Storia&storie · teorie · tradizioni

Arcobaleni

Gli arcobaleni sono come il cioccolato e le Olimpiadi: c’è davvero qualcuno a cui non piacciono?

Chi di noi non ha, almeno una volta nella vita, puntato il dito ed esclamato in delizia e meraviglia per questo specifico fenomeno di rifrazione? Chi non ha ammirato i colori, cercando il punto in cui il verde diventa giallo? Chi non ha sorriso, e proposto per scherzo a qualcuno di andare a cercare la pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno?

Leggenda irlandese, questa, scivolata qui attraverso libri e film – una delle tante, in realtà. Non c’è civiltà, non c’è tradizione, non c’è corpus di miti che non abbia qualcosa da dire in proposito. Non che ci sia da sorprendersi: la relativa eccezionalità, la vivacità visiva, la forma – tutto cospira a fare dell’arcobaleno un simbolo perfetto, non vi pare?

E allora ecco Iride, messaggera divina nell’Iliade, e l’arcobaleno post-diluvio nella Genesi, e le masse di colori che annunciano a Gilgamesh quando gli dei sono d’accordo… Dopodiché, in aggiunta ai colori, c’è la forma: l’arcobaleno è l’arco del dio indù Indra, il ponte celeste degli dei creatori giapponesi, il Bifröst tra i mondi dell’universo nordico, la cintura di Tir, dio del sole e della conoscenza nel mito armeno, l’orlo del mantello del sole per gli indiani Cherokee, e tutta una varietà di serpenti per gli Aborigeni d’Australia, varie culture mesoamericane e gli antichi Estoni.

Va detto che, nelle sue incarnazioni serpentine, l’arcobaleno non è sempre particolarmente benevolo: inafferrabile e capriccioso, ha spesso a che fare con l’imprevedibilità e fondamentale indifferenza del ciclo delle stagioni.

Addirittura, sparse per l’Africa, l’Asia e l’America del Sud, ci sono popolazioni cui l’arcobaleno pare sì un portento – ma uno pessimo, oppure la livrea ingannevole di qualche demone mangiatore di bambini… In certe tribù amazzoniche, all’apparire di un arcobaleno, si nascondono i bambini e gli adulti chiudono la bocca – perché non si sa mai.

Quindi immagino che la risposta alla domanda nel primo paragrafo sia: sì, c’è davvero qualcuno a cui l’arcobaleno non piace…

Non granché in occidente, a dire il vero. Noi l’arcobaleno tendiamo a vederlo – se non più come un portento – come un segno d’incanto, oppure, at the very least, qualcosa di bello. Magari non stabile né duraturo… non ricordo quale signora Woolfiana (Mrs. Dalloway? Mrs. Ramsay?) paragoni la fugacità della vita umana al carattere effimero dell’arcobaleno, mentre Wordsworth ci vede il simbolo di un’intatta capacità di entusiasmo e meraviglia. Quando smetterò d’incantarmi alla vista di un arcobaleno, esclama in My Heart Leaps Up, sarà tempo di morire. John Masefield aggiunge all’elenco l’arcobaleno notturno – come una sorta di chimerica meraviglia, uno dei doni di una vita in mare. Anche Keats assimila l’iride al fascino, alla meraviglia e al mistero del creato – pur se solo per lamentare come la fredda scienza smonti tutto in un blando catalogo di ordinarietà…

Ma tutto sommato forse Keats si sarebbe potuto risparmiare qualche patema: non è certo di rifrazioni e di prismi e di luce scomposta che Dorothy medita quando cinguetta che Somewhere over the rainbow, il cielo è azzurro e i sogni si avverano. E lo stesso più o meno vale, seppure con una certa dose di sarcasmo, quando Oltretinozza dicono che “non è tutto unicorni e arcobaleni”, per indicare che le cose sono meno ideali di quando appaiano. Né è un caso che la bandiera arcobaleno venga spesso adottata come simbolo di pace e tolleranza e di cambiamento.

E davvero, chi di noi non ha la sua piccola mitologia personale in fatto di arcobaleni? Visti a dozzine prima di un esame risolutivo, o seguiti per gioco con qualcuno, o apparsi doppi a mo’ di ponte in circostanze particolari

Nemmeno il più accanito detrattore può negare che l’arcobaleno, così vivido e inafferrabile, abbia sempre l’aria di dover significare qualcosa. E abbiamo millenni di miti, canzoni, storie, poesie, e istanti d’incanto a provarlo.

Oggi Tecnica

I’ve got rhythm…

Ho la vaga impressione di avere già citato Virginia Woolf a proposito del ritmo, ma credo che lo ripeterò comunque. A memoria, e quindi senza la minima pretesa di precisione: scrivere un libro è quasi solo questione di ritmo. Una volta scelto un ritmo, il libro viene da sé.

Sì, vabbe’.

Premesso che per una volta non credo affatto a Virginia, dirò tuttavia che il ritmo della prosa è fondamentale a vari livelli. Narrativamente, il ritmo serve a rallentare o accelerare il tempo di una scena; musicalmente, per dir così, il ritmo delle frasi cattura, trascina, culla, mette a disagio o strangola il lettore. I cambi di ritmo sottolineano o preparano le sorprese, enfatizzano gli snodi della trama, sostengono le descrizioni… ci sono un sacco di cose che si possono fare amministrando con saggezza il ritmo di ciò che si scrive. Ci sono un sacco di modi per amministrare saggiamente il ritmo.

Oggi mi soffermo su uno in particolare, perché quando mi è stato fatto notare mi ha lasciata perplessa. Perplessa, perché dire che un susseguirsi di frasi brevi rallenta il ritmo, mentre un’unico periodo lungo lo velocizza, a me sembra controintuitivo. Insomma, una frase breve è lapalissianamente più rapida, no? E il ritmo di tre o quattro frasi brevi in rapida successione deve necessariamente correre, giusto?

No, sbagliato.

Provate a immaginare ogni punto come un semaforo rosso, e vedrete che un paragrafo costituito da un numero qualsiasi di frasi brevi separate da punti è una strada piena di semafori rossi. Ogni volta occorre fermarsi.

Prendiamo un esempio da Close Range, di Annie Proulx*, autrice americana celebre per i suoi periodi interminabili**:

Cenarono tardi, accanto al fuoco, una scatola di fagioli per ciascuno, patate fritte e un quarto di whiskey in due, seduti contro un tronco, con le suole e i risvolti dei jeans a scaldare, passandosi la bottiglia mentre il cielo lavanda perdeva colore e l’aria fredda scendeva, bevendo, fumando, col fuoco che gettava scintille nella curva del torrente, buttando legna sul fuoco per tenere viva la conversazione, parlando di cavalli e di rodeo, di donne, incidenti e ferite subite, del sottomarino Threscher perduto due mesi prima con tutto l’equipaggio e di come doveva essere stato negli ultimi minuti prima della fine, di cani che ciascuno aveva avuto e conosciuto, della siccità, del ranch dove i genitori di Jack tiravano avanti, della casa di famiglia di Ennis, perduta anni addietro dopo la morte dei suoi, del fratello maggiore a Signal, della sorella sposata a Casper.

Monster period di 145 parole, se non ho contato male, eppure provate a leggerlo ad alta voce: è scorrevolissimo e veloce. All’inizio c’è il verbo all’indicativo che indica l’azione principale, completata poi da una serie di gerundi che scandiscono le azioni accessorie e l’accumularsi dei dettagli, fino all’elenco degli argomenti toccati nella conversazione, che passano dal triviale al tragico al personale. Il tutto regolato da tutta una processione di virgole. Ma le virgole non fermano: anziché semafori rossi, sono boe, attorno alle quali scivoliamo lungo la traiettoria di una scena di dialogo indiretto.

Spero che la signora Proulx non me ne voglia se adesso modifico sperimentalmente il suo periodo, spezzettandolo.

Cenarono tardi, accanto al fuoco. Mangiarono una scatola di fagioli per ciascuno, patate fritte e un quarto di whiskey in due. Sedevano contro un tronco, con le suole e i risvolti dei jeans a scaldare, passandosi la bottiglia mentre il cielo lavanda perdeva colore e l’aria fredda scendeva. Bevvero e fumarono, col fuoco che gettava scintille nella curva del torrente, buttando legna sul fuoco per tenere viva la conversazione. Parlarono di cavalli e di rodeo, di donne, incidenti e ferite subite. Chissà come, da quello passarono al sottomarino Threscher perduto due mesi prima con tutto l’equipaggio. Si domandarono come doveva essere stato negli ultimi minuti prima della fine. Poi fu la volta dei cani che ciascuno aveva avuto e conosciuto, della siccità. Jack parlò del ranch dove i suoi genitori tiravano avanti. Ennis raccontò della casa di famiglia, perduta anni addietro dopo la morte dei suoi, del fratello maggiore a Signal e della sorella sposata a Casper.

Visto? Lo so che controintuitivo, l’ho sempre pensato, e una parte di me lo pensa ancora, anche davanti all’evidenza: ogni singola frase della seconda versione può essere asciutta e rapida, ma l’effetto complessivo del paragrafo diventa molto più lento, con tutte quelle pause obbligate. Se volete fare un esperimento, leggete ad alta voce entrambe le versioni, o fatevele leggere da qualcun altro, o registratevi e riascoltate. Il ritmo è cambiato, molto più spigoloso e più faticoso alla lettura.

Il problema è che costruire periodi come la versione originale, spropositatamente lunghi e traboccanti di dettagli, e tenerli scorrevoli, è un’arte complicata, richiede orecchio, attenzione e pratica, padronanza della sintassi e la pazienza di tornare indietro e limare, spostare, leggere ad alta voce ancora e ancora, fino a quando ritmo, musica e significato non si combinano in maniera liscia.

Difficile, ma non c’è niente come provare. E a dire il vero, credo che sperimentare una tecnica controintuitiva sia tanto più efficace proprio perché ci costringe ad affrontare i preconcetti, a provare soluzioni che non avevamo considerato (e magari credevamo di non dover considerare affatto), a pensare con estrema attenzione a ogni parola, ogni suono, ogni virgola che usiamo.

Quindi, non so voi, ma io, nel corso delle numerose ore di treno che mi aspettano durante il fine settimana, ho intenzione di dedicarmi a questo esercizio: partire dal monster period di Annie Proulx e riscriverlo, modificandolo vieppiù nel contenuto, ma mai nella struttura. Centocinquanta parole e nemmeno un punto, again and again, fino a quando non riesco a farlo indipendentemente dal modello e con scioltezza accettabile e buon ritmo.

Non intendo certo modificare il mio stile in una processione di periodi di dimensione biblica, ma voglio saperne scrivere uno senza sfigurare, se ne sorge l’occasione o la necessità.

__________________________________________________________________________

* Per la cronaca, è il racconto da cui è stato tratto I Segreti di Brokeback Mountain.

** Traduzione mia: nulla di artistico, solo funzionale.

__________________________________________________________________________

Tengo a precisare che questo post è stato scritto in uno stato di terror panico, perché c’è un r (bestia con otto zampe) che se ne va in giro tra l’una e l’altra cassa del computer. E siccome ho già chiamato la Cavalleria dieci minuti fa per estrometterne un altro, e non ho il coraggio di ripetere il numero, posso solo cercare di finire il prima possibile e allontanarmi in fretta. Per cui non c’è stata gran revisione, e se trovate un numero di errori di battitura superiore al consueto, blame it on the spider.

 

Genius Loci

Bloomsberries: la Londra scintillante di Virginia Woolf

Virginia.jpgTorniamo a Londra, ma è un’altra Londra. Niente più orfanotrofi, vicoli bui, nebbia e acque torbide del Tamigi, thank you very much. E d’altra parte, Virgina Woolf née Stephen non è una giornalista che scrive romanzoni melodrammatici con l’ansia di catturare il pubblico settimana dopo settimana, ma una sperimentatrice senza patemi economici, presa tra cene letterarie e balli, una bipolare di buona famiglia con tendenze suicide.

Siamo in un altro mondo.

Un mondo che comincia con il quartiere bene di Kensington, dove Virginia nasce nel 1882 da una famiglia d’intellettuali tardo-vittoriani collocata, dice Quentin Bell, sul gradino più basso della classe medio-alta. la famiglia è numerosa e molto agiata, le ragazze vengono educate privatamente e la casa, tutta legni scuri, tende di velluto e tappezzerie scarlatte, è frequentata da un bel mondo fatto di relitti vittoriani. Tra un tè delle cinque e una passeggiata a Kensington Park, ecco le note buie: una sorellastra demente*, un fratellastro dedito agli abusi sui piccoli di casa, e poi i lutti. Prima la madre, poi la sorellastra, poi il padre, e intanto Virginia, la brutta e ostinata Virginia, che vuole studiare Greco e Storia, passa di esaurimento in esaurimento.

E’ nel 1904, dopo la morte del padre, che Vanessa, la sorella maggiore, raccoglie Virginia e i fratelli e si sposta dalla sicurezza bon ton di Kensington nelle acque inesplorate di Bloomsbury. group_plane_picture.jpgIn termini di proprietà sociale, Bloomsbury è terra di confine, con le sue pensioni, le sue botteghe e il suo tono bohémien, ma è proprio quello che i giovani Stephen vogliono: basta con le porcellane e le tradizioni, basta con la compassatezza e le convenzioni. “Eravamo pieni di esperimenti,” scriverà Virginia molti anni più tardi. “Intendevamo fare senza tovaglioli, e bere il caffé alla sera, anziché il tè alle cinque.” Curioso concetto di ribellione. Ma non è tutto. Nella casa di Gordon Square** gli Stephen cominciano a riunire settimanalmente gruppi di amici e compagni di studi, giovani intellettuali e artisti altrettanto pieni di sacro entusiasmo. E’ la nascita del Gruppo di Bloomsbury.

Bizzarro gruppo, i Bloomsberries (come li si chiama con intento non proprio benevolo***), eccentrici assetati di genialità: contano tra loro nomi come Virginia, E.M. Forster, John Maynard Keynes, e Roger Fry, ma la loro influenza come movimento intellettuale, come gruppo, è difficile da discernere. La stampa contemporanea e i membri di altri gruppi li descrivono come una clique di squilibrati orribilmente snob, intenti ad osannarsi o coprirsi d’insulti secondo le circostanze, presenziare a tutte le feste possibili e a trasgredire tutte le regole per il gusto della trasgressione. In effetti, è difficile seguire le girandole dei loro amori****, e molti di loro sembrano alternare storie extraconiugali e obiezione di coscienza con pari e indiscriminata disinvoltura.

londdockarial1961.jpgIn quest’aria effervescente e livorosa, Virginia scrive e sperimenta. Il suo primo romanzo, La Crociera, esce nel 1915, con un successo limitato. Ci vorranno i racconti di Notte e Giorno, e poi La Stanza di Jacob e soprattutto la Signora Dalloway e Gita al Faro per affermarla. E intanto Virginia affina le sue sperimentazioni, a metà tra il flusso di coscienza e una visione caleidoscopica: l’occhio si sofferma sugli oggetti, ne coglie un frammento, un colore, un contorno, un gioco di luce, e ricompone queste tessere scintillanti come un mosaico. Spesso, a subire questa decostruzione è Londra. Saggi e romanzi ce la mostrano in perpetuo movimento, con le sue folle, i suoi mercati, i parchi, le luci notturne, le bancarelle chiassose di Oxford Street, i fiumi di volti illuminati dai lampioni, le terrazze di Mayfair, gli omnibus a Piccadilly. Virginia ama Londra e la percorre spesso a piedi. “Londra di per sé mi attrae sempre, mi stimola,” scrive nel suo diario,” mi offre drammi, storie, poesie, senza che debba disturbarmi a fare altro che muovere le gambe per la strada… Non c’è riposo più grande che camminare da soli per Londra.”

Purtroppo per lei, gli psichiatri ritengono che la frenesia cittadina non giovi ai suoi nervi, e così Leonard Woolf, suo marito dal 1912, la trascina in campagna a Richmond al minimo accenno di crisi, vale a dire piuttosto spesso. Ma Virginia non può stare lontana da Londra, dove pulsa “la vita vera”. Londra è il suo palcoscenico, il suo ambiente, il suo campo di esplorazione. E’ a Londra che cerca le sue ispirazioni e mette in scena i suoi personaggi, la Londra delle feste e delle pensioncine d’affitto, dei parchi e dei negozi. 

london_political.gifLa Signora Dalloway e Gli Anni, i suoi romanzi più londinesi, disegnano una sorta di geografia sociale della città. Il mondo di Clarissa Dalloway è circoscritto tra Westminster (il centro del potere e della politica), Regent Park, i negozi raffinati di Oxford Street, le strade signorili e quiete di St.James, e poi di nuovo a casa, chiudendo il cerchio. Il resto di Londra fa soltanto capolino: a Bloomsbury alloggiano di passaggio Peter Walsh, l’amore di gioventù che Clarissa non ha voluto sposare perché non era abbastanza, e Septimus Warren Smith, il veterano traumatizzato che si ucciderà la sera del ricevimento; mentre un autobus per lo Strand e l’Army&Navy Store costituiscono il limite cui si spinge la ribellione della figlia di Clarissa. Ne Gli Anni, invece, la famiglia Pargiter parte da Kensington, proprio come gli Stephen, e poi si disperde. Gli spostamenti di ciascuno coincidono con una traiettoria interiore e sociale. Il figlio più piccolo diventa avvocato a Chelsea, zona un poco audace, ma abbastanza alla moda: accettabile per uno scapolo che non sente ragioni e non vuole mettere la testa a posto; una cugina sposa un lord e conseguentemente vive a Mayfair; una sorella, malmaritata a uno straniero squattrinato, finisce nella parte buia di Westminster, gli alloggi da pochi soldi all’ombra dell’Abbazia; la cugina Sara, anima perduta, si prostituisce in uno degli innominabili quartieri sulle rive del Tamigi. Significativamente, la sorella sposata in Irlanda torna a Londra e organizza una riunione di famiglia in quello che rimane della vecchia casa di Kensington, la parte che non è stata venduta e trasformata in uffici…oxford_street.jpg

Anche Virginia avrebbe voluto richiudere il cerchio, tornare al “grembo materno” di Kensington? Forse. Invece i suoi problemi mentali peggiorano, gli amici si disperdono o muoiono, la guerra incombe, le bombe tedesche divorano bocconi della sua Londra, vie, case e palazzi, mentre la sua biografia dell’amico Roger Fry non incontra successo…

Virginia s’incupisce e si estrania fino a quando, un giorno di marzo del 1941, esce dalla casa di Richmond “per una passeggiata”, e si getta nello stagno con le tasche piene di sassi.

Forse a Virginia pareva di no, ma a noi della sua Londra resta molto. Possiamo girare la città con i suoi romanzi e i suoi saggi come guida, raccogliendo di pagina in pagina impressioni, scorci, lampi di colore, l’accendersi di un lampione, un riflesso sull’acqua, e “[a]llora si vede Londra nella sua interezza… Londra affollata, fatta a pezzi e ricomposta, con le sue cupole a sovrastare la città e le sue cattedrali a vigilarla; i suoi comignoli e le sue guglie; le sue gru e i suoi gazometri; e quella fuliggine perenne che né primavera né autunno riescono a spazzare via.”

_______________________________________________________________________

* Sir Leslie Stephen aveva sposato in prime nozze l’ultima figlia di William Makepeace Thackeray (La Fiera delle Vanità, Le Avventure di Barry Lindon…), che però era morta dopo avergli dato una figlia con un grave handicap mentale. Julia Stephen era a sua volta vedova, con tre figli di primo letto. Leslie e Julia ebbero poi quattro figli: Vanessa, Thoby, Virginia e Adrian.

** E’ solo la prima di una lunga serie. In una frenesia di nomadismo urbano, gli Stephen/Bell/Woolf e i loro amici migreranno negli anni, non solo di civico in civico attorno a Gordon Square, ma per tutta Bloomsbury: Tavistock Square, Fitzroy Square, Mecklemburg Square e Brunswick Square…

*** Il gioco di parole è difficile da spiegare in Italiano. Bloom significa germoglio oppure fioritura (to bloom, fiorire), mentre berry significa bacca. Di conseguenza, Bloomsberries diventa qualcosa come fiorin di fragola, o fragolette in fiore, o qualcosa di altrettanto ironico.

**** A un certo punto Vanessa, la sorella di Virginia, viveva con il marito separato Clive Bell, i loro due figli Julian e Quentin, la nuova compagna di Clive, Duncan Grant (amante di Vanessa), Angelica Bell (figlia di Vanessa e Duncan, ma riconosciuta da Clive) e l’amante (uomo) di turno di Duncan… Come dire? Tutti insieme appassionatamente?

libri, libri e libri

Chi ha paura di Virginia Woolf?

VW_-_Hogarth.jpgL’anno scorso Guanda ha pubblicato una traduzione di A Boy at the Hogarth Press, di Richard Kennedy, con il (goffo?) titolo Io Avevo Paura di Virginia Woolf*.

Goffo ma funzionale e, probabilmente, necessario per il pubblico italiano, non tenuto a sapere che la Hogarth Press era la casa editrice fondata nel 1917 da Leonard e Virginia Woolf.

Virginia non stava bene: nel ’13 aveva tentato il suicidio e negli anni successivi i suoi problemi mentali si erano ripresentati, più allarmanti che mai. I medici suggerivano una sana vita in campagna (che Virginia trovava deprimente) e un’occupazione che la assorbisse. Probabilmente avevano in mente qualcosa come le marmellate o il giardinaggio, e invece Leonard fondò una casa editrice piccola, raffinata e tremendamente snob.

Dieci anni più tardi, nel 1927, enter Richard Kennedy, sedicenne di discreta famiglia dal passato scolastico burrascoso, e dall’allarmante mancanza di qualsiasi inclinazione pratica. O almeno così ritiene il semi-disperato zio architetto che supplica Woolf di assumerlo come tuttofare alla Hogarth Press. Leonard accetta, ed avrà di che pentirsene.

Candido e svagato, Richard non è un granché come garzone: appende scaffali che crollano prontamente, è lento nell’impacchettare i libri, batte a macchina con due dita (e una grammatica abissale), corteggia indebitamente la graziosa segretaria, si lancia in osservazioni prive di tatto sui nipoti dei suoi datori di lavoro… La sua prodezza più epica è anche l’ultima: un colossale errore nell’ordine di carta per l’opera omnia di Virginia gli costa il licenziamento in tronco. “Il più spaventoso idiota che abbia mai avuto il privilegio d’incontrare in una lunga carriera di sopportatore di stupidi”, lo definisce un esasperato Leonard Woolf**.

Ma intanto Richard ha osservato, ha tenuto un diario, ha fatto degli schizzi, abbastanza per offrirci un ritratto del tutto inconsueto dei Woolf: Leonard, impaziente e petulante, capace di razionare la carta igienica o d’insegnare al suo garzone come si fuma la pipa; Virginia tirannica, irrequieta, maligna e affascinante; e attorno a loro tutta un’eccentrica e litigiosa clique di Bloomsbury.

Il risultato (a parte il fatto che Leonard dovette evidentemente riordinare tutta la carta) è un piccolo libro incantevole: non sarebbe bello se ogni grande della letteratura avesse avuto un Richard ad osservarlo e prendere appunti, in tutto candore e senza un’ombra di timore reverenziale?

____________________________________________________________________________________________

* Traduzione, molto gradevole, di Alba Bariffi.

** Never fear: Richard farà strada, studierà arte e diventerà un celebre illustratore. Si vede che così idiota non era, dopo tutto.

Genius Loci

Genius Loci

Bene, è giunto il momento di riscuotersi dall’accidia post-vacanziera, dalla tendenza al lamento da Lunedì Mattina Cosmico, dal salterellar di palo in frasca. E’ giunto il momento di concentrarsi su una nuova serie di post a tema.

Perciò, dalla settimana prossima, avrà inizio – rullo di tamburi… – Genius Loci, ovvero scrittori e città.

Questo nasce da una serie di lezioni tenute, nel quadro di un corso in collaborazione, presso la UTE di Mantova, e prevede cinque puntate con un’abbondanza di illustrazioni, letture, aneddoti, storia e letteratura, senza trascurare il minimo indispensabile di geografia. Nell’ordine (o forse no) avremo:

* Londra e Dickens

* Parigi e Dumas père

* Vienna e Joseph (non Philip) Roth

* Londra (di nuovo, sì…) e Virginia Woolf

* Edimburgo e Stevenson.

Considerando un’introduzione generale a mistica e realtà del rapporto scrittori/città, e un congedo per tirare le conclusioni a cose fatte, ciò significa che per sette settimane ci occuperemo di genio dei luoghi, luoghi del genio, luoghi e genio. Sette settimane a partire dalla prossima ci dovrebbero portare, se la matematica e il calendario non sono un’opinione (debatable matters, both of them), agl’inizi di marzo, quando nei prati fioriranno le violette e sbocceranno le margherite. E per allora si vedrà.

E sì, lo so: tre su cinque sono autori britannici… Ma d’altra parte non è una novità: io sono un’anglomane malata e convinta e voi, alla fin fine, ve lo aspettavate, nevvero?