.

3) Cominciate a scrivere e descrivete minutamente la scena. In un secondo momento potrete voler stilizzare, selezionare i dettagli, elaborare la descrizione… Per adesso siate fotografici e tanto completi quanto potete, cercate di non ignorare e di non tralasciare nulla.Moleskine

Posso aggiungere che, essendo una persona impaziente, ho sempre alternato osservazione e scrittura, procedendo in un certo senso per strati – ma alla prima occasione sperimenterò il metodo di Beth. E posso aggiungere ancora che questo è un esercizio da fare viaggiando da soli – o con qualcuno di rassegnato e comprensivo. Non è divertente essere interrotti in continuazione o doversi affrettare perché il gruppo deve procedere, la guida passa oltre, il pullman aspetta, bisogna essere in albergo per l’ora di cena. Motivo in più per evitare i viaggi organizzati, direi, ma questa è un’altra storia.

musica · scrittura · Vitarelle e Rotelle

Cliffhanger Rusticano

scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingoMi è capitato in questi giorni di riascoltare la Cavalleria Rusticana, nell’edizione Domingo-Obraztsova-Bruson diretta da Pretre. Ridendo e scherzando, l’edizione in questione va per i trentacinque anni, ma non è questo il punto.

Il punto è che non avevo mai notato come Targioni-Tozzetti e Menisci fossero narrativamente scafati. Voglio dire, di solito dai librettisti ci si aspettano versi turgidi, vocaboli desueti, storia macellata e improbabilità multiple. TT&M no. TT&M non solo usano linguaggio asciutto, narrazione stringata e logica impeccabile, ma appendono anche il melomane (e l’ostessa) alla scogliera.

Pensate all’inizio. Dopo la serenata offstage di Turiddu, dopo che contadinelli e contadinelle hanno lietamente inneggiato alla primavera e alla Pasqua, Santuzza giunge all’osteria di Mamma Lucia con la faccia di chi non porta buone nuove. Chiede di Turiddu, che dovrebbe essere altrove e invece è stato visto in paese (lo sappiamo anche noi: poco fa se ne andava attorno cantando in vernacolo locale – e non per Santuzza) e spiega di non poter entrare in casa altrui perché è scomunicata.

Adesso sì che Mamma Lucia comincia ad allarmarsi.

E che ne sai del mio figliolo? indaga.

Santuzza si torce le mani: Quale spina ho in core!

E adesso vuoterà il sacco, giusto? Che diamine ha questa ragazza? Perché non può fare la comunione il giorno di Pasqua? Perché Mamma Lucia all’inizio era così brusca con lei? Avanti, Santuzza, dicci tutto…

E invece no. scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingo

La musica compie una virata angolare, odonsi tinnir di campanelle e schiocchi di frusta, entra in scena Compar Alfio, sanguigno e compiaciuto di sé, accompagnato da una frotta di paesani cinguettanti. O che bel mestiere fare il carrettiere! Tanto più che a casa lo aspetta Lola, che l’ama e lo consola…

E perché mai le comari fanno “oh”? E poi Lola? La stessa lola bianca e rossa come una ciliegia della serenata di Turiddu?

Ahi…

E mentre la scena prosegue in pasquale gaiezza e poi pasquale devozione, noi sappiamo che qualcosa non va, cominciamo a sospettare la natura della spina di Santuzza, e ci sa tanto che non sarà la più lieta delle giornate per tutta questa gente. E, detto per inciso, se prima eravamo curiosi di sentire che cos’ha da dire la ragazza, adesso lo siamo di più, e con una certa ansia. E se siamo ansiosi noi, figuriamoci Mamma Lucia!

Eccoci tutti appesi a una scogliera tardo-ottocento. E, mentre aspettiamo che Santuzza e Lucia si liberino del carrettiere soddisfatto, potremmo anche meditare sull’accorgimento narrativo: abbiamo una rivelazione rilevante da fare? Magari proprio quella che mette in movimento la trama? Be’, potremmo fare di peggio che servirla in più fasi – con interruzione rilevante. Perché se c’è qualcosa che fa felice il lettore è un significativo e bel crescendo di tensione.

E noi vogliamo sempre far felice il lettore, giusto? Felice in quella maniera che lo spinge a mangiarsi le unghie, ma felice.

Vitarelle e Rotelle

Non saprei da dove iniziare…

“Non saprei da dove iniziare,” disse Alice.

“Sciocchezze!,” disse la Regina di Cuori. “Non c’è nulla di più semplice: inizia dal principio e, quando sei arrivata alla fine, fermati.”

AliceandtheQueenQuesto è tratto (molto a memoria e, probabilmente, con scarsa precisione) dalle Avventure di Alice, di Lewis Carrol, ed è uno dei più solidi consigli che si possano dare o ricevere in fatto di narrazione. O lo sarebbe, se fosse sempre evidentemente qual è il principio di una storia. Il principio giusto. Invece, il mondo essendo quel che è, iniziare una storia è davvero un patema. Anche ad avere (o credere di avere) ben chiaro il punto preciso da cui si vuole iniziare, avete presente quello schermo bianco, quel cursorino che lampeggia…?

E la consapevolezza che l’inizio è fondamentale non è certo d’aiuto. E sì, sappiamo tutti che poi tanto l’inizio è l’ultima cosa che si scrive, che potremo sempre sistemarlo più avanti, che in tutta probabilità lo decapiteremo anyway… Tutti lo sappiamo, tranne la nostra Cinciallegra Interiore, che per tutto il tempo ci saltella su e giù nella testa, cinguettando nervosamente: Avanti, forza: scrivi la parola, la frase, il paragrafo da cui dipenderà il fato di tutto il racconto/saggio/romanzo! E che ci vorrà mai, in fondo?

Ebbene, parlando di solidi consigli, Lazette Gilford, in quel favoloso workshop permanente che è Forward Motion, suggerisce questa tecnica:

DOVE? CHE COSA? CHI? DIALOGO!

Prima di tutto, atmosfera

La luce della piena estate filtrava obliqua e dorata tra le fronde, e l’aria vibrava del brusio delle cicale.

Poi, qualcosa – qualcosa*:

L’ombra non era molto grande, e sarebbe parsa un capriccio della luce pomeridiana, se solo fosse stata ferma. Invece scivolava dietro i cespugli, si allungava dietro i tronchi caduti, sussurrava tra i rampicanti, pareva svanire nel folto degli alberi, e un istante dopo rieccola, agile e scura e liscia, appena giù dal sentiero.

E adesso è davvero ora che compaia qualcuno:

Cappuccetto Rosso ebbe l’istinto di stringersi nella mantellina scarlatta, nonostante il caldo, ma si fermò e scrollò le spalle. Che sciocchezza avere paura del bosco in una giornata così bella, si disse. Strinse più forte il manico del cestino con le frittelle, e riprese il cammino con l’aria più baldanzosa del suo repertorio. Tutt’a un tratto, l’ombra uscì da un cespuglio di nocciolo, dieci passi avanti a lei, e si sedette accanto al sentiero, fissandola con occhi gialli e scintillanti. A Cappuccetto Rosso il cuore balzò fra i denti.little-red-riding-hood-tehrani-anthropology_73840_600x450

Infine, sentiamo qualche voce:

Che diamine, Messer Lupo!” sbottò la bambina. “È la maniera di arrivare addosso alla gente?” Il Lupo si passò la lingua sui denti affilati come rasoi. “Ti ho fatto paura, bambina?” domandò. “Manco un po’!” brontolò Cappuccetto Rosso. Il Lupo fece una smorfia, come se gli fosse andato qualcosa di traverso. “Ah, immagino che solo le bambine coraggiose se ne vadano in giro per il bosco da sole,” disse. Cappuccetto Rosso aprì la bocca per rispondere, e poi la richiuse. Si era appena ricordata che Mamma le aveva raccomandato di non parlare con nessuno. Il Lupo non ebbe l’aria di prendersela, e dondolò pigramente la coda un paio di volte, come per scacciare le mosche. “E chissà dove va di bello, questa bambina coraggiosa?” mormorò, alla maniera di chi rivolge a sé stesso una domanda oziosa. Capuccetto Rosso serrò la bocca ancora più forte, fece una piccola riverenza, perché aveva buone maniere con tutti, e riprese la sua strada.

Ad essere sinceri, mi sono sempre chiesta che bisogno avesse il Lupo di fare conversazione con CR, lasciarla andare, correre dalla Nonna e montare la sciarada che si sa… Ma sorvoliamo su questa spinosa questione e notiamo invece che, senza parere, abbiamo iniziato una storia. Se volessimo fare le cose per bene, finiremmo la scena con qualche abile domanda del Lupo, e con CR che, pur credendo di mantenere la sua consegna del silenzio, si lascia sfuggire la sua destinazione… ma fa lo stesso, credo che il principio sia chiaro, a questo punto: se proprio non si sa da dove iniziare, un posto, un qualcosa**, un personaggio e una chiacchieratina possono servire al caso.

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* Come qualcuno (mi pare che sia il Sergente, ma potrebbe essere anche un soldato) dice al Capitano nordista in The Gray Sleeve di Stephen Crane.

** Forse vale la pena di specificare che questo qualcosa, in definitiva, corrisponde all’introduzione del conflitto…

scrittura · Vita da Editor · Vitarelle e Rotelle

Di Fanciulle, Rilevanza & Pasticcini

DemelO Fanciulla Che Vuole Scrivere, tu che mi tormenti perché legga qualcosa di tuo, e poi ti offendi quando ti faccio notare che Voler Scrivere non basta… E non dire che non ti sei offesa, per favore: se gli sguardi potessero fulminare, io adesso sarei un toast. Mai sottovalutare la lunga esperienza di una editor in fatto di fulmini oculari… O in fatto di pensieri del genere “Non-ha-capito-niente-che-cosa-c’entra-la-tecnica-questo-è-il-contenuto-del-mio-cuore-e-il-frutto-della-mia-ispirazione-e-questa-mi-parla-di-uso-della-lingua-l’importante-è-il-contenuto-non-la-forma…”

No, o Fanciulla: non leggo nel pensiero – è l’umana natura.

E ho tutta la simpatia possibile, sai? Ci sono passata prima di te, tutti ci siamo passati. Solo che tu te la sei presa a morte e sei scappata via salutando a metà, prima che potessi raccontarti una piccola storia.  È un istruttivo aneddotino in fatto di consapevolezza, pesi e contrappesi, che potresti applicare con qualche soddisfazione in una nuova stesura del tuo racconto… Ebbene, nell’improbabile caso in cui tu dovessi decidere di dare un’altra occhiata da queste parti, eccoti una storia del secolo scorso – quando non ero molto più grande di quanto tu sia adesso:

“La Rilevanza è tutto,” mi fa Victoria, e lo dice in un tono che implica la maiuscola per Rilevanza. E poi, siccome vede che io sorrido e annuisco, siccome siamo sedute al tavolino di una konditorei a Vienna, siccome si fa tardi, leva gli occhi al cielo e decide di lasciar perdere.

Però Victoria è persistente e, una volta che ciascuna è tornata a casa propria, mi manda una mail piuttosto oracolare, il cui contenuto, tradotto, suona più o meno così:

Alcesti è intelligente ma non s’impegna. Bradamante non s’impegna ma è intelligente.

Tutto qui, ma basta perché la folgore si abbatta sui miei neuroni appisolati e li galvanizzi in attività: è vero, la rilevanza è tutto!

Perché, diciamocelo: Alcesti è quasi un caso disperato, e per intelligente che sia non giungerà mai da nessuna parte, se non impara ad impegnarsi. Ispira persino poca simpatia, che diritto ha la gente sveglia di non impegnarsi? Bradamante, invece, è tutta un’altra questione. Bradamante, è vero, non s’impegna, ma la sua intelligenza incoraggia a sperare che lo farà. È troppo intelligente per non capire l’importanza dell’impegno e, nel frattempo, è di quelle simpatiche persone piene di potenzialità. Lasciamo solo che maturi…

E chi l’avrebbe mai detto? Il più elementare dei tricks di rilevanza ha un afflato pseudo-evangelico: quello che viene dopo conta di più.

La meraviglia delle sfumature: con un minimo spostamento di parole si ribalta la sostanza del giudizio contenuto in una frasettina. Questa non è matematica: spostando l’ordine dei fattori il risultato cambia, oh se cambia!

Doppia morale: da Demel fanno dei pasticcini oltre ogni descrizione; e la rilevanza (pardon: Rilevanza) è, se non tutto, parecchio.

Se non fai sul serio, o Fanciulla, è lo stesso. Ma se davvero Vuoi Scrivere, allora prova: comincia con questo – in fondo è una cosa piccola. Rileggi e riscrivi badando alla rilevanza. All’interno della coppia di aggettivi (se proprio devi usarli a coppie…), della frase, del paragrafo, della pagina, della storia intera. E poi rileggi ancora, possibilmente ad alta voce, e bada alla differenza.

E non farmi sapere – non serve. Dovrebbe importare molto più a te che a me.

Cari auguri.

cinema · Vitarelle e Rotelle

Il Dialogo – Quando È Frizzantino

scrittura creativa,dialoghi, paris when it sizzles, william holden, audrey hepburnAvete mai visto Paris When It Sizzles? È un film anni Sessanta, assolutamente delizioso. Un po’ metacinema, un po’ parodia, un po’ commedia sofisticata. Mi pare che in Italia sia tradotto come Insieme A Parigi (meh…), e ogni tanto lo ridanno – in genere d’estate, alle due del pomeriggio o dopo mezzanotte, you know

E c’è persino una comparsata di Noël Coward. Quel Noël Coward. No, davvero.

Se vi capita e non l’avete mai visto, vale la pena. Questa però non è una recensione. È una faccenda di vitarelle e rotelle. Dialoghi, per la precisione.

Perché dovete sapere che, proprio all’inizio di PWIS, Audrey Hepburn irrompe nella suite di William Holden, armata del suo fascino e di una gabbia contentente canarino a nome Richelieu, per assumere le sue funzioni di dattilografa. Lui, sceneggiatore talentuoso, pigro, alcolizzato e non poco eccentrico, l’accoglie con una serie di istruzioni e raccomandazioni strambe.

“E soprattutto, non risponda mai a una domanda con un’altra domanda. Ha capito bene?”

“Perché?” cinguetta Audrey. “L’ho fatto?”

Inutile dire che lo sceneggiatore diventa sarcastico e i due cominciano a battibeccare adorabilmente, mettendo subito in vetrina il tipo di dialogo brillante, sofisticato e appena nonsense che costituisce un terzo del fascino di questo film.

Ecco, questa è un’abitudine leggermente irritante nella vita reale, ma una meravigliosa tecnica nello scrivere dialoghi. E lo è perché: a) crea conflitto*; b) consente di usare badilate di sottotesto, perché ovviamente tutte le domande successive alla prima sottintendono la mancata risposta e le ragioni della mancata risposta; c) permette di caratterizzare efficacemente varie tipologie di personaggio. Possono esserci varie ragioni per rispondere a una domanda con un’altra domanda: ingenuità, curiosità iperattiva, sovrana indifferenza alle esigenze altrui, tortuosità più o meno machiavellica, sfida, menzogna, evasività, provocazione scherzosa… you name it. E diversi modi per farlo; d) consente di produrre scambi (e battibecchi) incisivi, efficaci e pieni di ritmo.

Per dire, in teatro… ecco.

Poi naturalmente, come tante cose, è da usarsi come il curry – ovvero con cautela. Ma considerando che il dialogo dovrebbe sempre caratterizzare il personaggio o far avanzare l’azione/conflitto (e possibilmente entrambe le cose insieme), direi che questo fits the bill.

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* Fate un piccolo esperimento: al lavoro o in famiglia, scegliete qualcuno di moderatamente nervoso e provate a rispondere con una domanda a ogni domanda che vi viene rivolta. Fatelo due o tre volte, non una sola, e poi sappiatemi dire se genera conflitto oppure no…