elizabethana · grillopensante · teatro

Parli Del Diavolo…

Vi ricordate le Serate in Giardino di Casa Andreasi?

Bene, mercoledì scorso Giovanni Pasetti ha aperto le danze con Shakespeare e Marlowe, gemelli diversi – da Faust ad Amleto. Tecnicamente, se vogliamo, non è stata proprio una serata in giardino: c’era un’umidità da nuotarci, e così le signore di Casa Andreasi hanno saggiamente deciso di spostarci tutti nella bellissima sala conferenze… e confesso secondi fini nel dirvelo, casomai, in occasione dei prossimi appuntamenti, foste tentati di lasciarvi scoraggiare dal tempo.

Hamlet-and-the-ghostOra, mercoledì la conferenza è stata gradevolissima e, tra molte altre cose, ha toccato un confronto molto interessante tra le due opere nel titolo – e di conseguenza i rispettivi autori. A partire da diavoli e fantasmi che – ne abbiamo già parlato – per gli Elisabettiani non erano necessariamente due cose diverse.  Ciò che, come ci ha fatto notare il professor Pasetti l’altra sera, consente di far confronti tra l’esperienza di Faust con Mefistofele e quella di Amleto con il Fantasma.

In realtà io trovo che di parallelismo non si possa parlare, se consideriamo che Faust il diavolo va a cercarselo con ogni pervicacia, mentre Amleto l’ectoplasma se lo ritrova tra capo e collo suo malgrado – e non è un ectoplasma qualsiasi, ma uno che sostiene di essere il suo defunto genitore… ma questo non impedisce di osservare la diversità di atteggiamento.

Di fronte al diavolo, l’uomo di Marlowe vuole discutere di teologia (e il diavolo è ben felice di accontentarlo), mentre l’uomo di Shakespeare… Be’, gli uomini di Shakepeare in realtà sono diversi, e incarnano tutti i dubbi Elisabettiani in proposito: Bernardo e Marcello hanno paura, Orazio reagisce con protestantissimo disprezzo mentre Amleto, essendo Amleto, dubita. Dubita se quello che ha di fronte sia un diavolo protestante o un fantasma cattolico. Dubita se dandogli retta ci sia da finire abbrustoliti. E continua a dubitare per un pezzo, e passa un sacco di tempo a cercare conferme di altra natura – ragioni di vendetta che non abbiano troppo a che fare con la terrificante apparizione.

Di fronte al diavolo, Faust chiede Come? Amleto chiede Che cosa?

Faust vuole sapere. Amleto, cui la conoscenza viene sbattuta in faccia, era più tranquillo quando ignorava. mephisto_erscheint_faust

Faust, che il diavolo se l’è cercato per fargli delle domande – e al diavolo le conseguenze – incarna il lato indagatore del Rinascimento. È tutti i matematici, gli esploratori, i pensatori, gli sperimentatori, gli scienziati, i filosofi…  Amleto incarna l’umano tremar di ginocchia davanti a un mondo che sussulta e cambia, la vertigine di fronte agli squarci in quel che si era sempre creduto.

Faust è un cercatore insaziabile, un Ulisse cinquecentesco, un avventuriero della mente. Amleto è, molto più semplicemente, un uomo pieno di dubbi.

Entrambi pagheranno un prezzo molto alto per avere dato retta al diavolo – e, di nuovo, lo studioso di Marlowe paga un prezzo teologico, mentre il principe di Shakespeare paga un prezzo umano.

E d’altra parte, Faust è l’opera di un giovane alquanto tranchant, con più fuoco e teoria che compassione per l’essere umano medio, mentre Amleto è l’opera di un uomo maturo e disilluso…

Due facce della stessa medaglia, a ben vedere – e in una quantità di modi, ad enesima riprova di come quel che si chiama lo Spirito dei Tempi non sia mai una cosa sola. Mai un uomo solo. Mai uno spirito solo.

 

8 risposte a "Parli Del Diavolo…"

  1. Ma in realtà, pur al momento avendo seri problemi di memoria, non mi pare ci siano grandi discussioni teologiche da nessuna parte, nell’opera di Bill Shakes – e il sovrannaturale è sempre funzionale ad un effetto specifico e comunque concreto.
    Se la visione del mondo elisabettiana è sempre – per motivi abbastanza ovvi – alla base delle preoccupazioni dei personaggi shakespeariani, è sempre comunque il mondo materiale ad essere il main concern.
    In questo credo che il vecchio Bill fosse probabilmente più materialista di Kit Marlowe – o forse semplicemente scriveva per un pubblico più sensibile alle questioni di ordine materiale che alle disquisizioni filosofiche sull’astratto.
    Così, idea sfusa delle undici meno un quarto.

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  2. Ho forse detto che altrove Will discetta di cose superne a tutto spiano? L’ho forse mai detto, Dr. Dee? Eh? 😀

    Posto che all’epoca portare a teatro la teologia era uno sport riservato agli imprudenti, e che le tragedie farcite di astrazioni di Marlowe (che era abbondantemente laureato in teologia) avevano un enorme successo anyway, quel che dico è che dell’epoca e dei tempi questi due ci mostrano lati diversi: uno l’astrazione fiammeggiante, l’altro quello che tu chiami il mondo materiale.

    Quattro chiacchiere col diavolo? Per Kit è una questione teologica, mentre Will se ne serve per illustrare l’umanità.

    That’s what I say.

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  3. Stavo ragionando ad alta voce, per così dire.
    Evidentemente nel luogo sbagliato.

    Ma d’altra parte, continuando a ragionare ad alta voce…
    John Dee interrogava regolarmente gli angeli, out-Fausting Faustus, so to speak, on a daily basis.
    E non mi risulta abbia mai chiesto loro alcunché riguardo a qualcosa che non fosse il mondo materiale. Né loro gli rivelarono mai nulla, di propria iniziativa, che non fosse riferito al mondo degli uomini.
    Credo ci sia qualcosa, in questo, che sarebbe interessante indagare.
    E con questo chiudo, e mi ritiro in buon ordine.

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  4. No, non ritirarti in buon ordine – e da quando questo non è il luogo giusto per ragionare ad alta voce?

    Però forse è possibile che io non capisca il punto fino in fondo.

    Diciamo, tuttavia, che ragiono ad alta voce anch’io.

    Forse gli angeli non offrivano delucidazioni metafisiche anche perché non erano gli angeli. Era, you know, Edward Kelley. Che Dee non facesse domande, in effetti, è interessante. Non posso fare a meno di pensare che la sensazione di camminare terreno proibito (ho letto da qualche parte di
    altre pratiche, morti “risvegliati” per pronosticare in grande su richiesta regia – ciò che sa tanto di necromanzia) riducesse il margine di manovra. Il favore reale consentiva al buon Dottore di camminare su certi crinali senza conseguenze immediatamente drastiche, ma erano crinali molto stretti, e non era soltanto questione di giustizia umana.

    E quindi, Dee apparteneva alla maggioranza shakespeariana e pratica? Un Prospero che dagli spiriti si fa organizzare l’isola – e alla fine annega, se non proprio i suoi libri, le sue frequentazioni preternaturali?

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  5. Era Kelley?!!
    :O
    Maledettio cialtrone senza orecchie, lo dicevo io che non ci si poteva fidare…!

    Ma scherzi a parte – non importa che fosse Kelley: gli angeli di Dee si comportavano in maniera coerente con le aspettative.
    Gli dicevano di dare i suoi soldi all’amico Kelley, e prestargli anche sua moglie, ma mai che gli abbiano detto, eh, sai, qui da noi, il giovedì sera…
    Era Kelley?
    Certo, che era Kelley – ma Kelley seguiva una certa forma mentis, soddisfaceva certe aspettative.
    Erano le semplici aspettative di Dee?
    O era piuttosto un copione, quello di Kelley, coerente con un sentire più diffuso?

    Il che naturalmente ci lascia più o meno dove eravamo fin dall’inizio, non potendo noi sapere cosa passasse esattamente per la testa a Dee, a Kelley (beh, ok, forse cosa voleva Kelley possiamo immaginarlo…), a Bill Shakes e a Kit Marlowe.
    Però, però…
    Gli elisabettiani sono premoderni – vivono in questa strana miscela di empirismo e superstizione, ma d’altra parte nella School of Night si ravvisano già alcuni dei principi di quello che diventerà il metodo galileiano, ed uno di questi principi è che investigare ciò che è al di là del mondo materiale è sostanzialmente inutile. La scienza si occupa di fisica, non di metafisica.
    Per cui ha senso, chiedere agli spiriti dove trovare tesori nascosti (una delle pratiche più frequenti di Dee) e non magari come si possa conseguire la salvezza dell’anima, o se questa sia davvero immortale, o quanti angeli possano giocare a briscola sulla capocchia di un chiodo da calzolaio.

    Questo, continuando a ragionare ( o fingendo di farlo) ad alta voce.

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  6. 😀 Vatti a fidare di uno che sostiene di imparare le lingue dagli angeli…!

    No, ok – e tuttavia, parlando di Scuola della Notte, pensiamo a Har(r)iot che ricalcola le cronologie bibliche, mettendo in discussione, quanto meno, il principio della dettatura divina delle sacre scritture – l’alternativa essendosi che Dio fosse stato un nonnulla approssimativo. C’è questa idea che tutto si possa investigare – e alla dunque Faust, avendo di fronte un testimone di prima mano, cerca di farsi spiegare l’inferno… (Non che ottenga tantissimo, in realtà – but still).

    Poi , in realtà, c’erano limiti di natura varia. I calcoli di Har(r)iot vengono rimproverati a Marlowe insieme alle opinioni eretiche generali, all’invocazione del diavolo nei boschi e alla sodomia…

    Discutere di teologia con il diavolo (e, presumibilmente, anche con gli angeli) era infinitamente più pericoloso che farsi spiegare la mappa del tesoro o l’esito delle battaglie…

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  7. Ed anche infinitamente più futile.
    Perché esiste certamente nel lavoro di Marlowe un elemento ironico – Faust che chiede al demonio spiegazioni sull’inferno è come un gitante che chiede all’autista del pullman di spiegargli la destinazione…
    Faust in realtà non ha bisogno di chiedere al demonio cosa ci sia all’Inferno – perché sa benissimo che l’atto stesso dell’indagare lo porterà a conoscere di prima mano l’oggetto dell’indagine.
    Faut vuol conoscere i dettagli sull’inferno in un momento della propria esistenza in cui può ancora parlarne in giro – perché nessuno che abbia conosciuto l’Inferno di prima mano ha mai avuto modo di raccontarlo.
    È certamente una forma di vanità (peccatomortale… oooops!)
    Ma a questo punto l’ironia si raddoppia – Faust vuol conoscere anticipatamente il luogo in cui finirà, per acquisire una conoscenza mentre è ancora in grado di condividerla – ma non la può condividere, poiché tale condivisione accelererebbe la sua esperienza personale dell’Inferno (previa breve esperienza personale del rogo)…
    In ultima analisi, quindi un atto di vanità completamente futile.
    Uno degli attributi del demonio è la sterilità, dopotutto.

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  8. Dunno… sarà che l’ironia e la futilità le vedo piuttosto nel poco o nulla che Faustus combina nei suoi ventiquattro anni di ur-superpoteri (Elena, ok – ma l’uva fuori stagione per l’imperatrice? Gli scherzi al papa?), sarà che vedo molto Kit a simpatizzare con il suo protagonista, sarà quel che vuoi – ma la prima conversazione con Mefistofele la vedo più che altro come il primo balzo avido verso quella knowledge infinite, come l’impulso dello spirito indagatore… Si trova davanti un diavolo, e vuole capire come funziona un diavolo. Il mondo materiale l’ha indagato per tutta la vita, ed è proprio perché non ci ha trovato quel che cercava che si è gettato in braccio a questa gente pericolosa, rossovestita e sulfurea…
    Faustus parte con le domande, ma poi si perde per strada proprio quando torna a occuparsi del mondo materiale. E diventerà chiaro che ha sbagliato i suoi calcoli in grande stile e trascurato di valutare le conseguenze – ma l’ironia e la futilità le vedo nel fatto che alla fine non ne sarà valsa la pena in nessun modo.

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